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Bernardo-Provenzano

Morto il boss Michele Greco, “il Papa” di Cosa Nostra


Stroncato, da quanto si apprende, da un tumore ai polmoni, è morto mercoledì in una clinica romana, dove era ricoverato da alcune settimane il boss mafioso Michele Greco, 83 anni, detto “il Papa” della mafia. Il capomafia di Ciaculli, prima del ricovero in ospedale, era detenuto a Rebibbia dove stava scontando alcuni ergastoli definitivi. Greco era una figura storica di Cosa nostra ed era ritenuto fra i mandanti di alcuni delitti eccellenti.
Lo chiamavano “Papa” perché sapeva mediare tra le famiglie di Cosa Nostra. Ieratico, sempre incravattato e in ordine, sembrava lo “zio”, quegli “zii” di Sicilia ritratti da Leonardo Sciascia cui chiedere un consiglio, giustizia o ponderata vendetta secondo i casi. Fu “Papa” in tempi difficili, quei primo Ottanta in cui i Corleonesi stavano prendendo in mano Cosa Nostra e lui, il padrino di Croceverde-Giardini riceveva politici e potentame vario nella sua tenuta di Ciaculli, “La Favarella”.
Greco divenne una figura nota a tutti gli italiani grazie alle immagini del Maxiprocesso di Palermo, istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Dalle gabbie in cui i maggiori capimafia facevano sfoggio di sé, lui parlava solo a proposito e, a differenza di Luciano Liggio e il suo enorme sigaro cubano agitato polemicamente come un bastone, interveniva solo per stretta necessità. Da vero padrino disse ai giudici che lo interrogavano: “Se mi fossi chiamato Michele Roccapinnuzza oggi forse non sarei qui”, poi si lanciò in una filippica contro la pornografia e i film violenti che a suo dire avevano rovinato il mondo. Disse infatti che se il pentito Salvatore Contorno avesse visto I dieci comandamenti, anziché Il Padrino, non avrebbe calunniato alcune persone. Greco fu arrestato il 26 febbraio dell’86 dopo quattro anni di latitanza in un casolare nelle campagne di Caccamo, a una cinquantina di Km da Palermo, dove si nascondeva sotto falso nome.
Nominato nel 1978 capo della commissione di Cosa Nostra, dopo l’espulsione di Tano Badalamenti, non ostacolò l’avanzata dei corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano, dei quali divenne anzi alleato. Insieme al fratello Salvatore (detto “il senatore”, per i suoi rapporti con politici e banchieri), fu il mandante dell’omicidio del giudice Rocco Chinnici.
Con undici ergastoli sulle spalle (tra cui quello del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa), il “Papa” sarebbe potuto tornare in libertà nel 2010, a 86 anni. Per i magistrati, infatti, non aveva più legami con la mafia. Coerente con le scelte che ha fatto, è morto dopo una lunga malattia senza mai rivelare quello che sapeva sugli anni passati dentro Cosa Nostra. Nemmeno sul significato di quell’augurio di pace che rivolse ai giudici prima della camera di consiglio del Maxiprocesso e che nessuno è stato mai capace di interpretare: “Auguro a tutti voi la pace, perché la pace è la tranquillità dello spirito e della coscienza, perché per il compito che vi aspetta la serenità è la base per giudicare. Non sono parole mie, ma le parole che nostro signore disse a Mosè, le auguro ancora che questa pace vi accompagni per il resto della vostra vita”.

Parla Contrada: E adesso chiedetemi scusa

Bruno Contrada, 77 anni, condannato a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, fotografato nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere dove sta scontando la pena

di Gianluigi Nuzzi

“Accetterei la grazia dal presidente della Repubblica solo se non fosse chiesta dai miei familiari. La grazia è un atto politico, che leggo come riparatorio dello Stato dopo quanto accaduto”. Del supersbirro Bruno Contrada, 77 anni, non rimane nemmeno il fantasma. Meno 11 chili in poche settimane. Un fantoccio che si trascina ricurvo sui suoi segreti nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere. Un corpo prima consumato dalle accuse di 14 pentiti, poi asciugato dalle degenerazioni del diabete e dell’ischemia. Ancora, prostrato dagli scontri sferzanti degli ultimi giorni con i parenti di chi lottando contro la mafia è finito ammazzato.
Parenti dai cognomi di peso, Caponnetto, Borsellino, che dopo la condanna a 10 anni della Cassazione ritagliano su Contrada la divisa infame del poliziotto svenduto a Cosa nostra. Né pena né clemenza, né grazia né indulgenza. È il partito trasversale del dolore. Di chi ha perso il proprio caro in quella guerriglia confusa degli anni Novanta tra Stato e Cosa nostra, sì, ma non solo.
Totò Riina e Bernardo Provenzano protetti da pezzi delle istituzioni, scontri intestini che erodono l’antimafia, la gestione dei pentiti diviene opaca. Difficile collocare quindi Contrada con certezza. Fino a metà degli anni Settanta era un brillante poliziotto, 60 encomi ricevuti dalla Polizia e 95 dal Sisde, un centinaio gli uomini delle istituzioni che l’hanno poi difeso al processo. Poi sarebbe passato con la mafia. Senza movente accertato: sui suoi conti non è mai stato trovato denaro sospetto.
Dopo i pentiti e i giudici di Palermo, ora l’accusano anche i parenti delle vittime di mafia. Tutti contro la sola ipotesi di grazia.
Le dichiarazioni negative provengono da persone che non hanno alcuna conoscenza dei fatti che hanno portato alla mia vicenda giudiziaria, che ormai data a 16 anni fa. Parlo di Rita Borsellino, a maggior ragione della vedova del consigliere Antonino Caponnetto, che forse nemmeno sapeva chi era Contrada. Bisognerebbe che altri parlassero.
Cioè?
Non capisco perché i Borsellino ce l’abbiano con me. Chiedano ai familiari di Rocco Chinnici, mio amico, e del collega Boris Giuliano, ucciso nel 1979 dalla mafia. Lui per me non era un amico, ma un fratello. Per 16 anni abbiamo lavorato giorno e notte insieme, a gomito a gomito. Ed è proprio a Borsellino che presentai il mio rapporto indicando i nomi degli assassini. Forse questo i parenti di Borsellino non lo sanno. Paolo Borsellino lo lesse e lo fece proprio apprezzando tra l’altro il fatto che io non essendo più alla polizia giudiziaria non ero tenuto a redigerlo.
I familiari di Borsellino replicano sostenendo che con il giudice non eravate amici, né lei era un suo collaboratore.
Non avevamo rapporti privati d’amicizia, ma ottimi rapporti professionali quando lui era giudice istruttore a Palermo e io capo della Criminalpol. Quando il 7 febbraio 1981 gli arriva sul tavolo il mio rapporto sull’omicidio Giuliano, dispone subito 15 o 20 mandati di cattura dei 35 mafiosi che io denunciavo nell’atto e che costituivano lo zoccolo duro dei corleonesi. Tra questi ben sei appartenenti alla famiglia Marchese, ovvero padre, zii e cugini di quel Giuseppe Marchese che poi fu uno dei primi pentiti ad accusarmi. Nel mandato di cattura sempre Borsellino indica come accusa anche le minacce di morte nei miei confronti.
Come al processo, anche oggi il suo caso divide. Tra i familiari, in diversi l’hanno difesa, come Michele Costa, figlio del procuratore della Repubblica ucciso a Palermo nel 1980.
Mi sostiene perché sa che l’unico rapporto giudiziario sull’omicidio del padre lo svolsi io per il procuratore capo di Catania. Anche sua madre, Rita Bartoli Costa, icona dell’antimafia in Sicilia, durante il dibattimento attraversò l’aula e venne a stringermi la mano senza guardare in faccia i pm.
Si è anche detto che non bisogna concedere la grazia a un condannato per mafia.
C’è un principio che stabilisce che i cittadini sono tutti uguali di fronte allo Stato, non vedo perché non si possa concedere la grazia a chi è stato condannato per mafia. Io la accetterei, sempre se non fosse presentata dai miei parenti, perché avrebbe comunque un significato diverso dalla concessione di un beneficio. L’accetterei come esito di una valutazione di dovuto atto riparatorio a fronte di una grave ingiustizia subita. Io voglio una riparazione da parte dello Stato perché non ho commesso nemmeno gli estremi integranti la violazione del Codice della strada.
Insomma, innocente su tutta la linea.
Io non mi considero innocente perché lego sempre questa parola ai bambini o gli do un significato religioso. Io sono “non colpevole” oppure estraneo ai fatti che mi sono addebitati. Innocente è mio nipote e omonimo Bruno Contrada. Ha 2 anni: dal nonno in eredità riceverà un cognome ripulito dalle accuse più assurde.
Eppure, un esercito di pentiti l’accusa di aver passato notizie essenziali ai mafiosi. Per anni. Li avvisava di blitz, perquisizioni e indagini, facendo sfuggire latitanti come Totò Riina.
Le accuse dei pentiti sono come palle di neve. Nascono piccole e a valle diventano valanghe, intere montagne. Così un pentito tira l’altro per la cosiddetta convergenza del molteplice, dove la stessa balla se è detta da due pentiti diventa verità. Quando entri in questo meccanismo sei finito. Il primo ad accusarmi è Gaspare Mutolo. Apparteneva alla cosca Partanna Mondello di Rosario Riccobono, che ho perseguito più di ogni altro gruppo.
Tommaso Buscetta sosteneva che era lei a passare le soffiate al boss Riccobono…
Fra tutti i mafiosi che io ho trattato questa è la cosca che ho combattuto con maggior tenacia. Ho considerato sempre i mafiosi degli avversari, non dei nemici. Ma con la cosca di Riccobono era diverso. Avevano ammazzato un mio giovane collega napoletano, ucciso come un cane durante un servizio antiestorsioni. Era guerra. Ho portato in Corte d’assise Riccobono e Gaspare Mutolo con indagini svolte personalmente. Per poi vederli assolti dall’accusa di associazione mafiosa il 23 aprile 1977 per decisione di un giudice che ritroverò poi a condannarmi sostenendo che ero amico di Riccobono. La verità è un’altra: Contrada era il nemico giurato di Riccobono. Mutolo mi odiava, convinto che avessi dato ordine ai miei uomini di sparargli a vista come poi in effetti, per motivi di servizio, accadde in ben tre occasioni. Odio, nient’altro, ha prodotto il caso Contrada, con gente che si è persino uccisa.
Cioè?
Oltre me Mutolo ha accusato il pm Domenico Signorino, che condusse le indagini su di lui e che poi si è suicidato. Poi, proprio perché era necessaria la convergenza del molteplice, spunta Pino Marchese. Per capire chi è Marchese basti sapere che ha ammazzato un compagno di cella all’Ucciardone, a colpi di bistecchiera in testa. Marchese è quello che parla della mia presunta soffiata a Riina. Ma cambia versione: prima dice che Riina aveva lasciato il suo nascondiglio, la villa di Borgo Molara, perché temeva agguati nella guerra di mafia, poi cambia versione e dice che fui io ad avvisare.
Secondo lei perché cambia versione?
C’era un suggeritore.
E chi era?
Marchese era gestito dalla Dia.
È un’accusa grave, Contrada.
La mia storia è tutta così. Prendete un altro pentito, Francesco Marino Mannoia. Nell’aprile del 1993 parte lo staff della Dda di Palermo, Gian Carlo Caselli e altri pm, alla volta di New York per interrogare Mannoia sull’omicidio di Salvo Lima. Gli chiedono se ha qualcosa da dire su “Contrada, capo della polizia giudiziaria di Palermo”. Mannoia risponde che sa soltanto che Contrada era un funzionario di polizia e che non ha altro da aggiungere.
Poco dopo Mannoia venne interrogato anche sulle stragi.
Sì, da Giovanni Tinebra e i suoi pm che raggiungono gli Usa per sentire l’oracolo di Delfi. Poi gli chiedono di Contrada ma Mannoia dice che non gli risulta che avessi rapporti con loro. Bisogna aspettare il gennaio 1994 quando, poco prima del decreto di rinvio a giudizio, Mannoia decide di confermare le accuse degli altri pentiti, in concomitanza con il pagamento dello stipendio. Ma se si è pentito nel 1988, come mai mi accusa solo nel 1994? E quando gli vengono rivolte domande specifiche sul mio conto, perché tace? Come poteva dimenticarsi che il capo della polizia giudiziaria, non proprio l’ultimo poliziotto di Palermo, è colluso con Cosa nostra? Sa come spiegò la cosa in aula? “Non parlai a Caselli perché ero stanco e li mandai a fare in c…”. Questi sono i pentiti. Spesso portatori di menzogne. Spesso manovrati.
Lei accusa la Dia perché furono proprio gli uomini di Gianni De Gennaro a raccogliere le prove contro di lei?
No, dico solo che la Dia era agli inizi della sua formazione andando a sovrapporsi con il Sisde dove lavoravo.
Bruno Contrada, 77 anni, condannato a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, fotografato nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere dove sta scontando la pena
Perché?
La Dia nacque proprio nel momento in cui il Sisde, tramite il sottoscritto, stava attivando un processo di riconversione delle funzioni, all’epoca quasi esclusive, di antiterrorismo politico in funzioni di anticriminalità organizzata. Su sollecitazione del governo si avviò un programma di riconversione parziale. Io, essendo l’unico alto in grado con esperienza di lotta alla mafia, dovevo costituire dei nuclei anticrimine nei centri Sisde del Sud Italia: Palermo, Catania, Bari, Napoli, Reggio Calabria. Avevo costituito anche un gruppo di lavoro per la cattura di Bernardo Provenzano… Insomma, questa riorganizzazione andava a coincidere con la nascita della Dia che aveva proprio le stesse funzioni specifiche.
Quindi ci fu uno scontro tra lei e De Gennaro, come vogliono i suoi difensori?
Non ci fu alcuna questione personale. Con lui ebbi pochissimi rapporti di lavoro quando ero a Palermo e lui a Roma, entrambi a capo delle rispettive squadre mobili. Ma non è stata una lotta di persone quanto di organismi. Con De Gennaro io non ho mai avuto nulla da ridire, né lui ha mai detto niente contro di me.
Erano comunque modi diversi di indagare. Quando lei svolgeva inchieste, non c’erano i collaboratori di giustizia e venivano effettuate pochissime intercettazioni…
Per fare antimafia bisognava avere i confidenti. I pentiti dicono che mi incontravo nei ristoranti con i mafiosi, quando invece vedevo le mie fonti nei posti più impensabili come al cimitero di Ficarazzi tra Villabate e Bagheria, dove per paura nemmeno le coppiette andavano ad appartarsi. Ma ho sempre applicato un principio non seguito da colleghi di valore anche caduti come Nini Russo: non si potevano stabilire rapporti con i capi dei mandamenti. I rischi di finire ammazzato o strumentalizzato erano troppo alti. Così avevo confidenti border line, come il cognato di Mutolo, che pur non appartenente alla cosca conosceva i retroscena. Infatti fu lui ad avvisarmi che i due avevano deciso di ammazzarmi.
Però i collaboratori di giustizia sono stati fondamentali nella lotta alla mafia.
Infatti non è un problema di pentiti, ma di chi ne ha manovrati in qualche occasione. E poi, per dirla tutta, le prime dichiarazioni di un pentito di mafia le ho raccolte proprio io nel lontano 1973. Erano quelle di Leonardo Vitale, che venne poi ucciso nel 1984.

gianluigi.nuzzi at mondadori.it)

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Ciancimino jr: Vi racconto mio padre don Vito

Massimo Ciancimino, 44 anni, figlio del sindaco di Palermo, Vito Ciancimino

di Gianluigi Nuzzi

Adesso vuole cambiare cognome al figlio, al piccolo Vito Andrea che ha appena spento tre candeline. Troppo ingombrante vivere chiamandosi Vito Ciancimino, proprio come il nonno, l’unico politico italiano, sindaco di Palermo per 19 giorni, condannato a 7 anni nel 1990 per i suoi rapporti a doppia mandata con Bernardo Provenzano. “Si erano conosciuti da ragazzi a Corleone, mio padre gli dava ripetizioni di matematica. Una volta gli mollò pure due ceffoni perché era svogliato”. Massimo Ciancimino, il figlio del sindaco morto nel 2002, decide di parlare con Panorama dei segreti del padre e delle “colpe che ricadono sui figli”.
L’altro giorno c’era la televisione accesa in casa Ciancimino. Su Canale 5 l’ultima puntata del contestato Capo dei capi su Totò Riina, le trattative dei carabinieri proprio con papà Massimo e nonno Vito Ciancimino per catturare Riina. Il piccolo Vito Andrea infila le domande chiave sulla famiglia: “Mamma, perché il mio nome in televisione?”, “Perché qui si ammazzano tutti? Ma come giocano, usano le pistole!”. Difficile rispondere alle grandi domande dei piccoli. Anche perché nel romanzo su Provenzano e la cattura di Riina mancano ancora i capitoli principali.
È passato un anno da quando Massimo, quarto e ultimo figlio di don Vito, nato nel 1963 in pieno sacco della città, venne arrestato e portato all’Ucciardone per riciclaggio e intestazione fittizia dei beni. Nel marzo scorso la condanna a 5 anni e 8 mesi. Con l’ombra del padre che lo insegue fin da piccolo e che si proietta anche sulle nuove generazioni. E nemmeno l’archiviazione da parte della procura di Palermo delle accuse di mafia ha riportato pace in famiglia. “Sono un ergastolano, sconto a vita i rapporti di mio padre”.
Rapporti imbarazzanti: a iniziare da quelli con Bernardo Provenzano.
Avevo 17 anni quando ebbi il sospetto che Provenzano venisse a casa, nel centro di Palermo, a incontrare mio padre.
Quindi lei lo vedeva…
Sì, certo. Si parlava insieme. Provenzano si faceva chiamare ingegner Loverde. Un giorno da ragazzino sfogliai Epoca e riconobbi nell’identikit di Provenzano, già superlatitante, proprio l’ingegner Loverde, l’unica persona che incontrava mio padre a casa senza appuntamento. A volte lo riceveva in pigiama. Si chiudevano in camera da letto e discutevano per ore.
Si vedevano di frequente?
Essendo nottambulo, mio padre spesso di giorno dormiva. Siccome io dovevo studiare, rimanevo a casa e filtravo le telefonate. “Svegliami solo se mi cercano l’ingegner Loverde, l’onorevole Lima, il ministro Gioia e, se insiste, il mio segretario Zanghì. In ordine di importanza, ovviamente” mi diceva. Il fatto che Loverde fosse l’unico a essere ricevuto sempre e senza appuntamento mi aveva incuriosito. Poi sfogliando Epoca che pubblicava in anteprima la ricostruzione digitale del volto di zu Binnu, capii tutto.
Quando l’ha visto l’ultima volta?
Provenzano arrivava con un borsello di pelle, sempre da solo. Beveva camomille con mio padre. Incontri? Una, due volte al mese. Spesso d’estate nella villa a Mondello, sempre d’inverno. Nel 2002, poco prima che morisse, chiesi a mio padre se avesse rivisto Provenzano. Lui mi disse di sì. Intuii che si erano incontrati anche a Roma dove papà, che si era ammalato dopo l’ictus, non usciva più di casa. Comunque me lo diceva sempre: “Provenzano prima o poi si farà prendere”.
Perché?
Diceva che era malato e non sosteneva più i ritmi della latitanza.
Il pubblico ministero Michele Prestipino l’ha sempre accusata di non aver mai denunciato suo padre.
Io non sono mafioso. Le accuse di mafia sono state rapidamente archiviate. Trovo comunque che quella di non denunciare il proprio padre sia un’accusa aberrante.
Lei non lo criticava per questi incontri e affari con la mafia?
Lui mi diceva sempre: “Sì, la colpa è mia che come assessore ai Lavori pubblici incontro Riina e Provenzano. Ma solo per il 50 per cento. L’altra metà è dello Stato che permette a Provenzano di bussare alla mia porta”. Per il resto, a più riprese ho cercato di farlo collaborare con le procure e gli investigatori.
Ma oggi lei lo condanna?
Certo, lo condanno oggi come l’ho condannato senza appello ieri. Il sacco di Palermo ha distrutto la città. Ma in quegli anni o stringevi accordi o finivi in una bara. Non c’era una terza via. Non era possibile. Anche nella fiction del Capo dei capi l’unico personaggio positivo, il poliziotto Schirò, è una figura inventata. Gli eroi fanno presto a uscire di scena.
Un altro capitolo importante riguarda le trattative aperte fra suo padre e i carabinieri per la cattura di Riina, nel 1992. Dagli atti risulta che fu proprio lei a convincere suo padre a incontrare il capitano Giuseppe De Donno.
Già Giovanni Falcone, quando mio padre finì a Rebibbia, si era fatto avanti con me per aprire un dialogo. Falcone mi dava tutti i permessi straordinari per incontrare mio padre in carcere. Parlargli e fargli capire che era il momento del dialogo. Ma lui si rifiutava. Poi, nel 1992, lo Stato mi ha offerto una possibilità di riscatto e non mi sono tirato indietro. Il capitano De Donno mi chiese di poter incontrare mio padre per aprire un canale, anticipandomi che l’argomento sarebbe stato quello della cattura dei superlatitanti. Gli incontri durarono tutta l’estate del 1992, subito dopo la strage di Capaci. Mio padre all’inizio era contrario. Avviare una trattativa e poi interromperla significava mostrare la propria debolezza. Tanto che subito dopo le richieste di Riina lo Stato fece un passo indietro. E venne ucciso Paolo Borsellino.
È mai stato interrogato su queste trattative e sulle stragi?
No, mai. Eppure, il capitano De Donno mi consegnò dei rotoloni gialli enormi con la piantina della città e degli elenchi di utenze telefoniche presumibilmente in uso a Totò Riina. Mio padre avrebbe dovuto segnare la zona e indicare i numeri telefonici. Dopo una settimana riconsegnai i rotoloni con indicato il quartiere di viale Regione Siciliana. “Lì dovete cercare Riina”.
Nella sentenza del processo De Donno-Mori i giudici affermano che si arrivò alla cattura di Riina grazie al pentito Balduccio Di Maggio. Riina invece dice che la colpa è sua e di suo padre. Qual è la verità?
Mio padre mi diceva sempre che dopo le stragi aveva parlato con Provenzano perché riprendesse in mano la situazione dopo la morte di Falcone e Borsellino. “Questa non è più mafia ma terrorismo, la mafia ha sempre convissuto con lo Stato senza stragi e omicidi di servitori dello Stato” diceva. Anzi, dietro le stragi lui vedeva anche la mano di qualcun altro. Il resto è storia: la famiglia di Provenzano torna a Corleone, finiscono stragi e omicidi e si torna alla mafia silenziosa dei giorni nostri. Con Riina in manette e oggi all’ergastolo.
Per questo i capi di Cosa nostra, da Totò Riina a Leoluca Bagarella, avevano decretato la sua morte.
Sì. In compenso mi ritrovo con questa condanna a 5 anni e 8 mesi per riciclaggio e per intestazione fittizia dei beni di mio padre.
Vito Ciancimino l'unico politico italiano, sindaco di Palermo per 19 giorni, condannato a 7 anni nel 1990 per i suoi rapporti a doppia mandata con Bernardo Provenzano è morto nel 2002
Il famoso tesoro di Ciancimino a lei intestato. Dei 64 milioni di beni sequestrati quanto ha portato a casa finora lo Stato?
Finora solo debiti. Mi è stata appena notificata la richiesta al tribunale da parte del custode giudiziario Gaetano Capellano e dei suoi assistenti per 100 mila euro come acconto per i primi 6 mesi di gestione.
Significa che il patrimonio da sorvegliare è ingente.
Al contrario, le società sono in passivo e il curatore ha chiesto che sia l’erario a corrispondere le spettanze dovute. Pagherà lo Stato.
E i suoi beni?
La barca, uno yacht Itama 55, è in leasing. Ho pagato 400 mila euro fra acconto e rate e ne mancano 750 mila per chiudere l’acquisto in altri 8 anni. Se avessi usato i soldi di mio padre, sarei stato un cretino ad aprire un leasing. Infatti ho comprato la barca nel giugno 2005, dopo aver ricevuto l’avviso di garanzia per riciclaggio con l’aggravante della mafia. E l’ho chiamata Vito Andrea, il nome di mio figlio. Un’anomalia nel reato di riciclaggio che è finalizzato all’occultamento del bene, no? Poi c’è la società Pentamax che gestisce il negozio d’arredamento con 250 mila euro di passivo, metà appartamento a Palermo, una polizza vita da 500 mila euro della quale la banca ha già chiesto la riscossione. Infine le società del gruppo Fingas, che l’accusa riferisce a me e che da quanto mi risulta sono o in liquidazione o in fallimento.
E i soldi portati all’estero?
Ma se ho indicato io al pubblico ministero le coordinate del mio conto corrente in Svizzera! Conto sul quale operavo con carta di credito. Se fosse un deposito così occulto, ci avrei operato con la carta di credito personale come ho fatto per anni? La sentenza di primo grado più che un riciclatore, mi fa sembrare un deficiente.
Vuol dire che lei non ha gestito conti e denari di suo padre?
Dall’arresto di mio padre, nel 1984, al 2004 io acquisto barche e automobili e nessuno dice niente. Poi muore mio padre e mi si accusa di aver utilizzato i suoi soldi. Soldi illeciti, devo dedurre, incassati prima dell’arresto. Quindi parliamo di denari ricevuti ormai 23 anni fa…
Ma al di là dei beni sequestrati, esiste un tesoro accumulato da suo padre per 100-150 milioni di euro, come si legge sui giornali?
Di questi soldi non ho mai saputo nulla. E tutte le rogatorie hanno dato esito negativo. E poi molte domande rimangono senza risposta.
Cioè?
Come mai la società che per il tribunale pulì i soldi di mio padre è stata sequestrata solo al 50 per cento?
E l’altra metà di chi era?
Della famiglia Brancato. Però su questa vicenda preferisco non rispondere perché sta indagando la procura di Caltanissetta.
La cattura di Bernardo Provenzano l'11 aprile 2006
Ma suo padre era socio, come sostiene l’accusa, nella metanizzazione della Sicilia?
Le colpe dei genitori non devono ricadere sui figli. Pensate quello che volete ma io non ho mai avuto benefici dal chiamarmi Ciancimino, anzi. Andavo a scuola quando mio padre, il 4 novembre dell’84, venne arrestato e finì l’epoca Ciancimino. Da quel giorno mi buttarono fuori dai circoli, le donne mi tenevano lontano. Sono stato fidanzato con una ragazza romana per 4 anni senza dire ai genitori che mi chiamavo Ciancimino. Mi ero costruito un’altra identità. Io pago certe omissioni da parte dello Stato, che non è mai andato a chiedere a mio padre ragione dei suoi denari e proprietà. Dopo 10 anni di interruzioni delle indagini, e solo alla morte di Vito Ciancimino, lo stesso giorno ho ricevuto un avviso di garanzia. Tutti i capi d’accusa del mandato di custodia cautelare sono caduti durante il processo. Pago colpe di mio padre. Mica mie. Del resto, quando sequestrarono la lavanderia della famiglia Provenzano mica accusarono di riciclaggio i parenti, no? Così quello che ospitò “zu Binnu” per 4 anni mica è stato incriminato per mafia. Ha detto che non sapeva che quel signore era Provenzano. Chi ha ucciso Falcone è libero e protetto dallo Stato. Per me la procura voleva 13 anni di reclusione. Io vorrei pentirmi ma non so di che cosa.

Provenzano: sulla ruota dei pizzini escono i numeri e gli arresti

L'arresto '11 aprile del 2006 di Bernardo Provenzano
Era un infermiere professionale con la passione per la politica, che ha parenti inseriti in Cosa nostra e solide entrature nelle cosche mafiose del palermitano, a prendersi cura della salute del padrino corleonese, Bernardo Provenzano. Si tratta di Gaetano Lipari, 47 anni, accusato di associazione mafiosa, arrestato stamani da carabinieri e polizia. Nel linguaggio cifrato utilizzato dal boss latitante era lui il numero ”60”.
Per gli inquirenti Lipari aveva il compito di curare il capo di Cosa Nostra nei mesi della latitanza che seguirono l’intervento alla prostata effettuato in una clinica di Marsiglia. Nei ”pizzini” trovati nel covo di Provenzano, inviati dal ”60”, l’infermiere esprimeva preoccupazione per la salute del padrino e lo invitava a seguire la cura post intervento. Dalle indagini emerge che Lipari si occupava - sebbene non in via esclusiva - anche delle necessità mediche del latitante costretto ad effettuare periodici esami del sangue; inoltre, con cadenza trimestrale, tramite iniezioni gli veniva somministrato il Decapeptyl (farmaco di non facile reperimento, costa 550 euro) che lo stesso infermiere si preoccupava di ottenere, anche attraverso l’aiuto di farmacisti compiacenti.
Gaetano Lipari, originario di Corleone, è cugino del boss Pino Lipari, il ”cassiere” di Provenzano; è stato eletto nel 2003 consigliere comunale ad Altavilla Milicia in una lista civica. Lavora per la Asl 6 di Bagheria, da cui dipendevano anche le cliniche private convenzionate di Michele Aiello, il ‘re’ della sanità privata in Sicilia, sotto processo per associazione mafiosa.
Dalle indagini emerge pure che l’uomo aveva frequenti contatti, anche telefonici, con l’allora deputato regionale Giovanni Mercadante (Forza Italia), medico, attualmente in carcere per associazione mafiosa. Ma gli accertamenti hanno portato ad indicare che Lipari era pure in contatto con il nipote di Provenzano, Carmelo Gariffo, accusato di mafia, e in passato si sarebbe pure occupato di gestire il pizzo imposto ad alcuni imprenditori edili di Casteldaccia, Villabate e Bagheria.
L’inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone e dai pm della Direzione distrettuale antimafia, Michele Prestipino, Marzia Sabella e Nino Di Matteo, che hanno chiesto ed ottenuto l’arresto dell’infermiere, parte dall’analisi dei ”pizzini” trovati nel covo di Provenzano ed è proseguita con gli accertamenti sulle lettere del numero ”60”, compilate con una macchina da scrivere giocattolo. I risultati trovati dalla polizia sono stati incrociati con altri elementi frutto di indagini svolte dai carabinieri proprio su Lipari, che in passato era già stato indagato per mafia.
Lipari avrebbe recuperato e inviato più volte il farmaco al boss latitante per le sue cure. E in una occasione avrebbe spedito le fiale dentro una busta con l’intestazione dei un’ospedale palermitano.
L’identità dell’infermiere era nota ad alcuni uomini d’onore di cui Provenzano si fidava, ma anche al figlio maggiore del boss, Angelo. Gli inquirenti hanno questa certezza perché in una ”letterina” che il boss scrive al figlio, parla del ”numero 60” e di altri boss indicati con un codice numerico di cui il giovane sarebbe stato a conoscenza.

Maxi blitz antimafia a Catania: in manette anche il figlio del boss Santapaola

Una volante dei Carabinieri in azione | Ansa

I Carabinieri del comando provinciale di Catania hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di 70 presunti appartenenti a Cosa nostra.
I reati ipotizzati sono associazione mafiosa, estorsioni, rapine e traffico di sostanze stupefacenti.
L’inchiesta, coordinata dalla Dda della Procura etnea, ha portato anche all’arresto, tra gli altri, di Vincenzo Santapaola, figlio del capomafia ergastolano Benedetto (”Nitto”). Le indagini hanno anche accertato collegamenti della famiglia catanese con cosche calabresi e con il clan di Bernardo Provenzano. Durante l’operazione, denominata Plutone, è stato trovato un libro mastro, che riporta estorsioni e “stipendi” agli affiliati. Sono state sequestrate armi, cocaina e marijuana. È stata fatta luce su 16 rapine, alcune delle quali commesse anche fuori dalla Sicilia. E sono state scoperte sei estorsioni. Le indagini hanno anche evidenziato gli interessi di Cosa nostra su grossi progetti imprenditoriali.

Vincenzo Santapaola, obiettivo negli anni scorsi del boss Vito Vitale, che lo voleva eliminare nell’ambito di una faida interna alla mafia siciliana, fu fermato per la prima volta nel dicembre del 1992, assieme al fratello Francesco, di tre anni più piccolo. Ma i due furono scarcerati dal Tribunale del riesame. Un anno dopo, destinatario di un ordine di arresto per l’operazione Orsa maggiore, si rese irreperibile, e fu catturato il 14 gennaio del 1994. Fu rimesso in libertà il 27 dicembre 1997. Fu nuovamente arrestato l’8 agosto 1999 nel quadro dell’inchiesta Orione 2, un’indagine che fece luce su contrasti interni a Cosa nostra sfociati in una sanguinosa faida tra i “falchi” legati ai Corleonesi, fautori della stagione delle stragi, e le “colombe” guidate da Benedetto Santapaola, che era contrario alla strategia del terrore di Totò Riina. Rimesso in libertà fu arrestato nel 2006 e da poco era stato scarcerato. In passato, tra l’altro, è stato assolto dall’accusa di avere ucciso il giornalista Giuseppe Fava.
Figlio del boss catanese Nitto Santapaola
Nell’ambito del maxi blitz, sono finite in manette anche tre donne Angela La Rosa, moglie reggente del gruppo Santapaola, Alessandro Strano, detenuto; Patrizia Scriffignano e Iolanda Di Grazia, rispettivamente moglie e sorella dell’ergastolano Francesco Di Grazia, uomo d’onore della famiglia di Catania, anch’egli raggiunto dal provvedimento restrittivo. Secondo l’accusa avrebbero avuto un ruolo di collegamento con la cosca.

In cella Salvatore Lo Piccolo, il nuovo capo di Cosa Nostra

Il boss di Cosa Nostra Salvatore Lo Piccolo (a destra) con il figlio Sandro arrestati il 5 novembre 2007 dalla polizia

Per gli investigatori è il nuovo capo di Cosa Nostra. Ma la carriera di Salvatore Lo Piccolo, 65 anni, si è conclusa in carcere come quella del suo predecessore Bernardo Provenzano. Il padrino, arrestato oggi dalla polizia, era latitante dal 1983; il figlio Sandro, 32 anni, catturato nello stesso blitz, era invece ricercato da sette anni dopo una condanna all’ergastolo.
Per i non addetti ai lavori il nome non dice nulla, ma il voluto anonimato del buon ”Totuccio” Lo Piccolo nasconde il cuore e la furbizia del vero capo. Il borsino di Cosa nostra lo colloca in cima alla scala, sullo stesso gradino di Matteo Messina Denaro, il boss trapanese in lotta con Lo Piccolo per la leadership dell’organizzazione. ”Totuccio” ha navigato a vista flirtando con successo coi corleonesi di Totò Riina, senza mai esporsi del tutto. Già condannato all’ergastolo, ha eliminato parecchia gente e ha fatto ricchi traffici con la cocaina e con gli appalti pubblici. È in contatto con i ”cugini” d’America, con i quali ha avviato affari oltreoceano, ed ha messo le mani sul fiorente mercato del pizzo alle imprese del mandamento mafioso di San Lorenzo, che costituisce una delle articolazioni più vaste dell’organizzazione mafiosa.
Il territorio dei Lo Piccolo comprende non solo la parte nord-occidentale della zona metropolitana di Palermo, ma anche le famiglie dei comuni di Capaci, Isola delle Femmine, Carini, Villagrazia di Carini, Sferracavallo e Partanna-Mondello.
Dopo la cattura del capomafia trapanese Vincenzo Virga, Lo Piccolo ha esteso la sua influenza anche ad alcune zone della provincia di Trapani. Sandro e Salvatore Lo Piccolo restano però i ”padroni” dello Zen, una vasta zona a residenza popolare alla periferia della città, inesauribile serbatoio di manodopera e formidabile nascondiglio per ogni genere di necessità. ”Totuccio” ha iniziato la sua scalata al vertice dell’organizzazione dopo essersi messo sotto l’ala protettrice di Bernardo Provenzano, con il quale aveva costanti rapporti personali ed epistolari attraverso i famigerati ”pizzini”. Col tempo e con una regia accorta di alleanze ha consegnato al vecchio padrino corleonese mezza città. Gli ha offerto un braccio armato di cui era sprovvisto. Ne ha ricevuto in cambio un via libera incondizionato alla sua ascesa ‘’silenziosa”.
La storia del clan Lo Piccolo è relativamente recente: punta al controllo degli appalti, a partire dalla realizzazione degli svincoli autostradali, estorsioni e guardianie. Ma anche attraverso l’esazione sistematica di una quota sociale per le utenze elettriche: 15 euro per non avere problemi e tenere le lampadine accese nei cubi di cemento con i muri in cartongesso dello Zen2. Con l’incoronazione che li ha fatti padrini, i Lo Piccolo hanno avviato una vera e propria campagna di reclutamento, annettendosi anche un pezzo della vecchia mafia di San Lorenzo e Tommaso Natale: due mandamenti che sono da sempre un termometro sensibile di ciò che accade all’interno dell’organizzazione.
La tregua è rotta di rado. E l’atmosfera che i boss impongono è quella di una calma piatta che tiene lontani guai e curiosità. Così come ha insegnato loro Bernardo Provenzano.
Mezza imprenditoria che ha messo radici da quelle parti è stata coinvolta in indagini antimafia: per collusioni e intimidazioni.
Il boss di Cosa Nostra nelle foto segnaletiche degli anni '80. Latitante da allora è stato arrestato il 5 novembre 2007 dalla polizia con il figlio e altri due boss.
Così anche l’elenco dei fiancheggiatori dei Lo Piccolo, degli amici, degli indifferenti è lunghissimo. Con una costante ricorrente. Nei racconti dei pentiti, padre e figlio sono sempre da qualche parte dello Zen: visibili a tutti meno che ai segugi dell’antimafia. Visibili e mobilissimi. L’ultimo collaboratore di giustizia, Francesco Campanella, esponente politico di Villabate, cittadina alle porte di Palermo, racconta che in un bar Totucccio Lo Piccolo avrebbe incontrato Bernardo Provenzano.
In un altro interrogatorio, sempre Campanella, conferma quel che già era noto: l’asse di ferro che lo lega a Matteo Messina Denaro, il principe del Trapanese. Un patto cementato ancora una volta durante un incontro ravvicinato. Una stretta di mano tra i due boss destinati, ciascuno a suo modo, a un futuro da re nell’era dei postcorleonesi. Ma anche il nuovo capo di Cosa Nostra è finito in cella, mentre il cerchio attorno a Messina Denaro si stringe ogni giorno di più.

Il VIDEO servizio:

Le ultime news online su Salvatore Lo Piccolo

Gli italiani e Provenzano: per la Cbs una storia di incompetenza e corruzione

L'arresto '11 aprile del 2006 di Bernardo Provenzano
Si intitola Il fantasma di Corleone ed è uno dei tre speciali che andrà in onda domenica 5 agosto nella seguitissima trasmissione di approfondimento settimanale 60 Minutes della Cbs. Dopo un reportage dal Kurdistan iracheno, infatti, gli spettatori americani e non solo, potranno seguire quello dell’inviato Steve Kroft dall’Italia.
Come annuncia il network, questa puntata per i telespettatori è un invito che non si può rifiutare: “Una vera storia di padrini. Andremo in Italia, e sulle colline della Sicilia, dove sono stati necessari più di 40 anni alla giustizia per catturare finalmente Bernardo Provenzano, il sanguinario capo della mafia”.

Ma è ascoltando le parole dello stesso Steve Kroft nel video di presentazione dello speciale che si coglie il severo giudizio sul nostro paese: “La ragione per cui Provenzano è stato latitante per 43 anni è che ogni volta in cui polizia e inquirenti stavano per acciuffarlo, qualcuno dall’interno lo ha avvertito. È stata una combinazione di incompetenza e corruzione… Molte persone che hanno un ruolo nelle forze dell’ordine e nella polizia hanno connessioni con mafia”. E ancora: “Il senso civico, la giustizia, le istituzioni non funzionano. La gente ha più fiducia nella mafia che nello Stato. Quando qualcosa non va, è più facile rivolgersi a qualcuno interno alla mafia per mettere a posto le cose”.

Infine il racconto della cattura, tanto per sottolineare che non ha avuto nulla a che vedere con una cinematografica scena di Mission Impossible: “Alla fine lo hanno preso alla periferia di Corleone seguendo un pacco di panni lavati che gli aveva spedito la moglie…”

Provenzano scritto: l’ultimo (per ora) libro sul padrino

Bernardo Provenzano, catturato l'11 aprile 2006, dopo 43 anni di latitanza
Inseguito (per 43 anni), braccato, arrestato (l’11 aprile del 2006) e… raccontato.
È la storia di Bernardo Provenzano, l’ultimo padrino del Novecento. Lui ora si trova nel carcere di Novara, (dopo il recente trasferimento dal carcere di Terni a causa di una torta che - secondo quanto riportato dal Corriere della Sera ma smentito dalla direzione del carcere - sarebbe stata consegnata, nonostante il regime di 41 bis al superboss il giorno in cui ha compiuto 74 anni).
Insomma, lui dentro; la sua storia, i suoi segreti, i suoi legami, i suoi pizzini fuori. In libreria. Opinione comune è che la sua cattura possa dare una radiografia dettagliata di ciò che è stata la mafia in Italia e in Sicilia negli ultimi cinquant’anni. E quindi, ricostruire la caccia al padrino di Corleone, come ha fatto Pietro Grasso in Pizzini, veleni e cicoria. La mafia prima e dopo Provenzano (una lunga intervista rilasciata dal Procuratore nazionale antimafia al giornalista Francesco La Licata, pubblicato da Feltrinelli), diventa anche un “pretesto” per riaggiornare le famose “lezioni di mafia” a suo tempo scritte da Giovanni Falcone.
La chiacchierata tra Grasso e La Licata tocca le curiosità che appassionano l’opinione pubblica: lo stile di vita di un boss che tutti immaginano come un Re Mida e invece vive in una masseria e si nutre di miele e cicoria; la capacità di governare una regione intera (e forse di più) da un buco medievale del corleonese servendosi di un ancestrale sistema di comunicazione, quello dei “pizzini” scritti a fatica da un uomo che “ha la seconda elementare non finita”.
Questo testo sul “provenzanismo”, è uno dei tanti (troppi?) volumi sul capo dei capi di Cosa Nostra. Circa un mese fa era uscito per Laterza Il codice Provenzano firmato dal sostituto procuratore della Direzione Distrettuale Antimafia Michele Prestipino: il magistrato che in quello storico 11 aprile ha fisicamente fermato Binnu u tratturi (Bernardo il trattore, per la violenza con cui falciava le vite dei suoi nemici).
Ma le pagine di Grasso lanciano anche un appello di prevenzione a Cosa Nostra, rivolto agli addetti ai lavori (politici, magistrati e forze dell’ordine) e ai semplici cittadini.

Con tutti questi scritti, impossibile sbagliare…

Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Io la penso così, di Giovanni Fasanella
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
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