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Bersani

Il Pd espelle Lusi, non i suoi lati oscuri

Il senatore Luigi Lusi (Credits: La Presse)

Il senatore Luigi Lusi (Credits: La Presse)

Sì, vabbè, il Partito democratico ha definitivamente espulso “per incompatibilità” il senatore Luigi Lusi. Ma intanto lui, Lusi, ha già inguaiato due leader politici e tre partiti e mezzo. Appropriandosi indebitamente di 13 milioni di euro dalla casse del partito, il tesoriere della (fu) Margherita ha trascinato nel ridicolo Pierluigi Bersani, Francesco Rutelli, il Pd (per il quale Lusi è stato eletto senatore), la vecchia erelativamente gloriosa Margherita, l’Api (attuale partito di Rutelli) e in un certo senso il Terzo polo di Pier Ferdinando Casini, con il quale l’Api è federata. Bingo. Continua

Il «Penati-gate» tra garantismo e sospetti: ecco perché il Pd è così imbarazzato

MAURIZIO TORTORELLADa garantista, manifesto vicinanza nei confronti di Filippo Penati. Indagato a Monza per corruzione, concussione e finanziamento illecito dei partiti, accusato di illeciti legati a grande business dell’ex area siderurgica di Sesto San Giovanni, l’ex presidente della provincia di Milano martedì ha scritto una lunga lettera al Pd, il suo partito, rivendicando per sé «il diritto di ogni cittadino a poter svolgere una difesa efficace e a non subire pressioni politiche o non politiche di alcun genere». Continua

Pd allo sbando: la caduta dell’impero emiliano

Bologna, il crollo del Pd
di Stefano Brusadello

A conferma che spesso anche in politica il trionfo è l’anticamera della disgrazia, il mitico «modello emiliano» scricchiola proprio ora che ha raggiunto il massimo della sua potenza espansiva.
Continua

E nella corsa alle primarie, il Pd si scorda pure degli “operai” (o quasi)

franceschibersani

Mozione che vai e Partito Democratico che trovi. Le primarie per la conquista della segreteria nazionale del maggior partito di centrosinistra italiano sono entrate ormai nel vivo, tra guerre a colpi di sondaggi e pochissimo fair play.

Tre i candidati in campo: l’ex ministro Pierluigi Bersani, Dario Franceschini e Ignazio Marino. I pezzi da novanta del Pd hanno affilato i coltelli. Ma le vere primarie, dicono i commentatori più esperti, si giocano nelle segreterie delle regioni e sulla capacità di incrementare il numero di schede degli iscritti che poi andranno a votare (almeno curiosi gli aumenti esponenziali di iscritti nelle ultime settimane in Calabria e Campania).
E accanto alla conquista dei voti (e delle poltrone che contano), c’è, o almeno ci dovrebbe essere, la battaglia delle idee. Insomma, perché votare l’uno piuttosto che l’altro? 
Panorama.it
è andato a spulciare i testi delle tre mozioni (Bersani qui - Franceschini qui - Marino qui), su alcuni dei temi più caldi della politica nazionale. Scoprendo che dietro a tutti e tre si cela uno spettro, quello della politica del “ma anche” di Veltroni che ha portato il Pd sul baratro, e che l’unico a parlare di operai è un ex democristiano.

Il Pd e la vocazione maggioritaria
Ammesso che qualcuno, che non sia un dirigente del Pd, capisca cosa significhi vocazione maggioritaria (più o meno, conservare l’impostazione di Veltroni di un unico partito di centrosinistra, nell’ottica di un sistema bipolare, contrapposto al Pdl) ecco le tre posizioni.

Bersani
Da soli si può fare poco” recita il titolo della sezione dedicata al Pd nel testo della mozione. Per Bersani & C. “La vocazione maggioritaria non significa rifiutare le alleanze, ma, al contrario, renderle possibili, perché costruite nella chiarezza, sulla base di vincoli programmatici“. Detto altrimenti, sì all’incuicio con i nemici - amici dell’Idv, con i centristi dell’Udc e con quello che rimane (se ancora esiste) della sinistra radicale.

Franceschini
Dobbiamo dire con chiarezza che non torneremo a quella stagione delle coalizioni frammentate e litigiose, costruite con l’unico collante del nemico“. No quindi all’antiberlusconismo come unico collante del centrosinistra. “Difenderemo i principi del bipolarismo e dell’alternanza tanto faticosamente conquistati”. E in ultimo una stoccata a Bersani & C. “Non torneremo indietro, ad un centro-sinistra col trattino. Solo ipotizzarlo significa dichiarare fallita l’esperienza del Pd e non avere capito che quello schema non esiste più da tempo nel nostro popolo”.

Marino
Posizione terzista da parte del medico: partito maggioritario, ma anche (!) aperto alle alleanze. “Un partito che abbia un forte respiro maggioritario, che costruisca le proprie alleanze a partire dal proprio profilo e da quello che vuole per il Paese, non in base alla convenienza elettorale o al mero esercizio politicista di cui abbiamo avuto fin troppi esempi in questi anni”. Un giusto mix tra Franceschini e Bersani.

Nord e Sud: il federalismo
Bersani
Le soluzioni proposte dalla Lega piacciono a i bersaniani, che aggiungono l’aggettivo “solidale”. “Il federalismo responsabile e solidale è la rotta da seguire per avvicinare le istituzioni ai cittadini. Le sfide per l’immediato futuro si chiamano attuazione del federalismo fiscale, razionalizzazione e riforma delle autonomie locali, trasformazione del Senato in Camera delle Regioni e delle Autonomie“.

Franceschini
Anche dai franceschiniani arriva il “sì” alla riforma federalista dello Stato. “Noi non ci sottrarremo alla possibilità di condividere, anche da subito, con i nostri avversari una riforma che renda più efficace l’azione di governo e il ruolo del parlamento, cominciando dal passaggio ad una sola camera legislativa, con un senato federale ed un conseguente dimezzamento dei parlamentari eletti“.

Marino
Federalismo più soft da parte del medico e aperto alle istanze meridionaliste. “Riprendere e portare a termine il processo di decentramento, per motivi di efficienza economica e di trasparenza politica: maggiore capacità di rappresentanza degli interessi locali, maggiore responsabilizzazione dei politici locali, maggiore possibilità di scelta per gli operatori, maggiore crescita economica (…) Distribuire equamente le risorse tra Sud e Nord. Investire nelle infrastrutture per il Mezzogiorno”.

Immigrati

Bersani
Integrare quelli già presenti, ma regolare i flussi in base all’occupazione. “La stragrande maggioranza degli stranieri è in regola, vive in Italia da anni, spesso svolge un lavoro che noi non vogliamo più fare. A queste persone vanno riconosciuti i diritti civili e politici (…) Sull’immigrazione, abbiamo bisogno di regole chiare che dicano come si fa ad entrare in Italia e a stare in regola, come si incontrano domanda e offerta di lavoro, come si può avere in tempi certi il permesso di soggiorno. I flussi di ingresso devono corrispondere al fabbisogno occupazionale e rendere sostenibile l’inclusione dei nuovi cittadini”.

Franceschini
Il binomio, un po’ stridente, fermezza e accoglienza, caratterizza anche la soluzione di Franceschini & C. “Le risposte sono credibili se sanno coniugare fermezza nel contrasto all’illegalità, da chiunque provenga, con politiche di integrazione sociale e di accoglienza. Nel caso degli immigrati il rispetto della legge va imposto senza discriminazioni ma senza pietismi (…) Cominciando con il contrasto degli ingressi clandestini. Con un dimensionamento più realistico dei flussi. E rafforzando gli accordi bilaterali con i paesi di più forte immigrazione, e con un’azione congiunta dell’intera Unione europea”.

Marino
Integrare chi c’è già e chiudere le porte ai clandestini. “Cittadinanza ai ragazzi stranieri nati in Italia, agli immigrati di seconda generazione, in applicazione del jus soli, per favorire il senso di appartenenza alla loro nuova patria. Combattere e scoraggiare la clandestinità: accordi di riammissione con i paesi d’origine, sistema premiale per chi collabora a farsi identificare, sanzioni credibili e certe, lotta a scafisti e trafficanti, contrasto al caporalato (…) Destinare i Centri d’identificazione e di espulsione esclusivamente agli immigrati non identificati o che resistono all’identificazione, in attesa delle procedure utili ai fini dell’espulsione e per un periodo massimo di 35 giorni“.

Imprese o operai?

Bersani
Il termine “operaio” non viene mai citata nel testo della mozione (un caso?), mentre compare più volte quello di lavoratore e quello di imprese. Al di là della nota di colore, la soluzione Bersani tende alla riforma del welfare con l’introduzione del salario minimo e la ripresa delle liberalizzazioni. “Riformare il welfare vuol dire superare il dualismo del mercato del lavoro aprendo dei processi univoci di inserimento e di stabilità del lavoro; sostenere le famiglie e i loro redditi; introdurre un reddito minimo di inserimento (…) Ma l’obiettivo principale della riforma del welfare consiste nell’innalzare la qualità dei servizi”.

Franceschini
Chi l’avrebbe mai detto che l’ultimo a parlare degli operai fosse un ex democristiano? Il termine compare due volte. Quanto basta. Ma le soluzioni appaiono tutt’altro che di sinistra. “Vogliamo correggere un assetto produttivo e distributivo che ha svalutato in particolare il lavoro operaio e manuale. Per questo serve una politica che da una parte riprenda la lotta all’evasione e all’elusione, dall’altra alleggerisca la pressione fiscale sui redditi da lavoro e sulle pensioni (…) Ma la tendenza alla disuguaglianza va invertita con proposte attive: pensiamo allo sviluppo della rete, della banda larga, come all’investimento infrastrutturale più importante di questo decennio. Come vettore di crescita e di riduzione delle disuguaglianze territoriali”.

Marino
Anche al medico il termine “operaio” non piace più di tanto. Però si parla tanto di lavoro e di flessibilità. “Flessibilità bilanciata, quindi, è il nostro valore per regolare il mercato del lavoro: contratti a tempo indeterminato che consentano un rapporto continuativo e tendenzialmente stabile con il datore di lavoro“.

Finocchiaro & C: i non allineati del Pd in campo per salvare il partito (da se stesso)

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MULTIMEDIA: Candidati, pedine e alleanze. Con chi stanno i big del Pd

Per venti mesi il centrosinistra non ha fatto altro che imitare Berlusconi. E ora deve finirla.

Parola dei “salvatori” del Pd. O meglio, di coloro che si annunciano come tali. E, ovviamente, la “soluzione” per far rinascere il partito, dopo l’uscita di Walter Veltroni e la reggenza soft di Dario Franceschini, non è facile. Anzi. Per ora i “salvatori” si sono limitati a creare un nuovo cartello per le primarie, quello dei “non allineati”. E hanno scelto un nome. Che è già un programma: “Salviamo il Pd”, appunto. Hanno preparato, infine, una bozza - come anticipato da Il Messaggero - che sarà discussa alla prima uscita pubblica del gruppo, il 10 settembre al circolo XXV aprile di Firenze, la città in mano al giovane sindaco Matteo Renzi, che ha ereditato la città da Leonardo Dominici. È il gruppo dei non allineati. Stando ai nomi più noti,  Anna Finocchiaro (capogruppo dei democratici al Senato, che ancora non si è sbilanciata), Vannino Chiti, Antonello Cabras, Fabrizio Morri e Silvio Sircana, l’ex portavoce di Romano Prodi, è difficile dire da che parte si schiereranno.

Alcuni dei firmatari, però, stanno con Pier Luigi Bersani - Nicola Zingaretti e Andrea Orlando, per esempio - ma nel documento si parla di vocazione maggioritaria, che sa tanto di Franceschini. E l’outing di Finocchiaro & C. a settembre potrebbe avere un effetto opposto: creare altra confusione in un partito già assai diviso.

Altro che parlare chiaro…
La bozza del documento è lunga e di non facile comprensione, tanto per ribadire la vicinanza della dirigenza del Pd ai ceti popolari, che specialmente al Nord sembrano preferire i toni della Lega, ruvidi quanto espliciti. Qualche esempio: “Nessuna enfasi maggioritaria né una qualche tentazione proporzionalista possono cancellare la durezza e la corposità dei problemi con cui abbiamo a che fare per costruire la vocazione maggioritaria”. Tradotto: né con Franceschini (enfasi maggioritaria) né con Bersani (tentazione proporzionalista), costruire un Pd solido è cosa assai difficile. E ancora. “Se si guarda al contenitore invece che ai contenuti la vocazione maggioritaria si cancella a vantaggio della ricerca di quella o di talaltra variante del sistema istituzionale ed elettorale che più determini una rendita di posizione del Pd però del tutta presunta”. Tradotto: bisogna guardare anche a contenuti comuni, altrimenti si pensa solo al partito (e alle poltrone) e a un sistema in grado di farlo sopravvivere.

Un partito che scimmiotta il Cavaliere
Il Pd, scrivono i “salvatori”, in questi primi venti mesi è stato un mix di partito immagine (rinnovamento senza politica) e riformismo debole. Meglio: “Un mix che si traduce da un lato nell’imitazione di Berlusconi e dall’altro in un riformismo incapace di passare dal Lingotto alle aule parlamentari e alla società”. Per questo bisogna guardare avanti. “Lo stesso processo di costruzione di una leadership autorevole deve fare i conti con quei condizionamenti interni. Non è in discussione la qualità delle persone in campo, ma senza una soluzione di continuità che faccia implodere e disperda le appartenenze originali sulla base di un vero confronto politico, il nuovo non può nascere”. Insomma, se si continua così, né Bersani nè Franceschini ce la faranno a risollevare il centrosinistra.

E nella confusione rispunta il “ma anche”
Ma alla fine, quali soluzioni propongono i salvatori del Pd? I temi trattati sono molti, dal federalismo alla leadership di partito, fino allo stato sociale. E a tratti, rispunta la politica veltroniana del “ma anche”. Come sulle pensioni: “Pensiamo alla loro riforma: si può ragionare in termini di pensionamento flessibile, ma nessun sistema previdenziale può evitare di avere un’età pensionabile di riferimento che è opportuno che sia periodicamente modificata”. I “salvatori”, poi si ispirano a posizioni leghiste, per conquistare il Nord. “La riforma dello stato si deve intrecciare con la svolta federalista: attuazione della riforma del titolo V a partire dalla formazione del Senato federale, cancellazione del bicameralismo perfetto, dimezzamento del numero dei parlamentari“. E il Pd? “Deve restare un partito degli iscritti e degli elettori”, ma anche “aprirsi alle forze disperse, disilluse, stanche, rifugiate nei facili richiami populisti dell’intero arco del centrosinistra”. Con buona pace del nemico - amico Di Pietro. E di Veltroni.

Barracciu, la “mora” sarda che tifa Franceschini. Per cacciare la Casta (del Pd)

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“Vengo da un paesino in provincia di Nuoro e ho fatto la gavetta in Comune”. Si presenta così la barbaricina Francesca Barracciu, 43 anni, consigliere regionale della Sardegna, in lizza per l apoltrona di segretario regionale del Pd (con gruppo di fans su Facebook) e in prima fila nella lista Semplicemente democratici a sostegno di Dario Franceschini come candidato alla segreteria nazionale del Pd, assieme alla giovane collega friulana, Debora Serracchiani; lo rivendica con una punta di orgoglio (e non poca voglia di vendetta politica).
È lei - occhi scuri e capelli corvini - che vuole contribuire a dare una spallata a D’Alema & C., sostenitori della mozione Bersani. Nata a Sorgono, sperduto paesino del Nuorese, dove è tuttora sindaco, è stata eletta nel consiglio regionale della Sardegna ed è il segretario uscente del Pd sardo. È caparbia e determinata. “Altro che veline e figurine date in pasto ai media: io e Debora facciamo sul serio e siamo parte di quella schiera di trentenni e quarantenni impegnati da anni nell’amministrazione del territorio”, ripete più volte. “Peppone” Bersani, l’emiliano? Per i suoi gusti “È antiquato”. Beppe Grillo, il genovese? “È un comico che non fa più ridere”. E Tonino Di Pietro, il molisano? “Vorrei essere cattiva, ma mi limito a dire che è emblematico”. Insomma, taglia e cuce. E al rinnovamento dal basso, ci crede davvero.

La sfida tra Bersani, Franceschini e Marino parte dalle segreterie regionali. E la conquista di queste potrebbe significare un successo in autunno al congresso nazionale. Non c’è il rischio di aumentare la litigiosità all’interno di un partito già diviso?
Credo di no, anzi si aumenta la discussione interna. Il nostro è un congresso vero dove si confronteranno idee e mozioni precise per il futuro del partito e del paese. Un congresso autentico, come dicevo, caratterizzato da una viva dialettica e questo dimostra che il Pd è un partito al plurale. E chi vincerà le primarie sarà effettivamente la guida di tutti.

Lei appoggia Franceschini. Parliamo allora degli altri due candidati: pregi e difetti di Bersani.
Ho sempre ritenuto che Bersani sia stato un ottimo uomo di governo capace di fare scelte coraggiose. Sul versante del partito, però, ha un’idea che ci porta indietro nel tempo, una visione antiquata basata sulle alleanze con altri partiti.

Ignazio Marino: un candidato bruciato dallo scoop de il Foglio? Ormai è una corsa due?
Non credo che Marino sia stato bruciato dallo scoop e bisogna vedere che cosa c’è sul serio dietro questa notizia. Per il resto Marino si pone come unico rappresentante della laicità, cosa che non è solo di suo appannaggio. La laicità è ben rappresentata anche dalla mozione Franceschini, per questo l’idea del partito di Marino è troppo particolare e ristretta, perché legata solo a questo aspetto.

Come giudica l’uscita di Beppe Grillo, che si voleva candidare alle primarie?
È stata una provocazione e la sua candidatura era inaccettabile, visto che ha trascorso gli ultimi due anni a massacrare il Pd e a non condividere nulla delle sue posizioni. Allora, perché mettersi alla testa di un partito che si detesta in pubblico? Lo trovo decisamente presuntuoso: lui che da sempre distrugge la politica, che si fa baluardo della legalità e della moralità, all’improvviso vuole diventare un politico come quelli che ha sempre criticato? È una contraddizione. Secondo me, è meglio che Grillo torni a fare il comico, sempre se riesce ancora a far ridere qualcuno.

Grillo baluardo della “legalità e della moralità”. E Di Pietro?
(Dopo la domanda, la Barracciu fa un profondo sospiro e si prende una ventina di secondi per rispondere, ndr)
Di Pietro è emblematico, non dico altro.

I pezzi grossi si sono schierati (D’Alema, Bindi, Letta con Bersani, mentre Veltroni, Rutelli e Fassino con Franceschini) poi i giovani a seguire. I candidati alla guida del Pd hanno tutti sopra i 50 anni. Anche in politica i giovani italiani sono “bamboccioni” e non sono in grado di esprimere un loro candidato?
Negli ultimi vent’anni è stato fatto pochissimo per rinnovare la classe dirigente e non è stato fatto niente per stimolare e farla rinascere in modo naturale. Gli unici rinnovamenti si sono avuti a livello locale, soprattutto da parte dei sindaci che sono a stretto contatto con la gente. C’è un’ampia spinta dal basso per togliere il tappo che è stato messo in questi anni al partito dalla vecchia classe dirigente. E Franceschini rappresenta questo movimento per rinnovare il partito, in quanto è stato l’unico a puntare sui trentenni e sui quarantenni impegnati nelle amministrazioni del territorio (400 giovani amministratori locali sono a suo favore, ndr). Il contrario di Bersani.

Pd e Pdl, per esempio alle europee e regionali di giugno, hanno puntato sui giovani ed entrambi i partiti negli ultimi mesi hanno organizzato per loro corsi di formazione “ad hoc”. Poi però nei posti che contano ci sono quasi sempre gli stessi nomi, ormai da vent’anni come diceva lei, sia al Governo sia all’opposizione. Come mai?
Purtroppo è questo il vero problema dell’Italia. C’è un gruppo dirigente che non vuole spostarsi da due decenni. Ed è duro cambiare i vertici del partito, come stiamo facendo in Sardegna da alcuni anni. A livello nazionale troviamo la resistenza di chi non vuole lasciare la poltrona e abbandonare il potere, per queste persone è difficile. Per questo faccio un appello ai trentenni, ai quarantenni e alle donne: non fatevi strumentalizzare da chi vi usa solo per scopi elettorali, ma scegliete in totale autonomia, sapendo che l’impegno politico non è a vita. Io vengo dall’amministrazione locale: sindaco di un paesino in provincia di Nuoro, eletta consigliere la prima volta a 28 anni, poi assessore per cinque. Tanta gavetta nei Ds e nel Pd. Mi sono formata così, a contatto con la gente, non vengo da esperimenti subitanei.

Giovani, impegnate e carine. Non è che lei e la Serracchiani, passate le primarie, verrete messe un po’ da parte, come è successo alla fanciulla del Pd di Veltroni, Marianna Madia, tanto declamata in campagna elettorale e poi diventata una dei “peones” a Montecitorio?
Non ho questo timore. Io e Debora militiamo da anni nelle amministrazioni del territorio e abbiamo il privilegio e la responsabilità di rappresentare con le primarie qualcosa in più. E continueremo a farlo anche al di fuori dei riflettori, sapendo che l’impegno politico non deve durare a vita.

Pd, cercasi “terzo incomodo” nella lotta per il congresso

Debora Serracchiani sta con Franceschini

L’uomo del Nord ha detto “No”. Fatti due conti di tessere e appoggi tra i big, vista l’incompatibilità (l’esempio di Veltroni a Roma è recente) tra la carica di sindaco di una grande città e la candidatura al principale partito di opposizione, Sergio Chiamparino ha stroncato sul nascere le speranze dei molti che lo volevano candidato al congresso d’autunno, terzo incomodo tra i due big Franceschini e Bersani.

La delusione dei “Piombini”

Il sindaco di Torino era stato uno dei più applauditi giovedì scorso all’assemblea del Lingotto davanti alla platea dei “Piombini“, i cosiddetti “giovani” democratici che vogliono ridare slancio e una nuova prospettiva al partito. E che adesso dovranno puntare su un altro nome o sostenere senza troppo entusiasmo Bersani o Franceschini. “Di già?” titola laconico e deluso Luca Sofri il suo post su Wittgenstein, uno dei loro blog di riferimento, a commento della decisione di Chiamparino.
Proprio Sofri insieme con Pippo Civati, Debora Serracchiani e molti altri amministratori locali era stato uno dei promotori dell’incontro al Lingotto. Dando voce a un crescente malessere tra gli elettori democratici cui la rete ha dato forma con i blog: “Abbiamo bisogno di avere la possibilità di votare un’alternativa, che non è rappresentata né da Bersani né da Franceschini, persone che stimo e ho apprezzato per quello che hanno fatto ma che rappresentano le due facce della stessa medaglia” scrive in un commento un lettore, Marco, trovando le parole per dire ciò che pensano in molti, anche nei sondaggi on-line.

E Debora sta con Dario

Scartato il neosindaco di Firenze Matteo Renzi, uno dei “Piombini” della prima ora, gli sguardi si rivolgono a Debora Serracchiani. Ma la sorpresa delle europee non sembra volersi immischiare in una sfida troppo grande: “Sosterrò Franceschini. E’ il più simpatico” dice in un’intervista a Repubblica che ha scatenato la reazione inviperita di molti uomini dell’apparato Pd (“Ora la simpatia è una categoria politica?”). Un appoggio che potrebbe pesare a favore dell’attuale segretario, ma per molti altri la presenza tra i suoi sostenitori di ex Margherita come Fioroni fa pensare a un passo indietro sui temi della laicità, molto sentiti dall’elettorato giovane. “Al Lingotto, nonostante le attese, non si è voluto parlare di nomi - per ribadire il principio, sovente dimenticato, che le cose da fare devono essere anteposte logicamente e cronologicamente agli organigrammi - ma è stato chiaro che voltare pagina è un esercizio non più rinviabile” scrive Ivan Scalfarotto, un altro dei blogger democratici più seguiti, che già tentò la candidatura-spot nel 2005.

I possibili outsider: Civati e Marino

E allora chi potrebbe essere l’outsider? Uno dei personaggi più applauditi on-line è il consigliere provinciale di Milano Giuseppe Civati, che sul suo blog commenta citando Blade Runner: “Io ne ho viste cose che voi democratici non potreste immaginarvi. Candidature in fiamme al largo dei bastioni di Torino, e ho visto i raggi B (!) balenare nel buio vicino alle porte del Lingotto, e tutti quei momenti andranno perduti nel tempo e nel Congresso, se qualcuno non vi porrà attenzione“. Gad Lerner, dal suo sito, invita “i sedicenti giovani di Piombino” a esprimere un candidato e le donne a farsi avanti, perché “il paese avrebbe tutto da guadagnare se si facesse avanti (non per cooptazione) una leadership democratica femminile, quella a cui la Finocchiaro si rivela incapace di aspirare per moto proprio”. Un altro dei nomi che ricorrono più frequentemente come alternativa possibile è quello di Ignazio Marino, chirurgo e senatore Pd, che in molti vedrebbero bene in ticket con Civati. Ma sono più le suggestioni che le certezze, come sottolinea ancora Sofri: “Che forza ha in vista di un congresso? A me pare un bel rapporto da costruire, non un portabandiera”.

Insomma, nessun Obama all’orizzonte. Ma i democratici che speravano nel “Chiampa” sono ancora alla ricerca del loro terzo litigante. Che possa godere tra gli altri, soliti due: D’Alema e Veltroni.
Pardon, Franceschini e Bersani.

Chi dovrebbero candidare i “giovani” del Pd per ridare slancio al partito?

Bersani - Franceschini, le prime mosse della partita per il congresso Pd sono on-line

francebersa

La GALLERY: Stai con Franceschini o con Bersani? LEGGI ANCHE: Il “chi sta con chi” nella sfida a leader del Pd

“Il Pdl è in declino”. “La spinta propulsiva del berlusconismo è finita”. Dalle parti del Pd, passata la bufera del voto europeo e amministrativo si pensa già al congresso del prossimo autunno. La sconfitta c’è stata, ma non si è trattato del crollo totale che si attendeva. Per questo i due candidati principali alla segreteria rilasciano dichiarazioni speranzose. E intanto muovono le prime pedine in vista dello scontro. On line .

Il blog di Bersani
I due non si attaccano, per ora, anzi, la polemica è in sordina. La prima mossa tocca all’ex ministro, con un messaggio sul suo sito. “Nell’insieme non è stato un risultato buono per noi, ma la destra deve ridimensionare le sue aspettative” scrive Bersani a proposito del voto, poi parla al Pd: “Dobbiamo parlare dell’Italia, di noi e dell’Italia; delle idee che abbiamo per il nostro Paese e di come farle vivere in un rapporto reale con i territori e con i cittadini. Non ci sono scorciatoie né colpi di comunicazione risolutivi.” Una frase, quest’ultima, che sembra una critica alla strategia del gossip anti-berlusconiano. Per Bersani la sua sarà “una candidatura che non si rivolge contro nessuno e che vivrà in piena solidarietà con tutti gli amici e tutti i compagni del PD, comunque la pensino; ma che non rinuncerà alla chiarezza delle posizioni politiche”.
Per l’ex ministro “non dobbiamo inventarci una nuova generazione, né evocarla per simboli. Credo che ci sia già, nel lavoro, nelle professioni, nelle amministrazioni, nel partito. Con questi giovani che sono già in campo farò il mio primo intervento pubblico il 1 luglio a Roma. Parlerò di politica e presenterò le mie idee”.
Franceschini in video e Veltroni su Facebook
Il 1 luglio. Un giorno prima dell’incontro che ha proposto Walter Veltroni al Centro congressi Capranica per il 2 luglio, annunciato sul suo profilo Facebook con queste parole: “di tutto abbiamo bisogno tranne che di ritorni a un passato che ha poco da dire” e con il sostegno “a Dario Franceschini e al suo sforzo intelligente”.
Insomma, la sfida è lanciata. E Franceschini l’ha raccolta da questa mattina. Sul suo sito personale un video pre-elettorale contro Berlusconi è stato sostituito con un filmato in cui il segretario Pd ufficializza la sua candidatura. “Oggi potrei dire missione compiuta” dice, “il quadro è cambiato, siamo il primo partito nell’area riformista in Europa”. “Pensavo fosse possibile passare il testimone alle nuove generazioni” prosegue Franceschini, “però ho visto riemergere personalismi e litigi. Oggi non mi sento di tradirli, non posso riconsegnare il partito a quelli che c’erano prima di me, molto prima di me. Investirò su una nuova squadra, fuori da ogni vecchia appartenenza”.
Giovani e “Piombini”
Ma come si schiereranno i tanto corteggiati giovani e i blog che seguono le vicende del Pd? La domanda diffusa, espressa anche dal voto europeo, è per il rinnovamento. I successi personali di Matteo Renzi e Debora Serracchiani sono segnali alla segreteria. Tanto che sia l’asse Veltroni-Franceschini (”recuperare lo spirito del Lingotto”), sia Bersani-D’Alema se li contendono. La Serracchiani potrebbe essere l’asso nella manica dei veltroniani e parteciperà all’incontro promosso dal primo leader Pd.
Bersani scopre i giovani” ironizza il 34enne Giuseppe Civati, uno dei “Piombini“, il gruppo “di lavoro, non siamo una corrente ” che si è convocato a Torino il 27 giugno e che comprende anche un altro blogger, candidato alle europee, Ivan Scalfarotto. Ma Civati ne ha anche per Franceschini: “Parlare di declino della destra quando si perde nella regione più importante d’Italia è perfetta chiosa di una classe dirigente nazionale che da 15 anni non è capace di parlare a un terzo degli italiani, che vivono sopra il Po”. Lo stesso Civati, consigliere regionale in Lombardia, secondo l’Unità, è dato in corsa come possibile sorpresa in vista del congresso, ma lui sul suo blog respinge con una battuta: “Mi sono rotto i cognomi”.

Regole criptiche
Chi si occupa delle fasi pratiche che porteranno al congressone è invece Luca Sofri, con un post su Wittgenstein in cui tenta di ricapitolare il percorso regolamentare previsto dallo Statuto “è un casino tale che solo alcuni monaci cistercensi sono riusciti a decifrare esattamente la volontà dell’estensore”.

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