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Napolitano nell’inferno dell’Aquila: “In Abruzzo, soccorsi straordinari”

napoabruzzo

“Sono qui per dovere, per sentimento e anche per ringraziarvi per tutto quello che state facendo”.
Usa queste parole il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, rivolgendosi a un gruppo di vigili del fuoco nella Scuola della Guardia di Finanza che ospita il quartier generale della Protezione civile per le operazioni a favore delle popolazioni colpite dal terremoto.
“È uno sforzo” ha aggiunto il Presidente della Repubblica “di efficienza e di generosità straordinari nell’ambito delle organizzazioni dello Stato e della mobilitazione dei cittadini”.

Il primo gesto di Giorgio Napolitano, appena arrivato sui luoghi dell’inferno dell’Aquila, è stato quello di rendere omaggio alle 279 vittime, recandosi insieme al capo della Protezione civile Guido Bertolaso nell’hangar in cui sono allineate, in una fila interminabile, le bare in attesa del funerale di Stato che si svolgerà domani.
Il bilancio provvisorio delle vittime accertate sale di ora in ora: solo due i corpi ancora senza nome, un ragazzo e di una ragazza, gli ultimi che mancavano all’appello, almeno in base alle segnalazioni giunte. Le speranze di ritrovare qualcuno vivo sotto le macerie si stanno affievolendo.
Sono passate più di 24 ore dall’ultimo salvataggio, oltre 72 ore dalla tragedia che ha fermato il tempo alle 03,32 a L’Aquila e dintorni: tempi che, statisticamente, lasciano poche speraze per quella decina di persone che figurano ancora nella lista dei dispersi

Napolitano è entrato da solo nel locale. Ha trovato un sacerdote e alcuni scout in preghiera. Si è soffermato in raccoglimento, osservando quel terribile spettacolo di morte che dà visivamente l’immagine dei lutti causati dalle scosse di questi giorni. Il Presidente ha osservato con particolare commozione le bare bianche, quelle dei bambini e dei ragazzi.
È rimasto colpito il Presidente da una bara sulla quale ne era posata una piccola bianca. All’uscita, visibilmente provato dall’esperienza ha incontrato i familiari delle vittime, ascoltando le loro storie. Una coppia di anziani si è presentata a lui stringendo forte un ragazzo e dicendo: “Presidente, solo questo ci è rimasto”. Napolitano ha detto parole di cordoglio e ha ribadito il suo impegno affinché lo Stato, come è stato ampiamente assicurato, faccia il massimo sforzo per assistere gli sfollati e ricostruire le case, e perché questo sforzo sia svolto con continuità fino a raggiungere l’obiettivo.

Poi, fuori, lo stizzito e pressante invito a “farsi da parte”, rivolto ai fotografi. Il Presidente si trovava in visita a Onna, il borgo di 350 anime che conta 40 morti e che non c’è più. Visibilmente innervosito dalla presenza dei fotoreporter che gli erano vicino, Napolitano ha allargato le braccia e ha detto loro: “Poiché non sono venuto qui per farmi fotografare da voi, fatevi da parte”.
Un anziano sopravvissuto di Onna con voce commossa ha detto queste parole: “Non dimenticatevi di noi, Presidente, non dimenticateci…”. Il Capo dello Stato si è trattenuto una quindicina di minuti ad Onna, visitando la tendopoli allestita per gli sfollati dalla Protezione civile e incontrando brevemente un gruppo di terremotati. Il presidente Napolitano ha ascoltato le loro richieste, ha stretto mani e ha avuto parole di conforto per gli abitanti del piccolo borgo dell’Aquila devastato dal sisma. Al presidente della Repubblica si sono rivolti in particolare il medico del paese ed una religiosa che hanno illustrato a Napolitano alcune delle richieste della popolazione.

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Trema ancora l’Abruzzo: scossa all’alba. 250 morti: venerdì i funerali

 Chiesa di Santa Maria a Paganica

Sale il numero dei morti e dei feriti. Inesorabilmente, l’ultimo bilancio della Protezione civile parla di 250 morti accertati per il terremoto che ha colpito l’Abruzzo. E ancora non si tratta di un numero definitivo. Undici corpi non sono stati ancora identificati.
Non definitivo purtroppo, neanche il numero delle scosse che continuano a far tremare la terra de L’Aquila e dintorni: molto forte quella di martedì sera, che alle 19:47 ha provocato nuovi danni, meno intense invece quelle registrate intorno alle 23:30 e dopo la mezzanotte. Secondi interminabili di di paura, e di brutti ricordi, per i 25 mila sfollati de L’Aquila, costretti sotto le tende all’ennesima notte d’angoscia. E di freddo: la temperatura è calata fino a 4-5 gradi. Troppo poco per chi è scappato di casa senza vestiti e sulla testa ha solo la tela delle tende montate in fretta e furia dai soccorritori.
I pochi che ancora hanno un tetto vero sotto cui vivere hanno preferito aspettare il giorno in macchina. La paura e il panico sono ancora troppo grandi per infilarsi di nuovo nell’uscio di casa. “La vede? È su da 100 anni e non ha subito nessun danno”, dice un uomo con la barba di tre giorni sul volto. “È una casa sicura, solida” aggiunge “e dentro potremmo dormire meglio. Ma come faccio a fidarmi dopo che quello che è successo?”. Dentro la sua auto, parcheggiata sul marciapiede davanti a casa all’inizio di via XX Settembre, ci sono la moglie, i figli e i genitori anziani. “Stiamo stretti” osserva riuscendo perfino a fare un mezzo sorriso “ma almeno ci scaldiamo”.
I soccorritori, che lavorano ormai da 48 ore, non li hanno dimenticati. Volontari della Protezione civile girano per la città e distribuiscono a queste persone una coperta, qualche bevanda calda e una parola di conforto quando i piedi tremano per le scosse dello sciame sismico. Più in alto, vicino al centro che ieri sera le forze dell’ordine hanno chiuso per precauzione, si continua a scavare. L’esempio di Eleonora Calesini, 20 anni, estratta viva dalle macerie dopo 42 ore, ha restituito un po’ di forza anche ai Vigili del fuoco che scavano alla ricerca dei quattro giorni dispersi sotto le macerie della Casa dello studente.
Ormai la grossa cesoia messa in funzione ieri pomeriggio ha finito di abbattere l’ala pericolante dell’edificio e tra poco si potrà riprendere a cercare. “Continuiamo a lavorare” dicono i pompieri “anche se le speranze si fanno sempre più flebili”.

Martedì 7 il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha indicato in 48 ore il termine delle ricerche. Poi i dispersi, ancora una trentina, andranno ad aggiungersi all’elenco delle vittime. Per loro, probabilmente venerdì alle 11, si svolgeranno i funerali di Stato.
L’ipotesi è ancora al vaglio di una riunione presieduta dal capo dipartimento della Protezione civile Guido Bertolaso, in corso questa mattina nel capoluogo con i rappresentanti degli enti locali. “Quella di fare le esequie venerdì è un’ipotesi che stiamo valutando”, ha infatti detto la presidente della Provincia Stafania Pezzopane. Le esequie solenni si dovrebbero tenere alla presenza delle più alte cariche dello Sstato ed è molto probabile che si svolgano nel piazzale delle Armi della Scuola ispettori della GdF a L’Aquila, dove ora sono ospitate le salme delle vittime.
Dovrebbe esserci anche il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per i funerali delle vittime del terremoto. Il Capo dello Stato fin dal primo momento ha seguito l’evolversi della tragedia tenendosi in stretto contatto con tutte le autorità coinvolte e anche con i rappresentanti degli enti locali. La sua visita in Abruzzo è stata esclusa nell’imminenza della tragedia per evitare di intralciare i soccorsi ma in occasione dei funerali la sua presenza non mancherà.

Il VIDEO servizio:

LEGGI ANCHE: 6 aprile, 03.32: catastrofe in Abruzzo - Lo SPECIALE di Panorama.it - I sopravvissuti raccontano il terremoto sul web

Rosso all’Unità: contro i tagli di Soru la redazione in sciopero

Concita de Gregorio

È già scattato, questa mattina, il primo dei 5 giorni di sciopero indetti dalla redazione dell’Unità contro il piano presentato dall’amministratore delegato, che prevede una drastica riduzione degli organici del giornale e il taglio delle cronache locali. Da stamattina è ferma per 24 ore unita.it, l’edizione on line del quotidiano, che domani non sarà in edicola.
Oggi doveva esserci un incontro con la proprietà, ma è slittato, di qualche giorno.

In un comunicato della redazione, pubblicato dall’Unità oggi in edicola, si dice che la decisione di attuare la giornata di sciopero è stata presa “all’unanimità dalle redazioni di Roma, Bologna, Firenze, Milano e dell’on line, per respingere l’ipotesi di drastico ridimensionamento aziendale prospettato dall’amministratore delegato”. Ridimensionamento “che provocherebbe gravissime ripercussioni sugli organici e sulla fisionomia stessa del prodotto. Tutto questo” continua la nota delle redazione “malgrado i positivi risultati di vendita e i piani di rilancio della testata messi in atto non più di quattro mesi fa”.
L’assemblea respinge, inoltre, “i tempi strettissimi della trattativa e, in particolare, ritiene inaccettabile la data ultimativa del 23 marzo, fissato come termine ultimo per la scongiurare lo stato di insolvenza”.

Una situazione precipitata in poco tempo, anche se - dopo l’esito delle elezioni sarde - qualcuno l’aveva temuto. L’editore Renato Soru, chiede una “cura drastica” per il quotidiano, rilanciato con la nuova direzione di Concita De Gregorio pochi mesi fa, con esiti soddisfacenti dal punto di vista della credibilità del progetto e delle vendite. A quanto scrive il quotidiano Italia Oggi, nel 2008 la perdita è stata di quasi 8 mln di euro, nel 2007 il rosso di 5 mln di euro, e poi -1,4 mln nel 2006, -1,1 mln nel 2005 e -248 mila euro nel 2004. E Soru non sarebbe pronto a ricapitalizzare l’azienda con 4 milioni di euro, come dovrebbe avvenire entro l’ormai prossimo 23 marzo.

Al momento si salverebbero le cronache locali di Bologna e di Firenze (tradizionali roccaforti, specie l’Emilia-Romagna delle vendite del quotidiano), ma ci sono timori per il dopo elezioni. Infatti a Bologna e Firenze si volta per il Comune e la chiusura potrebbe essere solo prorogata di qualche mese.

Università e tagli. Da Gelmini la mappa degli sprechi

Mariastella Gelmini

A stemperare i toni; a specificare che non si sta assistendo a un altro scontro tra Quirinale e Palazzo Chigi; a dire che sì, insomma: “Le preoccupazioni del Presidente sono anche le preoccupazioni del Governo”, ci pensa, poche ore dopo le affermazioni di Napolitano, il ministro dell’Istruzione e dell’Univesrità, Mariastella Gelmini. Che specifica: lo scopo della riforma, l’intento del governo è prorpio premiare le università migliori e tagliare gli sprechi. Per il ministro la crisi economica internazionale “deve trasformarsi in una grande opportunita’ per rivedere il sistema di Istruzione in Italia, un sistema in cui il problema principale non e’ quanto si spende ma come vengono spese le risorse pubbliche”.
È necessario utilizzare al meglio le risorse per università e ricerca in Italia; non è solo un problema di risorse destinate all’università ma come queste vengono impiegate, ha ribadit il ministro Gelmini. E Viale Trastevere, a supporto di questa affermazione, ha ricordato in una nota alcuni dati.
In percentuale in Italia si laureano meno studenti che in Cile, questo anche se nel nostro Paese ci sono 95 università. Oltre alle sedi centrali esistono più di 320 sedi distaccate. Sono attivi 37 corsi di laurea con 1 solo studente e 327 facoltà con 15 iscritti. Nel 2001 i corsi di laurea erano 2444, oggi sono più che raddoppiati arrivando a 5500. Negli altri Paesi Europei, la media dei corsi dei laurea è la metà. Le materie insegnante nelle università italiane sono circa 170.000, contro una media europea di 90.000. Nessun ateneo italiano è entrato nella graduatoria delle migliori 150 università del mondo stilata dal Times.
La prima nostra università che compare è Bologna al 192esimo posto. Negli ultimi 7 anni sono stati banditi concorsi per 13.232 posti da associato ma i promossi sono stati 26.000. Si sono moltiplicate cattedre e posti per professori senza tener conto delle reali esigenze degli studenti, aumentando la spesa in maniera incontrollata. Molte università italiane hanno i conti in rosso.
L’Università di Siena, ad esempio, spende per il personale il 104% del suo finanziamento e la Federico II di Napoli il 101% con decine di milioni di euro di passivo.

A specificare l’intervento del ministro Gelmini, intreviene anche il collega Renato Brunetta, ministro della Pubblica Amministrazione e l’Innovazione: “Non ci sono stati tagli indiscriminati”, ha commentato. “Lo dico” ha aggiunto il ministro “senza alcuna polemica”. “Abbiamo tagliato 36 miliardi di euro per il triennio 2009-2011 di spesa corrente” ha proseguito Brunetta, a margine della firma di un protocollo di intesa con l’università Roma 3 “con la manovra finanziaria di luglio abbiamo salvato l’Italia”. Rispetto alla ricerca, “il governo ha un’enorme attenzione”, ha concluso Brunetta, “lo dico io che sono un professore universitario e lo dimostrano i protocolli di intesa” già firmati per la digitalizzazione degli atenei romani

Berlusconi spiega l’anno che verrà: ecco l’agenda del governo per il 2009

Silvio Berlusconi

Che ci sia Di Pietro dietro le inchieste sul Pd, Silvio Berlusconi la ritiene una “sciocchezza assoluta”.
Questo, categorico, è uno dei passaggi dell’intervista che il premier ha rilasciato a Il Giornale: “Non sono un esperto di complotto” dice il premier “so però che in Italia ci sono duemila pm fuori da ogni controllo”. Per questo “affermare che ora sono pilotati da Di Pietro mi sembra una sciocchezza assoluta”.
Il Cavaliere ribadisce la sua posizione “garantista con tutti, specialmente nei confronti dei nostri avversari politici”. Quindi non entra nel merito “di accuse che attendono tre gradi di giudizio”. Però “è certo: la sinistra pensava di essere ‘diversa’, di avere una sorta di monopolio dell’etica. Non è mai stato vero nel passato, non è vero adesso”.
La riforma della giustizia, ha detto inoltre il Cavaliere: “arriverà nella prima seduta del Cdm del nuovo anno”. Con la crisi “è il momento giusto per fare riforme che non incidono drammaticamente sui costi pubblici, come quella della giustizia, del processo civile e di quello penale, oltre che delle intercettazioni telefoniche”. Nella riforma ci sarà la separazione delle carriere, con i “magistrati accusatori, che chiameremo ‘avvocati dell’accusa’: dovranno avere gli stessi doveri e diritti degli avvocati della difesa”. Quanto alle indagini, “restituiremo alla polizia giudiziaria il ruolo che aveva sin dal 1989 mentre ora l’iniziativa è nelle mani dei pm, di fatto sottratti a ogni controllo con conseguenze devastanti”.
Riforma da fare, anche con i soli numeri della maggioranza. Perché il “Veltroni dialogante del Lingotto non si è mai visto” e l’abbraccio con Di Pietro si sta rivelando “mortale per il Pd”, ripete Berlusconi, ribadendo che non siederà “mai al tavolo” con chi “insulta l’interlocutore ogni giorno”.
Berlusconi affronta poi alcuni dei principali temi politici ed economici. Sulla parificazione dell’età pensionabile delle donne dice: “Si potrà fare in modo graduale e volontario. Non è praticabile l’ipotesi di lasciare senza esecuzione la sentenza della Corte di giustizia europea”. Berlusconi esclude poi interventi più generali sulle pensioni. “Già in campagna elettorale avevamo escluso di intervenire di nuovo sulle pensioni - dice il premier - anche se c’era un buon motivo per farlo. Il Governo Prodi, per tenersi buoni i sindacati, aveva infatti manomesso la nostra riforma per eliminare il cosiddetto ’scalone’, con un costo di 10 miliardi di euro per il bilancio pubblico. Si tratta di un onere ingente, del tutto ingiustificato se si pensa che serve per mandare in pensione chi ha appena 58 anni ed ha davanti a sé una aspettativa di vita di almeno altri 20 anni”.
Sulla pressione fiscale: “Sono certo” spiega il premier “che entro la fine della legislatura la rivoluzionaria innovazione della finanziaria per tre anni, inattaccabile dalle lobbies parlamentari, darà i suoi frutti e ci consentirà di far scendere la pressione fiscale”. Per farlo, però, oltre a “ridurre drasticamente il costo della macchina statale” bisogna intervenire anche sull’evasione fiscale, uno dei problemi “più seri” da risolvere. Cui darà un forte contributo l’approvazione del federalismo. “Entro la fine della legislatura la rivoluzionaria innovazione della Finanziaria per tre anni, inattaccabile dalle lobby parlamentari, darà i suoi frutti e consentirà di far scendere la pressione fiscale”. Il federalismo “darà grande aiuto per sconfiggere il malcostume dell’evasione, perché i Comuni saranno coinvolti nell’accertamento dei redditi dichiarati”.
“Il fenomeno è diffuso al di là di ogni immaginazione”, spiega il premier, raccontando che anche a lui hanno tentato di vendere senza fattura una pianta rara per il suo parco botanico in Sardegna. “Se si arriva a questo punto di sfrontatezza, quando c’è di mezzo il presidente del Consiglio, significa che questa prassi è ritenuta addirittura normale”.
E a proposito di federalismo, ecco cosa pensa il premier del ministro delle Riforme: Bossi è un amico, dice Berlusconi. Confermando la “solida amicizia con il leader del Carroccio”: con la Lega “nessun contrasto”, dice, smentendo le frizioni sulla priorità tra federalismo e presidenzialismo.
Da affrontare anche la crisi economica: “La profondità e l’estensione della crisi sono nelle mani dei consumatori”, afferma il premier sottolineando che una riduzione degli acquisti porterebbe a una riduzione della produzione “dando vita a un circolo vizioso molto rischioso”. A conti fatti, “nel 2009 ci sarà un risparmio medio di oltre mille euro per ogni italiano, grazie al minor costo della benzina e delle bollette di luce e gas”. In totale, “ogni famiglia potrebbe trovarsi con un bonus di oltre mille euro per componente”. Somma che andrà ad aggiungersi “al pacchetto di misure decise dal governo per tutelare le fasce più disagiate”.
Berlusconi illustra infine la sua visione dei rapporti con i sindacati, in particolare con la Cgil, divisi in questi mesi sulla strategia da adottare nella firma degli accordi su Alitalia o pubblico impiego: “Il governo prima illustra le sue proposte alle parti, poi ascolta le loro richieste e alla fine decide. Il ricatto permanente non deve più funzionare”. Sul caso Alitalia la Cgil “prima ha agito in simbiosi con la sinistra per ostacolare l’accordo. Poi, resasi conto dell’impopolarità del suo comportamento si è seduta al tavolo con gli altri sindacati e ha contribuito al successo dell’intesa”.

La Rai vede “rosso”: perdite vicine ai 35 milioni di euro

La Rai a viale Mazzini a Roma

Perdite vicine ai 35 milioni di euro nel bilancio 2008 della Rai. È questa l’ultima previsione per l’esercizio in corso, formulata dal direttore generale Claudio Cappon, durante l’audizione davanti alla commissione parlamentare di Vigilanza Rai, quella presieduta dal contestatissimo senatore Riccardo Villari. E sulle nomine Claudio Petruccioli, presidente Rai, ha fatto sapere che, qualora dovesse continuare la fase di stallo, sono pronti a fare le nomine da sé.
Cappon ha sottolineato che le ultime previsioni per raccolta pubblicitaria indicano un mancato introito di 40-50 milioni causa la crisi economica e i minori investimenti in spot delle aziende. “La prevsione di perdite per 35 milioni” ha spiegato il dg al termine dell’audizione “che abbiamo presentato ieri al cda, sconta la situazione peggiore e cioè una minor raccolta pubblicitaria per 50 milioni” lasciando intendere che quindi se a dicembre le cose andassero meglio la perdita di bilancio potrebbe essere inferiore. “Quello che voglio sottolineare” ha aggiunto Cappon “è la particolarità della Rai: abbiamo una posizione finanziaria positiva (potrebbe esserci a fine anno una ‘cassa’ attiva per 10 milioni) e niente debiti, e questo da ben 5 anni”. Il dg ha sottolineato come l’azienda abbia reagito immediatamente alla crisi finanziaria generale: “Già dal 7 ottobre ci siamo mossi per mettere a punto interventi capacita di far fronte alla nuova realta”.
Il piano di ’savings’ ammonterà a circa 110 milioni e svolgerà i suoi effetti in gran parte nel 2009, ma già i risparmi attuati in questi ultimi mesi “hanno permesso di assorbire i 3/4 dell’effetto dei mancati introiti da pubblicità”, ha sottolineato il dg. I tagli hanno toccato anche i contratti dei “big” televisivi con risparmi tra il 20-30% sui compensi ai grandi artisti. Ma la Rai ha risparmiato anche sui diritti televisivi, con tagli che hanno raggiunto anche il 50% rispetto agli anni passati per diritti sportivi e di altri manifestazioni e programmi.
“Sarebbe molto grave se non si procedesse neppure quest’anno all’deguamento del canone. Dico ‘neppure’ perché negli anni del nostro mandato l’adeguamento c’è stato solo nel 2007. Ricordo che nella legge l’adeguamento non è facoltativo ma obbligatorio”, ha sottolineato invece il presidente Claudio Petruccioli spiegando che “vale anche per la Rai ciò che vale, nella crisi, per tuttele aziende”. “È universale richiesta di sostengo e il governo ha dichiarato un impegno deciso ‘a favore di famiglie e imprese’. Il momento è tale per cui si giustificherebbero perfino agevolazioni particolari. Aggiungere alle difficoltà di mercato” ha concluso Petruccioli “una ulteriore contrazione delle entrate di qualche decina di euro di milioni di euro per mancato adeguamento del canone, potrebbe costituire per la Rai il colpo di grazia”. All’audizione erano presenti una decina di deputati e senatori della maggioranza che, a causa del voto in aula, si sono anche alternati. Mancava completamente l’opposizione (che non partecipa ai lavori da quando a presiedere la commissionè è il senatore Villari), eccetto il radicale Marco Beltrandi. “La nostra convocazione è stata decisa dall’ufficio di presidenza integrato dai rappresentati dei gruppi e noi non potevamo certo non venire”, ha aggiunto Petruccioli. “Avevamo detto che si poteva aspettare qualche mese, ma se la situazione di incertezza fosse proseguita non avremmo potuto sottrarci al dovere di fare quello che è negli interessi della Rai. E poiché questa situazione di stallo persiste, non escludo che possiamo procedere alle nomine”.
E a proposito di nomine e della questione Villari, al termine della riunione, il presidente della commissione ha reso noto che se sarà espulso dal gruppo dei senatori del Partito democratico “vorrà dire che mi sentirò un senatore del Pd in esilio”. Anche per questo Villari tiene duro: ha già convocato per mercoledì prossimo la commissione per il dibattito su quanto detto da Petruccioli e Cappon.

Università, dal Senato sì al dl Gelmini. Dagli studenti ancora proteste

gli studenti invadono La Sapienza

Oggi a Roma e in diverse città italiane studenti di nuovo in piazza anche per denunciare i fatti di Rivoli e lo stato di degrado degli edifici scolastici in Italia. L’episodio di protesta più clamoroso a Roma dove il rettore dell’Università La Sapienza (ateneo che solo 24 fa ha visto trionfare i ragazzi di “Azione universitaria” su quelli della sinistra, nelle elezioni per il Senato accademico e il CdA) Luigi Frati è stato costretto ad abbandonare la cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico (GUARDA la Gallery) dopo che gli studenti dell’Onda hanno interrotto la celebrazione.
Intanto, il Senato ha dato il primo via libera al decreto Gelmini sull’università che ora dovrà affrontare l’esame della Camera. Il provvedimento contiene norme considerate urgenti sul diritto allo studio, la valorizzazione del merito e la qualità del sistema universitario, salutato dal ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini come “il primo passo verso la rivoluzione di un sistema paralizzato”.
Il voto finale, per alzata di mano, ha registrato il sì di Lega Nord e Pdl, il voto contrario di Idv e Pd mentre l’Udc, per protesta, non ha partecipato. Il testo introduce norme per la trasparenza dei bilanci degli Atenei, una stretta sui cosiddetti baroni che vedranno stipendi e carriera legati alla produttività, nuove regole per assunzioni, concorsi e misure per il rientro dei cervelli.
Ecco in dettaglio le principali misure del decreto:
Assunzioni. Blocco delle assunzioni nelle università che, al 31 dicembre di ciascun anno, sono in deficit. Gli atenei indebitati sono esclusi per il 2008-2009 dai fondi straordinari per il reclutamento dei ricercatori. Gli atenei virtuosi, invece, avranno lo sblocco parziale del turn over (che passa dal 20% al 50%) a patto che il 60% dei soldi sia speso per reclutare i giovani.
Concorsi. Cambiano le regole per la composizione delle commissioni. Per la selezione dei docenti sono previsti un ordinario nominato dalla facoltà che bandisce il posto e quattro professori ordinari sorteggiati su una lista di dodici persone da cui sono esclusi i docenti dell’università che assume. Per i ricercatori la commissione è così composta: un ordinario e un associato scelti dalla facoltà che bandisce il posto e due ordinari sorteggiati in una lista che contiene il triplo dei candidati necessari, esclusi sempre i docenti dell’ateneo che assume. Un emendamento prevede una commissione nazionale designata dal Cun (Consiglio universitario nazionale) per supervisionare le operazioni di sorteggio che saranno pubbliche.
Riaperti termini concorsi. Le nuove commissioni valgono anche per i concorsi già banditi ma sono stati riaperti i termini per partecipare ai concorsi in atto. C’è tempo fino al 31 gennaio 2009 per la presentazione delle domande.
Norme antibaroni e antifannulloni. Un emendamento approvato prevede la costituzione di una “Anagrafe nazionale dei professori ordinari, associati e dei ricercatori” aggiornata annualmente che contiene per ciascun nome l’elenco delle pubblicazioni scientifiche. Per ottenere gli scatti biennali di stipendio i docenti dovranno provare di aver fatto ricerca e ottenuto pubblicazioni. Se per due anni non ce n’è traccia lo scatto di stipendio è dimezzato e i docenti non possono far parte delle commissioni che assumono nuovo personale. Professori e ricercatori che non pubblicano per tre anni restano esclusi anche dai bandi Prin (programmi di ricerca di rilevante interesse nazionale). Per il ministro “salta il meccanismo degli automatismi di anzianità slegato dalla produzione scientifica”.
Trasparenza. Gli atenei dovranno anche garantire trasparenza nei bilanci e far sapere agli studenti come vengono spesi i finanziamenti pubblici. I rettori in sede di approvazione del bilancio consuntivo dovranno anche pubblicare i risultati delle attività oltre che i finanziamenti ottenuti da soggetti pubblici e privati. Altrimenti si rischiano penalità nell’assegnazione dei fondi.
Università virtuose. Almeno il 7% del Fondo di finanziamento ordinario sarà distribuito, già dal 2009 alle università virtuose per migliorare la qualità della ricerca e dell’offerta formativa. Il ministro Gelmini ha spiegato in Aula che i fondi sono legati al merito e che intende “portare in futuro la quota fino al 30%”.
Diritto allo studio. Nel decreto ci sono 65 milioni di euro per nuovi alloggi e 135 milioni per le borse di studio destinate ai meritevoli.
Rientro dei cervelli. Le università potranno coprire i posti da ordinario e associato o da ricercatore chiamando studiosi “stabilmente impegnati all’estero”, anche quelli già impegnati nel Programma ministeriale di rientro dei cervelli. Si potranno anche chiamare “studiosi di chiara fama”.

Università: Gelmini taglia gli stipendi ai professori fannulloni

lezione organizzata sotto i portici di piazza Mercanti a Milano

Più qualità, cominciando con premiare l’impegno e i risultati ma, al tempo stesso, dando un segnale forte disincentivando chi preferisce starsene con le mani in mano. Ecco, in estrema sintesi, il nucleo centrale del decreto legge sull’università messo a punto dal ministro Mariastella Gelmini. La commissione Istruzione ha dato il via libera al dl, ora il provvedimento approda nell’aula di Palazzo Madama.
Le modifiche più importanti sono state apportate dal relatore, Giuseppe Valditara: si tratta di una vera e propria stretta sui “baroni” che prevede, tra l’altro, l’obbligo di ricerca (certificata in un’anagrafe ad hoc) per gli avanzamenti di carriera e l’accesso ai finanziamenti. D’ora in poi, se il decreto diventerà legge, sarà possibile per le università procedere alla copertura di posti di professore ordinario e associato o di ricercatore tramite la “chiamata diretta” di studiosi impegnati all’estero: una sorta di argine alla fuga dei cervelli italiani.
Il primo emendamento stabilisce che ogni anno il rettore deve presentare una relazione sull’attività, sulla ricerca, sulla formazione e sull’innovazione prodotta dal suo ateneo, in assenza di questa relazione è previsto un taglio sui trasferimenti statali. Il secondo emendamento stabilisce la craezione di un’anagrafe nazionale dei docenti e dei ricercatori, che deve essere aggiornata annualmente con le ricerche e le pubblicazioni realizzate da ogni membro dell’università. Il terzo e ultimo emendamento prevede che a partire dal 2011, gli scatti biennali di stipendio previsti per tutti i docenti, siano subordinati alle pubblicazioni scientifiche effettuate. Chi non ne ha realizzate, vedrà l’aumento dimezzato e non potrà far parte delle commissioni per i concorsi.
Lo dice convinta il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini: “Il decreto (qui il testo integrale, ndr) approvato dal governo e gli emendamenti approvati dalla Commissione cultura del Senato sono una vera e propria svolta nel sistema accademico”. Il ministro sottolinea come da vent’anni si stesse parlando di come legare il merito alla carriera dei professori e di come vincolare i finanziamenti all’università in base a parametri che ne valutassero la qualità. “Per la prima volta le carriere dei docenti non saranno legate a scatti automatici ma, come previsto dagli emendamenti approvati in commissione, al merito ed alla ricerca effettivamente svolta”. “In base agli emendamenti approvati dalla Commissione, se i docenti non procederanno nell’attività di ricerca saranno esclusi dagli scatti biennali, dalle ripartizioni dei fondi Prin per la ricerca, dalle commissioni per il reclutamento delle strutture accademiche”.
“Il decreto” prosegue la Gelmini “impongono poi tolleranza zero verso le università con i conti in rosso e prevedono l’obbligo per i rettori, in sede di approvazione del bilancio, di pubblicare i risultati dell’attività di ricerca, della formazione e del trasferimento tecnologico dell’università. I fondi” conclude il ministro “saranno destinati agli atenei in base ai meriti ed alla qualità della ricerca e della didattica”.
La reazione dei rettori? Non scontata. Vincenzo Milanesi, rettore dell’università di Padova, si dice “D’accordo sull’introduzione di criteri rigorosi di valutazione e sulla meritocrazia” commenta. “Aggiungerei addirittura un elemento in più: non basta aver fatto delle pubblicazioni, occorre averne fatte di qualità”. D’accordo solo in parte il rettore dell’Università Tor Vergata, Renato Lauro: “Condivido la valutazione come criterio per la ripartizione dei fondi, ma sarei molto più cauto sui singoli docenti e ricercatori, i cui comportamenti professionali non dipendono solo dalla loro iniziativa”.

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