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“Uccidiamo Berlusconi”, la fretta di Internet e le reazioni su Facebook

Berlusconi sotto mira: il premier corre dei rischi?

“La gatta frettolosa fa i gattini ciechi”, dice un vecchio adagio. E forse dalle parti di Repubblica e del Corriere avrebbero dovuto dar maggiore retta alla saggezza degli antichi, prima di gridare alla censura per il gruppo d’odio contro il premier nato su Facebook, “Uccidiamo Berlusconi”. Continua

“Uccidiamo il premier”: minacce virtuali(?), stop reale. Maroni: “Chiuderemo il gruppo”

Il ministro dell'Interno Roberto Maroni durante un intervento

Il ministro dell'Interno Roberto Maroni durante un intervento

Gioco di scoietà? Scherzo di pessimo gusto? Sfogatoio on line delle sparate più “stravaganti”? Macché: le minacce al premier che si moltiplicano (di minuto in minuto: anche in questo momento…) con messaggi su Facebook (il sito più alla moda in Itala e nel mondo e di cui si dava conto anche qui), vanno prese sul serio. Continua

La Rivoluzione sulla Rete? Da popolo della Sinistra a Popolo della Libertà. Di calzino…

“Pazienza, a sinistra sono così: se non trasformano tutto in buffonate non son contenti”. Potrebbe bastare questa frase del blogger Daw per commentare il bailamme seguito in Rete alle polemicucce sul “caso Mesiano” e alle provocazioni di Franceschini che sul suo Twitter - come raccontato qui- invitava tutti a mettersi delle calze turchesi “come il giudice Mesiano, colpevole solo di fare il giudice”.
Continua

Da Bruno Pizzul a Marge Simpson, quando il funerale può attendere

Il telecronista sportivo Bruno Pizzul

Il telecronista sportivo Bruno Pizzul

Per dirla con Elio e le storie tese: “Mi ha detto mio cuggino che una volta Bruno Pizzul è morto…”.
Alla notizia della propria morte “virtuale”, invece, il (non) fu Bruno Pizzul (71 anni, nato a Udine l’8 marzo 1938) ha ripreso a giocare a scopone e a berci su. E probabilmente avrà fatto anche qualche scongiuro. Continua

Grillo salta in politica “senza rete”: i colleghi blogger lo bocciano

Antonio Di Pietro e Beppe Grillo © Roberto Monaldo / LaPresse

Antonio Di Pietro e Beppe Grillo © Roberto Monaldo / LaPresse

Il Grillo parlante salta in politica. Se lo aspettavano in tanti, ed è la naturale conclusione del percorso inizato con il “Vaffa day” di due anni fa. Il comico e blogger genovese ha lanciato ieri a Milano il movimento a 5 stelle, non facendo mancare i suoi soliti strali contro il premier “Psiconano”, “Morfeo” Napolitano, l’opposizione del “Pdmenoelle” . Unico salvato, Antonio Di Pietro: “Meriterebbe un monumento”. Continua

Politica web 2.0. Un Fini aiuta il Pd, ma non è Gianfranco

Emanuele Fini

di Antonio Calitri

Il Partito democratico e il candidato segretario Pier Luigi Bersani ripongono le speranze di rilancio in Fini. Non nel presidente della Camera, più volte accusato dai suoi detrattori di costruire ponti con l’opposizione per garantirsi un futuro quirinalizio. Ma in Emanuele Fini, classe 1972, diventato il punto di riferimento per tutti i progetti più importanti del partito sul web. Scoperto da Massimo D’Alema, ha conquistato negli ultimi anni anche la fiducia di Walter Veltroni, Piero Fassino, Bersani e, in parte, Dario Franceschini.

Sempre a sinistra, la sua società lavora anche per Il Fatto di Antonio Padellaro e per Europa (oltre ad avere lanciato Il Riformista).Per non parlare delle televisioni, da Red Tv di cui è socio fondatore alla rete del Pd. Ultimo acquisto, Italia Futura, il sito del pensatoio che fa riferimento a Luca Cordero di Montezemolo e dal prossimo settembre entrerà nell’agone politico-culturale con importanti novità.
Fini non ama definirsi un guru informatico al pari di Gianroberto Casaleggio, il web partner di Beppe Grillo e di Antonio Di Pietro. Anzi, non crede neppure nell’esistenza di un partito o popolo del web. “Partiamo dall’ultima grande manifestazione del popolo dei blog che doveva tenersi a Roma lo scorso mese contro il governo. Non c’era sito che non ne parlasse o non aderisse. Poi a manifestare a Roma c’erano meno di 50 persone. E anche per quel che riguarda Grillo non mi sembra che, al di là dei messaggi indignati che raccoglie, abbia creato un partito. Anzi, il partito che si ispira a lui e che si è presentato qua e là alle ultime elezioni ha raccolto pochissimo”.

Se non crede di raccogliere voti sulla rete, perché allora quasi tutto il Pd si rivolge a lei? Come pensa di poterlo salvare? “Non credo che il Pd si debba rifondare secondo una visione web. Il Pd si salva con le sue idee. La rete e quello a cui lavoriamo noi servono per una comunicazione diversa da quella degli ultimi cinquant’anni.
Una comunicazione diretta dove non esiste più il muro fra il leader politico e l’ultimo dei suoi sostenitori o critici. Se il politico entra in questa dinamica, non si può più sottrarre ai suoi impegni. Se uno gli pone una domanda anche scomoda e non risponde, in rete resta il fatto che non ha risposto e questo gli nuoce. Mentre, se spiega, risponde, partecipa, potrà chiarire bene le sue idee e le sue posizioni. Con il web 2.0 al quale lavoriamo già da anni si ha la vera partecipazione della gente alla creazione di contenuti”.
Fini e il suo socio Stefano Peppucci si sono incontrati a scuola studiando informatica e hanno fondato la Dol nel 1989, nel classico sottoscala. La prima svolta e l’entrata nella comunicazione politica la ebbero nel 1996 preparando il sito per il Pds. Poi con D’Alema a Palazzo Chigi crearono il primo sito del governo italiano.

E da lì centinaia di siti di politici, movimenti, istituzioni, enti, non abbandonando mai il rapporto privilegiato con i Ds prima e con il Pd ora. Attraversando senza problemi le varie gestioni. Da otto anni questa factory che impegna 25 persone e fattura 1,4 milioni di euro (+20 per cento rispetto al 2007) occupa tre piani del Palazzo Borghese nel cuore di Roma.
Tra i loro clienti spiccano un centinaio di politici e gente non legata al Pd come il giornalista Marco Travaglio. Ognuno, però, spiega Fini, ha un approccio web diverso: “D’Alema è onesto, è interessato al nuovo ma non è uno smanettone e non lo lascia intendere. Fassino si è appassionato tantissimo e risponde direttamente a ogni domanda. Veltroni è davvero innamorato del nuovo e tante volte è stato lui a parlarci di nuovi fenomeni di rete. Franceschini si vede che appartiene a una generazione successiva e ha un approccio più naturale con la rete. Infine Bersani è un pragmatico del web“.

Attivissimo anti bufale: tante notizie “strane ma vere”. E i media non controllano

Suore in auto

Attivissimo di cognome e di fatto. Paolo Attivissimo, appunto, è il cacciatore di “bufale” più noto agli internauti italiani. Nato 46 anni fa a York, in Inghilterra, dopo aver vissuto in Italia per trent’anni, si è trasferito sulle sponde del lago di Lugano, nel Canton Ticino. E, come gli elvetici, apprezza la precisione; come gli inglesi, l’analiticità.

Giornalista e traduttore, ha scritto una decina di libri di informatica e collabora con la Radiotelevisione Svizzera. Ama i gatti e detesta, soprattutto, una cosa: le notizie non vere date in pasto alla gente. Come quella della fine del mondo nel 2012 secondo i Maya. Attivissimo ha scoperto che è una bufala messa in rete, per pura coincidenza, da siti che vogliono vendere amuleti e dvd. Falsa anche la foto dell’onda gigante dello Tsunami in Indonesia pochi istanti prima della tragedia. E il numero di Satana annidato in tutti i codici a barra di tutto il mondo? Falso, neanche a dirlo. Li ha elencati tutti nel suo blog, il Disinformatico, dove ogni giorno risponde con pazienza ai lettori, indagando sulle catene di sant’Antonio e su notizie ”strane” che compaiono sui media. Poi le cataloga e dà il responso: bufala, mezza bufala o autentica.

Attivissimo, le notizie corrono. Veloci. Sfrecciano dalle agenzie di stampa, ai giornali, alla Rete, in tv. E a una velocità, spesso, “oltre i limiti”. E a volte senza che nessuno le controlli. Non come è successo alle tre suore di Aosta che, preoccupate dopo la caduta del Papa, salgono in macchina per correre dal Santo Padre e vengono fermate a 180 all’ora in autostrada. O come quel prete, incappato in una pattuglia e risultato positivo all’etilometro per colpa del vino da messa. O ancora: la novizia di un convento denuncia l’ex fidanzato che ha messo su Facebook alcune sue foto in topless, fatte anni prima. Notizie diramate dalle agenzie stampa e riportate da tutti i giornali e i siti web negli ultimi giorni. Poi si è scoperto, grazie a due bravi giornalisti di Avvenire, che si trattava, per dirla con il servizio del Tg5, di “strani casi in odor di patacca”. Ma com’è che i maggiori quotidiani italiani non se ne sono accorti?
Principalmente si è persa nelle redazioni la cultura della verifica delle notizie e spesso di fronte a una notizia pruriginosa i redattori preferiscono pubblicarla senza verificare l’attendibilità, perché magari si crede che farà vendere qualche copia in più al giornale. Inoltre, devo ammettere che per le bufale non si viene puniti e l’ordine dei giornalisti spesso non interviene.

Capita che i giornalisti non verifichino le notizie e pubblichino quello che passano le agenzie stampa. Le quali, a volte, fanno il copia e incolla dai comunicati che arrivano in redazione. Mediocrità imperante o i tempi di lavoro stretti che non permettono la verifica delle notizie?
Spesso ci troviamo di fronte non a professionisti dell’informazione, ma a veri e propri manovali della notizia il cui scopo è riempire i vuoti in pagina a tutti i costi. Poi c’è la concorrenza e la corsa a dare la notizia per primi. Personalmente, preferisco una notizia data 24 ore in ritardo, ma corretta, rispetto a una notizia a grandi titoli, che viene regolarmente smentita il giorno dopo in una breve di cronaca nelle ultime pagine.

I cronisti di Avvenire, nell’inchiesta sulle suore sprint, hanno ammesso che è bastato un solo minuto e mezzo per verificare con la Polstrada la fondatezza della notizia. Eppure quasi tutti i giornali italiani l’hanno pubblicata lo stesso (e solo alcuni - qui e qui - hanno fatto marcia indietro). Pigrizia dei redattori…
Senza dubbio c’è anche di mezzo la pigrizia, la scarsa abitudine a verificare i fatti, e anche poca conoscenza dei mezzi informatici, per esempio su come estrarre dati corretti e veritieri da Internet e dagli archivi online.

Quelli di Avvenire hanno anche scoperto che dietro a queste notizie c’erano dei comunicati di uno studio legale mandati ai mass media “per scopi pratici”, come ha ammesso uno dei due avvocati a Il Giornale. Quanto è alto il rischio che lo “strano ma vero” sia un modo per farsi pubblicità gratuita sui media italiani?
Il rischio c’è ed è elevato. Si chiama marketing virale, il cui scopo è far parlare del proprio prodotto a basso costo, attraverso una notizia, a volte anche falsa. Come è capitato con la notizia dei cellulari che cuociono i pop-corn. Si è scoperto che poi era una bufala congegnata da un’azienda che vendeva accessori per cellulari e che aveva caricato un video su Youtube. La stessa azienda, intervistata dai telegiornali preoccupati (se cuociono i popcorn, cosa potrà capitare al cervello?), ha poi smentito pubblicamente dicendo che i cellulari non facevano male e che comunque i loro accessori erano utili.

Mass media a prova di bufale: chi ne spara di più? La tv, la radio, internet o la carta stampata?
Numericamente internet. Purtroppo il pregio e il difetto della Rete è che dà voce a tutti, dagli esperti ai ciarlatani. Comunque anche la Tv è pericolosa e sto pensando a trasmissioni che propongono al pubblico tesi assurde, senza il minimo di fondamento scientifico.

L’interattività della Rete, la possibilità di commentare le notizie nei siti e quindi anche di smentirle immediatamente, dovrebbe smascherare possibili falsi. Invece lei dice che proprio in Rete si concentra il maggior numero di bufale. Come mai?
Da una parte c’è il fatto che molti commenti dei lettori dei siti sono a livello di chiacchiere da bar ed è anche un bene che sia così: mai prendersi troppo sul serio. Dall’altra ho notato che in molti forum o nei commenti ci sono sia coloro che cercano di agomentare con prove e documenti, spesso con link, e altri che hanno un atteggiamento più isterico e che vogliono solo confermare la loro visione del mondo. C’è poi anche un problema deontologico per i giornalisti: quando si accorgono di un errore, possono fare i furbi e cambiare l’articolo, cancellando frasi o dati sbagliati, senza avvertire il lettore.

È esagerato dire che al crescere delle bufale dei giornali potrebbe corrispondere anche il decrescere delle copie vendute, in questi ultimi tempi di crisi?
Non credo che dipenda dalle notizie false, la crisi dei giornali. È legata piuttosto al sistema di distribuzione, che è costoso, complesso e poco ecologico. Tuttavia, c’è il rischio di perdere credibilità di fronte ai pochi lettori, come è capitato a La Stampa quando pubblicò in prima pagina la copertina di Vogue con Sarah Palin, che non era mai uscita e mai esistita. Repubblica pubblicò ai tempi del blackout generale la foto satellitare dell’Italia senza luci, quando poi si scoprì che era un fotomontaggio di un grafico, anche perché nella foto non c’erano nuvole e quella notte a Roma pioveva. E il Corriere della sera pubblicò la foto di un avvistamento degli Ufo che invece erano giocattoli Kinder tratti dal film Chicken Little: è stato smentito dagli ufologi stessi.

“2043 l’ultima copia del New York Times”, scriveva l’anno scorso Vittorio Sabadin. Ma pubblicando queste notizie non è pensabile che la fine arrivi prima?
Il rischio più grande è il calo di qualità e della figura professionale del giornalista. Come cittadino non ho il tempo di seguire e di capire quali sono i fatti importanti per la mia vita. Per questo delego al giornalista questo compito di indagine, ma se si rompe il meccanismo di fiducia, la sua funzione viene meno. Comunque, anche quando non ci saranno più i giornali, avremmo sempre bisogno di cronisti in grado di trasferire il loro talento investigativo sul web.

A proposito di bufale internettiane, qual è la più incredibile (e divertente) che è riuscito a smascherare?
Quella delle scie bianche lasciate dagli aerei che non sono tutte innocue e che sarebbero lasciate da aerei militari americani, camuffati da aerei di linea, e contengono sostanze chimiche fatte per uccidere 4 miliardi di persone o per imporre le coltivazioni geneticamente modificate o per altri scopi altrettanto nefasti. Ho consultato alcuni piloti ed esperti. Il responso? Una panzana.

Ce l’ha una dritta per i navigatori del web?
Mi viene sempre in mente una frase di Piero Angela, che diceva: “Leggere sempre tutto e sforzarsi di avere la mente aperta, ma non così troppo da far cadere il cervello.

Rivolta on-line contro il ddl Alfano: “No all’obbligo di rettifica per i blog”

Una centrale telefonica

MULTIMEDIA: Vietato spiare, ecco il nuovo testo sulle intercettazioni

Il nuovo nemico si chiama “obbligo di rettifica”. Dopo il caso dell’emendamento D’Alia poi eliminato dal ddl sicurezza, una parte dei blog italiani ora si mobilita contro un articolo del ddl Alfano sulle intercettazioni già approvato alla Camera ma non ancora al Senato.
Nello specifico il comma che prevede l’estensione dell’obbligo di rettifica previsto dalla “legge sulla stampa” del 1948 entro 48 ore per tutti i gestori di “siti informatici”. Una definizione generica che può includere, a seconda delle interpretazioni, tutto il mare magnum di internet: blog, social network, forum, video su Youtube.

La mobilitazione
La polemica è stata lanciata su Punto informatico da Guido Scorza, un avvocato e professore in Diritto delle nuove tecnologie alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bologna, fondatore dell’Istituto per le politiche dell’innovazione. La sua lettera e il suo appello hanno fatto il giro della rete. Sostiene Scorza che obbligare i “gestori di siti informatici” a pubblicare le rettifiche anche ai commenti pubblicati entro 48 ore e con la minaccia di una multa da 7 a 12mila euro ne paralizzerebbe di fatto l’attività.

L’Istituto per le Politiche dell’Innovazione ha lanciato un appello (cui è possibile aderire on-line) al presidente del Senato Renato Schifani perché venga modificato questo punto del testo sulle intercettazioni: “non si può esigere da chi fa informazione on-line in modo non professionistico l’adempimento ad un obbligo tanto stringente quale quello di provvedere alla rettifica di ogni inesattezza eventualmente pubblicata sul proprio sito informatico” sostiene l’avvocato, “difficoltà tecniche, organizzative ed economiche ostano all’adempimento di un simile obbligo“, pertanto le multe causerebbero la “cessazione di ogni attività di informazione on-line“.

Un appello che è stato raccolto anche dal gruppo “Salva i blog”, su Facebook, con i suoi 33mila iscritti. Dove si propongono già azioni di “disobbedienza civile”: “Tutti i blogger interessati al tema potrebbero (anche noi) avviare la grande disobbedienza civile contro questa assurda legge. Il giorno dell’approvazione della legge tutti i blogger dovrebbero mandare rettifiche (anche se poco motivate) ad un altro blog che partecipa all’iniziativa, non pubblicare la rettifica, attendere 48 ore e poi autodenunciarsi in massa, tutti” propone un utente.

Morte della blogosfera?
A dare maggiore visibilità alla questione sulla rete ci ha pensato Beppe Grillo con un post dal titolo inequivocabile: “la rete rettificata“. Il comico genovese si scaglia con la consueta violenza contro i promotori della legge: “Solo per gestire le richieste di rettifica entro 48 ore dovrei assumere 10 persone, e forse non sarebbero sufficienti. In un anno dovrei pagare probabilmente alcuni milioni di euro di multa. Una legge che non esiste neppure in Cina o in Birmania, concepita per fottere la libertà di espressione. Se passa, sarà la morte della blogosfera italiana“. Un commento allarmista condiviso da molti, magari non nei toni.

O tanta paura per niente?
Ma c’è anche chi considera la “minaccia” una bolla di sapone e, pur criticando propone possibili soluzioni e invita a non farsi prendere dalla paura: nel forum su Punto informatico a commento dell’articolo di Scorza c’è chi chiede provocatoriamente “allora diamo i contributi pubblici dei giornali anche ai blog”, chi sostiene che inviare una richiesta di rettifica non sia possibile con una semplice mail, chi invita a spostarsi su server esteri.
E qualcuno sostiene che nel caso dei blog basti inserire le rettifiche nei commenti. Una minoranza i sostenitori  del provvedimento: “Era ora che si facesse qualcosa.. non è certo possibile che ognuno possa scrivere tutto il peggio possibile solo per antipatia personale e la passi liscia. Non può essere così facile sputtanare attività senza averne prove concrete”, sostiene Sandro, mentre “giuse grif” pone una domanda provocatoria: “Scusate, ma voi preferireste essere querelati, con tanto di intercettazione dei vostri tabulati, interrogati e indagati oppure essere costretti a pubblicare una rettifica?”

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