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Bnl-Unipol, Consorte chiama Bersani, D’Alema e mezzo Pd. Come testimoni

L'ex amm. delegato di Unipol, Giovanni Consorte | (Marco Merlini/LaPresse)

L’ex amm. delegato di Unipol, Giovanni Consorte | (Marco Merlini/LaPresse)

Tutto lo stato maggiore del centrosinistra, una spruzzata di centrodestra, i vertici della Banca d’Italia, delle Generali, funzionari delle maggiori banche d’affari nazionali sfileranno al palazzo di Giustizia. O almeno è quello che ha chiesto Giovanni Consorte, ex amministratore delegato dell’Unipol, al tribunale di Milano che il primo febbraio inizierà a celebrare il processo di primo grado contro lo stesso Consorte e Ivano Sacchetti per la vicenda della mancata scalata della compagnia assicurativa bolognese alla Bnl. Continua

Bnl-Unipol: così si bloccò l’inchiesta sui 700 milioni di euro


di Gianluigi Nuzzi
“Le plusvalenze ottenute dalla vendita dei titoli Bnl a Bnp Paribas costituiscono profitto di reato e appare verosimile che quantomeno parte delle medesime siano state versate o vengano versate al Consorte che tale concerto su Bnl aveva preordinato, tanto più che notizie di stampa riportano la costituzione ad opera del predetto di una merchant bank, l’Intermedia Spa, nella quale egli e gli altri soci dovrebbero versare 200 milioni quale aumento di capitale”.

È con queste parole che un anno fa il gip Clementina Forleo ancora disponeva intercettazioni su una trentina di utenze per dare la caccia al tesoro che Consorte & C. avrebbero messo da parte con la cessione delle quote Bnl. Ma fu una ricerca vana. La nuova inchiesta naufragò quando si scoprì che gli indagati sapevano addirittura di avere i telefoni sotto controllo. È quanto emerge dagli atti depositati proprio dal Pm Luigi Orsi in vista della richiesta di rinvio a giudizio per aggiotaggio nella fallita scalata a Bnl e che Panorama.it pubblica in anteprima. Tanto che i magistrati ritennero inutile proseguire nelle intercettazioni. Ma chi li aveva avvisati? È clamorosa una intercettazione telefonica del 30 gennaio 2007 quando Ivano Sacchetti ex braccio destro di Consorte chiama Dino Artese a Intermedia, la nuova merchant bank di Consorte. Ed è proprio quest’ultimo che invita Sacchetti a non utilizzare più il telefonino:
Artesi: Senti….volevo dirti…sul cellulari…non lo usare più!—-perché…
Sacchetti: Chi io?…Figurati?
Artesi: Ehm…no…no…non
Sacchetti: Senz’altro far così….
Artesi.: No…no…ma è ….c’è la conferma….non è solo un dubbio
Sacchetti: …Non abbiamo mai avuto dei dubbi che fosse così….quindi bene….
Artesi: Va bene….quindi parliamoci sempre possibilmente con i fissi!
Sacchetti: Sì.
Da altre intercettazioni, le utenze monitorate per un paio di mesi un anno fa, si evince che Consorte intestava i telefonini ad amiche e per l’accusa persino alla figlia della propria domestica.

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Bnl-Unipol: tutte le carte dell’inchiesta. E quei 700 milioni di euro…

Giovanni Consorte si è dimesso dalle cariche di vertice in Unipol il 9 gennaio 2006, all'indomani della fallita opa sulla Bnl.
di Gianluigi Nuzzi

Chiusa l’inchiesta, depositati gli atti. Ecco tutte le carte, gli interrogatori, le intercettazioni e i documenti della Guardia di Finanza sulla scalata a Bnl compiuta nella primavera del 2005 dall’Unipol di Giovanni Consorte e da una cordata di cooperative. Panorama.it anticipa ai propri lettori tutte le accuse della procura di Milano. A iniziare dai 66 verbali dei testimoni che hanno riempito centinaia di pagine per spiegare ai pm retroscena e dettagli delle operazioni finanziarie di Consorte & soci. Con nomi eccellenti che vanno da Giovanni Perissinotto a Luigi Abete, da Claudio Sposito del fondo Clessidra a Pierluigi Stefanini, Divo Gronchi, Giorgio Cirla di Sopaf, Giuseppe Garofano e Gianpietro Nattino.

Intercettato di nuovo Giovanni Consorte, la figlia, l’addetto stampa, persino la colf che risulta esser stata intestataria di utenze mobili “di copertura” utilizzate dall’ex numero uno di Unipol: la procura di Milano per quattro mesi tra gennaio e maggio del 2007 ha piazzato microspie ovunque (dalla casa di Consorte ai portapane sui tavoli dell’hotel Principe di Savoia di Milano frequentato dall’ingegnere) pur di individuare che fine avessero fatto le plusvalenze incassate con la vendita delle azioni Bnl dopo la fallita scalata dell’estate del 2005. E di arrivare a fare luce sul ruolo di Intermedia, nuova banca d’affari di Consorte.
È questo il filone inedito dell’inchiesta. La procura e il gip Clementina Forleo hanno dato la caccia alle plusvalenze incassate dalla vendita delle azioni Bnl a Bpn Paribas. Pur fallendo la scalata”Consorte e i suoi sodali” sostengono la Procura di Milano e la Forleo, avrebbero incassato “plusvalenze per 700 milioni di euro”.

“La Bnl è stata in realtà acquisita da Bnp Paribas – scrive il Pm Luigi Orsi, titolare del procedimento - il quale ha lanciato una Opa a 2,92 euro. Ciò significa che i sodali di Giovanni Consorte hanno realizzato una plusvalenza di 0,22 euro per azione.
Se l’acquisto a 2,70 euro è in ipotesi parte del programma criminoso di Giovanni Consorte finalizzato ad acquisire il controllo della Bnl, la plusvalenza realizzata dai suoi sodali presenta oggi un duplice rilievo. Per un verso potrebbe costituire provento/profitto del reato per cui si procede con quanto consegue sul piano cautelare.
Per altro verso è indispensabile accertare se questa plusvalenza (che i beneficiari hanno
conseguito su iniziativa ed impulso di Consorte) torni parzialmente in mano a quest’ultimo. Le cronache giornalistiche raccontano, senza smentita dell’indagato, che Giovanni Consorte ha costituito una merchant bank (InterMedia Spa) nella quale i soci - cioè anche lui dovrebbero versare ben 200 milioni di euro quale aumento di capitale. È inevitabile collegare la ricca plusvalenza che i sodali di Giovanni Consorte hanno realizzato (a 0,22 euro per azione si tratterebbe di almeno 700 milioni di euro) con la rilevantissima disponibilità economica che Consorte sembra ancora oggi avere. L’accertamento dei flussi di queste plusvalenze generatesi in favore dei sodali di Consorte è indagine complementare per la prova del reato per cui si procede. Se emergesse che parte delle plusvalenze sono state o stanno per essere investite in iniziative delle quali è partecipe Consorte, ciò costituirebbe ulteriore elemento indiziario del reato per cui si procede”.

LEGGI I VERBALI DEI TESTIMONI

Di Pietro: contro l’inciucio giudiziario resto ministro di lotta e di governo

Antonio Di Pietro durante un'udienza. (credits: Ansa)

Quindici anni fa indossava la toga. Oggi litiga, da ministro a ministro, con il Guardasigilli che con le toghe se la prende. “Il problema non è il quotidiano ritornello sulla lite tra me e il ministro Mastella. È solo che sono profondamente deluso, e disilluso, dalla politica giudiziaria del centrosinistra tutto e del governo. Per i cinque anni che abbiamo passato all’opposizione abbiamo costruito un progetto di discontinuità con il precedente governo Berlusconi, l’abbiamo messo nero su bianco nel programma dell’Unione. E invece…”
Invece, ministro Di Pietro?
Invece siamo tornati indietro, al ‘94. All’attacco nei confronti dei magistrati che fanno il loro mestiere e ribadiscono la loro sacra indipendenza dal potere politico. Li si vuole, oggi come allora, delegittimare, affermando che vanno oltre i loro compiti, le loro prerogative. Si vuole, oggi come allora prestare orecchio e favore agli inquisiti e non all’accertamento della verità giudiziaria dei fatti.
Forse anche perché, oggi come allora, c’è un presidente del Consiglio sotto inchiesta?
Ecco l’equivoco che tiene in piedi tutto. Essere indagati non è essere colpevoli. Quindi il giudice che indaga va tenuto libero nella sua azione investigativa. Nello specifico, so per certo che Prodi si difenderà dalle accuse della procura di Catanzaro, nel caso ce ne siano. Dovrà cioè dare giustificazioni nel merito delle cose e non fare di tutto per impedire ai giudici di fare il proprio mestiere, come accadde allora.

Poliziotto di formazione, magistrato di estrazione, il ministro Antonio Di Pietro, responsabile del dicastero delle Infrastrutture, sa da che parte stare. Sulla vicenda Forleo-Ds, sulle pesanti critiche di Mastella e dell’onorevole Luciano Violante alla procura milanese, sull’indagine del pm De Magistris nei confronti del premier Romano Prodi, non ha la minima esitazione: “Mi piacerebbe che la si smettesse di considerare il magistrato come un avversario politico. Atteggiamento che ritrovo sia a destra che a sinistra”.
Allora, che fa al Governo?
Se uno non condivide le coltellate, non può mica rispondere con le pistolettate…
Ma non si sente in imbarazzo in un esecutivo il cui premier è sotto inchiesta, un viceministro (Vincenzo Visco) è indagato, il ministro degli Esteri e il leader del partito più votato della sinistra sono definiti “complici consapevoli” di Consorte & Co da un giudice di Milano?
Se dovessi trarne le conseguenze, andrei a casa, certo. Ma ripeto: è la politica giudiziaria di tutto il governo che non mi convince e voglio restare per combatterla. Ho dalla mia la gente comune e gli elettori. E a chi mi chiede che c’azzecco io con questi, rispondo che ho l’ambizione di portare sulla retta via coloro che fanno politica attiva e sbagliano nell’attaccare i giudici. Non sto al governo per farlo cadere, sto al governo per mandare a casa quelli che non rispettano il programma dell’Unione.
Destra e sinistra soffrono quindi della stessa questione morale?
Ci sono onesti sia a destra che a sinistra. E ci sono furbi a destra e a sinistra. E poi lo vedono tutti che su alcuni provvedimenti (come per l’indulto) si sono registrate maggioranze politiche diverse da quelle parlamentari.
A chi si riferisce, ministro?
Nomi non ne faccio: ci metto tutti quelli che stanno con gli inquisiti.
Ci risiamo: è in scena un altro atto del conflitto tra politici e giudici?
Per fare un conflitto bisogna essere in due. Qui l’attacco viene solo da una parte, quella politica. Se qualcuno pesta i piedi ai magistrati, questi avranno o no diritto di protestare? È successo con la legge Castelli, è successo con la riforma Mastella, una legge sulla falsa riga di quella della CdL, che non ho esitato a definire “inciucio giudiziario”.
Il presidente Napolitano ha di nuovo invitato i poli all’ascolto reciproco. Ha poi ribadito, a proposito delle scalate Unipol-Bnl, che non c’è il clima del ‘92.
Vero, non è lo stesso clima. Anche perché nel ‘92 tutti - politici compresi - avevano fiducia nella magistratura. Dal ‘94 in poi il sistema di illegalità è diventato più sofisticato e, quindi, più pericoloso. Mentre si è ridotta ai minimi termini la solidarietà nei confronti dei giudici.
Sarebbe meglio se il Parlamento dicesse sì all’acquisizione delle intercettazioni sul caso Unipol?
Assolutamente sì. Io e l’Italia dei Valori, voteremo perché succeda. Ma mi augurerei che gli stessi chiamati in causa chiedano ai loro colleghi di non stracciare quelle carte. Per amore di verità; perché è nel loro stesso interesse; per permettere alla giustizia di fare il suo corso e per non lasciare che sul Parlamento aleggi un alone di impunità che lo discrediterebbe. Ovvio - fa una pausa - che per fare un discorso del genere bisogna essere innocenti.

Affaire Bnl-Ds: la solidarietà di Romano, i timori di Walter

Massimo D'Alema, leader Ds, vicepremier e Ministro degli Esteri del governo Prodi
Ma alla fine che cosa capiscono gli elettori, soprattutto quelli di sinistra, e in particolare chi crede nel Partito democratico, della baruffa tra esponenti diessini ed il gip Clementina Forleo? La gente comune, è noto, è portata a diffidare dei politici e della loro onestà. Almeno, della loro buona fede. Certo, non è un buon motivo per assecondare questa tendenza, per cavalcare il cosiddetto giustizialismo di ritorno, né per strumentalizzare le (eventuali) disavventure giudiziarie di questo e quello.

Ma non è neppure un buon motivo, da parte di Massimo D’Alema e dintorni, per trincerarsi in una difesa d’ufficio di se stessi e di quella che da molti viene ormai identificata come una casta. Si parla di ispettori (spediti alla procura di Milano da Clemente Mastella), di invasioni di campo, di prerogative istituzionali, di proibire l’uso delle intercettazioni. Soprattutto, ne parla molto D’Alema, di polverone. Ma non ci si rende conto che il polverone sta soprattutto in queste ambiguità. Chi è coinvolto nelle intercettazioni dovrebbe invece spiegare. Con parole chiare, dire come mai davano e ricevevano da Consorte informazioni finanziarie che dovrebbero restare riservate. In che modo utilizzavano, se le utilizzavano, quelle informazioni. Stessa cosa ovviamente per i tre esponenti del centrodestra che tenevano i rapporti tra l’ex governatore Fazio e Gianpiero Fiorani.

Quanto a Romano Prodi, che si precipita a d offrire solidarietà agli esponenti diessini, e ne fa comunicati ufficiali, sarebbe il caso che come presidente del Consiglio si occupasse di altro. Anche perché la sua solidarietà appare inevitabilmente pelosa.

Infine Walter Veltroni. Si è proposto come leader di un partito nuovo suscitando interesse e speranze: ma se la diffidenza investe da subito il Pd e i suoi fondatori, non avrà migliore sorte. Anche Walter dovrebbe chiedere e dare spiegazioni; e, anche se l’affaire Unipol non lo riguarda, dire per esempio in che modo il Partito democratico intende finanziarsi. Non sarebbe un contributo alla trasparenza e un buon argomento contro l’ondata montante di antipolitica?

I partiti della Seconda repubblica sono nati sulle macerie di Tangentopoli, con tutti gli strascichi e i problemi che ne sono seguiti. E con tutte le imbarazzanti inversioni di ruolo. Volete un paio di prove? “La politica deve occuparsi di creare le condizioni perché tutti i cittadini siano ugualmente rispettati davanti ai tribunali e perché i magistrati siano realmente indipendenti da ogni altro potere. Questo è il punto. Questo spetta alla Costituzione, tutto il resto compete invece alla quotidianità e alle leggi ordinarie”: parole di Luciano Violante, anno 1998. Ancora: “Sconsiglio al premier di scrivere di suo pugno la legge sulle intercettazioni telefoniche, il Parlamento ha tutta la competenza e la professionalità per occuparsene. Ho il timore che il governo voglia usarla per bloccare la magistratura”: parole di Piero Fassino, anno 2005, e il premier era Silvio Berlusconi.

Dopo le intercettazioni D’Alema-Consorte: pronto, chi paga?


Che ricadute ci saranno alla prima ondata di intercettazioni che coinvolgono i massimi vertici dei Ds e Giovanni Consorte? Intanto c’è da dire che proprio l’ex capo della Unipol ha spiegato oggi che “siamo solo agli inizi”.
Ma già ora si possono prevedere le conseguenze sul governo, sulla sinistra e nei rapporti con l’opposizione. Tutti hanno notato che il centrodestra è stato cauto, cautissimo sulla faccenda. Ipergarantista. È un atteggiamento dettato non solo dal fatto che la vicenda coinvolge anche esponenti del centrodestra (Roberto Calderoli della Lega, Aldo Brancher di Forza Italia, Ivo Tarolli ex Udc e altre 46 persone tra cui il presidente del Palermo Maurizio Zamparini sono accusati di appropriazione indebita in un filone laterale dell’inchiesta Antonveneta), ma soprattutto dal desiderio di non rompere definitivamente i ponti con Massimo D’Alema, una sponda utile per puntare al dopo Prodi. Non solo.

Il coinvolgimento dello stato maggiore diessino nelle scalate bancarie azzera molti discorsi sul conflitto d’interesse; anzi Berlusconi spera che azzoppi la legge varata dal governo.
Ma l’atteggiamento dell’opposizione è un problema minore. Perché i regolamenti di conti sono tutti attesi nella maggioranza. Tra Margherita, prodiani e ds è gelo: già nell’estate scorsa personalità come Francesco Rutelli e Arturo Parisi condannarono senza mezzi termini le scalate bancarie, evocando la questione morale e difendendo l’establishment tradizionale. Oggi quei discorsi stanno tornando. Ad approfittare della situazione è ovviamente Romano Prodi, che si è esposto al massimo per togliere dagli impicci Vincenzo Visco nell’affaire della Guardia di Finanza (e ora si capisce meglio qual era la posta in gioco), e dunque vanta nei confronti della Quercia cospicui crediti.

Ma neppure Prodi può sentirsi più tranquillo. C’è una parte dell’Unione che non ha crediti da incassare né rivincite da consumare, ed è la sinistra massimalista di Rifondazione e dei Verdi. Il flop della manifestazione anti Bush, in contrasto con l’affollamento di quella dei no global, ed i cattivi risultati delle amministrative stanno aumentando la voglia di sfilarsi dal governo. L’ala estrema presenterà il conto sulle questioni economiche: tesoretto, pensioni, lavoro. Se il Documento di programmazione economica (Dpef) che il governo deve portare in Parlamento entro giugno non conterrà precise garanzie di carattere “sociale”, Rifondazione e soci potrebbero uscire dall’esecutivo.
Un appoggio esterno che, tra non molto, potrebbe essere l’anticamera ad una nuova opposizione. Da dove, del resto, i duri della sinistra hanno sempre portato a casa molti voti, a differenza di adesso.

Il VIDEO servizio:

Scalate bancarie al telefono, D’Alema a Consorte: facci sognare!

[i](Credits: Ansa)[/i]
“Facci sognare! Vai!”: così, con un’espressione destinata ad entrare di corsa tra le frasi cult del gergo politico, Massimo D’Alema risponde a Giovanni Consorte, numero uno di Unipol, che annuncia al leader ds che presto avranno “il 70 per cento della Bnl“.
Siamo in una delle 73 telefonate che il giudice milanese Clementina Forleo ha messo da oggi a disposizione degli avvocati, sia pure con il divieto di registrazione, di scannerizzazione, di fotocopia. Solo appunti, in pratica.
È il luglio 2005, l’estate delle scalate bancarie. Consorte parla con Nicola Latorre, braccio destro di D’Alema, il quale a un certo punto si inserisce nella conversazione. All’entusiasmo dell’attuale ministro degli Esteri, allora presidente della Quercia, Consorte risponde: “È da fare uno sforzo mostruoso ma vale la pena a un anno dalle elezioni”. E D’Alema: “Va bene, vai!”.
Si tratta fino ad ora del passaggio più scabroso delle intercettazioni. Anche se in un’altra telefonata è il segretario ds Piero Fassino a lasciarsi andare, sia pure con minore slancio onirico. Fassino deve incontrare il presidente della Bnl, Luigi Abete, sotto scalata, e chiede istruzioni a Consorte: “Io non gli dico niente, voglio sapere, voglio solo avere elementi utili per il colloquio”. Consorte: “No, ma ti dico anche quello che puoi dire e non dire, solo questo. Fassino: “Sto abbottonatissimo”. Il manager di Unipol mette Fassino a parte di dettagli considerati “sensibili” dalle leggi sulla borsa: per esempio che si stanno mettendo d’accordo con gli spagnoli del Bbva, fino ad allora controllori della Bnl, mentre non riescono a convincere l’imprenditore Franco Caltagirone a cedere la sua quota.
Ancora, Consorte rivela a Fassino: “Abbiamo il 51,8% di Bnl e nell’operazione ho coinvolto quattro banche cooperative che fanno capo a Stefanini”. In un’altra conversazione, di fronte all’incalzare delle notizie, Latorre cede all’entusiasmo: “Ormai, stamattina a Consorte gliel’ho detto, datemi una tessera perché io non ce la faccio più” dice ridendo. Già, ma con chi parla Latorre? Con Stefano Ricucci, che in quel momento stava scalando assieme a Gianpiero Fiorani, la banca Antonveneta ed il Corriere della Sera.
Da queste prime rivelazioni ne esce il quadro di un vertice diessino costantemente informato della scalata alla Bnl, e non solo a quella, ma all’insieme delle mosse dei “furbetti del quartierino”. Tali mosse sembrerebbero avere una sorta di unica regìa (confermando così i sospetti dei magistrati e di larga parte del mondo politico e imprenditoriale ostile alle scalate).

E, a quanto pare, alquanto partecipe. Dice per esempio Latorre a Ricucci: “Eccolo il compagno Ricucci all’appello. Ormai sei diventato un pericoloso sovversivo. Rosso oltretutto”. Ricucci replica: “Ho preso da Unipol io: tutto, tutto a posto, abbiamo fatto tutte le operazioni con Unipol”. Mentre D’Alema, parlando ancora con Consorte, gli consiglia: “Dobbiamo vederci personalmente, stai attento alle comunicazioni”.

Visco in bilico tra nuovi veleni. Che coinvolgono D’Alema

[i](Panorama)[/i]
Riuscirà il governo a superare indenne il dibattito al Senato sul caso Visco? Voto previsto intorno alle 22: nell’attesa, tiene banco un’altra vicenda, in parte collegata allo scontro tra il viceministro e la Guardia di Finanza.
Si tratta dei sospetti e dei veleni sul coinvolgimento dei vertici dei Ds (in particolare di Massimo D’Alema) in due partite finanziarie degli anni scorsi, la scalata alla Telecom di Roberto Colaninno e l’assalto alla Bnl ad opera di Unipol.
Sulla prima vicenda, il quotidiano La Stampa, in una ricostruzione completa dei fatti di questi giorni, pubblica estratti di un rapporto della Kroll, la più grande agenzia investigativa privata americana, che per conto (pare) della Telecom di Marco Tronchetti Provera indagò su alcune operazione brasiliane di Colaninno. A un certo punto si legge: “Fonti d’intelligence italiana indicano che il fondo brasiliano Inepar ha movimentato somme per l’allora primo ministro D’Alema, che fu interessato alle attività Telecom”. Due righe vaghe quanto a provenienza e attendibilità, ma che hanno scatenato una furibonda reazione della direzione della Quercia. Il suo comitato esecutivo si è riunito stamani in tutta fretta e ha approvato questa nota: “Non sono esistiti, né esistono conti bancari esteri ascrivibili, direttamente o indirettamente, ai Democratici di Sinistra o ai loro dirigenti nazionali. Si tratta di una calunnia contro la quale agiremo in ogni sede, a cominciare da quella giudiziaria”. E lo Stesso Massimo D’Alema definisce “spazzatura” quanto pubblicato da La Stampa.
Ma non solo. Clementina Forleo, giudice delle indagini preliminari di Milano che ha investigato sulle scalate bancarie di due estati fa ha stabilito che non sono più sottoposte a segreto le telefonate (73 in tutto ) tra gli indagati e sei parlamentari: i diessini D’Alema, Nicola Latorre (stretto collaboratore del presidente della Quercia) e Piero Fassino, e gli esponenti di Forza Italia Grillo, Cicu e Comincioli.
Ovviamente sono le prime tre conversazioni a suscitare la maggiore curiosità nel mondo politico. La decisione della Forleo ha spiazzato il “palazzo”: gli organismi istituzionali delle Camere avevano previsto di riservarsi la decisione se liberalizzare le intercettazioni quando gli atti fossero stati inviati in Parlamento. In concreto: da domani, più probabilmente dalla prossima settimana, ciò che si sono detti l’ex numero uno dell’Unipol Giovanni Consorte e il numero uno ds Massimo D’Alema, nel pieno della scalata alla Bnl, potrà diventare una nuova bomba pronta ad esplodere nella sinistra.
Oppure rivelarsi un bluff.

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