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Bologna

Prodi, gli spiccioli di Delbono e il Pd senza capo (né coda)

Il sindaco di Bologna Flavio Delbono a passeggio con Romano Prodi

Il sindaco di Bologna Flavio Delbono a passeggio con Romano Prodi

Ricordate Indovina chi?, il gioco da tavolo in auge negli anni ‘80? Rispolveriamolo. Così: indovina chi ha detto: “Prima di tutto, analizziamo la dimensione del problema. Di cosa si sta parlando? Non si distrugge la vita di un uomo (indizio: quella dell’ormai ex sindaco di Bologna, Flavio Delbono, ndr) come è accaduto in questi giorni, per una storia come quella, per una manciata di euro…”. Continua

Bologna senza sindaco: Delbono lascia, travolto dal “Cinzia-gate” e dal pressing del Pd

Il sindaco di Bologna Flavio Delbono fuori dagli uffici della Procura di Bologna | (Giorgio Benvenuti/Ansa)

Il sindaco di Bologna Flavio Delbono fuori dagli uffici della Procura di Bologna | (Giorgio Benvenuti/Ansa)

Un pressing che dura da giorni e che in 48 ore, da sabato 23 a lunedì 25, ha raggiunto lo scopo: Flavio Delbono, sindaco di Bologna, ha fatto un passo indietro, ha lasciato la poltrona, si è dimesso da primo cittadino.
Se ne va dopo soli sette mesi a Palazzo D’Accursio alla vigilia della discussione del suo primo bilancio. Continua

Nozze in lombardo e tg in bolognese: ecco l’Italia dei dialetti. O dei campanili?

La Padania, quotidiano della Lega

E adess v’el disi bèl ciaàr: da quest mumènt chì sii marì e mijèè“. Tradotto: vi dichiaro marito e moglie.
Chissà, se fossero esistiti nella realtà, anche i Promessi sposi Renzo e Lucia, i protagonisti del romanzo di Manzoni, alla fine di mille peripezie avrebbero udito questa formula, realizzando finalmente la loro unione in “Quel ramo del lago di Como”.
Continua

Pdl in crescita nel Lombardo-Veneto. Il Pd tiene i comuni del centro sud

Matteo Renzi

La GALLERY: i volti dei vincitori dei principali ballottaggi

Il centrodestra conquista le province di Milano e Venezia, oltre ad una nutrita serie di comuni, tra i quali ex roccaforti rosse come Prato e Orvieto. E Silvio Berlusconi si dichiara vincitore: “Abbiamo inflitto all’opposizione una sonora sconfitta. Siamo passati dall’amministrare sul territorio 5 milioni di persone a 21 milioni”. E ribattendo all’opposizione ironizza: “Se questa per l’opposizione è una vittoria, noi vogliamo sempre perdere così”. Se questa per l’opposizione è una vittoria, noi vogliamo sempre perdere così”.

Ma il centrosinistra tiene la provincia di Torino e prevale con largo margine a Bologna, Firenze e Bari, riesce a difendere Padova più altri capoluoghi al centro e al sud fortemente pericolanti. E dunque anche Dario Franceschini canta vittoria: “I democratici reggono in mezzo a un’ondata di destra che investe tutta Europa. Mentre per Berlusconi è iniziato il declino”.
Perfino il capo dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, diffonde il proprio personale bollettino: “Tenendoci le mani libere in fatto di alleanze siamo stati determinanti. Ed il fallimento del referendum ci dà ragione due volte”.

Insomma, chi ha vinto? Chi ha perso? In sintesi: la maggioranza di governo arrotonda in questi ballottaggi il bottino di province e comuni già strappati alla sinistra al primo turno. Ma non trionfa e, soprattutto il Popolo della Libertà, non sfonda. Le sue vittorie non sono più per ko come fino a poco tempo fa, ma ai punti. Qualche sconfitta lascia il segno. Al contrario, il Pd incassa vari pugni, eppure riesce a tenersi in piedi. Questo è il dato politico. Al quale va aggiunto, per entrambi gli schieramenti, un diffuso astensionismo che segnala il malessere degli elettori per come la campagna è stata condotta da svariate settimane a questa parte.

Se si fa un calcolo numerico, il bollettino è pesante per il centrosinistra. In queste due settimane si è votato per 62 amministrazioni provinciali: il centrodestra ne aveva 9 ed è riuscito a mantenerle tutte, strappandone all’avversario, tra primo e secondo turno, altre 23, oltre a due di nuova costituzione. Le conquiste: Milano, Venezia, Napoli, Bari, Savona, Biella, Novara, Verbania, Lecco, Lodi, Piacenza, Cremona, Belluno, Frosinone, Ascoli Piceno, Macerata, Teramo, Pescara, Chieti, Avellino, Salerno, Lecce e Crotone; più Monza e Barletta. Il centrosinistra governava in 50 province, ne ha mantenute 27, non ne ha strappata nessuna e ha vinto a Fermo, di nuova costituzione. Bilancio iniziale, 50 province a 9 per il centrosinistra; bilancio finale, 34 province a 28 per il centrodestra, comprese le nuove.

Quanto ai comuni principali, passano da sinistra a destra i capoluoghi Biella, Verbania, Bergamo, Cremona, Pavia, Prato, Ascoli Piceno, Pescara, Campobasso, Caltanissetta, oltre a storiche cittadelle rosse come Orvieto, Bastia Umbra, Gualdo Tadino. Nessuna migrazione, invece, da destra a sinistra. Il bilancio iniziale era di 4 comuni capoluogo governati dal centrodestra e 26 dal centrosinistra; oggi è di 14 a 16.

Si tratta di cifre rilevanti. Anche perché comuni e province controllano potere vero, dalle aziende municipalizzate all’influenza sulle casse di risparmio e sulle camere di commercio. Ma su questi calcoli prevarrà appunto il fattore politico. Che segnala indubbiamente un Berlusconi che sembra rallentare nella propria spinta propulsiva, vittima anche delle vicende personali che tanto hanno deliziato la campagna elettorale. Il Cavaliere dovrà comunque vedersela con un Bossi in forma come non mai. E non potrà farlo che rilanciando l’azione di governo.

Nel campo avverso, Franceschini può dire di aver arginato il premier se non sul Piave, almeno sul Po. E dunque il segretario, sponsorizzato da Walter Veltroni, pare destinato a giocare la battaglia in congresso. Ma si troverà di fronte un Massimo D’Alema, sponsor di Pier Luigi Bersani (qui la GALLERY: il chi sta con chi nel Pd), anche lui rafforzato nei propri feudi del Sud, nonché tre sindaci che non rispondono ai vertici romani, ma a se stessi: Zanonato a Padova ha vinto su una linea di fermezza contro l’immigrazione (come sostenne con un certo orgoglio, intervistato da Panorama.it), il contrario di ciò che predica Franceschini; Matteo Renzi a Firenze e Flavio Delbono a Bologna sono usciti dalle primarie come outsider. Soprattutto, il Partito democratico perde, ad eccezione di Zanonato, un’intera classe dirigente di amministratori cresciuti sotto la falce e il martello, con il Pci ed i Ds. Pur nel rischio scampato di estinzione, un regolamento dei conti ci sta tutto.

La GALLERY: i volti dei vincitori dei principali ballottaggi

Qui (dal sito del Viminale) tutti i risultati delle comunali
Qui (dal sito del Viminale) tutti i risultati delle provinciali

Sicurezza: Roma città che spende di più, Bologna regina di multe e borseggi

Furto di borsa da un'auto

Ventiquattro vigili urbani ogni diecimila residenti a Milano, contro i nove di Reggio Calabria e Perugia. Roma (la più buia insieme a Napoli) è invece la città che alla voce sicurezza ha speso di più, con oltre 125 euro per abitante. Quelle che spendono meno (30 euro pro capite) sono Catanzaro, Sassari e Potenza. Brescia è la più illuminata mentre Bologna la più multata d’Italia, il triplo delle sanzioni a livello nazionale.
Questi i numeri, in sintesi, contenuti nell’analisi sulla sicurezza in 26 Comuni d’Italia (per un totale di 11 milioni di italiani) fatta dal Politecnico di Milano (tra ottobre e dicembre 2008) per conto della Fondazione Civicum. A confronto la posizione della sicurezza tra le priorità politiche delle amministrazioni, il livello di presidio del territorio, l’efficienza e la produttività nell’uso delle risorse. Solo per le grandi città, è stato possibile anche un confronto sul livello di criminalità.
Mediamente, i comuni analizzati spendono 71euro per la sicurezza di ciascun residente. La città che ha speso di più in materia è stata Roma, con oltre 125euro per residente; molto di più di quanto non abbiano fatto altre grandi città (Milano, Torino e Firenze, che seguono Roma nella graduatoria, si attestano intorno ai 100euro per abitante). Le città che spendono meno sono Catanzaro, Sassari (che superano di poco i 30euro/abitante) e Potenza. I comuni del centro-nord spendono leggermente più di quelli meridionali e insulari.
La differenza più significativa è però quella relativa alla dimensione delle città: i centri di grandi dimensioni, infatti, destinano al settore sicurezza quasi il doppio di quelli più piccoli.
Nei Comuni italiani vi sono, in media, 16 addetti di polizia locale ogni 10.000 residenti, con valori mediamente superiori, come ci si poteva attendere, nelle città più grandi rispetto a quelle medio-piccole. In quattro città (Milano, che ‘”guida” questa graduatoria, con 24 addetti ogni 10.000 residenti, Napoli, Roma e Firenze) si superano i 20 addetti di polizia locale; tre città, invece (Catanzaro, Reggio Calabria e Perugia) hanno meno di 10 addetti ogni 10.000 residenti.
Anche la disponibilità di mezzi in dotazione alla polizia locale è estremamente variabile. Si va da 2 mezzi ogni 10.000 residenti a Bolzano e Catania sino a più di 7 a Bari, Pescara e Firenze .
Infine, Brescia, con quasi 20 punti luce ogni 100 abitanti, è la città più “illuminata”. Le più buie sono invece Napoli e Roma, con poco più di 6 punti luce ogni 100 abitanti. Si tratta di un fenomeno comune alle altre grandi città, che hanno un numero di punti luce per abitante molto inferiore a quello dei centri medio piccoli.

Il record dei borseggi a Bologna: oltre 1800 ogni 100mila abitanti, quasi il doppio della media nazionale e 6 volte di più che a Palermo e Catania, le città dove il numero di borseggi è inferiore. Catania sale al secondo posto nelle rapine (oltre 350 ogni 100mila abitanti), dietro a Napoli (oltre 600 rapine ogni 100mila abitanti, più del doppio della media dei Comuni analizzati). Le città più tranquille sono Firenze, Genova e Venezia (l’unica con meno di 100 rapine ogni 100mila abitanti). Si noti peraltro che il valore di Napoli è comunque inferiore rispetto a quello di Parigi e solo di poco superiore rispetto a Londra.

Il VIDEO servizio:

La doppia vita di Cofferati: l’ex leader Cgil condannato per condotta antisindacale

Sergio Cofferati

Sette anni fa, a guida della Cgil, aveva portato al Circo Massimo tre milioni di persone per difendere lo Statuto dei lavoratori. Sergio Cofferati, sindaco uscente di Bologna ed ex segretario nazionale della Cgil, lunedì è stato condannato per non aver rispettato proprio quello stesso statuto: condotta antisindacale.

I ruoli nella storia, diceva Hegel, per paradosso si invertono: il servo diventa padrone. E a Bologna, il “Cinese” si trasforma: da “girotondino” in sindaco “sceriffo” e da ex leader sindacale contrasta gli scioperi. Prima una cosa, poi il suo contrario.
Il 23 marzo del 2002, infatti, il “Cinese” era ancora il numero uno della Cgil e aveva guidato una folla di 3 milioni di persone al Circo massimo per protestare contro la riforma dell’articolo 18. Dopo sette anni, è stato condannato dal tribunale del Lavoro di Bologna per condotta “antisindacale” in qualità di rappresentante legale e presidente della Fondazione del Teatro Comunale di Bologna: non ha rispettato l’articolo 28 dello Statuto dei lavoratori. Tutto è nato durante la rappresentazione a fine marzo della Gazza ladra: i rappresentanti dei lavoratori dell’Ente lirico della Cisl e Fistel-Cisl e Fisals-Cisal presentano un esposto al tribunale del Lavoro in seguito all’affissione in bacheca di un annuncio, firmato dal direttore del personale del teatro, in cui si avvisava che, in caso di adesione allo sciopero proclamato per quattro giornate a partire dallo scorso 22 marzo (che avrebbero fatto quindi saltare la rappresentazione della Gazza ladra), non sarebbero stati pagati anche i dipendenti non aderenti allo sciopero. “Un comportamento intimidatorio per il quale abbiamo presentato un ricorso d’urgenza al Tribunale del lavoro sulla base dell’articolo 28 dello statuto dei lavoratori”, ha detto Marica Morara, il legale della della Cisal. Lo stesso sindaco di Bologna, melomane appassionato si era presentato, la scorsa settimana, durante l’udienza per difendere il Teatro.
E all’Ansa il “Cinese” aveva sostenuto che a termini di statuto il responsabile non è il presidente della Fondazione, ma il sovrintendente, Mario Tutino. E che comunque in occasione di questi scioperi veniva violato da parte degli scioperanti uno dei principi cardine di una corretta lotta sindacale: e cioè che al danno inflitto al datore di lavoro con lo stop alle attività, corrispondesse un danno dei lavoratori, con la perdita della paga nelle ore di sciopero. Secondo Cofferati, in alcuni casi, in quel teatro era sufficiente che una sola categoria di dipendenti, magari gli addetti alle luci, alcune unità, bloccasse il lavoro di tutti. Col risultato che il danno era massimo per il teatro, mentre alle altre decine di dipendenti doveva essere riconosciuto per intero lo stipendio. In questo modo, aggiunse, diventava molto facile scioperare.
Ma non è bastato: il giudice del tribunale del Lavoro, Filippo Palladino, lunedì lo ha condannato per comportamento anti sindacale, disponendo di “astenersi da tali comportamenti” e comminando il versamento delle spese di lite di 1.300 euro. Fistel Cisl e Fisal Cisal hanno commentato duramente: “Lo dice lo Statuto” ha detto l’avvocato Cristiani della Cisl “che è Cofferati il responsabile legale”. Secondo i legali e i sindacati, la lettera era “intimidatoria” perché mirava “a condizionare la libertà di sciopero e il suo svolgimento sereno” e aveva l’effetto di dividere i lavoratori, mettendo gli uni contro gli altri.

Insomma, non è davvero un buon periodo per il sindaco (agli sgoccioli) di Bologna. A ottobre, infatti, aveva dichiarato in un’affollata conferenza stampa che non si sarebbe mai candidato alle prossime amministrative e nemmeno alle europee. “Sarò un cialtrone se vado in Europa”, disse Cofferati davanti a una folla di cittadini, curiosi e giornalisti. Ma poi si è candidato lo stesso, alla faccia della promessa, e dell’epiteto, come capolista nel Nord Ovest, mandando su tutte le furie il governatore del Piemonte, Mercedes Bresso, che un pensierino a Bruxelles lo aveva fatto. Ma Sergio Cofferati è fatto così. Dopo aver guidato la Cgil dal 1994, nel settembre del 2002 è tornato alla Pirelli e ha iniziato a partecipare ai girotondi di Nanni Moretti. Passato un anno, ha deluso pure i girotondini accettando di essere lo sfidante di Guazzaloca per la conquista della poltrona di primo cittadino a Bologna e riportare al governo la sinistra nella città rossa per eccellenza. Vinte le elezioni, dopo un anno Cofferati ha deluso pure la sinistra: nel 2005, infatti, si fa notare come sindaco “sceriffo” per la sua battaglia per la legalità contro lavavetri e baracche abusive, che lo portano alla rottura con Rifondazione, facendogli guadagnare il nomignolo di “podestà di Bologna” (Striscia la Notizia gli consegnò un Fez, qui il VIDEO) e attirando le simpatie della Lega che gli donò la tessera di “aspirante leghista”.

“Cialtrone” o “furbacchione”? Quando la poltrona val più di una promessa

Walter Veltroni e Sergio Cofferati

Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Anzi, ci sono il “Furbacchione” e il “Cialtrone”. Gli epiteti se li sono dati da soli. Chi? Tra gli altri, due pezzi da novanta del Pd: niente meno che l’ex leader Walter Veltroni e Sergio Cofferati, (ancora per poco) sindaco di Bologna.
Entrambi avevano annunciato, pubblicamente, di ritirarsi dalla politica. Il primo “per andare in Africa”, il secondo “per fare il papà”. Sarebbe stata scelta controcorrente, la loro: abbandonare la carriera per impegnarsi nella vita privata. Sarebbe, appunto, con il più che mai d’obbligo.
E infatti, in pochi ci hanno creduto.
La parabola veltroniana è nota a tutti. Quella di Cofferati? Il sindaco di Bologna ieri ha annunciato la sua candidatura come capolista alle elezioni europee come capolista nella circoscrizione Nord Ovest. Per la verità sarebbe stato chiamato da Dario Franceschini, segretario del Pd. “In mia vita non ho mai chiesto candidature. Me le hanno chieste sempre gli altri”, ha sottolineato Cofferati.
E fin qui, niente di male. Se non fosse per quella dichiarazione fatta lo scorso 9 ottobre, quando annunciò di non ripresentarsi alle amministrative del 2009, e tirata in ballo da un’associazione bolognese (L’altrainformazione): “Sarò un cialtrone se vado in Europa”, disse Cofferati. Davanti a una folla di cittadini, curioso e giornalisti, il “Cinese” motivò la scelta con le “esigenze familiari”: troppo distante Bologna da Genova (città dove risiedono compagna e figlio) per uno che ha voglia di fare il padre a tempo pieno. “Sindaco ci manderà una cartolina da Bruxelles?” gli chiesero i giornalisti. “Non ve la mando neanche da Roma. Sa andassi a Roma sarei un cialtrone e io non sono un cialtrone”, perché la Capitale è ancora più lontana di Bologna, rispetto a Genova. Figurarsi Bruxelles, allora…
L’ex leader Cgil, tuttavia, è in buona compagnia. Il caso più eclatante nel Partito democratico è, appunto, quello di Walter Veltroni, neanche a dirlo. Intervistato da Fabio Fazio a Che Tempo che fa, l’8 gennaio del 2006 (qui il VIDEO), dichiarò il suo abbandono alla politica. “Se farò di nuovo il sindaco di Roma nei prossimi cinque anni, alla fine di questo secondo quinquennio avrò concluso la mia esperienza politica”, disse Veltroni. “Davvero?”, chiese Fazio. “Sì, perché non bisogna fare la politica a vita. Bisogna fare le cose in cui si crede facendo altro. So che quando dico questo tutti mi guardano dicendo: ‘Eh, guarda che furbacchione, dice così e poi non è vero’. Ne parleremo tra cinque anni e si vedrà se sarà vero oppure no”.
Passò soltanto un anno e Veltroni, nel 2007, si candidò alle primarie per la guida del Pd. Spiegando che il partito chiamava, che intorno a lui si era creata una tale aspettativa da non potersi permettere di dire no all’invito di correre per la leadership dei Democratici.
Una poltrona ambita, tanto che anche un prodiano di lunga data, Arturo Parisi, si contraddisse pur di averla. “I giovani chiedono spazio? Sono pronto a farmi da parte”, aveva detto prima Parisi rispondendo a Luca Sofri, che chiedeva l’inserimento di dieci “under 40″ tra i membri del Comitato per il Partito democratico. Poi fece marcia indietro: “In assenza di altri candidati, sempre che ce ne siano le condizioni e che si possa giocare ad armi pari, per amore di verità e per il bene del progetto, la mia candidatura è da ritenersi in campo”. Parisi perse, Veltroni vinse le primarie e sfidò Berlusconi. Poi sappiamo tutti come è andata a finire.
Ma nelle promesse mancate non sono inciampati solo i democratici. Anche Savino Pezzotta, ex segretario nazionale della Cisl, alla vigilia del Family day nel 2007 dichiarò di non voler entrare in politica: “Quando sono uscito dalla Cisl mi era stato offerto di fare il capolista al Senato per la Margherita e ho rifiutato. Non sarebbe stato coerente uscire da via Po e infilarmi a Palazzo Madama, tanto più con un seggio sicuro. Ogni percorso deve avere le proprie tappe”, raccontò a Panorama.it. A dire il vero, a Palazzo Madama Pezzotta non è entrato: dall’aprile del 2008 siede su uno scrano alla Camera dei deputati, tra le file dell’Udc.

Il VIDEO da YouTube con la conferenza stampa in cui Cofferati disse: “Non mi ricandido”

Pasquino: mi candido, a Bologna la sinistra sono io

Gianfranco Pasquino

Nome: Gianfranco Pasquino. Professione: indipendente, da tutto. Logica conseguenza per chi ha poppato il latte delle idee di sinistra direttamente dalla fonte: Norberto Bobbio. Per 11 anni è stato senatore della sinistra indipendente, maître à penser di un mondo che non si riconosce nel radicalismo di Rifondazione, né nel piano inclinato della sinistra verso il centrismo: Pci-Pds-Ds-Pd. Il professore di scienze politiche all’Università di Bologna, ma indipendente dal giro prodiano (che è quello che conta in città), a 67 anni si candida alla carica di sindaco di Bologna con una lista, ovviamente, indipendente. E arrabbiata, soprattutto contro l’ex sindaco Sergio Cofferati, il Pd e la sinistra tutta.
Pasquino, per Pasquino, è “la sinistra”, quella vera, che manca, quella di cui, secondo lui, c’è nostalgia. “Noi siamo quelli che starebbero a casa se non ci fossi io, che non voterebbero uno scialbo candidato ufficiale del Pd, Flavio Del Bono, un imprenditore come Alfredo Cazzola o un ex sindaco come Giorgio Guazzaloca”.
Professore, lei lo sa, vero, che non diventerà mai sindaco…
Ma scherza? Io arrivo al ballottaggio sull’onda di un grande scontento della città nei confronti del candidato del Pd, e a quel punto loro non possono che votare me.
Sicuro di arrivare al ballottaggio?
Che fa, ci prova? Vuole che le risponda di no? E io le dico di sì.
D’altra parte lei è dato al 6 per cento…
Così mi deprime. Siamo in crescita.
Lei è stato comunista?
Mai.
Ma è stato 11 anni senatore della sinistra indipendente. E i suoi elettori erano comunisti.
Sì, però io non sono mai stato comunista. Né come pensiero né come appartenenza partitica. Tecnicamente sono un azionista.
Quindi laicista.
Laico.
Come mai a sinistra nessuno si dice comunista?
Walter Veltroni lo è stato, Massimo D’Alema lo è stato…
Veltroni dice di no.
L’insostenibile leggerezza della politica.
Perché è deluso dall’ex sindaco Sergio Cofferati?
Ha sempre dimostrato di non essere assolutamente interessato alla città. E poi la sua candidatura è nata male, paracadutato da Roma senza nemmeno fare le primarie.
E perché lei non ha partecipato alle primarie? Il Pd le aveva offerto i voti necessari.
Mi aveva offerto le firme necessarie per essere sconfitto in un confronto con Del Bono, sostenuto dall’apparato. Una polpetta avvelenata che non ho mangiato.
Lo sa che il suo amico Luigi Pedrazzi, sociologo del Mulino, ha detto che la finanzierà ma non sa se la voterà?
Gigi ha sempre voglia di scherzare. Però è vero che la pensiamo diversamente su molte cose. Per esempio io penso che gli israeliani abbiano non solo il diritto di sopravvivere, ma anche di reagire; lui pensa che gli israeliani esagerino sempre.
Lei ha detto che la prima cosa che farebbe da sindaco sarebbe abolire tutte le consulenze. Fa il dipietrista?
Antonio Di Pietro molto spesso ha ragione. E, anche se non lo sa, dice cose di sinistra. Però c’è una differenza di stile, io bene o male sono uno studioso e Di Pietro no, e poi io non tratto sulle poltrone, lui sì.
Perché il Pd ha scelto Del Bono, che nessuno conosce?
Ho una risposta cattivissima, la vuole?
La prego.
Perché è l’unico che, se vince, libera ben tre poltrone: assessore al Bilancio, vicepresidente della regione e consigliere regionale.
Dica qualcosa di sinistra.
Facile: giustizia sociale. Chi ha di più favorisca un riequilibrio con coloro che hanno meno.
Lei guadagna più o meno di 120 mila euro l’anno?
Francamente non lo so, ma credo di più. Comunque Dario Franceschini ha ragione. Bisogna chiedere ai ricchi un contributo.
Chi guadagna 120 mila euro è un ricco?
No, però è probabile che chi dichiara 120 mila euro ne guadagni molti di più.
Ti faccio pagare anche quello che non dichiari anche se non so quanto sia.
Esatto.
Capisco…
Ma dovrebbero essere i parlamentari a dare l’esempio, solo che nemmeno Rifondazione ha preso questo impegno. La casta è davvero potente.
Alla sua età si mette a fare campagna elettorale? Non era più comodo continuare a scrivere per La Repubblica?
Uhhh, certamente sì. Tra l’altro gli altri candidati hanno più soldi di me.
Ma lei ha la Lega.
La Lega?
Delle coop.
Ah… eh, magari, non mi ha dato un centesimo e non controlla i suoi.
A Bologna ci sono 26 mila cassintegrati. Che si fa?
Ha visto come è ridotta Bologna?
No, come?
Ci sono buchi e sporcizia da tutte le parti. Una volta era pulita, ordinata, e credo che ci sia una enorme opportunità per impiegare chi ha perso il lavoro per farla tornare bella e appetibile per i turisti.
Paga il comune?
Sì, sono keynesiano. Qualcosa in contrario?
Facile essere keynesiano adesso, dopo che il monetarismo ha portato a questa crisi.
Io lo ero anche prima.
Che cosa vuol dire essere keynesiano?
Un governo stabile, onesto, che dura, costringe i sindacati a essere molto più moderati nelle loro richieste e gli industriali a fare i conti con un comune che decide dove si investe e dove no. Questo è il compromesso keynesiano con gli industriali: noi vi controlliamo i sindacati, per così dire, perché sanno che noi, governo di sinistra, siamo il miglior governo che possono avere, e voi investite dove diciamo noi. Questo è il compromesso che ha fatto grandi Bologna, Reggio Emilia, Modena…
Che ne pensa di Pancho Pardi, il professore fiorentino inventore dei girotondi?
Simpatico con alcune idee fisse: antiberlusconismo e sinistra fallimentare. Non si va lontano con Pardi.
Qual è il problema del Paese?
Siamo poco competitivi, impastoiati nel familismo, nessuno è disposto a combattere per vincere rischiando.
Quindi hanno ragione Francesco Giavazzi e Alberto Alesina, il liberismo è di sinistra?
No, non il liberismo, ma la competizione è di sinistra.
Allora sarà favorevole alla liberalizzazione delle farmacie e dei taxi.
Beh, con un regolamento comunale apposito certamente sì.
Lei è un intellettuale?
Sì, ma della curva.
Sul caso Englaro il Pd in provincia di Bologna si è astenuto, lei cosa avrebbe fatto?
Totale libertà di scelta. Beppino Englaro, per le infamie che gli sono state rivolte, dovrebbe chiedere i danni.
Accetterebbe una centrale nucleare sul territorio del comune?
Bisogna coinvolgere la cittadinanza.
Devo scrivere no?
In Italia la cittadinanza non viene in genere coinvolta; e se lo fosse, alla fine non sono certo che direbbe un no.
Lo sa che le polemiche migliori le ha fatte contro il centrosinistra invece che contro il centrodestra?
Questa è un’accusa infamante. È il Pd che polemizza con me.
Dopo Bologna leader del Pd?
Il Pd è un vagone piombato. Farei il leader di un partito socialdemocratico, che è il partito che davvero manca all’Italia.
La sinistra perderà alle europee?
La società italiana non è divisa in classi sociali, ma in ceti. Nei ceti conta lo status e questo impedisce i grandi movimenti sociali.
Non ho capito.
Non è in sintonia con la società da tantissimo tempo. Basta guardare Milano, la dimostrazione dell’incapacità della sinistra di capire cosa succede nella realtà: prima hanno candidato sindaco il baffuto Nando Dalla Chiesa, poi l’industriale Aldo Fumagalli, poi il sindacalista Sandro Antoniazzi e poi il prefetto Bruno Ferrante. Con questi candidati non avrebbero mai vinto.
Romano Prodi cosa dice?
Sta con Del Bono.
Lei non ha mai amato Prodi, vero?
Scriva: Pasquino dice che preferisce non rispondere.

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