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Video shock ma utile: arrestato il presunto killer ripreso al rione Sanità

Il killer in azione

Il killer in azione

Scelta forte e sofferta. Che però, pare abbia dato i suoi frutti: il presunto omicida di Mariano Bacioterracino, 53 anni, ucciso con 5 colpi di pistola l’11 maggio scorso in piazza Vergini, nel rione Sanità, è stato fermato dalle forze dell’ordine. Continua

Blitz contro i “protettori” del boss Messina Denaro, 13 arresti

Il Murales di Messina Denaro

Imponente operazione antimafia questa mattina contro i presunti fiancheggiatori del boss mafioso latitante dal 1993 Matteo Messina Denaro, ritenuto il nuovo capo di Cosa Nostra (qui il VIDEO da Medianews del 12 novembre 2007). Gli agenti del Servizio centrale operativo (Sco) e delle Squadre mobili di Trapani e Palermo hanno eseguito 13 arresti nei confronti di altrettanti indagati ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione mafiosa, estorsione, traffico di sostanze stupefacenti, trasferimento fraudolento di società e valori. I provvedimenti sono stati emessi dal gip di Palermo che ha accolto le richieste del procuratore aggiunto Teresa Principato e dei pm Roberto Scarpinato, Paolo Guido, Sara Micucci e Roberto Piscitello.
In manette anche Mario Messina Denaro, cugino del boss. Secondo gli inquirenti l’uomo, imprenditore caseario, avrebbe imposto il “pizzo” a imprenditori locali sostenendo di raccogliere i soldi delle estorsioni a nome del cugino. Avrebbe anche gestito un traffico di stupefacenti tra Roma e il territorio trapanese, sempre finalizzato a finanziare l’organizzazione criminale.

È stata, inoltre, sequestrata un’intera impresa olearia con beni immobili annessi, per un valore di circa 2 milioni di euro, fittiziamente intestata a terze persone, al fine di sottrarre il patrimonio mafioso ad eventuali aggressioni di carattere patrimoniale da parte degli inquirenti Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, gli arrestati hanno svolto, “primariamente, un fondamentale ruolo nel sostegno alla latitanza di Messina Denaro, assicurandogli, tra le altre cose, il mantenimento di riservati canali di comunicazione con i componenti di vertice di Cosa nostra palermitana”. L’azione di copertura si è anche sostanziata attraverso la fornitura di documenti d’identità falsi al ricercato, per consentirgli di eludere le indagini.

Nel corso dell’operazione ‘Golem’ gli inquirenti hanno contestualmente eseguito delle perquisizioni in quindici istituti penitenziari nei confronti di trentasette detenuti. I detenuti, secondo quanto accertato dagli inquirenti, avrebbero comunicato con gli indagati. Tra questi figurano ‘boss’ di primissimo piano nel panorama di Cosa Nostra, tra cui Mariano Agate, capo indiscusso del ‘mandamento’ mafioso di Mazara del Vallo, detenuto ininterrottamente da oltre 15 anni e condannato a più ergastoli per associazione mafiosa, omicidi e traffico di sostanze stupefacenti. Storicamente legato all’ala corleonese di Cosa Nostra, è da sempre considerato vicinissimo alla famiglia Messina Denaro. Ma anche Filippo Guttadauro, cognato del latitante Messina Denaro Matteo, per averne sposato la sorella. “Le perquisizioni hanno, finora, consentito” si apprende da ambienti giudiziari “di acquisire numerosa documentazione, già al vaglio degli inquirenti che stanno valutando la possibilità di disporre l’immediato trasferimento di alcuni dei soggetti perquisiti in Istituti Penitenziari diversi”.

Secondo quanto emerge dalle indagini, inoltre, nonostante sia uno dei boss latitanti più ricercati d’Italia dal 1993, il capomafia di Castelvetrano avrebbe fatto dei viaggi anche all’estero in Austria, Svizzera, Grecia, Spagna e Tunisia per mostrare “ancora una volta, la particolare ‘mobilità’ che lo caratterizza da sempre. Per questa ragione, in collaborazione con l’Interpol, sono stati svolti diversi approfondimenti investigativi in diversi Paesi europei ed extraeuropei, “dove risultano essere presenti diversi soggetti in rapporti con Messina Denaro”. In questo stesso contesto, tra le altre cose, le indagini hanno consentito di localizzare e catturare in Venezuela, nonché di estradare in Italia, alcuni esponenti di spicco di Cosa nostra, fortemente legati a Messina Denaro: come Vincenzo Spezia, killer ed elemento di vertice della “famiglia” mafiosa di Campobello di Mazara.

Infine, agli atti dell’operazione anche il ‘pizzino’ ritrovato tempo fa nel quale Denaro rassicurava i suoi amici detenuti: “… io non andrò mai via di mia volontà, ho un codice d’onore da rispettare. Lo devo a Papà e lo devo ai miei principi, lo devo a tanti amici che sono rinchiusi e che hanno ancora bisogno, lo devo a me stesso per tutto quello in cui ho creduto e per tutto quello che sono stato”. “Ad onore del vero” scrive ancora Messina Denaro “se avessi voluto già me ne sarei andato da tempo, ne avevo la possibilità, solo che non ho mai tenuto in considerazione quest’ipotesi perché non fa parte di me ciò; io starò nella mia terra fino a quando il destino lo vorrà e sarò sempre disponibile per i miei amici, è il mio modo tacito di dire a loro che non hanno sbagliato a credere in me. …”.

Chi è Matteo Messina Denaro: il ritratto nel VIDEO di Carlo Lucarelli:

Scacco alla Camorra: preso il boss Letizia, 100 arresti tra i Casalesi

Poliziotti in azione
Un latitante del clan dei casalesi, Franco Letizia, 32 anni, inserito tra i cento pregiudicati più pericolosi d’Italia, è stato arrestato da agenti della Squadra mobile di Caserta poco prima della mezzanotte scorsa a San Cipriano D’Aversa, una delle roccaforti casertane dell’organizzazione camorristica. Letizia, ritenuto un fedelissimo di uno dei capi storici dei casalesi, Francesco Bidognetti detto ‘Cicciott e mezzanotte’, è stato bloccato dai poliziotti, che a conclusione di indagini ed appostamenti erano riusciti a localizzare il rifugio, in un appartamento di una zona periferica di San Cipriano, nella disponibilià di Antonio Diana, 41 anni, arrestato per favoreggiamento insieme con un altro presunto affiliato alla cosca, Carlo Corvino, 40 anni. I due erano insieme con il latitante al momento dell’irruzione dei poliziotti della Mobile casertana, diretta dal vice questore Rodolfo Ruperti.
Letizia, considerato dagli investigatori, tra l’altro, uno degli esattori delle estorsioni del clan Bidognetti, sfuggì un anno e mezzo fa all’operazione ‘Domizia’ del 18 aprile 2008, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli, nel corso della quale furono eseguite da Polizia, Carabinieri e Dia di Napoli 52 delle 64 ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dal Tribunale di Napoli su richiesta della Dda partenopea. I destinatari dei provvedimenti restrittivi erano ritenuti affiliati o fiancheggiatori delle due fazioni dei casalesi capeggiate da Francesco Bidognetti, in carcere da anni, al regime di 41 bis, e dei Tavoletta, in lotta da tempo per il predominio delle estorsioni e dei traffici illeciti tra Castevolturno, sul litorale casertano e Villa Literno. Gli arrestati erano accusati a vario titolo di associazione per delinquere di tipo mafioso, estorsioni, porto e detenzione illegale di armi, traffico di droga, illecita concorrenza. L’operazione, disposta dalla Dda partenopea, fu favorita dalle rivelazioni di Anna Carrino, 47 anni, moglie di Bidognetti, che da alcuni mesi aveva cominciato a collaborare con gli investigatori.

L’operazione anti camorra di questa notte ha portato anche a cento ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip del tribunale di Napoli ed eseguite all’alba nel corso di un’operazione interforze. In manette esponenti del clan Amato-Pagano, gli ’scissionisti’ contrapposti al clan di Lauro nella faida di Scampia.
Ad eseguire i provvedimenti polizia, carabinieri e Guardia di Finanza, impegnati dall’alba, in un’operazione interforze. I reati contestati sono associazione camorristica, omicidio, traffico di stupefacenti e riciclaggio di denaro. Gli arresti di questa notte seguono di tre giorni la cattura del capoclan Raffaele Amato. L’uomo, latitante dal 2006 era stato arrestato nella notte tra sabato 16 e domenica 17 a Marbella, in Spagna. Amato aveva infatti trovato rifugio nella Penisola iberica gestendo i traffici di droga con il Napoletano, soprattutto quelli di cocaina. Un tempo killer di Paolo Di Lauro, Amato era attualmente a capo di un cartello criminale attivo non solo nei quartieri napoletani di Secondigliano e Scampia, ma anche nei comuni di Melito, Mugnano, Casavatore e Arzano.
Il latitante, considerato il capo di uno dei clan più pericolosi usciti vittoriosi dalla faida di Scampia, negli anni ’90 aiutò Di Lauro a seminare morte e terrore nell’area a nord di Napoli per dimostrare l’egemonia sul territorio e il controllo delle piazze di spaccio.

Quando la Mafia fa litigare: è polemica sui gadget di Cosa Nostra

mafia

Magliette e accendini, tazze e bandane. Insomma, gadget e ricordini: tutti con la faccia ammiccante di Don Vito Corleone, protagonista del romanzo di Mario Puzo Il Padrino e dell’omonimo film di Francis Ford Coppola. O con la scritta Cosa nostra. Ce ne sono tante nella bancarelle, non solo siciliane, di souvenir.

Periodicamente divampano le polemiche sull’opportunità di riprodurre sui gadget motti o immagini dell’immaginario mafioso. Oggi ritornano. L’ex senatrice Maria Burani Procaccini dice: “Si tratta di modelli pericolosi che legittimano inconsciamente la mafia e che vanno respinti con forza e con sdegno. Chiedo che ci sia una levata di scudi per comprendere la negatività di messaggi che, invece, passano nell’indifferenza generale come se fossero semplici provocazioni culturali”.
Il creativo-fotografo e assessore della giunta Sgarbi del comune di Salemi, Oliviero Toscani, ribatte: “Se vietano la vendita delle magliette con il Padrino o con la scritta mafia dovrebbero vietare anche la vendita dei crocefissi” ha detto. “La polemica sui gadget che richiamano al Padrino o alla mafia mi sembra una pura follia. Chi la pensa così dovrebbe vietarsi di parlare”.
Toscani ha anche depositato il brevetto con il marchio ‘M.a.f.i.a’ (Mediterranean association for international affair). “Non mi interessa speculare sul marchio Mafia” conclude “mi piaceva l’idea di brevettarlo”.
Il sindaco di Gela, Rosario Crocetta, simbolo della lotta alla mafia, si schiera apertamente contro la vendita di magliette e souvenir che “sminuiscono il problema” “Un’oscenità” ha ribadito. “Fare business sfruttando la parola mafia o le immagini del Padrino è una delle cose più volgari che siano mai state pensate. Non si può scherzare su un fenomeno come quello della criminalità organizzata. Non credo che da parte delle giovani generazioni ci sia pericolo di emulazione ma in ogni caso il fenomeno è diseducativo. Da una parte parte spinge verso l’aggressività dall’altra fanno apparire la mafia come qualcosa di folcloristico, da portare a casa come un souvenir”.
La pensa così anche il fratello del giudice Paolo Borsellino, Salvatore, per il quale “questo tipo di business alimenta la visione dei mafiosi come eroi, anche se negativi”. Mentre la sorella del magistrato ucciso dalla mafia, Rita (candidata capolista del Partito Democratico alle elezioni europee nel collegio delle Isole) dice: “Vietare non è bello, ma certe esagerazioni non possono essere tollerate. Ricordo i videogiochi con le guerre di mafia…”. Per il segretario del Pd e consigliere comunale a Palermo, Ninni Terminelli, “Quest’anno in Sicilia c’è stato un vero e proprio exploit di statuette, calamite, magliette e cappellini che fanno riferimento alla mafia, offerti ai turisti come oggetti caratteristici. È scandaloso”.
Ma il suo compagno di partito anche lui consigliere comunale Salvatore Orlando, ribatte: “La tazza col volto di Marlon Brando? Che male fa? La lotta alla criminalità organizzata non si fa vietando la vendita dei gadget. L’antimafia dovrebbe essere cosa più seria”.

Il VIDEO servizio:

Mafia, arrestati due boss di Gela: “Pizzo a Milano e un piano per uccidere il sindaco”

Rosario Crocetta

Nel mirino delle cosche c’era già. E da tempo. Tanto che da mesi è costretto a vivere con sei uomini di scorta che non lo lasciano un solo minuto. Lui è Rosario Crocetta, simbolo della lotta alla mafia, famoso anche per essere stato il primo sindaco (a Gela in provincia di Caltanissetta) dichiaratamente omosessuale nella storia d’Italia e della Regione Siciliana.

Contro di lui (dal 1 ottobre iscritto al Pd, partito per il quale è candidato alle Europee: per lui solo è valsa la deroga alla decisione di non candidare sindaci che devono concludere il mandato), i boss stavano preparando un attentato. Il clan mafioso degli Emmanuello lo voleva uccidere, grazie anche all’aiuto di mafiosi residenti fra Milano e Varese.
Il gruppo mafioso, che fa capo a Cosa nostra, è strutturato in organismi territoriali che operano unitariamente, o in stretta collaborazione, in varie zone del territorio nazionale e all’estero.

Le manette sono scattate per Maurizio Saverio La Rosa, di 40 anni e Maurizio Trubia, di 41, arrestati proprio a Gela, con l’accusa di associazione mafiosa e di estorsione: hanno imposto il pagamento del pizzo a imprese di Gela che effettuavano lavori pubblici anche a Milano. Decisive, oltre alle intercettazioni, anche le dichiarazioni del pentito Carmelo Barbieri, ex reggente della cosca nissena, che da qualche tempo ha iniziato a collaborare con i pm.

Gli investigatori sono riusciti così a scoprire anche i piani dei boss, intenzionati a giustiziare il sindaco, da tempo nel mirino della mafia per le sue campagne di stampa e le iniziative amministrative per riaffermare la legalità nella sua città (da cui è nato anche un testo Io ci credo. Gela città della legalità). Ma la condanna a morte era stata decretata anche per un imprenditore, che aveva denunciato le richieste di pizzo per alcuni lavori che doveva compiere a Milano, per la manutenzione dell’acquedotto.

Per gli inquirenti il pericolo di attentati era “attuale e imminente”. Per questo la Procura distrettuale antimafia ha chiesto con estrema urgenza il provvedimento cautelare al gip. Il piano era stato preparato e concordato da La Rosa insieme ad altri mafiosi residenti nel Nord. Negli ultimi mesi il boss aveva fatto diversi viaggi tra la Sicilia e la Lombardia, dove ha incontrato esponenti delle cosche mafiose di Gela che da tempo si sono trasferiti fra Milano e Varese.

Arrestato Strangio, superlatitante della strage di Duisburg

giovanni_strangio
Il superlatitante Giovanni Strangio, 30 anni, è stato arrestato ieri sera ad Amsterdam dalla polizia insieme al cognato, Francesco Romeo: è accusato di essere stato l’organizzatore e l’esecutore materiale della strage di Duisburg, in cui furono assassinate sei persone.
Le vittime della strage, avvenuta davanti il ristorante da Bruno il giorno di Ferragosto del 2007, erano tutte appartenenti alla cosca Pelle-Vottari, contrapposta a quella dei Nistra-Strangio nella faida di San Luca (Reggio Calabria): Sebastiano Strangio, di 39 anni, titolare del ristorante “da Bruno”; i fratelli Francesco e Mario Pergola, di 20 e 22 anni, che lavoravano nel ristorante; Marco Marmo, di 25, Tommaso Venturi, di 18, e Francesco Giorgi, di 17. Ad agire fu un commando della ‘ndrangheta arrivato da San Luca composto da almeno quattro persone. I complici di Giovanni Strangio nell’esecuzione della strage non sono stati ancora identificati, ma la polizia sarebbe da tempo sulle loro tracce. I due arresti sono stati compiuti “grazie all’impegno dei ragazzi della squadra mobile di Reggio Calabria e dello Sco di Roma”, ha commentato Pietro Grasso, procuratore nazionale antimafia, tributando agli investigatori “un plauso particolare”. Strangio, inserito nell’elenco dei 30 latitanti più pericolosi, è stato bloccato dalla polizia nella città olandese mentre era in compagnia della moglie e del figlio. Secondo l’accusa, compì la strage per vendicare l’assassinio della cugina, Maria Strangio, uccisa a San Luca il giorno di Natale del 2006. Una delle vittime della strage, Marco Marmo, infatti, era sospettato di essere il responsabile dell’uccisione di Maria Strangio nell’agguato in cui restò ferito anche il nipote di cinque anni della donna.
Secondo quanto è emerso dalle indagini, obiettivo dell’agguato in cui morì Maria Strangio sarebbe stato, in realtà, il marito della donna, Giovanni Nirta, considerato uno dei capi della cosca Nirta-Strangio.
Gli investigatori, dopo la strage di Duisburg, grazie alla collaborazione di una testimone, tracciarono l’identikit di uno dei possibili responsabili della strage. E alla fine di agosto identificarono in Giovanni Strangio uno dei presunti esecutori.Strangio era stato scarcerato pochi mesi prima della strage dopo essere stato arrestato perche’ trovato in possesso di una pistola ai funerali di Maria Strangio. Era stato lui ad esprimere i maggiori propositi di vendetta per l’agguato contro Giovanni Nirta costato la vita alla moglie di quest’ultimo.
Giovanni Strangio, in Germania, era titolare di due pizzerie considerate dagli investigatori basi logistiche per gli affari della ‘ndrangheta in Germania. Lo stesso ristorante da Bruno, davanti al quale avvenne la strage di Duisburg, sarebbe stato utilizzato dalla cosca Pelle-Vottari per nascondere armi. Romeo, arrestato insieme Strangio, era ricercato dal 1997 con l’accusa di traffico internazionale di droga.

LEGGI ANCHE: I due Strangio: San Luca-Duisburg a mano armata - La ‘ndrangheta colpisce a Ferragosto, strage in Germania

Le mani dei boss sull’eolico siciliano: arrestati imprenditori e politici

Un parco eolico

Le mani dei boss sulla realizzazione dei parchi eolici in Sicilia. Questo ciò che emerge dall’inchiesta che ha portato gli inquirenti a scoprire un patto tra fedelissimi del super latitante Matteo Messina Denaro, politici, burocrati e imprenditori siciliani, campani e trentini per speculare sull’affare dell’energia pulita in Sicilia.
Si tratta di otto provvedimenti cautelari emessi dal gip del tribunale di Palermo, Antonella Consiglio, su richiesta dei pm della Direzione distrettuale antimafia, Piero Padova e Gino Cartosio. Gli arresti sono stati eseguiti dai carabinieri del Reparto operativo di Trapani e dagli agenti della polizia di Stato in servizio alla Squadra mobile di Trapani.
L’indagine mette in luce le dinamiche politiche e imprenditoriali che si sarebbero formate in questi anni per la realizzazione di “parchi eolici” in Sicilia, in particolare nel trapanese.
L’operazione antimafia che stamani ha portato all’arresto di otto persone, fra cui un imprenditore di Trento, si basa sui risultati delle indagini condotte da polizia e carabinieri di Trapani su una serie di progetti per la realizzazione di vari impianti eolici nel Trapanese. L’indagine é stata denominata “Eolo”, ed analizza le dinamiche politiche e imprenditoriali che, in particolare, hanno spinto l’amministrazione comunale di Mazara del Vallo (ma anche altre amministrazioni locali) ad optare per un programma di progressiva espansione dell’energia eolica.
Alla base dell’inchiesta vi è un’imponente attività d’intercettazione. Il risultato più rilevante consiste nell’aver appurato che l’attività illegale di imprenditori e politici avrebbe avuto un imprimatur mafioso. I boss avrebbero controllato gli affari sull’energia alternativa, anche mediante l’affidamento dei lavori necessari per la realizzazione degli impianti eolici (scavi, movimento terra, fornitura di cemento e di inerti) per un affare di centinaia di milioni di euro ai quali si aggiungono, per la stessa entità, gli ingenti finanziamenti regionali di cui le imprese hanno beneficiato.

Mafia, decapitato clan di Partinico: confiscati milioni di beni

La guerra fra cosche mafiose esplosa negli ultimi anni alle porte di Palermo ha portato i carabinieri del Gruppo di Monreale ad eseguire 16 ordini di custodia cautelare. I provvedimenti sono stati emessi dal gip del tribunale su richiesta della Direzione distrettuale antimafia e riguardano indagati accusati di essere affiliati a Cosa nostra.
L’indagine di fatto azzera il mandamento mafioso di Partinico e Borgetto, due paesi alle porte del capoluogo siciliano, dove negli ultimi anni si è registrata una vera e propria faida tra “famiglie” rivali. Gli investigatori ricostruiscono retroscena e movente dei delitti. La guerra di mafia si è combattuta in una fetta di territorio che è a cavallo tra i territori che erano guidati dai boss Lo Piccolo, che tentavano di espandersi nel trapanese, e quello in cui comanda il latitante Matteo Messina Denaro. Una faida che ha portato numerosi morti.
L’operazione dei carabinieri del Gruppo di Monreale, mette in evidenza gli equilibri mafiosi del palermitano e sul dato che la “guerra di mafia” sembrava essersi conclusa a favore della fazione capeggiata da Salvatore Corrao e Nicolò Salto. Il denaro necessario per il sostentamento dei detenuti ed il mantenimento dei familiari dei mafiosi, infatti, cominciava ad essere assicurato dalle fiorenti attività illecite, che erano appannaggio esclusivo della gestione “vincente”. I carabinieri della compagnia di Partinico, alcuni mesi fa, fermarono durante un posto di controllo, Antonio Salto, figlio minore del boss di Borgetto, e gli sono stati trovati 70 mila euro in contanti e un “pizzino” con la lista degli imprenditori che pagavano il “pizzo”. Il mandamento mafioso colpito dagli arresti era temuto da tutte le altre famiglie palermitane proprio per l’incertezza gestionale che vi regnava e per l’effervescenza criminale più volte dimostrata. Basti pensare al tentato omicidio di Nicolò Salto (18 ottobre 2008) che fa ipotizzare nuovi scenari.

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Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Io la penso così, di Giovanni Fasanella
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
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