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Un gruppo di mafiosi legati alla ‘Stidda’ stavano preparando il sequestro del banchiere Giovanni Cartia, presidente della Banca Agricola Popolare di Ragusa.
Il piano, sventato dai magistrati della procura della Repubblica di Caltanissetta e dai carabinieri della compagnia di Gela e del comando provinciale nisseno, ha portato stamani all’esecuzione di otto ordini di custodia cautelare in carcere. I provvedimenti sono stati eseguiti in Sicilia, Puglia e Lombardia.
L’inchiesta è riservata. Si apprende soltanto che grazie all’uso di intercettazioni ambientali effettuate per indagini che non riguardavano la mafia, si è arrivati a scoprire il piano dell’organizzazione criminale che era già pronto per essere eseguito prima di Pasqua. Già alcuni anni fa collaboratori di giustizia come La Barbera e Camarda avevano rivelato che i corleonesi, dopo aver a lungo vietato in Sicilia i sequestri di persona, volevano iniziare una “nuova stagione” criminale effettuando rapimenti di facoltosi industriali.
Il piano per sequestrare l’imprenditore ragusano sarebbe stato organizzato da un ex militante delle Brigate Rosse, in collaborazione con alcuni componenti dell’organizzazione criminale della Stidda. Secondo quanto riportato dall’Ansa, gli investigatori hanno così individuato e arrestato Calogero La Mantia, 59 anni, originario di Sommatino (Caltanissetta), ma residente a Gela, indicato come un ex brigatista.
L’organizzazione sarebbe stata capeggiata da Vincenzo Pistritto, 41 anni, pregiudicato di Gela, il quale avrebbe avuto in programma un altro sequestro di persona che riguardava un familiare di un imprenditore. Anche lui è stato arrestato stamani. Tutto il piano emerge da intercettazioni ambientali disposte dalla procura di Caltanissetta.
L’ex Br Calogero La Mantia era stato arrestato negli anni Settanta per terrorismo perché accusato di far parte della colonna milanese delle Brigate Rosse. Dopo aver scontato la pena in carcere, era ritornato a Gela. Secondo l’accusa, il progetto era quello di sequestrare, prima di Pasqua, un noto banchiere siciliano. Delle otto ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip di Caltanissetta, Giuseppina Bonavenura, i carabinieri hanno fino adesso notificato il provvedimento solo a sette persone. Un indagato è ancora irreperibile.
L’operazione è stata denominata ‘Caiman’. L’indagine ha permesso di ricostruire l’organigramma di una presunta associazione mafiosa che stava progettando a Modugno (Bari), Cremona, Gela e nel Ragusano, rapine e di sequestri di persona. Tutta l’indagine ruota intorno a Pistritto, il cui spessore criminale è descritto da diversi collaboratori di giustizia. L’indagato, insieme ai suoi presunti complici, aveva ideato e materialmente pianificato, con vari sopralluoghi, diversi progetti criminosi, principalmente rapine, per le quali è emersa la disponibilità di armi ed esplosivo al plastico.

Ex esponenti di Ordine Nuovo e dei Nar, uomini della mala del Brenta di Felice Maniero, della banda della Comasina di René Vallanzasca. E anche un ex brigatista rosso. Una banda sgominata, dopo una lunga indagine, dal Ros dei carabinieri. Il bilancio è di una ventina di arresti e una trentina di perquisizioni tra Veneto, Lombardia e Liguria. Secondo gli inquirenti, i banditi movimentavano ingenti quantitativi di cocaina e altre droghe in tutto il settentrione. Tra gli indagati anche un ex brigatista rosso che aveva a casa vecchi volantini con la stella a cinque punte, che conservava nostalgicamente.
Secondo la Procura Distrettuale Antimafia di Venezia “il sodalizio movimentava ingenti quantitativi di droga nel Nord Italia con modelli organizzativi compartimentati tipici dei gruppi eversivi in cui molti degli indagati avevano militato sino agli inizi degli anni 80″. I carabinieri stanno eseguendo, in Veneto, Lombardia, Liguria e altre regioni italiane, un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di 20 indagati per associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti. Una trentina di perquisizioni sono in corso a carico di soggetti a piede libero.
La maxi operazione “Testuggine”, avviata dai carabinieri dei Ros nel 2006, aveva già portato nel tempo al sequestro di quasi 10 kg di cocaina e 15 di hascisc. Nelle perquisizioni della notte scorsa, sono stati recuperati complessivamente un altro mezzo chilo di cocaina ed un chilo di hascisc, oltre ad una pistola con silenziatore e documenti falsi.
L’ossatura dell’organizzazione era costituita, secondo i Ros, da ex ordinovisti ed ex Nar, ma si saldava poi con esponenti di bande malavitose e, in un caso appunto, perfino con le Br. Si tratterebbe di un sodalizio criminale che, secondo gli investigatori, si muoveva con l’organizzazione tipica dei gruppi eversivi nei quali molti degli indagati avevano militato fino agli inizi degli anni Ottanta. Tra gli indagati vi sono ex esponenti di Ordine Nuovo e dei Nar, mentre tra altri arrestati figurano ex appartenenti della mala del Brenta di Felice Maniero e della banda della Comasina di Renè Vallanzasca. All’ex brigatista rosso Angelo Manfrin, 64 anni (condannato nel 1990 dalla Corte d’assise d’appello di Venezia per associazione per delinquere in concorso con Gilberto Cavallini, Giusva Fioravanti e Francesca Mambro), residente a Peschiera del Garda (Verona), i Ros hanno sequestratoanche vecchi volantini con la stella a cinque punte, che questi conservava nostalgicamente nella sua abitazione.
Manfrin, che all’epoca aveva realizzato una sofisticata rete logistica di supporto alla latitanza dei terroristi dei Nar, è risultato essere l’organizzatore di un vasto traffico di droga destinata ai mercati veneto, emiliano e lombardo, oltre a coordinatore della rete distributiva con basi a Rovigo, Verona, Padova, Ferrara, Modena e Milano. Secondo quanto emerso dalle indagini, si avvaleva della complicità di Roberto Frigato, anch’egli noto esponente della destra eversiva ordinovista e di noti affiliati alla Banda della Comasina di Vallanzasca (il suo ex braccio destro Antonio Colia) e alla Mala del Brenta (Fiorenzo Trincanato). Sono stati individuati i circuiti finanziari utilizzati per riciclare il denaro (verso la Svizzera), oltre alla base operativa di Manfrin in un appartamento di Novara.
Manfrin, arrestato con addosso 15 mila euro e 8 cellulari, gestiva il traffico direttamente con la famiglia calabrese dei Morabito che si assicuravano la cocaina dal Sudamerica. I carabinieri hanno calcolato un giro di cocaina di 15 chili la settimana. Si sono rivelati particolarmente difficili i pedinamenti perché gli indagati attuavano modelli organizzativi a comparto, tipici delle organizzazioni terroristiche. Usavano infatti il metodo del controllo dei controllori in modo d’essere sicuri di non venire seguiti e si tenevano in contatto ognuno con un telefono dedicato: nessuno chiamava infatti gli altri con lo stesso numero telefonico, che veniva poi spesso cambiato.
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Il 9 maggio di trent’anni fa la polizia trovò il cadavere del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, in una Renault 4 rossa in via Caetani a Roma, emblematicamente a metà strada tra le sedi della Dc e del Pci. Moro era stato rapito il 16 marzo 1978, giorno della presentazione del nuovo governo guidato da Giulio Andreotti e aperto all’appoggio dei comunisti di Enrico Berlinguer. L’auto sulla quale viaggiava l’ex presidente del Consiglio venne intercettata in via Mario Fani da un commando delle Brigate Rosse. In pochi secondi, i terroristi uccisero la scorta (cinque uomini) e sequestrarono il presidente della Democrazia Cristiana.
Questa data è diventata un simbolo per commemorare le vittime del terrorismo. Oggi infatti, per la prima volta, si celebra al Quirinale il “Giorno della memoria”, istituito con la legge n. 56 del 4 maggio 2007 “al fine di ricordare tutte le vittime del terrorismo, interno e internazionale, e delle stragi di tale matrice”. Per l’occasione la Presidenza della Repubblica ha realizzato il volume Per le vittime del terrorismo nell’Italia repubblicana, edito dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, con l’intento di “rendere omaggio, nel modo più solenne, a tutti coloro - fossero essi semplici cittadini, umili e fedeli servitori dello Stato, o protagonisti della storia repubblicana, come lo fu l’onorevole Aldo Moro - che in quel contesto pagarono col sacrificio della loro vita i servigi resi alle istituzioni repubblicane”, come si legge nella prefazione scritta dal Capo dello Stato.
Nel corso delle celebrazioni, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha detto che in questo giorno “Non dovrebbero esserci tribune per simili figuri”, stigmatizzando la visibilità e lo spazio che viene dato agli ex terroristi in televisione e su altri media. In particolare ha citato l’intervista dell’ex brigatista che uccise Carlo Casalegno che ha detto di provare solo “rammarico” per i familiari delle vittime. “Il rispetto della memoria purtroppo è spesso mancato proprio da parte di responsabili delle azioni terroristiche”, ha aggiunto celebrando al Quirinale con tono commosso il primo “giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo e delle stragi”. Lo Stato democratico non può dimenticare le vittime del terrorismo e la parola va data a chi ha subito la violenza e non a chi la perpetrata. Lo ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, parlando al Quirinale nella prima Giornata in ricordo delle vittime. Il capo dello Stato ha spiegato dettagliatamente che “chi ha regolato i propri con la giustizia ha il diritto di reinserirsi nella società ma con discrezione e misura”. E “mai dimenticando le sue responsabilità morali anche se non più penali”.
Qui, nel dettaglio tutti i principali eventi organizzati per non dimenticare il presidente della Dc ucciso dalle Br e tutte le vittime del terrorismo nell’Italia repubblicana.
FIRENZE: Una delegazione di studenti toscani -le spese di viaggio sono pagate dalla Regione- accompagnerà l’Associazione delle vittime di via dei Georgofili all’iniziativa programmata dalla Presidenza della Repubblica.
MILANO: Riprodotta in video-installazione nelle misure reali, la cella in cui le Brigate Rosse tennero prigioniero lo statista è visibile da domani nel Museo di Storia Contemporanea di Milano, al centro della mostra “Trittico: 1978-2008. Moro, l’Italia, la coscienza”. A Milano lo statista è stato ricordato oggi in una cerimonia a cui ha partecipato Giulio Andreotti.
TORINO: Celebrazioni con la deposizione di una corona presso il Palazzetto Aldo Moro. Partecipa anche il sindaco Chiamparino. Previsto anche un convegno nel Museo Diffuso della Resistenza.
PALERMO: Il Teatro Festival ospita domani e sabato “9 maggio 1978, niente fu più come prima”, una ballata per la regia di Alfio Scuderi, che mette a confronto Aldo Moro e Peppino Impastato, entrambi uccisi in quella data.
TRIESTE: In Largo Caduti Nassirija Ferdinandeo si svolgerà la Cerimonia Giornata della memoria contro il terrorismo.
SASSARI: Per iniziativa dell’amministrazione comunale sarà posta una lapide in memoria dello statista,nella piazza omonima
SPELLO (PERUGIA): Mostra-documentario su “Gli ultimi giorni di Aldo Moro”.
BOLZANO: in occasione della tradizionale Festa dell’Europa in municipio, sarà ricordata la prima Giornata della Memoria del vittime del terrorismo.
POTENZA: Nella chiesa di S. Maria del Sepolcro celebrazione di una messa in suffragio del Presidente della Dc.
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LEGGI ANCHE: Parla Cossiga: Quello che non ho mai detto su quei 55 maledeti giorni (in .pdf)
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di Giancarlo De Cataldo
“Vestiti e corri alla radio. Hanno rapito Aldo Moro”. Avevo vent’anni, collaboravo a una radio libera. Mandai al diavolo l’amico, noto per i suoi scherzi, e me ne tornai a dormire. Pochi minuti dopo telefonarono da casa, giù in Puglia. “Hai sentito che è successo? Per favore, prendi il treno e torna a casa. A Roma c’è pericolo…”. Accesi il televisore: comparvero le immagini di via Fani. Poliziotti in borghese si aggiravano attoniti fra i corpi dei loro colleghi della scorta; auto di ordinanza scaricavano alte cariche dello Stato dal volto corrucciato; la voce rotta dall’emozione dello speaker ripeteva le prime informazioni sul fatto. Allora è vero, è accaduto davvero. Hanno preso Moro. Sono state le Brigate rosse. Siamo in guerra…
Ho fra le mani, trent’anni dopo, Eseguendo la sentenza, il libro che Giovanni Bianconi ha dedicato ai 55 giorni del sequestro Moro. È una cronaca appassionata dei fatti, rivissuti attraverso i ricordi e le sensazioni di coloro che ne furono protagonisti, le dichiarazioni ufficiali “in presa diretta”, i documenti d’epoca. Una ricostruzione preziosa che ci restituisce al clima di sbigottito ottundimento che caratterizzava le nostre percezioni dell’allora, e ci forza a misurare il fossato incolmabile che divide il come eravamo dal come siamo diventati.
Quella mattina ci ritrovammo in radio, dominati dalla sensazione di una catastrofe incombente. Un pugno di giovani impotenti che, come tutti i giovani, coltivavano ancora l’illusione di poter cambiare il mondo. Il mondo dei padri. Eravamo aggressivi verso quel mondo. Di un’aggressività che coinvolgeva tutta una generazione: nessuno poteva dirsene immune. Pensavamo che i padri dovessero essere provocati, persino umiliati, costretti comunque a ritirarsi. Forse, speravamo solo di stimolare una qualche reazione in loro. Volevamo spingerli a un confronto aperto. Confidavamo in una loro risposta, in un segnale. Ma nessuno di noi avrebbe mai imbracciato un mitra e spento una vita umana.
Però c’era chi lo faceva, e nel senso «politico» della lotta armata non potevi non cogliere, immediato, il riflesso di quell’aggressività generazionale. Vedevamo ogni giorno ragazze e ragazzi, quello sino a ieri spavaldo e indifferente, l’amico timido, il taciturno, il mite, abbracciare di colpo le posizioni estreme, urlare gli slogan più truci, inneggiare all’annientamento del nemico.
Un interrogativo ci tormentava: questi brigatisti sono, come si leggeva sulla stampa, “folli”, “strateghi del terrore”, “criminali comuni”, “agenti di potenze straniere”, o soltanto gente come noi che ha deciso di trasformare in azione ciò che pure alberga nel nostro sentire? Assassini, in una parola, o parricidi? E alla fine, dopo averlo così duramente punito, avrebbero usato clemenza verso quel padre che, dalla “prigione del popolo”, si sforzava di trovare un canale di comunicazione con il suo mondo che l’aveva abbandonato, o la “giustizia proletaria” avrebbe compiuto il suo corso sino alle estreme conseguenze? Avevamo tante domande, ma ci mancavano le risposte. Ma nemmeno “chi di dovere”, se si ripercorre la cronaca di quei giorni, aveva risposta. Erano forse sbagliate le domande? O c’era qualcosa di non detto, qualcosa che avremmo scoperto soltanto dopo, quand’era troppo tardi?
Intanto la tragedia correva sulle nostre teste, scavava nel nostro inconscio, assestava radici di odio e di sangue. I bambini sognavano scene cilene, Roma era una città plumbea, stretta in un assedio metropolitano che evocava scenari da paese in guerra, eppure, fra le maglie dei controlli, i brigatisti si muovevano agili e indisturbati, nessuno pensava a pedinare gli intermediari, nessuno apriva porte sospette e preziosi indizi, che avrebbero potuto cambiare il corso della storia, restavano occultati dietro il moto indecifrabile del piattino di una singolare seduta spiritica.
Trent’anni dopo dovremmo vergognarci di aver pensato, in tanti, che Moro era impazzito, che non era più lui, che era indotto a vergare missive disperate dal “pieno e incontrastato dominio” dei suoi carcerieri. Chi si opponeva alla trattativa aveva ottime ragioni per mostrarsi intransigente. Ma trent’anni dopo siamo costretti a constatare che nel paese del familismo amorale, delle tangenti e delle raccomandazioni, solo e soltanto alla famiglia di Aldo Moro si era deciso di negare il conforto di uno spiraglio di trattativa. Lo si era fatto per i terroristi palestinesi (come Moro non mancava di ricordare nelle sue lettere), e l’avremmo fatto qualche tempo dopo per Giovanni D’Urso e per Ciro Cirillo.
Lo Stato non andò in crisi. Siamo ancora qui a testimoniarlo. Per tutti si trovò una strada. Per tutti tranne che per Moro. E mentre le domande si rincorrevano, accadevano cose che, con una scelta coraggiosa e condivisibile, Bianconi non racconta perché nessuno, in quel momento, poteva raccontarle.
Soltanto in seguito avremmo appreso, infatti, che le unità di crisi si avvalevano della consulenza di esperti internazionali per i quali la sola eventualità di una trattativa era una bestemmia. Che gli apparati investigativi pullulavano di uomini della loggia massonica deviata P2. Che per molti addetti ai lavori il destino di Moro era segnato sin dall’istante del suo prelevamento. Che un timore angoscioso pervadeva settori rilevanti del mondo politico e istituzionale: il timore che, in qualche modo, dal “processo popolare” potessero scaturire rivelazioni su quelle strutture segrete (Gladio, Stay behind) che, di là e contro ogni controllo democratico, avrebbero dovuto assicurare, by any means, la fedeltà atlantista dell’Italia anche in caso di vittoria elettorale, dunque democratica, delle sinistre.
Non lo sapevamo noi, gente comune, e, per quanto si sia detto, scritto e indagato negli anni a venire, non è mai emersa la prova certa che ne fossero a conoscenza gli stessi brigatisti. O, forse, lo davano così per scontato che non metteva conto informarne le masse: in più di un verbale processuale gli autori del sequestro avrebbero poi affermato di non aver compreso sino in fondo la prosa morotea, oppure di esserne stati abilmente depistati. La stessa decisione di attentare a Moro, e non a qualche altro maggiorente democristiano, sarebbe poi stata spiegata con la più minimalista delle motivazioni: era il bersaglio più facile da colpire, gli altri erano meglio protetti.

Perché venissero alla luce i depositi segreti di armi, i progetti di “enucleazione” degli oppositori politici, la ragnatela di contromisure che avrebbero potuto realmente trasformare l’Italia in un campo di battaglia avremmo dovuto attendere la caduta del Muro di Berlino e la fine della guerra fredda. Storie passate, si dirà . Mai chiarite sino in fondo, forse impossibili da chiarire.
A meno di non trovare il coraggio di mettersi intorno a un tavolo e ricostruire il nostro passato senza la minaccia di una pena o il miraggio di una ricompensa. Ma non lo faremo. Non sembra proprio che interessi a nessuno.
Oggi la memoria di via Fani si è trasformata in una delle tante celebrazioni rituali a cui i delitti eccellenti della Prima repubblica ci hanno abituato. I ragazzi delle nostre scuole non sanno niente di Moro, del suo insegnamento, delle sue parole, delle strazianti lettere, della sua tragica fine. Tutto questo ci appare come un’icona sbiadita. Il nostro quotidiano parla una lingua totalmente diversa. Il sogno del mutuo ha rimpiazzato l’ansia della rivolta. L’operetta trionfa sul dramma, non c’è tragedia che non si possa presentare nel suo risvolto di sgangherato fescennino.
Gli anni di balsa hanno preso il posto degli anni di piombo. E in fondo li preferiamo. Sono, a loro modo, anni rassicuranti: non c’è molto da rimpiangere, in una stagione in cui si piazzavano esplosivi agli angoli delle strade e si sparava in faccia alla divisa, alla toga o alla grisaglia senza nessuna considerazione per l’uomo che l’indossava. I ragazzi di quella radio hanno messo su famiglia, c’è chi ha avuto successo e chi si è perso per strada, chi ha fatto carriera e chi non si rassegna a invecchiare. Uno alla volta, alla spicciolata, quasi tutti i protagonisti della vicenda sono usciti di scena.
Chi passato a miglior vita, con i propri dolori e, chissà , i propri segreti, e chi, come è accaduto a numerosi brigatisti, riammesso a varie forme di vita civile grazie a una legislazione i cui principi fondamentali, dalla rieducazione penitenziaria al reinserimento sociale, affondano tuttora radici proprio negli insegnamenti di Moro.
Paradossale, dolce, amara vendetta del padre sacrificato dall’arroganza dei giovani parricidi.
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È un irriducibile brigatista l’uomo arrestato dopo una rapina alla sede centrale del Monte dei Paschi a Siena che stava fruttando 170mila euro. Cristoforo Piancone, 57 anni, membro della direzione strategica delle vecchie Brigate Rosse, era in regime di semilibertà : “Di giorno “dice il suo avvocato Riccardo Vaccaro di Alessandria” mi ha detto che faceva il bidello in una scuola a Torino”. Di sera dormiva nel carcere a Vercelli. Piancone, condannato all’ergastolo per concorso in sei omicidi e due tentati omicidi, imputato per la strage di via Fani e la morte di Aldo Moro, aveva ottenuto la semilibertà dal tribunale di sorveglianza di Torino all’inizio del 2004. Non si era né pentito né dissociato.
I giudici, ha detto il ministro dell’Interno, Giuliano Amato commentando lo stato di semilibertà dell’ex brigatista, devono essere “consapevoli di esercitare una responsabilità enorme”. Da Palazzo Chigi si fa sapere che ora: “È opportuno che vengano fatte le verifiche” sul caso dell’ex br Cristoforo Piancone. Sul caso, si sottolinea “si è mobilitato” il ministero della Giustizia.
Dure critiche dall’opposizione, con la vice presidente di Forza Italia, Isabella Bertolini, che chiede che il ministro della giustizia Clemente Mastella, “invece di tentare di bloccare la scomoda inchiesta di Catanzaro, mandi immediatamente gli ispettori ministeriali al tribunale di sorveglianza di Torino per comprendere perché Cristoforo Piancone, un pericoloso brigatista condannato all’ergastolo per concorso in sei omicidi e due tentati omicidi, sia stato inopportunamente premiato con la semilibertà ”.
![[b]Indulto[/b]<br /> [i]Siena, 2 ottobre 2007[/i] - Una rapina in banca eclatante, per luogo e disponibilità di armi. Un colpo, quello messo a segno nella sede centrale del Monte dei Paschi, in pieno centro a Siena, che ha aperto interrogativi preoccupanti, per il coinvolgimento dell'ex br, Cristoforo Piancone, 57 anni, condannato all'ergastolo per concorso in sei omicidi e due tentati delitti, 25 anni scontati e dal 2004 in semilibertà : la notte a dormire nel carcere di Vercelli, di giorno bidello a Torino. Quando è stato bloccato dalla polizia aveva tre pistole e con una ha cercato di sparare: ci ha provato tre volte, spiegano, senza riuscirci a causa della sicura. Per questo l'accusa è anche di tentato omicidio. [i](Ansa)[/i]</p> <p>[i](Credits: [url=http://uberg.ods.org/]Gianfranco Uber[/url])[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/userpics/10027/normal_indulto.jpg)
L’ex brigatista nel corso della rapina alla Banca Montepaschi di Siena ha tentato di sparare a un giovane poliziotto che gli si era parato davanti, ma la sua pistola, una Beretta, si è inceppata: “Se la pistola avesse funzionato” ha affermato il questore di Siena Massimo Bontempi “avrei avuto delle difficoltà a dare spiegazioni ai familiari sul perché fosse libero. Siamo stati fortunati, sarebbe potuto accadere di tutto”.

La rapina, che stava fruttando un bottino di 170mila euro poi in gran parte recuperato, è stata compiuta insieme ad un giovane complice, senza l’aiuto di fiancheggiatori: i due hanno parcheggiato davanti all’edificio una moto rubata, si sono fatti dare il denaro e sono fuggiti verso la periferia della città . La Polizia, grazie alla segnalazione di un’agente in borghese, è stata però subito sulle loro tracce, fino alla cattura.
Piancone è stato trovato con quattro pistole addosso, non ha fornito le sue generalità agli agenti, e non ha nominato un avvocato.
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“Ho detto al sindaco che ritorni anche l’anno prossimo. Mica gliela possiamo dare vinta a questi”. A parlare così è il presidente della provincia di Milano, Filippo Penati, diessino. Il sindaco a cui si rivolge è Letizia Moratti, Forza Italia.
“Questi” sono i contestatori che in Piazza Duomo urlano e fischiano contro l’intervento del sindaco di Milano: “Vergogna, via, fascista….!”. Sul palco, però, la solidarietà di chi circonda Donna Letizia è unanime. La sostiene (”Vai avanti, Letizia”) anche il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, anche lui bersagliato (”Guarrafondaio” gli gridano) da alcuni giovani dei centri sociali. I due alla fine si abbracciano pure, dopo che il sindaco chiude il suo intervento con un: “Viva Milano libera, viva la Resistenza”. Un gesto difficile da immaginare, solo un anno fa.
Che siano pochi o un folto gruppo, ogni 25 aprile la scena si ripete: la Festa della Liberazione, ancora lontana dall’essere festa condivisa da tutti gli italiani, come auspicato dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (e dai suoi predecessori) continua a dividere (qui il FORUM). Ma soprattutto a diventare, ogni anno di più , un’occasione mediatica per fischiare e contestare sindaci, amministratori e politici. Di un polo e dell’altro.
A Genova sono stati fischiati due sindaci del centrosinistra: Giuseppe Pericu primo cittadino ulivista del capoluogo ligure e quello di Bologna Sergio Cofferati. I contestatori hanno esposto uno striscione con scritto “Chi sgombera e reprime non parli di Resistenza”.
A Torino sul muro della sede dell’Associazione nazionale partigiani (Anpi) è stata tracciata una grande scritta “Skinheads” accompagnata da una svastica.

Unico segnale di riconciliazione è arrivato da Roma, dove per la prima volta ha sfilato in corteo la Brigata ebraica e la bandiera israeliana ha sventolato accanto a quella palestinese.
Potrebbe bastare rispondere alle incursioni di gruppi di estrema sinistra in cerca di visibilità , come ha fatto Sergio Cofferati: “I più anziani hanno vissuto momenti più difficili dei vostri ma nonostante questo ci hanno insegnato prima di tutto la tolleranza che voi non conoscete e hanno combattuto per garantire il rispetto delle idee degli altri”.
Più sinistro invece il messaggio lanciato nel giorno della Liberazione dai simpatizzanti dei Brigatisti. Una trentina di militanti (divisi in due gruppi: i padovani del Centro popolare occupato Gramigna da una parte e quelli vicini al centro sociale di Sesto San Giovanni La Fucina) hanno portato in corteo e scrtto sui muri slogan di solidarierà con i “compagni Br” arrestati il 12 febbraio: “Libertà per gli arrestati”, i cui nomi campeggiano su una quindicina di cartelli portati in manifestazione, dietro la scritta: “1200 morti sul lavoro: chi sono i terroristi?”. Una scritta provocatoria e “fuori luogo”, proprio perché il 25 aprile è il giorno della memoria della Resistenza; non quello dedicato al lavoro. Quando, si sa, è molto più difficile far passare certi messaggi, con i media occupati quasi esclusivamente dall’evento musicale di Roma.
Sia come sia, la solidarietà agli arrestati presunti appartenenti alle br “è una delle cose che mi preoccupano di più oggi in Italia” ha detto il ministro dell’Interno, Giuliano Amato, commentando le scritte di Milano. Come dargli torto.
