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Quando firma un autografo prima scrive “Dio è grande” e poi Kakà: giusto per chiarire per chi tifa e a chi sta sotto in linea diretta. È evangelico Ricardo Izecson dos Santos Leite (qui la scheda sul sito del Milan), è cioè un ultrà del Cristianesimo, uno da curva sud della Bibbia: Cristo al centro, no alla Chiesa istituzione, verginità prematrimoniale, niente alcol, mai una canna, neanche per sbaglio, molta beneficenza e il comandamento interiore di allenarsi alla bontà più che al dribbling.
È pure in debito con il Padreterno, Kakà, per quella volta che lo ha salvato da una brutta caduta in piscina; e per quei gol così belli, improbabili e perfetti da sospettare lo zampino divino. Ci sta la pubblicità gratis. Senza contare che il ventottenne trequartista del Milan si è ritrovato con una faccia d’angelo e natali brasiliani, ma non in una favela: famiglia bene i Leite, padre ex manager, madre insegnante.
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Bello e buono, sempre. Mai stufo?
Non è che davanti alle telecamere sono in un modo e nella realtà in un altro. Non mento.
Però una volta ammise che in campo qualche bestemmia le è scappata…
Per noi brasiliani non esiste la bestemmia. Proprio non la conosciamo. Ho ammesso di dire “cazzo”, “merda”, parole che scappano quando si è sotto pressione, per noi quello è bestemmiare.
E come la mette con i suoi colleghi, serial killer verbali del Padreterno?
“Cosa c’entra Dio? Cerca un’altra parola!” dico loro. Mi limito a questo rimprovero.
A se stesso cosa rimprovera, invece?
Di essere impaziente, di non saper stare tranquillo. Anche a casa devo trovarmi qualcosa da fare.
Non è che ha creato una mistica intorno al mancato incidente mortale?
È successo nel 2000, una brutta botta al collo, la morte sfiorata. Io credo che Dio mi abbia aiutato, ma è solo una delle tante esperienze che ho avuto con lui da quando sono nato.
Si sente protetto?
No, benedetto.
Si è sposato il 23 dicembre, data simbolica, da presepe.
Erano gli unici giorni liberi che avevamo mia moglie e io, intorno a Natale.
E siete arrivati entrambi illibati.
C’era chi mi prendeva in giro, chi compiangeva la mia castità: “Oh, poverino!”. E battute da spogliatoio. Arrivare vergini al matrimonio per noi era importante, il celibato è un valore di Dio.
Soddisfatti o rimborsati? Ne è valsa la pena, per dirla in soldoni?
Sicuramente. Oggi ho una moglie e un figlio meravigliosi. Una benedizione di Dio. Non mi sono mai pentito.
E adesso come la mette con i rapporti? Secondo i sacri testi dovrebbero essere solo procreativi, più che ricreativi…
No, va bene.
Va bene come? Metodi anticoncezionali?
Controlliamo.
Tentazioni?
Mi piace mia moglie.
E la signora Kakà non si irrita per la scritta “I belong to Jesus”, “Appartengo a Gesù”, stampata sulla maglietta e mostrata a ogni gol?
Condivide. Forse dovrei correggere la scritta: “We belong to Jesus”, tutti e tre, Caroline, Luca e io.
Marcello Lippi ha detto che non ci sono gay nel mondo del calcio.
Mai trovati.
Oltre alle donne, piace anche agli uomini. Si sente un’icona?
Non lo so. Non mi interessa essere un sex symbol, non cerco nulla di ciò. Mi interessano i valori familiari, sono quelli che voglio comunicare.
Casa, chiesa e bottega Milan. Ciclicamente girano voci che sia in trattativa con altre squadre. La religione ha pesato nel no al Manchester City, il cui proprietario è un musulmano?
No, per nulla.
Da uno a dieci, quanto contano i soldi nella sua vita?
Sono importanti, ma non è il mio primo valore.
Sarebbe disposto ad autoridursi l’ingaggio, come ha proposto Gennaro Gattuso?
Dipende. È da valutare.
Sembra un no. È suo padre, che le fa da procuratore, a decidere?
Per fortuna non è un dittatore. Non mi dice “fa’ questo o fa’ quello”. Discutiamo.
Non crede che fra supercontratti, sponsor e diritti tv, il sistema calcio sia drogato?
Si parla sempre di quello che non funziona e mai della parte buona, che invece c’è. E che io tento di comunicare.
Mai un’espulsione, pochi cartellini gialli: dà il buon esempio, insomma.
Ci provo.
Paolo Maldini lascia la fascia di capitano: la vorrebbe?
Un giorno, magari.
Sempre perbene.
È che ci sono altri prima di me.
I leader dello spogliatoio?
Gattuso, Nesta, Ronaldinho. E anch’io.
Il più bello della squadra: lei?
Adesso c’è anche David Beckham.
Il più dotato: una volta si è lasciato scappare che è Clarence Seedorf…
Gli sto facendo pubblicità: mi dà dei soldi.
I più donnaioli?
Ronaldinho, Borriello, Flamini.
I più pronti a fare casino?
Gattuso, Nesta, Pato, Inzaghi.
Pelè o Diego Armando Maradona?
Pelè.
Doccia o bagno?
Doccia.
Bionde o brune?
Guardi chi ho scelto. Brune, brune.
Suv o Cinquecento?
La Q7 della Audi: è uno sponsor.
È vero che fa pubblicità solo a marchi “puliti”?
Non potrei mai fare da testimonial a sigarette o bevande alcoliche.
Un integralista dello spot: dicono che abbia accettato i Ringo perché erano metà bianchi, metà neri.
Mi piaceva quel messaggio.

George W. Bush o Barack Obama?
Sono contento che ci sia un nero alla presidenza. Un’altra barriera abbattuta.
Lo sa che è talmente politically correct da spezzare le gambe a un intervistatore?
Gliel’ho detto, non fingo.
Ci riprovo: perché ha vinto sempre l’Inter dopo Calciopoli?
Non è vero, noi abbiamo portato a casa la Coppa dei campioni.
E degli arbitri cosa dice, è cambiato qualcosa da quando c’è Pierluigi Collina al vertice?
Di solito non parlo mai degli arbitri, in pochi secondi devono valutare un’azione che noi rivediamo alla moviola cinque o sei volte. Non è semplice.
Insomma, è meglio o peggio adesso?
Gli arbitri stanno migliorando, ma la preparazione è fondamentale, si può fare di più.
Quanto ha pesato Leonardo nella sua carriera?
Tantissimo. È stato sei mesi in Brasile e quando è tornato ha fatto il mio nome ai dirigenti del Milan, ha spiegato loro chi ero e come giocavo. Era il 2002, ero un ragazzino, mi conoscevano in pochi.
E ora se lo ritrova allenatore…
È un carissimo amico, per me questo conta.
Il suo maestro calcistico?
Raì, centrocampista, brasiliano. Era più lento di me, ma più tecnico. L’ho sempre considerato il mio modello.
Se le dico Ancona-Milan, anno 2003, cosa mi risponde?
La mia prima partita con la maglia rossonera. E da titolare. Mi ritrovavo in campo con alcuni dei miei miti.
E poche settimane dopo il derby.
Gol di testa su cross di Gattuso. La mia prima rete milanista. Da raccontare ai nipoti.
Il gol più bello, invece?
Alla semifinale della Champions, aprile 2007, contro il Manchester in Inghilterra: lancio di Dida e colpo mio di testa.
E dire che da ragazzino era partito con un handicap di costituzione.
Fino a 15 anni sono stato sempre il più piccolo. A scuola, a calcio. Il più basso. In una parola: uno sfigato. Ero in ritardo nella calcificazione delle ossa. Loro, allenatori e presidenti, non hanno tempo per aspettarti.
E allora?
Giocavo nel San Paolo. Per fortuna qualcuno ha detto: “È un talento, non perdiamolo”. Così mi hanno portato da uno specialista: facevo una cura a base di creatina e aminoacidi, ogni tre-quattro mesi. A poco a poco le ossa si sono messe a posto e intanto io avevo potenziato la massa muscolare. Anche stavolta mi ha aiutato Dio.
Niente libero arbitrio, si direbbe a sentirla parlare.
Penso che Dio abbia previsto una strada per ognuno di noi, ma questo non ci esime dallo scegliere, dal prendere le nostre responsabilità. Io cerco di stare vicino a lui il più possibile. Prego parecchie ore al giorno, quando cammino, quando faccio la doccia, guido. Ogni volta che posso.
È per pietas che ha difeso Adriano?
Non condivido le sue scelte, ma le rispetto. Non giudico. So capire quello che sta attraversando.
Che cosa le manca in bacheca?
Il secondo pallone d’oro, il secondo Mondiale, la seconda Champion. Il bis di tutto.
Nel 2000 le chiesero di scrivere i suoi dieci desiderata: erano tutti calcistici. Oggi?
Cento gol con la maglia del Milan, giocare bene nella nazionale brasiliana ai Mondiali, e alla Confederation cup in Sud Africa a giugno. E trasmettere valori sani a mio figlio.
Ha la bacchetta magica: cosa fa?
Elimino la fame nel mondo: se hai la pancia vuota, non ragioni.
E per il calcio?
Tolgo la violenza dagli stadi

Torna a parlare dal carcere di Papuda, in Brasile, Cesare Battisti. E lo fa con una lettera scritta a mano, di 8 pagine, (qui il TESTO originale e integrale), intitolata “Perché io” e consegnata ai senatori Eduardo Matarazzo Suplicy, del PT del presidente Lula e José Nery del Psol che l’ha letta ieri nel Senato verde-oro. Panorama.it l’ha tradotta integralmente e la propone in esclusiva per dare una più corretta idea del personaggio.
Brasilia: 18-02-2009
Perché io?
Anche se non ho mai creduto, come disse Voltaire, che noi stiamo in un mondo dove si vive o si muore “con le armi in mano”, l’ironia del destino ha fatto sì che oggi io mi trovi condannato per 4 omicidi. La mia situazione è terribile. Sono terrorizzato, disarmato di fronte all’ostilità e all’odio rancoroso che manifestano i miei avversari. So che dovrei lottare contro la valanga di menzogne, di falsificazioni storiche, ma ciò che mi manca per lanciarmi nella lotta è la voglia di vincere. Vincere che cosa? I miei avversari, contrariamente a me, sembra che abbiano qualcosa da difendere. Forse la loro miseria, o ricchezza, o, forse, come nel caso di alcuni attuali ministri del Governo italiano, continuare a nascondere il loro passato. Un passato di attivisti di estrema destra (fascista) responsabili direttamente o indirettamente di massacri con bombe. Non so esattamente ciò che motiva i miei avversari ad entrare in questa battaglia, ma di certo non è la sete di Giustizia. Da parte mia non pretendo di erigermi a difensore di tutto ciò che è accaduto nei sanguinosi anni Settanta. Siamo in pieno secolo XXI, non ho più verità assolute sulla società ideale, né sono importante al punto da difendere ciò che c’era di buono nei sogni di quegli anni. Non posso entrare in una guerra di questo tipo. Aggiungo che non sono neanche molto intelligente, se sono riuscito a farmi tanti nemici, se ho dato fastidio a tante persone importanti, questo è stato senza dubbio il risultato della mia incoscienza. La verità è che non ho fatto nulla per evitare tanti problemi, ma ancora devo capire come sono stato capace di raggiungere risultati così disastrosi. Rimane, comunque, la domanda: perché tanto odio? Non è per esimermi che mi dichiaro incompetente e lascio la risposta a questa domanda a persone più intelligenti, a coloro i quali non sono soliti assumere il ruolo di “angeli vendicatori”. Questa persecuzione interminabile e tutta la vicenda degli anni Settanta italiani è una lunga agonia, un grido di vergogna gettato sulla carta ingiallita dei giustizieri. Ecco cos’è, l’espressione di un volto corroso da una malattia nervosa, come un peccato originale che colpisce il corpo politico italiano. Povera l’Italia di Dante, di Beccaria, di Bobbio e di Umberto Eco. Povera la patria svuotata dal vento dell’orgoglio, del cinismo e della vanità che le impedisce di riconoscere i propri errori, i propri peccati, che non vuole abbassarsi al livello di questi paesi latinoamericani, ammettendo coraggiosamente che anche loro (gli italiani, ndr) nella stessa epoca sono passati attraverso una guerra civile a bassa intensità (leggere le dichiarazioni dell’ex Presidente della Repubblica il senatore Francesco Cossiga) e che per combatterla hanno fatto ricorso ad ogni tipo di illegalità. Oltre a decine di prigionieri politici sotterrati vivi nelle carceri italiane, ci sono centinaia di rifugiati italiani nel mondo intero. Qui in Brasile c’è il caso di un estraditando italiano appartenente ad un’organizzazione nazi-fascista (Pierluigi Bragaglia, esponente dei Nuclei Armati Rivoluzionari, ndr) e coinvolto nell’attentato di Bologna, 82 morti (questa è una novità assoluta. Bragaglia, in Italia condannato a 12 anni per sovversione e banda armata in Italia - lo scorso settembre il governo Berlusconi ha chiesto l’estradizione - non è stato condannato per la strage di Bologna, ndr). Stranamente l’Italia non fa cenno a questo caso, né protesta né ricatta il popolo brasiliano per lui. Perché? Perché l’Italia non ha agito allo stesso modo quando Sarkozi ha negato l’estradizione di Marina Petrella dalla Francia, la cui situazione penale supera di gran lunga la mia (al di là dei curriculum, alla Petrella, seriamente ammalata, la Francia ha concesso l’asilo per ragioni umanitarie e non il rifugio politico, ndr)? Perché questa ostinazione feroce contro di me mentre non si protesta per l’estradizione negata di altri quattro italiani condannati anche loro per omicidio (il riferimento è ad Achille Lollo, Pietro Mancini, Luciano Pessina e Pasquale Valitutti, i quattro ex terroristi di cui l’Italia aveva chiesto in passato l’estradizione al Brasile senza successo ma ai quali, a differenza di Battisti, non è stato concesso il rifugio politico da Brasilia, ndr)? Forse perché la mia attività di scrittore e giornalista può essere un pericolo per la manipolazione storica di quell’italia governata dalla mafia. Non so. Ciò che è certo è che, nonostante tutti gli sforzi, io non riesco ad agire di fronte a questi attacchi virulenti contro la mia persona. Non posso identificarmi nell’immagine di me che loro mi restituiscono ed associare questo riflesso censurabile alla mia identità sociale! Possono andare avanti a dire che io sono un “terrorista”, un “assassino”, ecc, in ogni caso io non riesco a pensare a me come qualcuno capace neanche della centesima parte di tutto ciò che mi attribuiscono. È curioso osservare la reazione delle persone che per qualche ragione sono arrivate ad avere un contatto con me: agenti penitenziari, altri detenuti, visite e persino i miei avvocati. Già nei primi minuti di dialogo leggo nelle loro espressioni un “non so che” di delusione ed è come se stessero pensando: “allora è questo qui il pericoloso terrorista?!”. È proprio questo che le persone dicono quando mi trovo in situazioni simili, di fronte a quelli che non sono riusciti ad evitare il bombardamento mediatico, soprattutto della “stampa spazzatura”, che fa di tutto per cercare di influire negativamente sulle decisioni giudiziarie. Rimango perplesso, sorpreso e a disagio per tutto ciò che sto causando e, senza dubbio, devo sembrare un po’ stupido, con l’aria distratta e persino incredulo nel vedere che il soggetto in questione di cui si scrive sono io. Questo perché io non ho mai voluto, quando si trattava di rispondere alle accuse, agire per la mia propria difesa. Resto ancora dell’idea che ristabilendo la verità storica, i fatti, non faccio altra cosa se non compiere un dovere civico. Mi piacerebbe gridare la verità al popolo italiano e Brasiliano ma come posso fare dal momento che la moltitudine manipolata è pronta a linciarmi ed è stata convinta del nostro (plurale maiestatis?, ndr) disonore? La fiera che si nasconde dietro la massa, dietro un sorriso di circostanza, dietro parole vuote e che aspetta solo la prima opportunità per rivelarsi io la conosco bene. Già prima che mi mettessero nel mirino, soprattutto, io sapevo che prima o poi sarebbe arrivata la mia ora. E io ho lasciato parlare. Ho permesso che mi trattassero da assassino, ladro, stupratore e molte altre cose. Ho permesso che si facesse tutto ciò ma non per negligenza o senso di superiorità, o perché mi credessi invulnerabile a tali insulti o perché mi piaceva che parlassero di me, bene o male che fosse. No, se io non ho protestato vigorosamente contro tali oscenità è solo perché, in qualche modo, io continuo ad essere un ottimista. Inutile avere la coscienza che quando la moltitudine si riunisce, lo fa sempre contro qualcuno, lo stesso che li ha messi d’accordo sin dall’inizio. Questo qualcuno è la repulsione di una molecola di questa moltitudine che, generalmente, un tempo lo aveva idolatrato. Anche se nei miei pensieri io mi ribello, a ragione, contro i bassi istinti della moltitudine manipolata, non ho ancora perso la speranza che una piccola luce possa accendersi all’improvviso nel mezzo di questa gente per riportarla indietro nel mondo degli esseri pensanti e degli spiriti liberi. Il mio atteggiamento può sembrare suicida o almeno contradditorio ma questa è una parte integrante dell’idea che ho dei motivi che mi hanno lanciato nell’avventura di scrivere. Perché è ben vero che prima di esser trasformato in mostro io ero uno scrittore. Comunque le autorità italiane di oggi mi perseguitano. Come spiegare ciò, come spiegare quest’Italia, la stessa che un tempo mi ha trasmesso l’amore delle parole scritte, questo sogno di libertà e di giustizia sociale, che ha fatto di me un uomo e adesso un appestato? Come spiegare quest’Italia che ha dimenticato la sua recente povertà, i suoi immigrati trattati come dei cani che morivano nelle miniere Belghe, Tedesche e Francesi. Che ha dimenticato i suoi fascismi, mai sotterrati, i suoi tentativi di colpi di Stato, la mafia al potere, la strategia della tensione, Gladio, le bombe dei servizi segreti nelle pubbliche piazze, le torture ai militanti comunisti, quegli stessi militanti che nonostante gli errori hanno sacrificato le loro vite per contribuire a fare dell’Italia un paese all’altezza dell’Europa e che oggi, 35 anni dopo, sono trattati come terroristi e alcuni di loro marciscono ancora nelle “prigioni speciali”. Sarebbe questa l’Italia, il cui capo del Governo è stato un importante membro della celebre LOGGIA P2, e che oggi decreta leggi razziste. È questa l’Italia che si rifiuta di lavare i suoi panni sporchi in pubblico? Ad ogni modo la storia non si giudica nei tribunali, i nostri giudici possono solo essere quelli che ancora verranno, lottando per una società giusta. Solo loro ci giudicheranno in modo imparziale. La verità fa male, ma illumina. La nostra storia recente ci ha mostrato l’errore e l’inganno dell’inquisizione facendo sì che cicatrici mai dimenticate fossero rimarginate e così riconoscessero gli eccessi commessi davanti alla verità imposta ai singoli. Non serve a nulla ramazzare la sporcizia sotto il tappeto perché prima o poi la sporcizia riapparirà. Riconosco di aver fatto parte di una pagina di storia scritta con sangue, sudore e lacrime, e spero che oggi i miei avversari riconoscano che mai i boia sono rimasti senza la loro paga, la storia si è sempre dimostrata implacabile con chi ha tentato nascondere i suoi errori. Viviamo in un’epoca democratica, barriere e muri sono stati abbattuti, concetti sono stati rivisti, non è forse arrivata l’ora che l’Italia mostri il suo lato cristiano? Perché il perdono è un atto di nobiltà e se sono considerato un nemico dell’Italia, persino i nemici sanciscono tregue e si perdonano. La storia ha fatto la sua parte e ha concesso all’Italia un’era di sviluppo e prosperità, si spera che a chi ha fatto dell’Italia l’Italia di tutti sia riconosciuta la sua importanza e il ruolo fondamentale che ha avuto nel ristabilimento dello Stato democratico di diritto. Anche se non compresi sono stati essenziali. Italia, Italia che uccidi il sogno dei tuoi figli e chiudi gli occhi di fronte a quelli che ti hanno difesa, non è mai tardi per un gesto di nobiltà sull’esempio del Vaticano che ha riconosciuto le sue attività durante l’inquisizione. La caccia alle streghe è finita, “si faccia giustizia non dopo la fine del mondo ma, con giustizia, proprio perché non finisca!” La società soffre molto di più con la prigione di un innocente che con l’assoluzione di un colpevole.
CESARE BATTISTI
Il VIDEO servizio:
Guarda il TESTO originale e integrale. LEGGI ANCHE: Battisti: “Il Pm Spataro ha sconfitto il terrorismo con la tortura” - Il fratello di Battisti: “Chiedo a Napolitano la grazia per Cesare” - La vera storia di Cesare: perseguitato sì, ma dai reati

Via Follette è una strada di campagna, a Sermoneta in provincia di Latina. Qui, in una casa di mattoni rossi con le tapparelle abbassate, vaga inquieto un fantasma. Nei fascicoli giudiziari resta la fotocopia della sua ultima carta d’identità: classe 1954, 168 centimetri, capelli e occhi castani, professione operaio. È lo spirito di Cesare Battisti che qui abitava prima di diventare un terrorista. La famiglia non ha cambiato indirizzo. Gli uomini sudano nell’officina dove preparano cartelli stradali. In questi campi sino agli anni 60 pascolavano le pecore di papà Antonio, originario del Frusinate. Poi il capofamiglia cedette il gregge e i figli cambiarono attività. Senza perdere la voglia di faticare dei Battisti, tutti orgogliosamente comunisti. Ma c’era una pecora nera in questa famiglia di pastori, il più bello e giovane di sei figli. “Cesare era intelligente e generoso, ma pure ribelle e manesco” ricorda il fratello Vincenzo, 68 anni, pensionato. Preferiva leggere piuttosto che sgobbare e, terminata la terza media, si iscrive a un istituto privato di Latina, senza successo.
Nel tempo libero corre con il go-kart dell’amico Pino, “sgasa” con il 48 della Benelli, pesca con la rete nei canali. Va a ballare al Pescheto o al ritrovo di Borgo Carso: liscio e shake. “Pensavamo solo a divertirci e lui non parlava mai di politica” ricorda oggi Pino, 56 anni. Il primo vero reato lo commettono insieme. È il 13 marzo 1972. I verbali di polizia raccontano che a Ciampino alle 7.20 del mattino quattro persone vengono fermate dai carabinieri mentre scaricano 31 macchine per scrivere e da calcolo Olivetti da una 1.500 e da una 500, entrambe Fiat. Le auto sono rubate, come la merce, che vale circa 6 milioni, una piccola fortuna per l’epoca. Cesare, 17 anni, Pino, 19, e Pier Carlo, 30, la stanno rivendendo per 600 mila lire a un meccanico ventisettenne, il ricettatore. “Battisti non aveva bisogno di quei soldi: i fratelli lo pagavano bene per dare una mano nell’azienda di famiglia” sostiene Pino, passato turbolento e presente senza lavoro. La vita di Battisti è sempre più adrenalinica, le ragazze non gli mancano. Scalda i muscoli nella palestra dell’estremismo politico e ogni tanto va a fare a pugni con i giovani neofascisti di Latina nei bar vicino allo stadio. Ama le auto e viene arrestato per guida senza patente. Acquista una Mini minor rossa K2 con cui sfreccia nelle strade dell’Agro pontino.
A Latina frequenta una prostituta di vent’anni, Clara. Il 1° maggio 1974, insieme con un amico, convince due ragazzine di origine calabrese (una di 16 e l’altra di 13 anni) a seguirli in treno. Arrivano sino in Sicilia. In albergo fanno l’amore. La “fuitina” dura quasi due settimane. Battisti viene denunciato per “sottrazione di minore a fini di libidine violenta su persona incapace”. Poche settimane dopo lui, invece di scusarsi, aggredisce lo zio della tredicenne. Sabato 3 agosto 1974, insieme con Claudio e Luciano, due coetanei, decide di esagerare. Viaggiano su una Giulia 1.600, “trombe potenti e carburatori rumorosissimi ” informa un giornale dell’epoca. Sgommano sul lungomare di Sabaudia, si fanno notare dai vigili. Poi si calano tre calzemaglie sul volto: con una pistola calibro 7,65 e una lupara entrano nella villa di Giuseppe Cerquetti, dentista romano. L’uomo ospita per le ferie un’amica e tre ragazzini. Due di loro sentono dei rumori ed escono in giardino impugnando una pietra e un bastone. Si trovano di fronte Battisti e compagni con le armi spianate. “Sebbene travisati erano facilmente riconoscibili ” ricorda 35 anni dopo Cerquetti. “A parlare era solo Battisti e, anche se ci hanno legati e imbavagliati, onestamente non sono stati violenti”. Alla fine il bottino è magro e dopo un paio d’ore i tre sono già in manette. Battisti finisce prima nel carcere di Spoleto, poi in quello romano di Rebibbia. Il 20 febbraio 1976 esce per decorrenza dei termini della custodia preventiva. A maggio parte militare, destinazione Casale Monferrato (Alessandria).
Fa di tutto per abbandonare la divisa: lamenta diversi malanni, dalle vertigini alle coliche. Un ufficiale medico lo riconosce “demente” e lo spedisce nell’ospedale pischiatrico di Torino. Alle visite successive risulta “abile e arruolato”. Viene mandato al gruppo artiglieri di Udine. All’inizio del 1977 finisce nella casa circondariale del capoluogo friulano per i suoi precedenti reati da borghese. Qui conosce Arrigo Cavallina, insegnante e aspirante rivoluzionario, futuro fondatore dei Pac, i sanguinari Proletari armati per il comunismo. Il 16 maggio per Battisti arriva la scarcerazione e viene trasferito al distretto militare di Latina. Qui si rifiuta con altri compagni di partecipare alle esercitazioni per l’ordine pubblico. Battisti invia una lettera al nuovo amico, il terrorista Cavallina: “L’associazione a delinquere cossighiana ha pensato bene di tenere pronto l’esercito (…) il colonnello ha tenuto il suo bravo discorsetto e da qui sono cominciati i casini” scrive. Il 1° giugno un caporalmaggiore viene picchiato da due giovani mascherati e inizialmente viene incolpato lui. È anche accusato di aver minacciato “di dare una scarpata in testa” allo stesso sottufficiale. Il 9 giugno viene arrestato e incarcerato a Forte Boccea. Alla fine viene condannato per insubordinazione.
Per alcuni mesi entra ed esce dal carcere. In quel periodo frequenta Lucia, una giovanissima studentessa di Latina, e Gianni, ventiduenne scapestrato: “Eravamo entrambi fuori di cervello” ammette oggi l’ex compagno, di professione bidello. Il 3 febbraio i due, insieme con Roberto, ventenne incensurato, prendono d’assalto l’ufficio postale di Montecchio, frazione di Sermoneta. “Entrarono armati e mi piantarono la pistola contro la nuca” ricorda l’allora direttore Guido Mancini. “Se non sono crollato a terra per la paura è solo perché avevo le ginocchia appoggiate al muro”. Il furgone portavalori non è ancora arrivato e l’assalto è un fallimento: nelle casse ci sono 297 mila lire e altre 300 mila di marche per patenti. Gianni e Roberto vengono arrestati poco dopo. Battisti riesce a fuggire. “È il più pericoloso, con sé ha la pistola e i soldi” scrive il Messaggero.
Il fuggitivo trova ospitalità a casa del compagno Cavallina, a Verona. “Se non fosse dovuto scappare, non avrebbe mai intrapreso la lotta armata” si rammarica il fratello, Vincenzo Battisti, con la sigaretta tra le dita. Così, quasi per caso, un piccolo malvivente si fece terrorista. E ora fa il perseguitato politico.

Cesare Battisti, l’ex terrorista scrittore a cui il ministro della Giustizia brasiliano Tarso Genro ha concesso lo status di rifugiato politico scatenando una crisi senza precedenti tra Italia e Brasile ha concesso al settimanale brasiliano Istoé un’intervista esclusiva. Riportiamo qui stralci dell’ampia intervista tra Battisti e Istoé che inizia con la domanda se Battisti tema che il Brasile torni sui suoi passi tramite il Supremo Tribunale Federale che si pronuncerà nei prossimi giorni sul suo caso. “No”, risponde Battisti, “la decisione di Genro è ben fondata, ha analizzato tutti i documenti e non è stata una lettura superficiale”. Poi Istoé chiede a Battisti di Pietro Mutti, un suo vecchio compagno dei PAC intervistato sul numero scorso da Panorama nel reportage di Amadori e delle accuse che lui ha confermato a questo giornale. “Io non ho ucciso nessuno, né il gioiellere né il poliziotto. È fuori dal mondo. All’epoca di questi omicidi non ero più membro dei Pac”, si difende Battisti. Istoé poi chiede se ha spiegato queste cose ad Alberto Torregiani, che oggi a causa è costretto su una sedia a rotelle, figlio Del gioiellere ucciso dai Pac e che molto si sta battendo per la sua estradizione. Battisti risponde: “è lamentevole ciò che sta facendo Torregiani. Lui sa che non c’entro nulla. Ho già scambiato molte lettere com lui. Una corrispondenza di amicizia, sincerità e rispetto. Ma Alberto Torregiani soffre la pressione del governo italiano perché, dopo tanti anni di lotte è riuscito ad ottenere una pensione come vittima del terrorismo. Dal 2004 e il governo italiano sta facendo su di lui pressioni perché potrebbe togliergliela”. Poi Istoé torna su Mutti, sottolineando la stranezza della sua intervista a Panorama dopo anni di silenzio e Battisti risponde “Mutti ha ripetuto parola per parola ciò che disse ad Armando Spataro nel 1981 e, come tanti altri “pentiti” aveva parlato sotto tortura”. Alla domanda del settimanale brasiliano che però l’Italia non era una dittatura bensì una democrazia Battisti risponde che “sì c’era una democrazia ma con la mafia al potere. Avevamo un primo ministro che restò per decenni al potere e che è stato condannato per essere mafioso. Sto parlando di Giulio Andreotti. C’erano anche i fascisti che non sono mai stati allontanati dal potere e che oggi, sfortunatamente, sono ritornati”. Su Maria Cecilia B. (Istoé inserisce nella risposta dell’ex terrorista scrittore il cognome depennato da Panorama nel reportage di Amadori) Battisti sostiene che “non è mai stata la mia fidanzata, è stata una collaboratrice di giustizia. Era ciò che in gergo si definiva una collaboratrice secondaria e che confermava dettagli per sostenere l’accusa”. Perché ha tardato 16 anni per dire che non ha ucciso nessuno? chiede ancora Istoé. “Perché gli altri che hanno confessato avevano detto che avevano ucciso davvero. Se io mi fossi difeso mi sarei differenziato aprendo una breccia nella Dottrina Mitterand, che imponeva la stessa difesa per tutti… Ho obbedito a questa regola di condotta e in nessuna fase di questo processo ho rivendicato la mia innocenza. Ho fatto un documentario sugli anni di piombo e questa è la causa della vendetta dei poderosi politici italiani”.
Battisti rivela anche che furono i servizi segreti francesi a consigliargli di fuggire in Brasile e a fornirgli il passaporto falso intestato a un “signor Ferrari” con il quale raggiunse prima la Spagna e poi Rio de Janeiro. “Erano persone dei servizi segreti, l’idea della mia partenza per il Brasile è stata di un loro agente”, afferma. “Nell’ufficio dei miei avvocati, questa persona mi disse che l’Italia stava facendo pressioni per quello che avevo scritto nei miei libri”. Così, secondo l’ex terrorista, “una settimana dopo hanno mandato un individuo a consegnarmi un passaporto italiano con la mia foto e i miei dati”. Battisti racconta inoltre il suo viaggio verso il Brasile: “Sono andato in macchina fino in Spagna e poi in Portogallo, e da Lisbona sono andato sull’isola di Madera, quindi in nave alle Canarie dove ho preso un aereo per Capo Verde e da lì per Fortaleza. “Io non sono mai stato militante in nessuna organizzazione militare”, ribadisce Battisti, “né nel Fronte Ampio (organizzazione insurrezionale brasiliana sorta ai tempi del regime militare; ndr) né nei Pac, da cui uscii nel maggio 1978, dopo la morte di Aldo Moro”.
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La nuova presa di posizione è del procuratore generale Antonio Fernando de Souza, che ha chiesto l’archiviazione del processo di estradizione dell’ex terrorista italiano al Tribunale supremo federale.
La notizia, diffusa dalla tv brasiliana Globo, ha spinto l’Italia ha deciso alla scelta di richiamare per consultazioni l’ambasciatore in Brasile. La decisione “grave” di non concedere l’estradizione in Italia per Cesare Battisti “è francamente inaccettabile” ha sottolineato il ministro degli Esteri Franco Frattini spiegando le motivazioni che hanno condotto il governo ha richiamare in patria per consultazione l’ambasciatore a Brasilia Michele Valensise.
“Avevamo auspicato” dice Frattini “il ripensamento e una riflessione approfondita. Il fatto di decidere solo dopo 48 ore, senza avere oggettivamente valutato con la profondità che avevamo auspicato, ci sembra un po’ di non voler decidere e coprire puramente e semplicemente la decisione politica del ministro della Giustizia“. “Questo” rileva il ministro degli Esteri “è francamente inaccettabile, quindi convochiamo l’ambasciatore d’Italia a Roma per consultazioni sulla vicenda. Voglio capire anche da lui quali sono le strade. Il Brasile” conclude “è un grande Paese, amico dell’Italia da sempre. Dal Brasile non ce l’aspettavamo. Di qui la gravita’ della reazione del governo italiano”.
Il procuratore De Souza ha risposto col suo parere negativo alla domanda che gli era stata posta dal presidente del Supremo Tribunale Federale (Stf), Gilmar Mendes, una settimana fa, sull’estradizione di Battisti. Il procuratore generale brasiliano ha spiegato che non si può più concedere l’estradizione, perché Battisti ha ottenuto dal ministro della giustizia, Tarso Genro, lo status di rifugiato politico. Pertanto l’ex membro dei Pac (Proletari armati per il comunsimo) non potrà essere trasferito in Italia. L’anno scorso lo stesso procuratore De Souza aveva dato parere positivo riguardo all’estradizione di Battisti. Il Stf si riunirà probabilmente a partire dal 2 febbraio per decidere la scarcerazione o meno di Battisti alla luce del parere dato stasera dalla magistratura brasiliana.
Il Brasile ha una lunga consuetudine come rifugio di latitanti. Il caso più eclatante è forse quello del dottor Josef Mengele, detto l’Angelo della Morte di Auschwitz, morto in questo paese nel 1979. In Brasile trovò rifugio anche Ronald Biggs, autore della nota rapina al treno britannico, tornato a Londra nel 2001.
Genro ha citato come esempio della consuetudine del Brasile a ospitare gli esiliati, lo status di rifugiato politico concesso nel 1989 al dittatore paraguayano Alfredo Stroessner, secondo quanto riferisce l’agenzia di stampa privata Estado. Stroessner è stato uno dei più duraturi dittatori sudamericani, che a Brasilia si è rifugiato fino alla morte nel 2006, all’età di 93 anni.
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Il ministro brasiliano della Giustizia Tarso Genro, esponente trotzkista del Partito dei lavoratori, gli ha concesso lo status di rifugiato per “il fondato timore di una persecuzione politica”. Scrittori e intellettuali come Gabriel Garcia Marquez, Fred Vargas, Daniel Pennac e Bernard-Henri Lévy hanno fatto appelli per lui. Persino le sorelle Bruni (compresa Carla, première dame di Francia) protestano la sua innocenza. Probabilmente perché nessuno di loro ha sfogliato le carte processuali o le sentenze che condannano all’ergastolo per quattro omicidi Cesare Battisti, 54 anni, ex tutto, oggi giallista di fama e icona della gauche caviar parigina. O forse perché hanno letto solo la “revisione” online del processo che viene propinata ai suoi fan sul sito militante Carmilla. Qui gli ultrà di Battisti cercano di smontare, senza contradditorio (a quello preferiscono la solidarietà acritica dei circoli culturali sulla Senna), le prove dei pm che hanno condotto le istruttorie, da Pietro Forno ad Armando Spataro (che con Panorama definisce Battisti “un assassino puro”) a Corrado Carnevali. Il sito si accanisce soprattutto contro Pietro Mutti, 54 anni, il pentito “plebeo” che con la sua testimonianza ha permesso di ricostruire i misfatti dei Proletari armati per il comunismo, la formazione in cui militava Battisti.
Gli amici del latitante lo marchiano come una “figura spettrale”. Si domandano: “Chissà se è ancora vivo, chissà dove abita e cosa fa, sotto la nuova identità accordatagli dalla “legge sui pentiti””. Errore. Mutti ha sempre lo stesso nome e ha accettato di raccontare a Panorama, per la prima volta, la sua verità fuori da un’aula di giustizia o dal carcere, dove ha trascorso otto anni. Manda in onda il filmino in super8 di quando uccideva con Battisti, che definisce un “opportunista”. I giudici della Corte d’assise di Milano, nella sentenza del 1988, spiegano che ritengono credibili le “chiamate in correità” di Mutti, perché, per esempio, nel caso di un delitto, si autoaccusa quando “a suo carico non esiste nulla di compromettente”. E mentire, con il rischio di essere contraddetto da altri eventuali collaboratori, non gli conviene, visto che perderebbe “qualunque beneficio previsto dalla legge sui pentiti”. Per questo i magistrati ritengono attendibili i resoconti di quando fermava le vite insieme con il compagno Cesare, in nome della giustizia proletaria. Quella di Mutti, ex operaio dell’Alfa Sud, è una testimonianza pesante: ha fondato i Pac (”L’idea mi è venuta ai tempi del militare, quando Lotta continua aveva lanciato l’inserto Proletari in divisa”), è stato in Prima linea, ha partecipato a 45 rapine, ha sparato alle gambe ed è l’esecutore di un omicidio: “Per errore in un conflitto a fuoco ho ucciso una guardia giurata. Quell’uomo non doveva morire. Continuo a pensare ai suoi figli” deglutisce Mutti.
Se Battisti, come narrano i suoi biografi, dopo gli anni del terrorismo ha scelto una “vita picaresca” (si è rifugiato anche a Puerto Escondido, ispirando uno dei personaggi dell’omonimo film di Gabriele Salvatores) ed è stato iniziato alla letteratura da Paco Ingnacio Taibo II, a Mutti, finita la galera, è toccata un’esistenza normale, che tira avanti con lo stipendio da operaio di cooperativa: 1.700 euro al mese con contributi ridotti. La sera fa da “badante” a un vecchio zio.
L’incontro è in un bar. Mutti parla con tono basso e pacato, ha un sorriso timido e irregolare. Il Battisti snello e abbronzato, immortalato in Brasile dai fotografi con la camicia viola aperta sul petto, è molto diverso dal suo grande accusatore: Mutti è minuto, sfoggia baffi e occhiali demodè, qualche callo sulle mani. Eppure 33 anni fa quei due uomini, all’epoca ragazzi, sono partiti insieme su una Simca 1.300 per andare a uccidere Antonio Santoro, 52 anni, maresciallo capo, comandante delle carceri di Udine. Con loro viaggiavano anche Enrica Migliorati, 20 anni, studentessa, e, alla guida, Claudio Lavazza, 21 anni, operaio. Quei quattro, insieme con gli insegnanti e ideologi veneti Arrigo Cavallina e Luigi Bergamin, erano il nucleo iniziale dei Pac. I fatti (in gran parte confermati da testimoni oculari) Mutti li ha raccontati al processo.
È il 6 giugno 1978. Il loro quartier generale è una tenda da campeggio piantata vicino a Grado. Alle sette e quaranta del mattino Battisti, con barba posticcia, e Migliorati, vistosa parrucca rossa, si baciano nelle vicinanze della casa di Santoro. Fanno i fidanzatini per non insospettire la vittima. E su quelle effusioni scherzeranno in seguito, con i compagni. Santoro, moglie e tre figli, esce dalla sua abitazione e passa accanto ai due ragazzi. Battisti gli spara alle spalle. Il Corriere della sera del giorno seguente pubblica: “Tre colpi di una vecchia Glisenti calibro 10,5, uno a vuoto, il secondo nella tempia destra, il terzo all’altezza del costato. Pallottole a bruciapelo”. Gli assassini scappano. La macchina sgomma via, Mutti saluta un ufficiale dell’esercito, testimone del delitto, alzando il pugno chiuso. “Era un modo per dare un colore politico a quell’azione” si schermisce Mutti, imbarazzato dal ricordo. “Su quell’omicidio eravamo tutti d’accordo: i Pac erano nati per occuparsi della questione carceraria”. Le cronache riferiscono che la colpa di Santoro era stata quella di aver tardato a soccorrere Cavallina che si era rotto un braccio in prigione, giocando a pallone. Nell’auto, dopo la morte di Santoro, c’era un clima adrenalinico. “Però nessuna scena di esultanza. Cesare era tranquillo, è sempre stato un freddo”. Oltre che uomo d’azione. “Non era un intellettuale, ma un delinquente comune e così si dava da fare per meritare di restare con noi, il gruppo fondatore dei Pac, che in cambio gli garantivamo vitto, alloggio e documenti falsi”.
Battisti era approdato a Milano per i numerosi problemi con la giustizia. Teppista di Cisterna Latina, prima di finire in carcere a Udine per rapina, dai 17 ai 20 anni era stato segnalato dalle caserme dei carabinieri di mezzo Lazio (vedere riquadro qui sopra). Mutti fu il primo ad accogliere in casa propria questo Battisti randagio, nel quartiere milanese della Barona, dove i Pac erano nati, costola dell’autonomia operaia: “Arrivava dal carcere, quindi aveva imparato delle regole, era ordinato e pulito”. Ma solitario. “Io e gli altri compagni uscivamo spesso, si andava a bere alla birreria Stalingrado, ma lui ci seguiva raramente, non voleva rischiare i controlli della polizia, che teneva sott’occhio il locale”. Alle ragazze piaceva, ma non a tutte. “Ad alcune faceva paura”.
Questo Battisti appartato partecipava alle decisioni del gruppo? “A tutte. Era informato di ogni cosa. Devo essere sincero: gli unici che sono stati protagonisti di tutte le malefatte dei Pac siamo io e lui, i due operativi”. Un giorno, però, Mutti e altri compagni, tra cui Cavallina, in una riunione a casa di Bergamin, obiettano che l’omicidio di due commercianti, colpevoli di essersi fatti giustizia da soli contro dei rapinatori, rischia di essere una cosa “troppo grossa”, “sbagliata politicamente” ricorda Mutti. Battisti non ascolta e lascia i compagni spiegando che ormai la decisione è presa. Secondo le sentenze, il 16 febbraio 1979, lui e Diego Giacomini “abbattono” (come scrivono i giornali) il macellaio mestrino Lino Sabbadin. Battisti, però, in quell’occasione non spara. Lo farà due mesi dopo, quando ucciderà con cinque colpi calibro 357 magnum l’autista della Digos Andrea Campagna, davanti agli occhi del suocero.
“In questo caso la mia testimonianza è indiretta” spiega Mutti. “Dopo l’omicidio del gioielliere Pierluigi Torregiani ero latitante. Credo che di quell’episodio mi parlò lui stesso”. Nel 1979 la maggior parte dei militanti finisce in manette durante una retata. “Due anni dopo, nel 1981, organizzai la fuga di Battisti dal carcere di Frosinone e lui, che del prigioniero politico aveva poco, fece scappare con sé un giovane camorrista”. Il futuro giallista amato dai francesi viene ospitato da alcuni amici incensurati (”Di questo, però, non ho mai parlato” taglia corto Mutti).
Le strade dei due vecchi compagni si separano per sempre, l’ex operaio dell’Alfa Sud viene arrestato a Roma dopo una rapina in Toscana. E si pente. Battisti, annusa l’aria e fugge all’estero. Adesso, diventato il terrorista dei salotti buoni, nega di aver preso parte ai quattro delitti per cui è stato condannato, anzi liquida Mutti come “un boia la cui falsa testimonianza, resa in mia assenza, mi è costata l’ergastolo”. “Ma perché dovrei accusarlo ingiustamente?” replica il pentito. Per il fatto che Battisti era l’unico latitante, rispondono gli ultrà. “Non è vero, anche Lavazza, Bergamin e, forse, Migliorati erano irreperibili quando ho iniziato a collaborare. Mi dispiace, ma io non potevo chiamare in causa chi non c’era per salvare lui. Cesare dovrebbe prendersi la responsabilità delle sue azioni, come ho fatto io”.

“Contro Battisti non esiste niente di niente, solo le accuse di Mutti” dicono i soliti sostenitori. Il fratello di Battisti, Domenico dice a Panorama: “Quell’uomo si è salvato dall’ergastolo scarincando le responsabilità su mio fratello”. Ma ci sono altre testimonianze che confermano le parole di Mutti. Per esempio quelle della ex fidanzata e compagna di lotta di Battisti, Maria Cecilia B., oggi docente universitaria. In un interrogatorio dichiara: “Nella primavera del 1979 Battisti, nel dirmi l’effetto che faceva uccidere una persona (e “in particolare vedere uscire il sangue da un uomo colpito” si legge in una sentenza), fece riferimento all’omicidio Santoro, indicando se stesso come uno degli autori”.
Contro Battisti ci sono anche le dichiarazioni della famiglia Fatone: Sante, pentito, la sorella Anna e la nipote Rita hanno confermato in molti punti le dichiarazioni di Mutti. Gli amici di Battisti li denigrano (Rita è definita “ai limiti dell’imbecillità”): “La stessa tecnica di sempre. Che conferma lo stile dell’uomo” replicano a casa Fatone, dove le donne hanno paura. “Quando Anna e sua figlia, allora minorenne, andarono in Francia a cercare Sante latitante, Cesare le minacciò di morte. Era il peggiore di tutti”. E Cavallina, nonostante la decisione di dissociarsi senza pentirsi, con Panorama spiega: “Mutti su di me ha detto cose sostanzialmente vere, non vedo perché avrebbe dovuto accanirsi con Battisti. Quando sento che Cesare fa la vittima dall’altra parte del mondo mi viene da sorridere”. Contro il fuggiasco, agli atti, ci sono pure le parole di Massimo T., ex militante dei Pac, ora stimato professionista. Anche lui ha un brutto ricordo: “Battisti non mi era particolarmente simpatico, lo trovavo troppo sicuro di sé e con pochi scrupoli. Non aveva dubbi, gli mancava il senso della tragedia che permeava quegli anni. Un giorno mi chiesero di guidare l’auto che doveva portare il gruppo a fare una gambizzazione (quella dell’agente di custodia Arturo Nigro, ndr). Con me c’erano Battisti e Mutti. Dopo l’azione io ero sconvolto, loro non mi sembrava. Il nostro più grande errore? Pensare di avere ragione: in quel momento avevamo già perso”. Adesso Battisti si definisce una capro espiatorio. Il fratello Domenico è perentorio: “Qualcuno vorrebbe chiudere i conti con gli anni di piombo incolpando piccoli delinquenti come Cesare. Meglio dare la colpa a loro che al Pci del tempo che ci mandava in giro a fare cavolate”. Gli ex compagni dei Pac ribattono: “Battisti una vittima? È una cosa difficile da digerire”.
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Il Brasile insiste e non torna indietro: a Cesare Battisti va riconosciuto lo status di rifugiato politico anche se l’Italia è uno stato di diritto con una magistratura democratica. Il Governo si prepara comunque alle contromosse, forte del pieno appoggio del Quirinale.
Soprattutto quelle legali, attraverso la strada dei ricorsi: di ogni strumento giuridico “previsto dall’ordinamento brasiliano e da quello internazionale per sostenere le ragioni poste a base della richiesta di estradizione di Battisti”. A sottolinearlo è lo stesso Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che oggi ha ricevuto dal presidente brasiliano, Inacio Lula da Silva, la risposta alla lettera che gli aveva inviato una settimana fa, dove esprimeva senza mezzi termini “rammarico” per la concessione dello status di rifugiato politico all’ex terrorista dei Pac, condannato all’ergastolo per quattro omicidi, compiuti tra il 1977 ed il 1979.
Napolitano, che stasera ha ricevuto il ministro degli Esteri Franco Frattini con cui ha condiviso la lettera di Lula, dice così di “apprezzare” la strada dei ricorsi intrapresa dal governo Berlusconi. Ricorsi e “strade percorribili” che - fa sapere una nota della Farnesina - saranno valutati “con la massima urgenza per contribuire alla revisione del caso”.
Sui contenuti della lettera vige il riserbo. Brasilia ha fatto sapere che non ne divulgherà il contenuto, il Quirinale ne ha solo sottolineato alcuni passaggi. Tra cui quello secondo il quale Lula ha fatto riferimento alle “basi giuridiche, interne e internazionali, della decisione presa dalle competenti autorità brasiliane per il caso Battisti, nella sua specificità”. E, ancora, che Lula “ha voluto esprimere la piena considerazione del suo paese ‘per la magistratura italiana e per lo stato di diritto democratico vigente in Italia e fiducia nel carattere democratico, umanitario e legittimo’ del nostro ordinamento giuridico”. Una sottolineatura che lascerebbe intendere - secondo alcune fonti che seguono la vicenda - spazi di “manovra” per una positiva soluzione della vicenda sul fronte legale, quello cioè dei ricorsi giuridici.
Mentre sembra così, almeno per ora, allontanarsi l’ipotesi di contromosse più dure sul piano diplomatico, come il richiamo dell’ambasciatore italiano a Brasilia, Michele Valensise, gli strumenti giuridici sul tappeto sarebbero, sostanzialmente, due: la presentazione di un’istanza di ritiro della decisione, che la diplomazia italiana in Brasile dovrebbe presentare direttamente al ministro della giustizia, Tenso Genro, autore della decisione. O, in alternativa - spiegano fonti legali - un ricorso alla Corte Suprema Federale di Giustizia. Ricorso più volte ipotizzato nei giorni scorsi dal ministro Frattini, che sarebbe motivato dal fatto che la decisione sarebbe in contrasto con la Convenzione di Ginevra sui rifugiati perchè non esisterebbe nessuna motivazione politica contro Battisti.
Lula ha comunque tenuto, secondo quanto reso noto dal Quirinale, a riaffermare, nella chiusa della missiva, “i legami storici e culturali che uniscono Brasile e Italia e della volontà di rafforzare le relazioni bilaterali tra i due paesi”. Legami forti e tradizionali quindi, che dovrebbero portare il premier Silvio Berlusconi a compiere in tempi rapidi una visita ufficiale nel paese: visita, mai annunciata formalmente, che è oggi in ’stand by’. Le due diplomazie sono in attesa di vedere come si svilupperà il caso Battisti.
L’ex terrorista resta intanto un rifugiato politico per il Brasile e, nonostante sembrasse imminente la sua liberazione, al momento resta ancora in carcere in attesa della decisione della Corte Suprema, attesa per inizio febbraio con la ripresa dell’attività dopo le ferie estive. L’Italia - secondo quanto riferito da fonti di stampa brasiliane - avrebbe già presentato una petizione al Supremo Tribunale, chiedendo di essere ascoltata prima della decisione sull’eventuale scarcerazione.
Sul fronte interno, intanto, continuano le prese di posizione, con il ministro per le Politiche europee, Andrea Ronchi, che torna a commentare come “inaccettabile” la decisione” mentre Maurizio Costanzo lancia un appello agli italiani - dal palco del Maurizio Costanzo Show in onda domenica 25 su Canale5 - a inviare “cartoline postali all’ambasciata del Brasile a Roma” scrivendo “vergogna o estradate Battisti”. Anche in Brasile sono comunque in molti a non pensarla come il ministro della Giustizia verde-oro Genro. Almeno stando a quanto riporta O Estado de S. Paulo, il più autorevole quotidiano di San Paolo del Brasile, che nella sua edizione online mette in evidenza un sondaggio in cui si chiede: “Siete d’accordo sulla concessione dello status di rifugiato politico all’italiano Cesare Battisti?”
Al momento, il 71% di votanti ha risposto “no”.

Ufficiale: l’ex terrorista-scrittore Cesare Battisti e il ministro della Giustizia brasiliana che gli ha concesso lo status di rifugiato sono stati inclusi nelle ultime ore nell’agenda in programma del Forum Sociale Mondiale che si terrà a fine mese, dopo tre anni, in Brasile: a Belém dove è prevista la presenza di Lula.
Dal momento che la programmazione del Forum Sociale Mondiale era già conclusa quando è scoppiata la polemica, la soluzione degli organizzatori è stata quella di includere il “caso Battisti” nella tavola rotonda “Diritto alla memoria e alla verità”, che rivendicherà l’apertura degli archivi della dittatura brasiliana, la revisione della Legge di Amnistia verde-oro e la punizione dei militari golpisti.
L’incontro in cui i partecipanti si solidarizzeranno con Battisti e il ministro che gli ha concesso lo status di rifugiato politico durerà tre ore e occuperà tutta la mattinata del Forum Sociale Mondiale il prossimo venerdì 30 gennaio, a Belém. L’appoggio all’ex terrorista scrittore e alla decisione del ministro della Giustizia brasiliana è stata assunta dopo un lungo dibattito all’interno del Movimento brasiliano dei Diritti Umani. L’informazione arriva dal coordinatore del movimento, Gilson Cardoso, che ha detto di avere ricevuto numerosi appelli, anche italiani, affinché fosse inserita la polemica del rifugio a Battisti nel Forum di Belém.
In una nota diramata poche ore fa lo stesso movimento dichiara il suo “appoggio senza condizioni” alla decisione di Genro. Sempre in queste ore una lista di 89 brasiliani, alcuni dei quali anche di origine italiana, ha firmato una petizione d’appoggio alla decisione del Brasile su Battisti, inoltrandola al ministro della Giustizia verde-oro Genro. Insegnanti universitari, intellettuali, giuristi e professionisti di differenti settori chiedono al ministro di non cedere alle pressioni dell’Italia. Tra questi spicca come primo firmatario il nome di Giuseppe Cocco, studi a Padova negli anni Settanta, poi continuati in Francia e autore, assieme a Tony Negri, di numerose pubblicazioni e del libro “Global. Biopotere e lotte in America Latina”.
Il caso Battisti rischia di compromettere le relazioni diplomatiche tra i due paesi e anche nel paese del samba, no global a parte, sta facendo discutere gran parte della società brasiliana, in gran parte contraria alla decisione del suo ministro della Giustizia come dimostrano due sondaggi, uno del quotidiano Estado de Sao Paulo, dove al momento circa il 70% si è espresso contro la decisione del ministro della Giustizia di Lula e un altro del settimanale CartaCapital, tradizionalmente vicino a Lula ma, che in questo caso, si è schierato a favore dell’estradizione di Battisti.