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Su Battisti, il governo incalza il Brasile: “Faremo ogni ricorso possibile”

battisti

Prima la lettera del Presidente Napolitano: disattesa. Poi il monito del presidente della Camera Fini, di fronte al quale Ignacio Lula ha replicato secco: “Decidiamo noi”. Sull’estradizione di Cesare Battisti, s’intende.
Ora ci prova il governo, a convincere l’esecutivo brasiliano (e in particolar modo, il ministro della Giustizia Tarso Genro) a rimandare l’ex militante dei Proletari Armati per il Comunismo (Pac), condannato all’ergastolo in Italia per quattro omicidi tra il 1977 e il 1979.
Sono allo studio e stanno per essere assunte una serie di iniziative con la “predisposizione di tutti i ricorsi possibili” dai parte dei ministri della Giustizia e degli Esteri, compreso un “intervento presso la Corte suprema brasiliana” per chiedere l’estradizione di Cesare Battisti. Al Question Time della Camera il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Elio Vito, fa sapere che il governo non si arrenderà davanti alla decisione del Brasile di concedere all’ex terrorista lo status di “rifugiato politico”.
Il governo, ha ricordato Vito, ha già compiuto “numerosi passi ai più alti livelli”, non appena pervenuta la notizia della concessione dello status di rifugiato politico a Cesare Battisti, e auspica che siano “create le condizioni” per “rivedere” le decisioni prese dal governo brasiliano. L’esecutivo, ha aggiunto il ministro per i Rapporti con il parlamento rispondendo a un’interrogazione dell’Italia dei Valori, “condivide lo stupore e il profondo rammarico” espresso dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, dopo la mancata estradizione di Battisti all’Italia. “Non appena pervenuta la notizia” ha fatto sapere Vito “il governo ha convocato l’ambasciatore brasiliano e ha sottolineato a nome del premier il rammarico e la sorpresa del governo per una decisione inattesa da parte di un governo tradizionalmente amico verso un cittadino la cui responsabilità è stata riconosciuta in diverse sedi”.

Napolitano scrive a Lula: “Stupore e rammarico, Battisti non è un rifugiato”

Giorgio napolitano
Sul caso Battisti si muove il Capo dello Stato. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha inviato al presidente del Brasile, Inacio Lula da Silva, una lettera personale per esprimere “profondo stupore e rammarico” per la decisione del ministro brasiliano della Giustizia, Tarso Genro, di concedere lo status di ‘rifugiato politico’ a Cesare Battisti. L’uomo per il quale l’Italia ha avanzato richiesta di estradizione a seguito della condanna all’ergastolo, giudicato colpevole, tra altri delitti, di quattro omicidi per finalità di terrorismo.
”Nella lettera” si legge in una nota del Quirinale “che richiama i lineamenti dell’ordinamento costituzionale e giuridico italiano e le garanzie che esso ha offerto e offre nel perseguire anche i responsabili di reati di terrorismo, il Capo dello Stato si rende interprete della vivissima emozione e della comprensibile reazione che la grave decisione ha suscitato nel paese e tra tutte le forze politiche italiane”. “L’Italia è uno stato di diritto, Battisti non rischia la morte, solo il carcere”, questo il messaggio che Napolitano ha voluto inviare al suo collega brasiliano.
Per il momento Battisti resta in carcere nel penitenziario di Papuda, in Brasile. Il suo avvocato ha fatto sapere oggi che l’ex terrorista rosso si sente “sollevato” perché “non dovrà più scappare” e che “Vorrebbe tornare a scrivere”. E la decisione di Tarso Genro continua ad alimentare polemiche, non solo in Italia.
Il quotidiano brasiliano O Globo cita il portale Clic Rbs scrive che dietro la scelta del ministro ci sarebbero le pressioni francesi e che a intercedere per bloccare l’estradizione sarebbe stata Carla Bruni in persona attraverso alcune lettere inviate dalla premiere dame al ministro brasiliano. Tarso nega qualsiasi pressione da parte di Sarkozy e dice che Carla Bruni ha solo “unito la sua opinione a quella di altri intellettuali francesi”. Il ministro sostiene che “La decisione non è ideologica ma un’applicazione del diritto d’asilo che in Brasile vale per tutti a prescindere dall’orientamento politico: Battisti rischia una persecuzione”. A rischiare, però, adesso sono i rapporti tra i governi di Italia e Brasile. Anche se nel paese sudamericano, a giudicare dal risalto delle notizie riportate dai maggiori quotidiani, più che le mosse del presidente del Consiglio si seguono quelle del presidente del Milan e più del destino di Battisti interessa quello di Kakà.

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Il Brasile: “Battisti è un rifugiato politico”. No all’estradizione

Cesare Battisti

Cesare Battisti non sarà più estradato in Italia. L’ex militante dei Proletari Armati per il Comunismo (Pac), condannato all’ergastolo in Italia per quattro omicidi tra il 1977 e il 1979, resterà in Brasile che gli ha riconosciuto lo status di rifugiato politico. A darne notizia è stato il ministro brasiliano della giustizia Tarso Genro, che si è così pronunciato in modo opposto a quanto deciso dal Conare (Comitato Nazionale per i Rifugiati), che nel novembre scorso aveva respinto per tre voti contro due la richiesta di asilo politico formulata da Battisti. Che al momento si trova in un carcere a Brasilia.
“Tradizione del Brasile vuole che si conceda lo status di rifugiato politico ogni volta che riteniamo che esiste un fondato timore di persecuzione politica contro un cittadino”, ha spiegato Pedro Abromovay, segretario agli affari legislativi del ministero della giustizia.
La nota ricorda che la decisione riguardante “lo scrittore italiano Cesare Battisti” è stata presa sulla base “dello statuto dei rifugiati del 1951 e della legge 9.474 del 1997″, che prevedono quali ragioni valide per la concessione dello status di rifugiato “il fondato timore di persecuzione per motivi di razza o di opinione politica”. La nota segnala tra l’altro che Battisti è stato condannato solo dopo la sua fuga in Francia nel 1981, sulla base di accuse non fondate su prove certe, ma della testimonianza del pentito Pietro Mutti.
Qualche giorno fa, in un’intervista al settimanale brasiliano Epoca, Battisti aveva detto di essere sicuro di “finire morto” nel caso di un rientro in Italia, dichiarandosi “certo che se tornassi, finirei vittima di una vendetta. Nel 2004 ho sofferto in Brasile” aveva precisato “un tentativo di sequestro da parte dei servizi segreti paralleli italiani”.
In dichiarazioni apparse sul quotidiano Estado de S.Paulo, il ministro Genro aveva ricordato che stava “cercando informazioni sul tipo di punizione che hanno sofferto gli apparati illegali di repressione che agirono in Italia in quel periodo, e che erano legati alla mafia e alla Cia. Devo conoscere questo perché, se questi apparati sono ancora intatti, c’è un rischio per Battisti”.

Cinquantacinquenne, Battisti è stato uno dei superlatitanti degli anni di piombo fuggito dall’Italia e subito rifugiato in Francia. Qui, protetto dalla cosiddetta dottrina “Mitterrand” (la non estradizione per personaggi condannati per reati con motivazioni politiche), si era rifatto una vita: abbandonata la lotta armata, si era dato con successo alla scrittura di libri gialli e pubblicando opere in cui proponeva alcune analisi sull’esperienza dell’antagonismo radicale, tra cui L’orma rossa, edito da Einaudi.
La magistratura italiana richiese, e ottenne, l’estradizione di Battsiti alle autorità francesi il 30 giugno 2004: poco prima il presidente Jacques Chirac, successore di Mitterrand, aveva palesato il suo consenso all’estradizione in Italia in caso di esito negativo del ricorso in Cassazione presentato dai legali di Battisti. Il Consiglio di Stato francese e la Corte di Cassazione, con due successive decisioni sulla richiesta di estradizione, autorizzarono la consegna di Battisti alle autorità italiane.
A seguito di tale provvedimento francese Battisti si rese latitante, lasciando la Francia e facendo perdere le sue tracce. Fino al 18 marzo 2007, quando l’ex dei Pac venne arrestato a Copacabana, in Brasile, a seguito di indagini congiunte di agenti francesi e carabinieri del Raggruppamento Operativo Speciale.
Un movimento di solidarietà a Cesare Battisti si è sviluppato in Francia. Vari intellettuali e personalità del mondo della cultura e della politica francese hanno aderito, tra i quali Bernard-Henri Lévy, che ha curato la prefazione all’ultimo suo libro (Ma Cavale).
Solidarietà a Cesare Battisti è arrivata anche dall’Italia. Il sito internet Carmilla Online, di cui si è occupato Panorama nel dicembre 2007, ha raccolto oltre 1.500 firme, comprendenti nomi di personalità del panorama politico-culturale italiano.

Il sogno brasiliano di Nicholas, finito in una fossa comune

“Ora il mio unico obiettivo è portare a casa la salma di mio figlio”. Antonio Pignataro ancora fatica a credere a quello che è successo a suo figlio Nicholas, il bergamasco di 20 anni ucciso in una sparatoria alla periferia di Maceio in Brasile la notte tra domenica 18 e lunedì 19 e il cui corpo è stato seppellito in una fossa comune e senza nome. Il giovane sarebbe rimasto coinvolto in una lite insieme ad un amico brasiliano, venditore ambulante di cd, assassinato insieme a lui. “È una cosa indescrivibile, non ci sono altri commenti”, spiega il padre che per il momento non partirà per il Brasile. “Quel che mi amareggia di più è la mancanza totale di rispetto nei confronti della persona indipendentemente da quello che è successo. In un paese civile anche un animale viene restituito al suo proprietario”.

Il cadavere di Nicholas Pignataro è stato riconosciuto cinque giorni dopo l’assassinio, anche grazie a un tatuaggio, dall’amica di famiglia che lo ospitava da alcuni mesi. Il giovane era partito per il Sud America per costruirsi una vita dopo aver terminato gli studi da meccanico a Bergamo. Voleva aprire un’attività in Brasile, forse un ristorante. Il padre, infermiere professionale, gli mandava 500 euro al mese. “L’ho sentito l’ultima volta intorno al 15 maggio”, ha detto, “era contento e stava trovando casa”.

Nicholas era partito lo scorso 4 marzo da Seriate, in provincia di Bergamo, inseguendo un sogno. La sua morte rimane un giallo: il suo corpo, privo di documenti, sarebbe stato sepolto in una fossa comune senza essere identificato dalle autorità locali. A raccontare i particolari noti della vicenda è stato il legale della famiglia, l’avvocato Piero Pasini. A metà della scorsa settimana Nicholas non è tornato nella casa dell’amica di famiglia che lo ospitava in Brasile. La donna ha quindi contattato ospedali e polizia locale senza esito. “Finché”, ha riferito il legale, “a qualcuno nella polizia non è tornato in mente un duplice omicidio avvenuto qualche giorno prima. La signora ha riconosciuto Nicholas nella foto di uno dei due cadaveri. Il corpo del ragazzo è già stato sepolto in quello che i brasiliani chiamano il ‘cimitero dei poveri’, ma che io chiamo una fossa comune. Il ragazzo non aveva documenti con sè”, ma le autorità locali “non si sono sprecate a indagare” su chi fosse, ha aggiunto Pasini, annunciando di aver presentato un esposto alla procura di Bergamo. “L’obiettivo è di ottenere la riesumazione del corpo per poterlo identificare e piangere in Italia”.

I genitori di Nicholas sono divorziati, lui viveva con il padre, che fa l’infermiere. I due si erano trasferiti da poco da Calcinate (Bergamo) a Seriate. Secondo quanto ha riferito il console reggente di Recife (Pernambuco), Massimiliano Lagi, il ragazzo aveva fatto amicizia con un venditore ambulante di compact disc, che avrebbe condiviso con lui la tragica fine per mano di alcuni sconosciuti. “Pignataro”, ha spiegato Lagi, “era venuto in vacanza in Brasile nel marzo scorso, e ad un certo punto aveva fatto amicizia con un venditore ambulante di cd. Tutti e due sono stati uccisi domenica 18 e sepolti in una delle fosse comuni che di solito sono utilizzate per gli indigenti”. I resti di Pignataro sarebbero stati trasferiti per le indagini giudiziarie nell’Istituto di medicina legale di Maceio. Il consolato di Recife avrebbe contattato un avvocato per assistere la famiglia, che è in contatto con la Farnesina, e sostenerla per le operazioni di rimpatrio della salma.

Fuga finita per Cesare Battisti. Arrestato a Copacabana

La foto segnaletica di Cesare Battisti, arrestato questa mattina in un albergo a Copacabana, Rio De Janeiro
“Sono convinto che un sistema che, a distanza di trenta anni, cerca ancora qualcuno abbia qualcosa di malato. Che io chiamo ‘tossicomania punitiva’”. Commenta così, all’Adnkronos, Oreste Scalzone, ex leader di Potere Operaio, l’arresto del terrorista rosso Cesare Battisti, latitante dal 2004, in un albergo di Copacabana, a Rio de Janeiro in Brasile. L’ex leader del Proletari armati per il comunismo (Pac), era stato arrestato a Parigi tre anni fa su richiesta del ministero della Giustizia italiano, perché condannato definitivamente due volte all’ergastolo e perchè imputato di altri due omicidi. Era stato però scarcerato con obbligo di firma, in attesa che si compisse l’iter dell’estradizione richiesta dal nostro governo.
Per evitare di essere individuato, cambiava spesso residenza e tessera del cellulare, ma lo ha tradito l’incontro con una donna che avrebbe dovuto consegnargli il denaro raccolto dal comitato creato in Francia per aiutare la latitanza. Battisti è stato catturato, insieme all’intermediaria, dalla polizia brasiliana, su indicazione della polizia giudiziaria francese e italiana, in Brasile da ottobre. Soddisfazione per l’operazione è stata espressa dal presidente del Consiglio Romano Prodi, dal ministro dell’Interno Giuliano Amato e dal ministro della Giustizia Clemente Mastella che si sono congratulati con le forze dell’ordine.
Cinquantaquattro anni, Battisti è stato uno dei superlatitanti degli anni di piombo fuggito dall’Italia e rifugiato in Francia. Qui, protetto dalla cosiddetta dottrina “Mitterrand” (la non estradizione per personaggi condannati per reati con motivazioni politiche), si era rifatto una vita: abbandonata la lotta armata, si era dato con successo alla scrittura di libri gialli e pubblicando opere in cui proponeva alcune analisi sull’esperienza dell’antagonismo radicale, tra cui L’orma rossa, edito da Einaudi.
A far cambiare l’aria ci ha pensato il parere favorevole all’estradizione dato dalla Corte d’appello di Parigi il 30 giugno del 2004. Da allora Battisti viveva braccato e ora, dopo il breve arresto parigino, per lui sono di nuovo scattate le manette: “È giusto che paghi tutto, fino in fondo”, dice Alberto Torregiani, 42 anni, inchiodato su una sedia a rotelle perché colpito dai proiettili mentre usciva dalla gioielleria di suo padre, Pierluigi (rimasto ucciso), a Milano 28 anni fa. Nella sua voce, però, non c’è odio: solo desiderio di giustizia.

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