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Le aspirazioni di Tabacci: “Sarò il ponte tra Casini e Rutelli. L’Udc? C’è ancora chi guarda al Cav”

Bruno Tabacci insieme a Francesco Rutelli

Bruno Tabacci insieme a Francesco Rutelli

Ha cambiato di nuovo casacca, stavolta per costruire il grande centro assieme ai transfughi del Pd. Bruno Tabacci, ex Dc, uscito dall’Udc (di cui era esponente dell’ala “sinistra”) nel 2008 per fondare la Rosa Bianca (poi confluita dopo pochi mesi nell‘Unione di Centro), ci crede sul serio alla rinascita della Balena Bianca. In salsa “rutelliana” questa volta. C’è anche il suo nome, infatti, accanto a quello di Francesco Rutelli, Linda Lanzillotta, il governatore trentino Lorenzo Dellai e Massimo Calearo, tra i fondatori del movimento Alleanza per l’ItaliaLeggi l’intervista

L’Alleanza per l’Italia di Rutelli: volti noti e un nome già in uso

Francesco Rutelli presenta il simbolo del suo nuovo partito: Alleanza per l'Italia

Francesco Rutelli presenta il simbolo del suo nuovo partito: Alleanza per l'Italia

Allora, (ufficialmente) ci stanno: lui ovviamente, Francesco Rutelli (ex radicale, ex margheritino, ex vicepremier ulivista, ex Pd) come fondatore; Linda Lanzillotta (già ministra prodiana, che ha salutato il Pd, a mezzo Corriere della Sera: “Lascio perchè è fallito un progetto al quale ho molto creduto”); Gianni Vernetti (deputato da sempre vicino all’ex vicepremier); Lorenzo Dellai (governatore del Trentino dalle mani libere e dalle alleanze trasversali); l’imprenditore Massimo Calearo (voluto da Veltroni in Parlamento: “Ero nel Pd perché c’era un’idea di Veltroni. Ora c’è Bersani che ha idee diverse…”); Bruno Tabacci (ex democristiano, già fondatore della Rosa Bianca, che ha detto addio all’Udc) nel ruolo di portavoce; Pino Pisicchio (fuoriuscito dall’Idv di Di Pietro con l’obiettivo di fermare “la deriva telepopulistica”). A contorno, un nugolo di deputati e senatori (una ventina di parlamentari), per la maggior parte freschi di divorzio dai Democratici. Continua

L’Udc sogna un nuovo partito con Rutelli. Ma per le regionali è indecisa: Pdl o Pd?

Francesco Rutelli e Pier Ferdinando Casini

Francesco Rutelli e Pier Ferdinando Casini

Tutti la vogliono, ma nessuno la piglia. L’Udc, cenerentola della politica italiana, è tornata alla ribalta in queste settimane. Francesco Rutelli, in uscita dalla casa del Pd, vorrebbe sposarla, ma ancora non può. Il Pd e il Pdl se la contendono da mesi, ma lei ancora non ha deciso. Continua

Con chi sta Famiglia Cristiana? L’ultima bordata è per Casini e Cuffaro

L'ex governatore della regione Sicilia Salvatore Cuffaro e il presidende del UDC Pier Ferdinando Casini
“‘Coatti’ al centro, pasticci nel Pd e anarchia dei valori nel Pdl”. E ancora: “Perché i voti e le presenze di certi candidati, tipo Cuffaro?”. “Ci saremmo aspettati qualcosa di diverso e di più innovativo, per allontanare il dubbio di una buona occasione (forse l’ultima?) sciupata malamente”. L’accusa è netta, le parole sono chiare. Non provengono dai leader della sinistra radicale, non escono nemmeno dalla bocca dei dirigenti isolani del Partito Democratico.
A scriverle è Famiglia Cristiana, che nel numero in edicola non usa mezzi termini per lanciare un atto d’accusa chiaro e tondo: aver candidato l’ex governatore isolano come capolista al Senato della Costituente per il Centro in quota Udc è una scelta che denota “mancanza di coraggio”.
E ora tutti a chiedersi con chi si schiererà il settimanale delle famiglie cattoliche. Che in soli tre numeri ha detto no al “pasticcio veltroniano in salsa pannelliana”; no alla “anarchia di valori berlusconiana”; no ai “cattolici con il bollino ma senza coraggio”.
L’ultima frecciata il giornale dei Paolini la spedisce all’Unione di Centro di Casini e Pezzotta. Ai quali tira le orecchie, bollando la nuova formazione come un “assemblaggio di due simboli”, e manda a dire che c’è delusione e che, dall’unica forza dichiaratamente cattolica, “ci aspettavamo di più”.

Alle attese (deluse) del giornale, cerca di rispondere Pier Ferdinando Casini. Che non ha fatto una piega, in pubblico: ha incassato con fair play. Probabile che in privato abbia anche masticato amaro perché dopo i ripetuti appelli al voto utile di Walter e del Cavaliere, tutto si sarebbe potuto aspettare tranne che di essere colpito dal fuoco amico. E dopo aver detto che condivide il giudizio dell’editoriale del settimanale paolino, chiede tempo perché: “È ovvio che un processo politico che si realizza in una settimana non può essere perfetto. Siamo consapevoli dei limiti di questo accordo, ma la risposta a Famiglia Cristiana arriverà con la costituente di centro che nascerà (dall’unione di Rosa Bianca e Udc) con le elezioni politiche”.

Dal canto suo, invece, Totò Cuffaro fa spallucce, ricordando che “il settimanale aveva già assunto posizioni precise, a me non favorevoli, durante la campagna elettorale del 2006″ in favore “della signora Borsellino e di una coalizione che si schierava a favore dell’aborto”, nella nuova coalizione di Centro i commenti del settimanale rischiano presto di diventare il detonatore per scelte mai condivise.

Non è un caso che proprio alla Regione Sicilia il movimento di Tabacci presenterà un candidato autonomo. Una decisione che ha già scatenato malumore e dissenso e che, insieme alla defezione di un altro “big” come Gerardo Bianco, potrebbe causare una piccola emorragia di voti (anche l’ex presidente dell’Azione cattolica, Alberto Monticone, ha abbandonato la Rosa) proprio nella roccaforte meridionale del partito di Pierferdy, che nell’isola mira a superare la quota di sbarramento regionale dell’8%. Senza contare che anche alle comunali romane udiccini e “tabaccini” correranno separati perché la candidatura di Luciano Ciocchetti non convince tutti. Ed è questo ora, più che le bordate cattoliche, a preoccupare il candidato premier dell’Udc.

Rosa Bianca e Udc: più che un matrimonio, un Pacs per superare gli sbarramenti

L'ex segreatrio della Cisl Savino Pezzotta stringe la mano al leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini | Ansa
Più che un’unione consensuale, sembra quasi un Pacs dettato da necessità elettorali.
Dopo la decisione di correre insieme alle prossime elezioni nazionali per una Nuova Costituente di Centro, nell’Udc e nella Rosa Bianca affiorano alcune contraddizioni su scelte che non sembrano essere poi così condivise.
E se, intervenendo a Panorama del giorno, Savino Pezzotta (che ha definitivamente sbarrato le porte al decimato partito di Clemente Mastella) si dice ottimista sulla possibilità di superare la soglia di sbarramento (8%) al Senato, al Sud per i neo-diccì iniziano i primi problemi.
Il caso più vistoso esplode proprio in Sicilia dove, per la corsa alla presidenza della Regione, le due formazioni correranno separate. Il partito di Salvatore Cuffaro appoggierà infatti “l’amico Raffaele Lombardo”, dai più ritenuto il vero erede dell’ex governatore isolano. La Rosa Bianca andrà invece in solitaria e candiderà la psicoterapeuta Vittoria Vassallo. “Qualcosa di più di un volto nuovo per la Sicilia. È una speranza concreta, una persona perbene, una donna impegnata da anni nel suo lavoro e nel volontariato” scrive Bruno Tabacci nel suo blog. Secondo alcuni una scelta coaraggiosa, per molti altri l’unica possibile dopo i distinguo e le riserve mosse proprio dallo stesso Tabacci sull’opportunità di cambiare passo per la Regione, in seguito alla condanna a cinque anni inflitta in primo grado a Salvatore Cuffaro.
In ogni caso, una vistosa contraddizione: la Costituente per il Centro candiderà infatti in Sicilia (quota Udc) proprio l’ex Presidente della Regione, affidandogli con ogni probabilità il comando delle truppe neodemocristiane alla Camera. E sarà lì che, verosimilmente, “Totò vasa vasa” si ritroverà gomito a gomito con alcuni dei suoi più caustici oppositori.
Unica certezza, di quest’alleanza bifocale, è il ritorno al passato. Già, perché in queste ore è successo proprio quanto Panorama.it aveva preannunciato da settimane: l’ottantenne Ciriaco De Mita, pensionato da Veltroni, è stato ripescato da Casini che lo candida come capolista dell’Udc al Senato in Campania (il suo territorio fin dall’entrata in Parlamento, nel lontano 1963). Il grande vecchio della Dc aveva scelto di aderire (non tralasciando critiche e distinguo) al Pd, che alla vigilia della formazione delle liste gli ha immediatamente comunicato l’amara notizia: troppo esperto, non sarai ricandidato. Ciriaco però non s’è perso d’animo. Ha girato i tacchi, ha sbattuto la porta e, in poche settimane di contatti, è rientrato in corsa con i centristi. Portando in dote lo zoccolo duro del suo elettorato e un buon bacino di voti.
Di fronte ai quali non pare pesare poi tanto, nelle valutazioni dei centristi, il fatto che nella Prima Repubblica De Mita fosse proprio il leader di quella Democrazia Cristiana “di sinistra” che guardava al Partito Comunista. Ciriaco cioè rappresentava l’ala laica del partito, esattamente l’opposto della linea della Dc di Forlani, quella dorotea, di cui Casini è oggi l’allievo prediletto.

Nella Rosa bianca sboccia Casini. E a Tabacci restano solo le spine

Bruno Tabacci e Pier Ferdinando Casini in una foto d'archivio | Ansa
Ad annunciare la chiusura dell’accordo tra Udc e Rosa Bianca è stato proprio l’uomo che ha dovuto ingoiare il boccone amaro e spendere notti intere (scrive sul suo blog) a rimuginare sul che fare. Ovvero quel Bruno Tabacci che era il candidato premier della Rosa Bianca e che ora dovrà rinunciare in favore di Pier Ferdinando Casini.

Tabacci, nella sua dichiarazione, sembra fare sfoggio di fair play e filosofia. La prende bene e la butta in alto, argomentando sulla costruzione del nuovo soggetto centrista: “Nel lungo termine c’è la costruzione di un nuovo soggetto politico, nel breve, per le politiche, la presentazione di una lista unitaria”. Lo schema dell’accordo? Casini candidato premier, mentre l’ex leader cislino Savino Pezzotta sarà il segretario della nuova formazione centrista. Il nome che gli elettori troveranno sulla scheda elettorale sarà “Costituente di Centro per Casini”.
Il vicepresidente del Senato, Mario Baccini - che dell’accordo è stato il vero deus ex machina e che nelle prossime ore potrebbe sciogliere la propria riserva sulla candidatura per il Campidoglio - ha spiegato: “Casini premier e Pezzotta ci guiderà nella costituente del centro”. Poi il boccone amaro per Tabacci: “Farà un passo indietro per farne due avanti, con la nascita della costituente di centro”.
Dunque, come anticipato da Panorama.it la settimana scorsa, la Cosa Bianca torna insieme sotto le insegne elettorali dello scudocrociato. Mentre alle amministrative, spiegano fonti della Rosa Bianca i due partiti dovrebbero andare separati e con i propri simboli (in Sicilia soprattutto per motivi di ordine “cuffariano”).

Rimangono i problemi sulle candidature, che peraltro stanno impegnando in queste ore tutte le coalizioni. Baccini ufficialmente fa proclami nobili: “Ci siamo lanciati nel progetto della Rosa Bianca senza paracadute. Figuriamoci se ora ci mettiamo a lottare per chi entra e chi no in Parlamento”. Ma è ovvio che la battaglia per le liste (tra candidature pulite e collegi sicuri) è tostissima. Specie se fatta da “vecchie volpi democristiane”, come rivela un deputato centrista. Come finirà? I bene informati di cose centriste dicono 75% di posti all’Udc, 25% ai Rosabianchisti.

Infine Ciriaco De Mita: il reprobo del Pd di Walter Veltroni su cui era stato impostato l’inizio di accordo: “Mi auguro e faccio a lui un appello” conclude Baccini “perché faccia parte del nostro progetto”. Un appello che il vecchio leader Dc difficilmente farà cadere nel vuoto.

Mastella: pazienza se il Centro non mi vuole, io ballo da solo


“Sono una persona che combatte fino alla fine per le idee che ha. Per questo, chiederò il consenso ai miei elettori. Se non arriverà, ne prenderò atto. Ma di una cosa sono certo: fino alla fine resterò in campo”.

Con ogni probabilità e a meno di inattesi (e ormai difficili) accordi centristi, Clemente Mastella correrà da solo alle prossime elezioni politiche. E lo farà “senza demordere dall’obiettivo di raggiungere e superare lo sbarramento” (4% alla Camera, 8% al Senato su base regionale). Per questo, “l’Udeur si presenterà in tutte le circoscrizioni e in tutte le regioni d’Italia”.

Onorevole Mastella, dopo i suoi inviti alla riunificazione del centro, come valuta la possibilità di un’intesa con Udc e Rosa Bianca?
Difficile, molto difficile. Vedo solo una serie di atteggiamenti preclusivi che finiscono con smorzare l’entusiasmo attorno a un progetto politico ambizioso. E di questo prendo atto. Ma secondo me, aldilà dei sondaggi e di avarizie personalistiche, nessuno di noi può tirare un sospiro di sollievo. Anche perché, in simili situazioni, le emorragie di voti potrebbero esserci sia da parte nostra sia da parte dell’Udc.

Al centro c’è anche la Rosa Bianca di Bruno Tabacci e Savino Pezzotta
Ma questo discorso vale anche per quella formazione politica: la sensazione di questi giorni è che nemmeno lei cresca poi così tanto. Forse, tutti assieme potremmo invece spingere in un’altra direzione. Però non è che debba decidere io ciò che bisogna facciano gli altri. Anche perché, personalmente, ho ben chiaro ciò che farò.

Proprio in queste ore, però, il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa ha espresso parole di apprezzamento nei confronti di sua moglie Sandra Lonardo e di Anna Serafini, del Partito Democratico, dicendo che “sono due persone validissime, di grande intelligenza, che apprezzo moltissimo”. A qualcuno è sembrata un’apertura a lei al suo partito…
Dico solo che Anna Serafini è candidata nel Pd e che Sandra Lonardo non è candidata e non intende candidarsi alle prossime elezioni.

A proposito di Partito Democratico, come la valuta l’apertura ai Radicali e l’archiviazione di Ciriaco De Mita?
Forse alcuni politici, De Mita compreso, hanno sbagliato nel ritenere già conclusa l’esperienza della Margherita, interrompendo precocemente qualcosa che andava invece ancora vissuta. E questo è probabile che sia stato un errore di valutazione importante, per non dire decisivo.

De Mita furioso se ne va dal Pd. A raccogliere una Rosa bianca?

Ciriaco De Mita, ex presidente del Consiglio, classe 1928, in Parlamento dal 1963 | Ansa
“Non sarò con voi, ma contro di voi” avrebbe detto nel suo discorso di addio agli amici del Pd. Così, dopo giorni di tensioni, Ciriaco De Mita sbatte la porta ed esce dal Pd.

Motivo? Il secco “niet” ricevuto dal segretario del Partito Democratico alla sua ricandidatura alle prossime elezioni politiche. Con la prossima, le legislature di De Mita avrebbero toccato quota 12: troppe per l’ex sindaco di Roma, anche perché lo statuto del nuovo partito parla di un limite massimo di tre mandati, a cui possono essere concesse solo poche deroghe per il gruppo dirigente. Anche per questo, oggi il viceministro dell’Economia Vincenzo Visco ha annunciato che non si ripresenterà alla prossima tornata elettorale: “largo ai giovani economisti” ha detto, mentre salgono le probabilità di una candidatura del suo “arci-nemico”, l’ex comandante della Guardia di Finanza Roberto Speciale, nelle liste del Popolo delle libertà.

Tutto un altro atteggiamento rispetto a quello del politico di Nusco, che ha preso la parola per primo al coordinamento nazionale del Pd (di cui è membro di diritto in quanto ex Presidente del Consiglio) e ha annunciato il suo addio. A nulla è servita la mediazione del segretario campano Tino Iannuzzi, che fino ieri aveva promosso la sua ricandidatura in quanto “espressione di una prestigiosa esperienza al servizio dello Stato e delle istituzioni”. Inutile anche la petizione popolare “pro De Mita” partita dall’Irpinia. A questo punto, il futuro dell’ottantenne politico campano si presenta più nebuloso che mai. Di certo, come ha fatto intendere lui stesso, non si ritirerà a vita privata: “Come diceva un poeta spagnolo, ‘Quando morirò morirò con la chitarra in mano’, io dico che quando morirò farò l’ultimo discorso elettorale”. In queste ore sono in molti a dare per certo un accordo con la Rosa Bianca di Bruno Tabacci.

Ma non è escluso che le firme raccolte per chiedere ai dirigenti del Pd la sua rielezione, piuttosto che finire tra i rifiuti, si riciclino come punto di partenza per una lista di delusi ed esclusi di Pd. Che, stando alle parole di De Mita, di certo non si alleerà con Walter e compagni.

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Uno per tutti, tutti per Montezemolo. Lui annuisce ma da che parte sta?


“Yes, we can”. Si può fare, anzi si deve. Un altro governo, certo, ma soprattutto cementare nuove alleanze per resistere ad un sistema elettorale in grado di punire anche i più forti. Tessere le fila della politica da dietro le quinte e lasciare nel dubbio gli aspiranti premier fino all’ultimo secondo. Così Luca Cordero di Montezemolo, presidente di Confindustria, procede spedito e chiarisce: “In politica non scendo”.

Tutti lo vogliono, ma lui ha altri pensieri: la Fiat, la Ferrari e viale dell’Astronomia. Almeno per i prossimi 97 giorni, quando, con molta probabilità, lascerà la sua poltrona alla first lady dell’economia Emma Marcegaglia. Nel frattempo dal Partito democratico al Popolo della libertà, passando per la neonata Rosa Bianca, le strizzatine d’occhio a Montezemolo si sprecano.

Il primo febbraio scorso, Bruno Tabacci mentre annunciava sulle colonne del Secolo XIX la nuova formazione in coppia con Baccini già corteggiava il numero uno degli industriali. “Il presidente di Confindustria” diceva Tabacci “da parecchio tempo sostiene le nostre stesse impostazioni politiche. E non certo da ora. Negli ultimi giorni ho notato che le sue posizioni coincidono esattamente con le nostre”. Tanto per dirne una, spiega Tabacci, “il sistema elettorale basato sul meccanismo tedesco” (chissà che non si metta in mezzo anche Casini). Dopo quest’intervista il leader della Rosa Bianca ha incontrato Montezemolo come aveva annunciato ma l’incontro, pare, non ha avuto l’effetto sperato. Per ora, dicono a mezza bocca alcuni alleati di Tabacci, il sostegno non è né diretto né indiretto. Ma per la fine della campagna elettorale c’è ancora tempo. E chissà che tra i due litinganti il terzo non abbia la meglio.

Intanto sia Berlusconi sia Veltroni affilano le armi. Scoraggiati dal poter assoldare nelle proprie fila LCdM, cercano di garantirsi almeno il suo appoggio esterno attraverso programmi mirati al consenso del più famoso degli industriali. E alla fine ci sono riusciti entrambi. Nonostante sui loro trascorsi pesino ancora come macigni le tante bacchettate arrivate negli ultimi anni da viale dell’Astronomia. Considerato il lungo braccio di ferro con Berlusconi, Veltroni potrebbe partire in vantaggio. Lo scorso sette febbraio durante l’incontro tra l’ex sindaco di Roma e Montezemolo l’identità di vedute era chiara. Sulla necessità di mobilità sociale, di alimentare il senso di appartenenza alla Obama maniera, di abbattere gli steccati ideologici, di fare riforme. La parola d’ordine per entrambi è “crescere”.

Anche a Palazzo Grazioli non si perde la speranza. È proprio Berlusconi l’ultimo, in ordine di tempo, a raccogliere il consenso di Montezemolo. Dopo la partecipazione del Cavaliere a Porta a Porta, il numero uno di viale dell’Astronomia ha fatto sapere che la proposta del leader del Pdl gli piace. Soprattutto quella di detassare gli straordinari e gli aumenti salariali legati alla produttività. E pensare che fino a qualche mese fa in molti non avrebbero scommesso nemmeno un euro sulla liason politica tra i due. Ma il candidato premier non demorde. Sa bene quali sono i temi cari agli industriali.

Alla fine dei giochi l’unica certezza è che al voto mancano 59 giorni. Abbastanza per applaudire tutti e poi uscire di scena. Sempre che l’ambizione politica di Montezemolo sia veramente sepolta.

Il VIDEO servizio:

Casini e Berlusconi: appesi a un filo del telefono per evitare i vespri siciliani

Silvio Berlusconi e Pier Ferdinando Casini | Ansa
Sarà anche una “telenovela che sta diventando stucchevole”, ma se Pdl e Udc dovessero correre separati alle prossime elezioni politiche, “sarà battaglia politica vera”, come quella che opporrà “Bertinotti a Veltroni”. Parla deciso Pier Ferdinando Casini a Radio Anch’io.
Una sicurezza che però tradisce il timore che i centristi non superino le soglie di sbarramento previste per chi non si coalizza, Casini aggiunge: “Alla Camera rischio poco, al Senato molto, ma rischio di fare male a tutti”.

Ma i tormenti per Casini non sono ancora finiti: la riserva è da sciogliere entro domani, e il leader dell’Udc passa la palla nelle mani di Berlusconi: “Penso che nelle prossime ore lo chiamerò e sentirò con amicizia che cosa ha da dirmi”.
Ieri sera, però, ad AnnoZero, fra lui e il Cavaliere il gelo era totale: “Chi dice che la partita è già segnata ha poco rispetto per la gente”, ha spiegato Casini, “all’Italia serve qualche ragionamento vero perché solo con la demagogia forse si vincono le elezioni ma poi non si governa”. E il nodo delle alleanze, in vista di uno strappo con il Pdl, è ancora tutto da risolvere. Casini non chiude la porta alla Rosa Bianca (”Abbiamo tante persone che ci sollecitano a fare accorpamenti diversi”), ma non crede all’idea delle alleanze dopo il voto: “L’idea che il centro corra da solo, si assuma i rischi di andare da solo e poi il giorno dopo il voto si allea è fra il grottesco e il ridicolo: il giorno dopo il centro starà all’opposizione e se la destra non avrà l’autosufficienza al Senato, si creerà una situazione per cui ci possono essere soluzioni diverse”.
Infine, lascia con una certezza: “Di sicuro nelle schede elettorali gli elettori ci troveranno. Troveranno l’Udc con il suo simbolo e i suoi valori”. Anche se “non è solo questione di marchio” spiega Casini. “In ballo c’è l’idea del partito, cioè l’idea di un partito che si presenta autonomamente in alleanza col centrodestra”.
E allora simbolo o non simbolo. La storia dell’Unione dei democratici-cristiani e di centro è davvero singolare. Sì, perché pur avendo la parola “unione” nel nome, da tempo il partito di Cesa-Buttiglione-Casini va perdendo pezzi per strada. Dalle file dell’Udc sono fuoriusciti deputati e senatori, in senso bipartisan naturalmente. Per un Gianfranco Rotondi che fonda l’ennesima versione della Democrazia cristiana (per le Autonomie), c’è un Marco Follini che da vicepremier scudocrociato se ne va a fondare l’Italia di mezzo, per poi andare a puntellare il governo Prodi e a guidare l’apparato dell’informazione veltroniana; l’addio di un Sergio D’Antoni che transita nella Margherita per diventare viceministro del Professore, è bilanciata da Carlo Giovanardi che aderisce al Popolo delle libertà. Fino alla palingenesi del duo Tabacci-Baccini, che puntano sulla crescita della Rosa Bianca, ennesimo bianco fiore in cerca di alleanze. L’Udc aveva sfiorato il 7 per cento alle politiche del 2006, ma ora, di fronte a queste perdite pesanti, i sondaggi dicono che a fatica arriverebbe alla soglia di sopravvivenza.
Senza scordare che nel 2005 è nato pure il Movimento per l’autonomia (Mpa) di Raffaele Lombardo, europarlamentare e presidente della Provincia di Catania. Che proprio in queste ore, candidandosi alla poltrona di governatore siciliano in concorrenza all’azzurro Miccichè, potrebbe diventare il puntello per far saltare definitivamente i rapporti tra Pdl e i casiniani. A sostenerlo ci sarà quel Cuffaro, udiccino convinto, che - dimessosi da presidente siculo, dopo la condanna del Tribunale di Palermo, anche per le pressioni dello stesso Miccichè - ha già detto che farà di tutto per impedire l’ascesa dell’ex presidente del parlamentino siciliano.

Per Totò, Casini ha pronta la candidatura in Senato: “Dobbiamo tenere presente che la Costituzione prevede la presunzione d’innocenza fino a una condanna definitiva”, sottolinea Casini. “I partiti devono assumersi la responsabilità delle scelte, noi ce le assumiamo. Cuffaro credo abbia subito una vera e propria persecuzione giudiziaria”, ha aggiunto Casini, mettendo in guardia dal rischio di dare alla “magistratura il diritto di veto sulle candidature”.

Vuoi vedere, come sospettano in tanti, che dietro la rottura di San Valentino tra Berlusconi e Casini (dopo 14 anni di convivenza), ci siano i “vespri siciliani”? Fosse così, per mettere fine alla telenovela ci vorrebbe un po’ più delle poche ore che Casini si è riservato prima di prendere una decisione. E a meno di due mesi dalle elezioni, il tempo stringe.

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