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Bruxelles
Colpire gli sfruttatori dei clandestini. L’idea è rimasta fuori dal decreto sicurezza approvato ieri al senato (che prevede invece la confisca dell’immobile per chi affitta a irregolari). Ma il ministro dell’Interno Roberto Maroni la rilancia per l’Europa. “L’Italia è favorevole a prevedere a livello europeo sanzioni penali contro i datori di lavoro che assumono in nero immigrati clandestini e propone di istituire anche sanzioni patrimoniali” ha detto il ministro a Bruxelles, durante la deliberazione pubblica al Consiglio giustizia e interni Ue sulla proposta di direttiva europea per punire chi sfrutta il lavoro nero e l’irregolarità degli immigrati.
Maroni ha espresso il parere favorevole dell’Italia anche alla proposta della direttiva francese che prevede un target minimo di ispezioni nelle aziende per colpire chi sfrutta il lavoro degli immigrati irregolari. Purtroppo però, ha dovuto riconoscere il ministro leghista, “L’Italia ha un primato negativo per quanto riguarda il lavoro nero, soprattutto nei settori dell’agricoltura e delle costruzioni”.
Dai cantieri edili del nord ai campi di pomodori campani e pugliesi, il ricorso all’immigrato irregolare sfruttato è tutt’altro che un’eccezione. Secondo Maroni, nel nostro ordinamento esiste “un sistema di sanzioni penali che colpisce gli imprenditori che assumono in nero ha dato qualche risultato positivo, ma non così efficace come avremmo sperato”, ha detto. ”Abbiamo anche messo in atto un sistema di ispezioni che si è rivelato più efficace rispetto alle sanzioni”. Meglio le misure dissuasive piuttosto che le punitive, secondo il responsabile del Viminale. Per Maroni nella direttiva Ue vanno inserite “sanzioni patrimoniali insieme a quelle finanziarie e amministrative”. Sul secondo punto previsto dal progetto, un target per le ispezioni nelle imprese, sul quale la presidenza francese ha interrogato tutti i ministri, Maroni ha detto che l’Italia è favorevole. ”La definizione di un sistema comune europeo può aiutare Paesi come l’Italia che hanno un’esperienza di lavoro nero molto significativa”. Arrivare a regole comuni su un tema delicato, che coinvolge le norme sul lavoro e sulla clandestinità dei vari paesi non sarà facile. A guidare il fronte dei paesi contrari a imporre sanzioni penali e a fissare target minimi di ispezioni nei posti di lavoro è il paese che accoglie più immigrati (regolari): la Germania. ”Ci sono altri modi per combattere il fenomeno delle assunzioni in nero degli immigrati clandestini”, ha detto il ministro tedesco dell’interno Wolfgang Schauble. Ancora più esplicito il doppio no della Svezia: ”non esiste una competenza comunitaria in materia di diritto penale”, ha detto il ministro Tobias Billstrom. “Quanto alle ispezioni, non ci opponiamo, ma la competenza deve essere lasciata a ciascun Stato membro”. Su questa linea anche l’Olanda, l’Ungheria, la Repubblica Ceca e la Polonia. La proposta francese invece (che prevede sanzioni penali e una quota minima di ispezioni del 5per cento nelle imprese per i datori di lavoro che assumono clandestini) ha ottenuto un appoggio dalla Commissione Ue e di Italia, Spagna, Portogallo e Grecia. D’accordo su alcuni punti anche Estonia, Lettonia, Lituania, Austria, Slovenia, Bulgaria, Malta, Cipro e Belgio. ”I colpevoli del fenomeno dell’immigrazione clandestina sono gli sfruttatori” ha detto il ministro dell’Interno spagnolo Celestino Corbacho. Sulle ispezioni, tutti i ministri favorevoli al target hanno precisato l’importanza di fare controlli qualitativi, colpendo in particolare i settori più a rischio in ciascun paese.
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Un dipartimento che sembra quasi un’ambasciata, con stipendi tre volte superiori a quelli ordinari. Per molti di loro, doppia indennità , a cui si aggiungono diversi benefit, come ad esempio quelli per imparare le lingue. E poi: due aree, una per il partenariato locale, l’altra per gli affari generali, tre servizi, cinque dirigenti, per un totale di sedici dipendenti, retribuiti dai sette ai ventidue mila euro al mese.
Certo, chi lavora lassù, nel cuore freddo dell’Europa, vive il disagio della lontananza da casa, ma quanto a costi l’ufficio di rappresentanza della Regione Sicilia nella Bastion Tower di Bruxelles non ha nulla da invidiare ad un qualsiasi consolato, arrivando a sfiorare una quota annuale di due milioni di euro. Tanti soldi e una vasta lista di privilegi di cui si è ricominciato a discutere anche a Palermo, facendo storcere il naso a molti deputati dell’Ars, che ora hanno deciso di denunciare le spese, secondo loro spropositate.
Anche per questo, la Regione sta ora correndo ai ripari, decidendo di accorpare le due aree e valutando la “ristrutturazione integrale” degli uffici. Parola del deputato di FI Giuseppe Castiglione, che spera in una “pronta verifica dell’organizzazione amministrativa dell’ufficio”, aggiungendo che forse “sarebbe più vantaggioso affidarsi a uno studio di consulenza”.
Sempre che, in un impeto indipendentista, la Sicilia non decida davvero di aprire in quel di Bruxelles una vera e propria ambasciata di Trinacria.

Per alcuni avrebbe dovuto essere il vice premier unico in un ipotetico secondo esecutivo Prodi, dopo il rimpasto di gennaio. Per altri, Piero Fassino, sarebbe presto tornato a Torino, sulla poltrona di sindaco per il dopo Chiamparino. Lui, col suo solito profilo basso, diceva sempre che sarebbe tornato a fare il “deputato semplice” con grande interesse per gli affari esteri.
Accontentato. Anche troppo. Per l’ex segretario Ds, che più di tutti si è speso per il Pd (ricevendone in cambio tante pacche sulle spalle ma nessun incarico), si aprono le porte dell’Ue: è stato nominato inviato speciale dell’Unione europea in Birmania.
La conferma viene da un funzionario dell’Alto rappresentante dell’Ue, Javier Solana: “L’incarico durerà alcuni mesi, da sei a 12″, ha spiegato il funzionario.
La scelta di Solana, discussa nello scorso Consiglio Europeo del 18 e 19 ottobre a Lisbona, con lo scontato sostegno del governo italiano e quello immediato dei capi di governo europei come Josè Zapatero, Gordon Brown, Angela Merkel e Josè Socrates, è già operativa. All’ex segretario della Quercia toccherà “sostenere gli sforzi dell’Ue per portare dei cambiamenti politici in Birmania”, lavorando per creare “un collegamento diretto con la figura di Ibrahim Gambari, l’inviato personale del segretario generale delle Nazioni Unite”.
Quello che non ha ricevuto dal nuovo Partito Democratico, Fassino lo ottiene quindi dall’Europa. Che fa un piacere anche ai nuovi dirigenti del Pd: sistema, e per un buon periodo di tempo, un pezzo da novanta come l’ex numero uno diessino, troppo ingombrante per restare senza nessun incarico. Anche perché pare che il suo amico Walter Veltroni gli preferisca Federica Mogherini, ex viceresponsabile Esteri dei Ds, fino a ieri abituata ad accompagnare proprio il segretario nei suoi viaggi per il mondo, ma ora entrata a sorpresa nella segreteria dei democratici proprio con l’incarico di seguire la politica estera.
Soddisfatto della nomina di Fassino anche il responsabile degli Esteri, Massimo D’Alema: “Quella di Solana è una scelta che mi fa particolarmente piacere” ha sottolineato il ministro “anzitutto perché riguarda una personalità politica, come l’onorevole Fassino, di vasta e riconosciuta competenza nelle questioni internazionali, maturata nel corso di incarichi istituzionali come quelli di sottosegretario agli Esteri e ministro per il Commercio internazionale”.
E siccome anche al titolare della Farnesina non dispiacerebbe puntare alla poltrona di Mister Pesc (cioè: l’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune), non è escluso che i due ex leader diessini si ritrovino, in un futuro neanche troppo lontano, a lavorare fianco a fianco, ma fuori dai giochi e dai confini italiani.
A meno di sorprendenti ripensamenti (come quello di Veltroni che disse di volersi dedicare all’Africa solo pochi mesi prima di insediarsi sulla poltrona di segretario del Pd), per ora Piero Fassino non potrà starsene con le mani in mano nella “Pensione Myanmar”.
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Le prime reazioni non portano bene. “Ci lascino governare”, dice Romano Prodi. “Ci lascino lavorare” gli fa da spalla Piero Fassino, ancora per poco segretario Ds. Ricorda qualcosa? Ma sì, il famoso “non ci hanno lasciato governare” di Silvio Berlusconi nel ‘95, dopo il ribaltone della Lega, il governo Dini e poco prima della sconfitta del 1996.
Stavolta a non “far lavorare” Prodi & Co. non è però l’opposizione né qualche manovra di palazzo (anche se il premier le teme), ma la Commissione europea, la Banca d’Italia, la Corte dei conti. Tre bocciature della Finanziaria in rapida successione. Ieri il commissario Ue all’Economia, JoaquÃn Almunia: “L’Italia non fa nulla per il suo debito pubblico, che è insostenibile e il più alto d’Europa”. Oggi Mario Draghi, governatore di Bankitalia: “La Finanziaria è modesta, non frena la spesa pubblica, e crea molti problemi anche con lo sconto sull’Ici, che mette in discussione l’autonomia dei comuni. Sarebbe stato meglio agire direttamente sulle imposte dirette, cominciando ad eliminare il fiscal drag, ciò che si paga di più di tasse per il solo effetto dell’inflazione”. A stretto giro la Corte dei conti: “Siamo perplessi e preoccupati, la manovra non affronta i problemi veri, anzi rischia di complicarli”. Proprio nel giorno in cui Prodi effettua il forcing finale sull’estrema sinistra per convincerla a non votare, nel consiglio dei ministri di venerdì 12, contro il protocollo sul welfare (”Almeno astenetevi”), e mentre sta per nascere il Partito democratico, il governo vede evaporare anzitempo gli effetti di una manovra che doveva essere di rilancio, anche sul piano elettorale. Già , il Pd.
I due “soci fondatori”, Walter Veltroni e Francesco Rutelli, difendono la Finanziaria con poca o nulla convinzione. Soprattutto Veltroni, che sposa sempre più la linea del rigore, dei tagli alla spesa e della riduzione fiscale, anche a costo di rompere con l’estrema sinistra. Prodi è sempre più insospettitto dalla sterzata veltroniana, teme che nei prossimi mesi diventi una spina nel fianco del governo. E d’altra parte l’unica direzione nella quale il futuro segretario del Pd può andare, se vuole tentare di riconquistare un po’ di consensi al centro, è quella opposta rispetto a Romano Prodi: staccarsi dal vincolo e dalle eterne mediazioni con la sinistra radicale. Non saranno settimane facili, le prossime, per il governo. Probabilmente la manovra economica passerà , ma dopo la maxistangata del 2007 perfino la “Finanziaria leggera e di equità ” del 2008 rischia di far perdere altri consensi. Altro che “lasciateci lavorare”.
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Era arrivato a Bruxelles per manifestare davanti al Parlamento europeo “contro l’Islam”, nel sesto anniversario dell’attentato alle Torri Gemelle, sfidando, insieme ad alcuni europarlamentari della destra, il divieto del sindaco della capitale belga, il socialista Freddy Thielemans. Si sono radunati al grido di “Stop the islamisation of the Europe”. Ma la marcia dell’eurodeputato leghista Mario Borghezio e delle associazioni anti-islamiche della rete Sioe, il partito di estrema destra fiammingo Vlaamms Belang, non è mai partita.
Sono stati fermati prima, dalla polizia belga, che, a dire dell’eurodeputato, avrebbe usato le maniere pesanti: Borghezio è stato maltrattato, caricato su una camionetta e portato al Palazzo di giustizia della città . Tanto che a difesa del leghista è intervenuta la Farnesina che ha mosso rappresentanti diplomatici italiani presso il Belgio e le istituzioni europee, anche con un passo presso il Parlamento europeo per far valere le prerogative come parlamentare dell’eurodeputato leghista.
La giornata di Borghezio, con tanto di bandiera padana al collo, è cominciata a rondpoint Schuman (la rotonda dedicata a uno dei padri dell’Europa unita), dove alcuni poliziotti hanno fermato, dopo averlo malmenato, il rappresentante del Vlaams Belang (partito di estrema destra separatista e xenofobo fiammingo che da 3 mesi minaccia la secessione delle Fiandre, la ricca regione del Nord, dalla più povera e francofona Vallonia) al Parlamento europeo Frank Vanhecke. “È un europarlamentare, siamo europarlamentari. È una vergogna”, ha gridato più volte Borghezio, mentre Vanhecke veniva fatto salire a forza su un pullman blindato della polizia. Secondo alcuni testimoni, il leghista avrebbe invece urlato alle forze dell’ordine: “Siete peggio degli islamici”. Comunque sia, la polizia non si è intimorita davanti all’autorità , e ha usato il pugno di ferro. “Ce ne hanno date per sette”, ha dichiarato l’esponente del Carroccio. Subito dopo Vanhecke è stato fatto salire a bordo Borghezio, che ha denunciato i maltrattamenti ai quali sono stati sottoposti i fermati. Fermato anche il leader del Vlaams Belang Filip Dewinter. Subito dopo il piazzale antistante la Commissione Ue e il Consiglio, cuore del quartiere comunitario, è stato pesantemente presidiato dalle forze dell’ordine nel timore che la manifestazione contro l’islamizzazione dell’Europa, proibita dal sindaco di Bruxelles Freddy Thielemans, potesse spingersi fino a lì.
Nel tardo pomeriggio Mario Borghezio ha chiamato i giornalisti facendo sapere di essere rinchiuso in una cella, senza avere avuto spiegazioni da parte delle autorità belghe, mentre il sindaco in una conferenza stampa spiegava che l’europarlamentare “non ha ottemperato alle leggi”. “La legge è legge e non ci sono differenze sia per un parlamentare belga o un italiano”, ha aggiunto Thielemans. Per l’eurodeputato del Carroccio, in ogni caso, ha sottolineato il sindaco, si è trattato di “una privazione della libertà solo momentanea” a differenza dei leader fiamminghi, la cui posizione si dovrebbe aggravare nelle prossime ore per avere resistito alle forze dell’ordine.
Al suo rilascio, Borghezio ha inveito contro “l’Euro-Arabia”, spiegando che “qualcuno dovrà spiegare” perché non si sia consentito a un gruppo di europarlamentari di esprimersi “pubblicamente”, nel giorno dell’anniversario delle torri gemelle, sull’islamizzazione e la minaccia del terrorismo.
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