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Attivissimo anti bufale: tante notizie “strane ma vere”. E i media non controllano

Suore in auto

Attivissimo di cognome e di fatto. Paolo Attivissimo, appunto, è il cacciatore di “bufale” più noto agli internauti italiani. Nato 46 anni fa a York, in Inghilterra, dopo aver vissuto in Italia per trent’anni, si è trasferito sulle sponde del lago di Lugano, nel Canton Ticino. E, come gli elvetici, apprezza la precisione; come gli inglesi, l’analiticità.

Giornalista e traduttore, ha scritto una decina di libri di informatica e collabora con la Radiotelevisione Svizzera. Ama i gatti e detesta, soprattutto, una cosa: le notizie non vere date in pasto alla gente. Come quella della fine del mondo nel 2012 secondo i Maya. Attivissimo ha scoperto che è una bufala messa in rete, per pura coincidenza, da siti che vogliono vendere amuleti e dvd. Falsa anche la foto dell’onda gigante dello Tsunami in Indonesia pochi istanti prima della tragedia. E il numero di Satana annidato in tutti i codici a barra di tutto il mondo? Falso, neanche a dirlo. Li ha elencati tutti nel suo blog, il Disinformatico, dove ogni giorno risponde con pazienza ai lettori, indagando sulle catene di sant’Antonio e su notizie ”strane” che compaiono sui media. Poi le cataloga e dà il responso: bufala, mezza bufala o autentica.

Attivissimo, le notizie corrono. Veloci. Sfrecciano dalle agenzie di stampa, ai giornali, alla Rete, in tv. E a una velocità, spesso, “oltre i limiti”. E a volte senza che nessuno le controlli. Non come è successo alle tre suore di Aosta che, preoccupate dopo la caduta del Papa, salgono in macchina per correre dal Santo Padre e vengono fermate a 180 all’ora in autostrada. O come quel prete, incappato in una pattuglia e risultato positivo all’etilometro per colpa del vino da messa. O ancora: la novizia di un convento denuncia l’ex fidanzato che ha messo su Facebook alcune sue foto in topless, fatte anni prima. Notizie diramate dalle agenzie stampa e riportate da tutti i giornali e i siti web negli ultimi giorni. Poi si è scoperto, grazie a due bravi giornalisti di Avvenire, che si trattava, per dirla con il servizio del Tg5, di “strani casi in odor di patacca”. Ma com’è che i maggiori quotidiani italiani non se ne sono accorti?
Principalmente si è persa nelle redazioni la cultura della verifica delle notizie e spesso di fronte a una notizia pruriginosa i redattori preferiscono pubblicarla senza verificare l’attendibilità, perché magari si crede che farà vendere qualche copia in più al giornale. Inoltre, devo ammettere che per le bufale non si viene puniti e l’ordine dei giornalisti spesso non interviene.

Capita che i giornalisti non verifichino le notizie e pubblichino quello che passano le agenzie stampa. Le quali, a volte, fanno il copia e incolla dai comunicati che arrivano in redazione. Mediocrità imperante o i tempi di lavoro stretti che non permettono la verifica delle notizie?
Spesso ci troviamo di fronte non a professionisti dell’informazione, ma a veri e propri manovali della notizia il cui scopo è riempire i vuoti in pagina a tutti i costi. Poi c’è la concorrenza e la corsa a dare la notizia per primi. Personalmente, preferisco una notizia data 24 ore in ritardo, ma corretta, rispetto a una notizia a grandi titoli, che viene regolarmente smentita il giorno dopo in una breve di cronaca nelle ultime pagine.

I cronisti di Avvenire, nell’inchiesta sulle suore sprint, hanno ammesso che è bastato un solo minuto e mezzo per verificare con la Polstrada la fondatezza della notizia. Eppure quasi tutti i giornali italiani l’hanno pubblicata lo stesso (e solo alcuni - qui e qui - hanno fatto marcia indietro). Pigrizia dei redattori…
Senza dubbio c’è anche di mezzo la pigrizia, la scarsa abitudine a verificare i fatti, e anche poca conoscenza dei mezzi informatici, per esempio su come estrarre dati corretti e veritieri da Internet e dagli archivi online.

Quelli di Avvenire hanno anche scoperto che dietro a queste notizie c’erano dei comunicati di uno studio legale mandati ai mass media “per scopi pratici”, come ha ammesso uno dei due avvocati a Il Giornale. Quanto è alto il rischio che lo “strano ma vero” sia un modo per farsi pubblicità gratuita sui media italiani?
Il rischio c’è ed è elevato. Si chiama marketing virale, il cui scopo è far parlare del proprio prodotto a basso costo, attraverso una notizia, a volte anche falsa. Come è capitato con la notizia dei cellulari che cuociono i pop-corn. Si è scoperto che poi era una bufala congegnata da un’azienda che vendeva accessori per cellulari e che aveva caricato un video su Youtube. La stessa azienda, intervistata dai telegiornali preoccupati (se cuociono i popcorn, cosa potrà capitare al cervello?), ha poi smentito pubblicamente dicendo che i cellulari non facevano male e che comunque i loro accessori erano utili.

Mass media a prova di bufale: chi ne spara di più? La tv, la radio, internet o la carta stampata?
Numericamente internet. Purtroppo il pregio e il difetto della Rete è che dà voce a tutti, dagli esperti ai ciarlatani. Comunque anche la Tv è pericolosa e sto pensando a trasmissioni che propongono al pubblico tesi assurde, senza il minimo di fondamento scientifico.

L’interattività della Rete, la possibilità di commentare le notizie nei siti e quindi anche di smentirle immediatamente, dovrebbe smascherare possibili falsi. Invece lei dice che proprio in Rete si concentra il maggior numero di bufale. Come mai?
Da una parte c’è il fatto che molti commenti dei lettori dei siti sono a livello di chiacchiere da bar ed è anche un bene che sia così: mai prendersi troppo sul serio. Dall’altra ho notato che in molti forum o nei commenti ci sono sia coloro che cercano di agomentare con prove e documenti, spesso con link, e altri che hanno un atteggiamento più isterico e che vogliono solo confermare la loro visione del mondo. C’è poi anche un problema deontologico per i giornalisti: quando si accorgono di un errore, possono fare i furbi e cambiare l’articolo, cancellando frasi o dati sbagliati, senza avvertire il lettore.

È esagerato dire che al crescere delle bufale dei giornali potrebbe corrispondere anche il decrescere delle copie vendute, in questi ultimi tempi di crisi?
Non credo che dipenda dalle notizie false, la crisi dei giornali. È legata piuttosto al sistema di distribuzione, che è costoso, complesso e poco ecologico. Tuttavia, c’è il rischio di perdere credibilità di fronte ai pochi lettori, come è capitato a La Stampa quando pubblicò in prima pagina la copertina di Vogue con Sarah Palin, che non era mai uscita e mai esistita. Repubblica pubblicò ai tempi del blackout generale la foto satellitare dell’Italia senza luci, quando poi si scoprì che era un fotomontaggio di un grafico, anche perché nella foto non c’erano nuvole e quella notte a Roma pioveva. E il Corriere della sera pubblicò la foto di un avvistamento degli Ufo che invece erano giocattoli Kinder tratti dal film Chicken Little: è stato smentito dagli ufologi stessi.

“2043 l’ultima copia del New York Times”, scriveva l’anno scorso Vittorio Sabadin. Ma pubblicando queste notizie non è pensabile che la fine arrivi prima?
Il rischio più grande è il calo di qualità e della figura professionale del giornalista. Come cittadino non ho il tempo di seguire e di capire quali sono i fatti importanti per la mia vita. Per questo delego al giornalista questo compito di indagine, ma se si rompe il meccanismo di fiducia, la sua funzione viene meno. Comunque, anche quando non ci saranno più i giornali, avremmo sempre bisogno di cronisti in grado di trasferire il loro talento investigativo sul web.

A proposito di bufale internettiane, qual è la più incredibile (e divertente) che è riuscito a smascherare?
Quella delle scie bianche lasciate dagli aerei che non sono tutte innocue e che sarebbero lasciate da aerei militari americani, camuffati da aerei di linea, e contengono sostanze chimiche fatte per uccidere 4 miliardi di persone o per imporre le coltivazioni geneticamente modificate o per altri scopi altrettanto nefasti. Ho consultato alcuni piloti ed esperti. Il responso? Una panzana.

Ce l’ha una dritta per i navigatori del web?
Mi viene sempre in mente una frase di Piero Angela, che diceva: “Leggere sempre tutto e sforzarsi di avere la mente aperta, ma non così troppo da far cadere il cervello.

Nel Casertano bufale “dopate” per produrre più latte

Produzione delle mozzarelle di bufala

C’era l’ombra dei Casalesi anche dietro un traffico illecito di sostanze utilizzate nel Casertano per dopare le bufale, in modo da favorire la produzione di latte per le mozzarelle. Questo è ciò che emerge dall’indagine condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli e dai Nas che ha portato all’arresto di 19 persone, tra cui tre veterinari compiacenti.
A sottolineare il coinvolgimento del clan dei Casalesi, le dichiarazioni dei pentiti che hanno confermato le ipotesi investigative degli inquirenti. “L’intero traffico era gestito dal clan” ha affermato Franco Roberti, coordinatore della Dda di Napoli “mensilmente percepivano del denaro proveniente da questa attività”.
Sono state 47 le perquisizioni eseguite in provincia di Caserta, tra abitazioni e allevamenti bufalini: di questi 25 sono risultati coinvolti nel giro delle bufale dopate. Un giro “transnazionale” quello venuto alla luce, che coinvolge l’Italia, sede direttiva dei traffici illeciti, l’Albania, dove l’associazione criminale si riforniva di stupefacenti e farmaci, la Svizzera, dove altri componenti dell’organizzazione gestivano il traffico di somatotropina e la Corea, dove il farmaco, vietato in Europa, viene prodotto.
Agli animali veniva somministrata appunto la somatotropina, anche conosciuta come “ormone della crescita”, in grado di aumentare la produzione di latte fino al 20%. La somatotropina, sottolineano gli inquirenti, è una sostanza vietata in Europa, ma non in altri Paesi. I Nas rassicurano: non ci sono rischi per la salute. Come ha spiegato il procuratore capo Giovandomenico Lepore, gli arresti di oggi servono a mostrare ai cittadini che “la guardia non è mai abbassata e che i controlli sono continui”. Soprattutto, ha aggiunto, “non bisogna colpire nè penalizzare un tessuto economico” come quello della provincia di Caserta. Sono, infatti, quasi 2 mila gli allevamenti presenti in quel territorio, 47 quelli controllati e di questi solo 25 sono risultati coinvolti. Una sparuta minoranza, dunque, a fronte di una maggioranza di allevatori che lavora onestamente.
L’indagine condotta sulle bufale dopate nasce come “costola” di una precedente inchiesta che portò gli inquirenti a conoscenza della frode nelle competizioni sportive del settore ippico, attraverso la somministrazione ai cavalli di sostanze dopanti. Il proseguimento delle indagini ha evidenziato due traffici di sostanze illecite. Da un lato la somatotropina somministrata poi alle bufale, dall’altro ketamina, psichedelico dagli effetti più potenti derivanti dall’assunzione di Lsd, e olio di hashish, ottenuto dalla mistura di hashih e marijuana.
Maggiori controlli sull’intera filiera, dall’allevamento di bufale alla produzione di mozzarelle, sono stati chiesi da Legambiente, mentre la Confederazione italiana agricoltori (Cia) propone la sua ricetta: “Tolleranza zero” per chi sofistica ed inquina gli alimenti, continui e rafforzati controlli, indicazione d’origine in etichetta, dura lotta alle falsificazioni

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