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Renato Napoli, Antonino Morabito e Lorenzo Parlati di Legambiente, Elena D'Andrea direttore generale della Lipu, Fulco Pratesi del Wwf, Anna Maria Procacci dell'Enpa, alla manifestazione contro la votazione della legge sulla caccia a Montecitorio (Ansa)
La notizia dal Palazzo è questa: sparare alle anatre, nel periodo previsto dall’ampliamento del calendario venatorio ai primi 10 giorni di febbraio, sarà quasi impossibile. Continua
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Un cacciatore in appostamento
Usciranno dai boschi e si faranno sentire anche a Roma, i cacciatori d’Italia, il prossimo 9 marzo. Senza i fucili ma con i megafoni e i cartelli di protesta. Continua
- Tags: assessore-regionale, branco, caccia, cani, Massimo-Russo, Modica, nas, Noe, polemiche, sanità, Scicli
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E adesso nella zona (a Sampieri, tra Scicli e Modica: location prediletta per gli omicidi della serie tv del Commissario Montalbano) è caccia al branco. Con i fucili in grado di sparare proiettili con effetto sonnifero, si cercano i cani killer. E si tenta di abbassare il livello della paura. Perché qui, domenica Giuseppe Brafa, 10 anni, è stato sbranato da un branco di cani, un altro ragazzo e un uomo sono finiti all’ospedale e, nella prima mattina di martedì, una turista di 24 anni è in grave condizioni. In tutto fanno quattro persone aggredite dal branco, in tre giorni. Situazione difficile, di emergenza.
I cacciatori sono carabinieri del Noe, dei Nas e delle due società incaricate della cattura. Di cani ce n’è ovunque. A dare manforte all’azione delle forze dell’ordine, la decisione del procuratore della Repubblica di Modica, Domenico Platania: i cani randagi che sono liberi e che “costituiscono un pericolo sociale per la comunità” potranno “essere abbattuti dalle forze dell’ordine se necessario” ma per “quelli già catturati la decisione spetta all’autorità amministrativa e non a quella giudiziale”, ovvero devono “decidere la Asl e le organizzazioni amministrative preposte”.
Sceglie invece l’appello all’evacuazione della zona di contrada Pisciotto - tra Marina di Modica e Sampieri - il sindaco di Scicli, Giovanni Venticinque, dopo la nuova aggressione di questa mattina. La giovane tedesca è stata salvata dall’intervento di alcune persone, tra cui proprio il sindaco Venticinque che, insieme ad alcuni funzionari del Comune, stava effettuando un sopralluogo. Ieri, peraltro, i cani killer stavano per aggredire una donna di 74 anni che è riuscita fortunatamente a chiudersi in casa e al branco inferocito non è rimasto che avventarsi su una bambola lasciata in giardino: sbranata, come se fosse un bambino in carne e ossa.
La caccia al branco non si ferma, quindi. E nemmeno le polemiche. A cominciare dallo stato igienico sanitario della “casa-canile” Virgilio Giglio, 64 anni, proprietario e affidatario dei cani (in carcere, con l’accusa di concorso in omicidio colposo). L’abitazione, sequestrata dai carabinieri della compagnia di Modica la notte scorsa, è considerata dagli animali la loro tana e potrebbero farvi rientro. “Servirebbe una task force”, dice a ScicliNews Nunzio Firrincieli, dei servizi veterinari dell’Ausl. “Eravamo stati qui in settembre, i cani erano ben nutriti, il recinto sicuro, il luogo sufficientemente pulito”. Oggi appare come un immondezzaio, un cimitero di cani e di ossa, con una puzza nauseabonda di escrementi, carcasse di cani, polli e bovini serviti da cibo ai cani.
La visita è stata confermata dal procuratore Platania, che ha anche detto che l’Ausl 7, in una relazione del 5 settembre 2008, dopo il ferimento di una turista nella zona di contrada Pisciotto avvenuto il 2 settembre, “aveva certificato che i locali dove Virgilio Giglio teneva i cani, erano idonei allo scopo”.
A Scicli e a Modica tutti si chiedono di chi sia la responsabilità di ciò che è accaduto. Intanto va precisato che i cani della casa di Giglio non sono randagi, ma stanziali. Hanno un padrone. Sergio Bramante, uno dei responsabili della ditta che si sta occupando della cattura dei cani, sempre dal sito Sciclinews conferma: “C’era un rapporto morboso tra gli animali e Giglio. Il padrone non aveva una leadership sugli animali, non aveva delimitato il loro territorio. Dormiva in una brandina, poco distante dal canile, in un rapporto di compenetrazione con gli animali. Procurava carcasse di bovini, di pollame, nutriva i cani, e nutrendoli si sentiva parte del branco. I cani sono, da un punto di vista ancestrale, dei lupi, e se non vengono educati mostrano la loro peggiore componente asociale. Asocialità che aveva colpito il loro padrone”.
Ma poteva un uomo che viveva accampato in una brandina a fianco ai suoi animali provvedere alla cura e alla sicurezza del branco?
Per saperne di più, l’assessore regionale alla Sanità, Massimo Russo, ha chiesto ai dirigenti del servizio veterinario dell’assessorato e dell’Ausl 7 di Ragusa una relazione urgente. Russo si è impegnato anche a varare un piano straordinario di interventi per ridurre il fenomeno del randagismo, che in Sicilia ha raggiunto “livelli di emergenza”. L’assessore chiederà un incontro al sottosegretario del ministero della Salute, Francesca Martini. “Sono rimasto molto scosso” ha commentato “è incredibile e inaccettabile che un bambino possa morire così e sono vicino ai familiari in questo momento di dolore. Voglio conoscere tutti i contorni di questa raccapricciante storia” ha assicurato. “Non intendo sottrarmi alle responsabilità, anche quelle indirette, e farò tutto quello che è nelle competenze del mio assessorato per migliorare una situazione che ha assunto proporzioni allarmanti”.
Il piano straordinario di interventi chiesto dall’assessore Russo prevederà l’adozione di un bando per l’immediata attuazione dei piani di sterilizzazione di cani randagi ricorrendo alle somme accreditate dal ministero della Salute per il 2009, l’adozione di un piano territoriale di interventi per la costruzione di rifugi sanitari, il risanamento delle strutture comunali esistenti, la predisposizione di ambulatori veterinari pubblici e l’adeguamento strutturale di rifugi già esistenti, insieme alla costruzione di nuove strutture gestite dalle associazioni per la protezione degli animali. Secondo le ultime stime regionali che risalgono al 2008 il numero dei cani randagi è di circa 75.000 unità mentre il numero dei cani di proprietà regolarmente iscritti all’anagrafe canina regionale è di 200 mila.
Le doppiette dei cacciatori italiani sotto la lente dell’Ue.
È ricominciata da poco la stagione ufficiale della caccia: i circa 800mila cacciatori italiani potranno dedicarsi all’arte venatoria fino al 31 gennaio, anche se in quasi tutte le regioni l’apertura è stata anticipata. Ma il nostro paese rischia di pagare una multa salata dalla Ue a causa di sette di esse che, con la scusa dei danni apportati all’agricoltura, hanno dato il permesso di abbattere alcune piccole specie di uccelli, vietate in tutta Europa, come il fringuello, le pettole, i passeri e lo storno. E il Wwf, in particolare, torna alla carica contro le leggi di Lombardia e Veneto, oggetto di un esposto fatto all’Unione europea: niente polenta e osei, insomma.
“Perché siamo fuorilegge?”, ha spiegato Patrizia Fantilli a Panorama.it, direttore dell’ufficio legale del Wwf: “È semplice: sono cinque anni di fila che le giunte regionali venete e lombarde approvano l’apertura alla caccia a specie protette C’è una direttiva europea che ha fornito un elenco di specie non cacciabili, che però si possono cacciare in limitati casi: se fanno danni accertati all’agricoltura, per scopi scientifici o prelievi di piccola quantità. Non stupisce che l’Italia stia per essere condannata, per colpa di alcune regioni, dalla Corte di Giustizia europea proprio per una procedura d’infrazione aperta nel 2006″.
Poi c’è la questione delle specie migratrici. “Il nostro paese è come se fosse un’enorme autostrada tra i paesi scandinavi e il Mediterraneo, solo che qui da noi rischiano di essere colpiti, negli altri paesi europei invece è vietato”, ha aggiunto la Fantilli.
Alcune regioni, inoltre, hanno anticipato ai primi di settembre l’apertura della caccia senza rispettare il parere vincolante dell’Istituto nazionale della Fauna selvatica (Infs, oggi Ispra – Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), che stabilisce quali animali si possono abbattere. “Molte specie ai primi di settembre sono ancora in riproduzione. Non capiscono queste regioni i danni che si possono provocare a causa di leggi superficiali”, ha aggiunto la Fantilli.
E le vittime di queste leggi regionali, per il Wwf, sono soprattutto i piccoli uccelli. “Dobbiamo adeguarci agli standard degli altri paesi europei, soprattutto, per quanto riguarda i piccoli uccelli canori, che in Italia si possono cacciare.
Non credo che sia dignitoso, anche per un cacciatore, sparare ad animali così piccoli”, ha detto a Panorama.it Fulco Pratesi, giornalista e presidente onorario di Wwf Italia: “Eravamo in Italia a un livello passabile una volta, ma ora siamo tornati indietro. La caccia è accettabile se non interferisce con la conservazione e lo sviluppo della fauna. Il futuro sarà un po’ deteriorante, non solo per la tutela degli animali in Italia, ma anche per le salate multe che ci verranno inflitte”.
Federcaccia, la federazione che conta 400mila iscritti (la metà dei cacciatori italiani), invece, ha spiegato che su oltre 400 specie che frequentano l’Italia, si può sparare solo a una cinquantina e ha puntato il dito contro le troppe spese sostenute dai suoi associati. Un business, quello della caccia, che frutta alle casse dello Stato 138,5 milioni di euro, considerando che i cacciatori italiani pagano tre tasse: una allo Stato (per il porto del fucile di 173,16 euro), una alla Regione (per il tesserino che varia dai 32,65 ai 64,56 euro) ed una alla zona di caccia (che va da un minimo di 10 ad un massimo di 100 euro). “Un settore”, ha aggiunto il presidente di Federcaccia in un comunicato, “che dà lavoro a non meno di 45.000 persone ed il cui comparto della produzione ha prodotto nel 2007 circa 549.000 armi sportive e venatorie. La caccia oggi non è più il mero impossessamento della selvaggina ma un’attività congiuntamente diretta alla protezione dell’ambiente naturale e della fauna”.

La nuova frontiera della caccia ha la forma di un prezzario e la sportività di un baro. E chi è ancora convinto che portare a casa una beccaccia o un cinghiale dopo una battuta in mezzo ai boschi o nelle campagne di tutta Italia sia una questione di bravura e/o fortuna, dovrà ricredersi. Da qualche anno, infatti, sono nate nel nostro Paese decine di aziende faunistico-venatorie e agrituristico-venatorie. Di cosa si tratta? Semplice: di aziende agricole o vecchi agriturismo riconvertiti in funzione delle doppiette italiche, stanche di tornare da moglie, figli e amici con il carniere vuoto. La diminuzione costante della selvaggina stanziale e di passo aveva messo in crisi l’industria venatoria. Che si è così inventata, copiando anche da analoghe esperienze all’estero, questa nuova formula dell’andar per pernici. Una formula che è un misto tra una battuta di caccia vera e propria e un allenamento al tiro al piattello.
Funziona pressappoco così: il cacciatore che voglia far bella mostra di lepri, fagiani e anatre, non deve far altro che presentarsi in una di queste aziende (che allevano la selvaggina e poi la liberano entro i confini del proprio territorio poche ore prima dell’ingresso dei cacciatori), pagare una quota d’iscrizione e girare per le campagne della tenuta con segugio e fucile al seguito. Alla fine della giornata passa per gli uffici dell’azienda e salda il conto sulla base di quante bestie ha fatto fuori. Ogni animale ha un diverso prezzo, come differenti sono le specializzazioni delle aziende: c’è chi garantisce la cattura di un cervo, chi di un cinghiale, chi di varie specie di volatili. E c’è anche chi non si limita a offrire la selvaggina ma “affitta” i cani, prepara i pasti, macella e imbusta le prede prima che il cacciatore torni a casa. L’importante, però, è che alla fine si paghi. I prezzi partono dai 18 euro per un fagiano (ma ci sono anche tenute che fanno uno sconto dopo il cinquantesimo o il centesimo capo abbattuto) o per un coniglio e arrivano fino ai 2.000 euro per un muflone. In mezzo ci sono daini, cervi, cinghiali, starne, quaglie e pernici, oltre a lepri e a beccacce, spesso stanate dal personale delle tenute.
Un modo di andare a caccia che, secondo molti ambientalisti, è l’unico per non sterminare la fauna selvatica. Gli animali allevati e poi reimmessi nell’ambiente, infatti, se non vengono abbattuti si mischiano alla selvaggina del luogo: ogni mille fagiani allevati e liberati solo 300 fanno la fine sperata di cacciatori. Gli altri, invece, ripopolano le zone senza animali e ricostruiscono un ecosistema fin troppo depredato.
Guarda il VIDEO di una battuta di caccia al fagiano:
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Caccia sport popolare? Non proprio. Almeno se si mettono insieme gli euro che servono per pagare una stagione di attività: a far la somma delle singole voci di spesa, infatti, si superano abbondantemente i tremila euro. Una somma che pochi, nel nostro Paese, possono oggi spendere per uno sport o per un passatempo.
Che richiede innanzitutto una buona attrezzatura. L’acquisto di un fucile è il primo passo per definirsi appassionati dell’attività venatoria, e per comprare una doppietta, un sovrapposto o un automatico, bisogna sborsare almeno 1500 euro. Ma non basta, perché servono anche le cartucce, che costano 0,50 centesimi l’una. La campagna, poi, in inverno è fredda e umida. Servono quindi buone scarpe, una giacca impermeabile e altri indumenti dedicati alla caccia. Secondo una ricerca effettuata lo scorso anno dall’Eurispes, per questi vestiti servono tra i 250 e i 400 euro. A cui bisogna aggiungere il costo per il cane (spesa minima 700 euro) e per il suo mantenimento, circa 300 euro all’anno. La lista della spesa, però, è ancora lunga, perché oltre all’attrezzatura, i cacciatori pagano ogni anno una buona dose di tasse e concessioni governative e regionali per poter sparare a pernici, quaglie, conigli e cinghiali. Sono 173 gli euro che passano direttamente dalle tasche dei cacciatori alle casse del ministero delle Finanze, mentre le Regioni impongono imposte che variano dai 60 ai 70 euro all’anno. In cambio, gli appassionati della caccia ottengono un libretto sul quale devono segnare le prede abbattute durante l’intera stagione.
Finito? Nemmeno per sogno: i cacciatori non possono andare a sparare dove vogliono. I territori delle cento Province italiane sono divisi numerosi Ambiti territoriali di caccia. Bene, per entrare in uno qualsiasi di questi (e solo in uno) si deve pagare una quota: nella Provincia di Milano, che è divisa in 50 Atc, l’ingresso in un ambito territoriale costa cento euro. “Arriviamo in questo modo a un assurdo – spiega Rodolfo Grassi, presidente provinciale di Federcaccia – Se un cacciatore vuol essere libero di andare dove gli pare, deve pagare la tessera per tutti gli ambiti, e sborsare così cinquemila euro all’anno”. Un paradosso, certo, ma che mette in evidenza gli alti costi che i cacciatori devono sostenere ogni anno. Costi che, a far di conto, arrivano a 3.350 euro.

Il Parlamento sta per chiudere per ferie, e tra una riforma della giustizia e un Dpef ha deciso di rimandare a settembre una normativa che le associazioni ambientaliste chiedevano a gran voce di approvare subito. Lipu, Italia nostra e Wwf sono inferocite.
Claudio Celada, Direttore Conservazione Natura Lipu-BirdLife Italia, spiega a Panorama.it le sue ragioni: “Era importante che il decreto Rete Natura 2000 passasse adesso. Ci sono due direttive europee ormai decennali (“Uccelli” del 1979 e “Habitat” del 1992) che chiedono di fissare dei criteri minimi uniformi per tutelare le cosiddette zone di protezione speciale (ZPS), importanti per la conservazione della biodiversità, in particolare degli uccelli”. Queste zone andrebbero a far parte della Rete di tutela ambientale voluta dall’Europa.
“L’Italia spezza la continuità della rete”, lamenta Celada: “non fissando delle semplici misure di conservazione per queste aree”. Che il decreto sia stato rimandato a settembre “è certamente per qualche giorno di caccia in più”, rincarano in una nota congiunta Lipu, Italia Nostra e Wwf: “Un provvedimento di questa portata, relativo allo strumento comunitario più importante per l’attuazione della Convenzione Biodiversità e contenente norme per la tutela di fauna, flora, habitat naturali e quasi 3mila aree di altissimo valore naturalistico, merita ben altra sorte che quella di ritrovarsi condizionato dai cacciatori italiani e dalle Regioni, condizionamento che ha portato il nostro Paese a subire procedure di infrazione a iosa e che non ci permette di uscire dalla violazione comunitaria”.
Celada chiarisce: “L’Italia ha la maglia nera del numero di procedure di infrazione a suo carico: ben 80 solo in materia ambientale al giugno 2006. Questo è un Paese che si ostina a non accettare il fatto che le direttive sull’ambiente dell’Unione europea sono una garanzia per il nostro benessere e vanno prese sul serio”.
C’è da precisare che per ogni caso di condanna della Corte di Giustizia europea si rischia una multa fissa di 10 milioni di euro più svariate centinaia di migliaia di euro al giorno fino a quando non verrà ripristinato lo stato di cose precedente al danno subìto.
“Se scatterà la multa, con le sue ripercussioni sulle tasse dei cittadini, qualcuno dovrà prendersene la responsabilità”.