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A caccia, tra deroghe e proteste. Quanto conta la lobby delle doppiette

Un cacciatore in appostamento

Un cacciatore in appostamento

Usciranno dai boschi e si faranno sentire anche a Roma, i cacciatori d’Italia, il prossimo 9 marzo. Senza i fucili ma con i megafoni e i cartelli di protesta. Continua

La stagione della caccia con il trucco, che piace pure agli ambientalisti


La nuova frontiera della caccia ha la forma di un prezzario e la sportività di un baro. E chi è ancora convinto che portare a casa una beccaccia o un cinghiale dopo una battuta in mezzo ai boschi o nelle campagne di tutta Italia sia una questione di bravura e/o fortuna, dovrà ricredersi. Da qualche anno, infatti, sono nate nel nostro Paese decine di aziende faunistico-venatorie e agrituristico-venatorie. Di cosa si tratta? Semplice: di aziende agricole o vecchi agriturismo riconvertiti in funzione delle doppiette italiche, stanche di tornare da moglie, figli e amici con il carniere vuoto. La diminuzione costante della selvaggina stanziale e di passo aveva messo in crisi l’industria venatoria. Che si è così inventata, copiando anche da analoghe esperienze all’estero, questa nuova formula dell’andar per pernici. Una formula che è un misto tra una battuta di caccia vera e propria e un allenamento al tiro al piattello.

Funziona pressappoco così: il cacciatore che voglia far bella mostra di lepri, fagiani e anatre, non deve far altro che presentarsi in una di queste aziende (che allevano la selvaggina e poi la liberano entro i confini del proprio territorio poche ore prima dell’ingresso dei cacciatori), pagare una quota d’iscrizione e girare per le campagne della tenuta con segugio e fucile al seguito. Alla fine della giornata passa per gli uffici dell’azienda e salda il conto sulla base di quante bestie ha fatto fuori. Ogni animale ha un diverso prezzo, come differenti sono le specializzazioni delle aziende: c’è chi garantisce la cattura di un cervo, chi di un cinghiale, chi di varie specie di volatili. E c’è anche chi non si limita a offrire la selvaggina ma “affitta” i cani, prepara i pasti, macella e imbusta le prede prima che il cacciatore torni a casa. L’importante, però, è che alla fine si paghi. I prezzi partono dai 18 euro per un fagiano (ma ci sono anche tenute che fanno uno sconto dopo il cinquantesimo o il centesimo capo abbattuto) o per un coniglio e arrivano fino ai 2.000 euro per un muflone. In mezzo ci sono daini, cervi, cinghiali, starne, quaglie e pernici, oltre a lepri e a beccacce, spesso stanate dal personale delle tenute.

Un modo di andare a caccia che, secondo molti ambientalisti, è l’unico per non sterminare la fauna selvatica. Gli animali allevati e poi reimmessi nell’ambiente, infatti, se non vengono abbattuti si mischiano alla selvaggina del luogo: ogni mille fagiani allevati e liberati solo 300 fanno la fine sperata di cacciatori. Gli altri, invece, ripopolano le zone senza animali e ricostruiscono un ecosistema fin troppo depredato.

Guarda il VIDEO di una battuta di caccia al fagiano:

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Ma quanto costa la passione per la caccia

 Cacciatori in azione
Caccia sport popolare? Non proprio. Almeno se si mettono insieme gli euro che servono per pagare una stagione di attività: a far la somma delle singole voci di spesa, infatti, si superano abbondantemente i tremila euro. Una somma che pochi, nel nostro Paese, possono oggi spendere per uno sport o per un passatempo.
Che richiede innanzitutto una buona attrezzatura. L’acquisto di un fucile è il primo passo per definirsi appassionati dell’attività venatoria, e per comprare una doppietta, un sovrapposto o un automatico, bisogna sborsare almeno 1500 euro. Ma non basta, perché servono anche le cartucce, che costano 0,50 centesimi l’una. La campagna, poi, in inverno è fredda e umida. Servono quindi buone scarpe, una giacca impermeabile e altri indumenti dedicati alla caccia. Secondo una ricerca effettuata lo scorso anno dall’Eurispes, per questi vestiti servono tra i 250 e i 400 euro. A cui bisogna aggiungere il costo per il cane (spesa minima 700 euro) e per il suo mantenimento, circa 300 euro all’anno. La lista della spesa, però, è ancora lunga, perché oltre all’attrezzatura, i cacciatori pagano ogni anno una buona dose di tasse e concessioni governative e regionali per poter sparare a pernici, quaglie, conigli e cinghiali. Sono 173 gli euro che passano direttamente dalle tasche dei cacciatori alle casse del ministero delle Finanze, mentre le Regioni impongono imposte che variano dai 60 ai 70 euro all’anno. In cambio, gli appassionati della caccia ottengono un libretto sul quale devono segnare le prede abbattute durante l’intera stagione.
Finito? Nemmeno per sogno: i cacciatori non possono andare a sparare dove vogliono. I territori delle cento Province italiane sono divisi numerosi Ambiti territoriali di caccia. Bene, per entrare in uno qualsiasi di questi (e solo in uno) si deve pagare una quota: nella Provincia di Milano, che è divisa in 50 Atc, l’ingresso in un ambito territoriale costa cento euro. “Arriviamo in questo modo a un assurdo – spiega Rodolfo Grassi, presidente provinciale di Federcaccia – Se un cacciatore vuol essere libero di andare dove gli pare, deve pagare la tessera per tutti gli ambiti, e sborsare così cinquemila euro all’anno”. Un paradosso, certo, ma che mette in evidenza gli alti costi che i cacciatori devono sostenere ogni anno. Costi che, a far di conto, arrivano a 3.350 euro.

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