Leggi tutte le notizie su:
Calabria

Guarda la GALLERY della rivolta
Gian Carlo Blangiardo, demografo e professore all’Università Bicocca di Milano e collaboratore della Fondazione Ismu di Milano, ha da poco coordinato una ricerca sull’integrazione degli immigrati in Italia, il “XV rapporto sulle migrazioni 2009″. Continua
- giamp
- Venerdì 8 Gennaio 2010

La rivolta degli immigrati a Rosarno, Calabria
E’ ripresa oggi a Rosarno la protesta degli immigrati africani dopo gli scontri di ieri. I manifestanti sono usciti dalle due strutture in cui sono ospitati e sono scesi in strada attuando due blocchi stradali, uno a nord e uno a sud dell’abitato. Circa duemila immigrati sono in piazza del municipio e chiedono di incontrare il commissario prefettizio. Spaccate alcune vetrine e rovesciati cassonetti. Chiusi scuole e negozi. Proteste da parte degli abitanti contro la rivolta: un cittadino ha sparato due colpi di fucile in aria a scopo intimidatorio. Per il ministro Maroni questi episodi sono collegati alla eccessiva tolleranza, negli anni, verso i clandestini.
(Ansa)
-
-
La rivolta degli immigrati a Rosarno, Calabria
-
-
La rivolta degli immigrati a Rosarno, Calabria
-
-
La rivolta degli immigrati a Rosarno, Calabria
-
-
La rivolta degli immigrati a Rosarno, Calabria
-
-
La rivolta degli immigrati a Rosarno, Calabria
-
-
La rivolta degli immigrati a Rosarno, Calabria
-
-
La rivolta degli immigrati a Rosarno, Calabria
-
-
La rivolta degli immigrati a Rosarno, Calabria
-
-
La rivolta degli immigrati a Rosarno, Calabria
-
-
La rivolta degli immigrati a Rosarno, Calabria
-
-
La rivolta degli immigrati a Rosarno, Calabria
- Tags: alleanze, Bonino, Calabria, Campania, elezioni, Lazio, liguria, Piemonte, Pier Ferdinando Casini, Polverini, Puglia, regionali 2010, Vendola
-

Pier Ferdinando Casini, leader Udc
“Cerco un centro di gravità permanente” cantava Franco Battiato. Una frase che può adattarsi alla politica nostrana in vista delle prossime importanti elezioni regionali. Quanto vale il “centro”? E da chi è rappresentato? Continua
Visualizza Calabria: i paesi dell’accoglienza in una mappa di dimensioni maggiori

Foto da www.cittafuturariace.it
I bronzi, quelli veri, sono finiti al museo di Reggio Calabria. Ma a Riace non li rimpiangono più di tanto. Nel piccolo borgo della locride sono arrivati altri uomini dalla pelle di color del bronzo e li hanno accolti come sempre si è fatto da queste parti, da dove in tanti sono partiti. Sono rifugiati, immigrati irregolari con diritto di asilo o in attesa dello stesso. Sono più di 300 e stanno facendo rivivere gli angoli dimenticati di quest’angolo di Calabria, dove disoccupazione, ‘Ndrangheta e fughe verso il nord hanno lasciato vuote tante case e tante botteghe.
Un esempio per tutta la Calabria
La storia di Riace e dei paesi vicini di Caulonia (7mila abitanti) e Stignano (milletrecento circa) è diventata un esempio di politiche di integrazione e di accoglienza unico nell’Italia di oggi. Trasformato in una legge regionale che si è guadagnata il plauso dell’Unhcr, l’organizzazione Onu che ha duramente criticato il respingimento dei clandestini in Libia.
“Con la legge regionale abbiamo dato incentivi a quei progetti che includono i rifugiati. La Calabria è fatta per il 90% di montagne e colline, un territorio dunque che tende allo spopolamento. Con questa legge ristrutturiamo i borghi, diamo incentivi all’edilizia popolare, utilizzando i fondi europei” ha spiegato il presidente della regione Agazio Loiero.
Mimmo dei Curdi
Ne parla con orgoglio Domenico Lucano, per tutti “Mimmo dei curdi”, dal 2004 il sindaco di Riace, dove tutto è cominciato. “E’ stato un caso, ma anche tanto impegno”. Tutto inizia il 1 luglio 1998, con uno sbarco di 300 curdi sulla costa Ionica. “Ero sulla statale e ho visto questa folla che usciva dall’acqua”. Un’apparizione che gli avrebbe cambiato la vita. Da allora Lucano si impegna per l’accoglienza dei rifugiati e per trovargli un alloggio nell’emergenza. Ma la vera sfida vinta è stata trasformare l’emergenza in un’opportunità: “Noi in Calabria non chiediamo mai a un ospite ‘da dove vieni’?” spiega, “eravamo impegnati (con l’associazione Città Futura - Don Giuseppe Puglisi da lui fondata) a immaginare un riscatto per questi luoghi, un ritorno al senso di identità”. Nel dopoguerra Riace passa da 3mila a 1.650 abitanti. “La parte storica si svuota. Adesso è tornata a circa 1.800, di cui un centinaio circa sono immigrati”. Dal 2001 il comune aderisce al Piano nazionale di accoglienza e si fa carico di richiedenti asilo che arrivano dai centri di Lampedusa o di Crotone. “Si tratta soprattutto di Curdi, Eritrei, Nigeriani, Somali. Gente che scappa da guerre e carestie. Il nostro obiettivo era coniugare le aspettative del territorio e l’accoglienza”.
La rinascita del borgo
Ma com’è stato possibile? “Con progetti piccoli, concreti” spiega il sindaco. E con i finanziamenti europei e della banca etica: “abbiamo aperto le case disabitate da decenni, le abbiamo ristrutturate”. Hanno creato una specie di villaggio-albergo con ristorante, il ‘Riace Village’, nella campagna, in cui si valorizza un turismo diverso da quello della costa, ecosolidale e interessato alla cultura locale. In una terra flagellata dalla disoccupazione cronica, “si sono riaperte botteghe di artigianato e imprese edili ‘miste’: un immigrato e un locale, per mischiare il più possibile”. Sono arrivati mediatori culturali e volontari. Ha riaperto la scuola: adesso su 25 iscritti, 15 sono figli di stranieri. Una situazione che si ripete in tutta Italia con tensioni e problemi, ma che qui per Lucano rappresenta un motivo di orgoglio: “I bambini parlano già calabrese. Ci sono serbi,eritrei, iracheni: è il mondo in una stanza”.
Modello Riace
Ma è un modello esportabile in un’Italia in cui l’immigrazione rappresenta un problema di ordine pubblico, criminalità e tensione culturale? “Io parlo di questa realtà” dice Lucano, “accoglienza e legalità sono le parole d’ordine”. “Qui non ci sono state grosse tensioni” racconta, “per tre motivi: uno, la rassegnazione e la mancanza di stimoli era tale che qualsiasi novità avrebbe ristimolato un senso di curiosità che si era perso, due, la comunità qui ha avuto una storia recente di emigrazione e una storia antica di conquiste e confronti con gli stranieri che è millenaria, la nostra lingua è un miscuglio; tre, è stato un lavoro intenso e tutti hanno potuto vedere i risultati positivi sulla microeconomia locale e sul turismo”.
Intimidazioni
Tanto che Mimmo Lucano è stato rieletto alle ultime amministrative. Ma il “modello Riace” a qualcuno ha dato fastidio: ci sono stati spari contro il ristorante di proprietà del sindaco e i cani di suo figlio sono stati avvelenati. “Di questo non voglio parlare” spiega Lucano, che si è presentato sostenuto da una lista civica contro un avversario sostenuto dal Pd locale. “Il fatto è che se questo modello di imprese nate dal basso, di opportunità e riscatto sociale fa proseliti impensierisce qualcuno” dice, “e in queste zone si sa benissimo chi è questo ‘qualcuno’”, conclude. Fatto sta che Riace ha attirato l’attenzione dei media locali e nazionali e fatto proseliti: nel 2008 i sindaci dei paesi vicini, Stignano e Caulonia, di colori politici differenti, hanno chiesto di poter accogliere alcuni dei richiedenti asilo di Lampedusa per attivare attività simili. “Adesso sono circa 200 i rifugiati che sono rimasti e lavorano” illustra ‘Mimmo dei curdi’, “e insieme ai marocchini e a quelli dell’Europa dell’Est gli immigrati saranno in totale 350″. Le occupazioni? Artigianato, turismo, edilizia, agricoltura.
Le ronde? Agli immigrati
La politica, quella dei partiti, c’entra poco in questa storia. Ma è chiara la voglia di provocare del sindaco di Caulonia, Ilario Ammendolia, quando lancia l’idea delle “ronde di immigrati”, in risposta alle ronde “nere” (già tramontate) e alle tante iniziative per la sicurezza sponsorizzate dalla Lega al nord. “Se ronde devono essere ronde siano ma contro la ‘ndrangheta e i delinquenti di varia natura non certo contro i migranti che chiedono solo di potersi integrare” ha detto il 16 maggio scorso.
E così potrebbero essere le donne nigeriane ed eritree che hanno trovato ospitalità nel borgo a pattugliare le sue strade. “Vivono qui da oltre un anno, parlano francese e inglese correntemente, possono dare un contributo agendo come forza dissuasiva”.”In un paese” sostiene, “le opere pubbliche sono importanti, ma non vi è futuro se la gente che vive non si dà la mano. Soprattutto i paesi della locride, non potranno mai avere nessun riscatto per il prezzo pagato come tributo di sangue, alla mafia, alle faide ed ogni sorta di delinquenza, che sono la vera grande piaga che affligge la Calabria ed il meridione”.

di Paola Ciccioli
Dà del voi e al telefono risponde con un “Chi è?” al posto del consueto “Pronto…?”. Due dettagli che la dicono lunga sulla sua storia personale, intrecciata al modo di intendere un ruolo, quello di magistrato, che per lui è diventato molto più di una professione. Nicola Gratteri dà del voi perché in Calabria si continua ancora a fare così con i nuovi venuti o con le persone alle quali si voglia dimostrare considerazione e rispetto. Un residuo del passato che è anche testimonianza di un attaccamento alla propria terra, “una landa desolata” nella quale vive “in cattività” dal 1989, da quando cioè gli è stata assegnata la scorta.
Perché quest’uomo di 51 anni, che va sempre di corsa e che con i suoi “chi è?” al telefono offre una disponibilità necessariamente concisa, è diventato il nemico numero uno della mafia calabrese. Trasformatasi, grazie al traffico di droga, nell’organizzazione criminale italiana più solvibile. E che, non c’è arresto che tenga, continua a riprodursi e ad allacciare nuove alleanze con il crimine di mezzo mondo. Da ultimo il patto siglato a Brooklyn con i cartelli messicani che da gennaio a oggi hanno sterminato 5 mila poliziotti.
“Voi non capite quanti siano gli ‘ndranghetisti, quale sia il grado di invivibilità dei nostri paesi, delle città. I numeri e le statistiche portano fuori strada: quando diminuiscono i reati, vuol dire che il controllo del territorio è più ferreo”. Ecco, Gratteri può essere un fiume in piena, se solo gli si dà il la sui contorni che ha assunto la ‘ndrangheta. Ma guai a chiedergli delle inchieste che sta conducendo. E men che meno della sua vita privata. “Non fatemi fare cabaret” ripete, alludendo al tentativo di aprire un varco per cercare di scoprire cosa c’è nel suo “recinto”. Chiama proprio così, il recinto, quello spazio d’aria che lo divide dagli uomini armati che lo circondano dovunque vada e qualunque cosa faccia.
Il 12 marzo la polizia ha arrestato ad Amsterdam Giovanni Strangio, ritenuto uno degli autori della strage di Duisburg, in Germania, la carneficina compiuta in trasferta dalla nuova ‘ndrangheta il giorno di Ferragosto del 2007. L’apice della faida che da San Luca, migliaia di chilometri a sud di Duisburg, continua a seminare sangue dal 1991. “L’inchiesta è ormai praticamente chiusa” si limita a dire Gratteri, da poco nominato procuratore aggiunto.
“Ho giurato il 2 marzo” è la puntualizzazione, che non ammette però alcun indugio di curiosità su quanto sia stato tribolato questo riconoscimento professionale. Tanto che, per dirne una, giusto un anno fa, durante una bonifica degli uffici al sesto piano del palazzo di giustizia, i carabinieri trovarono una microspia nella stanzetta attigua all’ufficio dove Gratteri andava a parlare delle questioni riservate con i collaboratori più stretti e fidati. “Se ne stanno occupando i colleghi di Catanzaro” e il discorso è chiuso.
Ma chi è stato a scoprire quella rudimentale cimice che andava a batteria e poteva essere ascoltata da un distanza massima di 20 metri? “È venuto Giardina a dirmelo”. Già, il colonnello Valerio Giardina, il comandante del Raggruppamento operativo dei carabinieri che il procuratore Gratteri inserisce nel novero delle persone di cui si fida. Perché ce ne sono, anche se lo sguardo che scruta, e può virare da un momento all’altro da affabile a sospettoso, sembra mettere continuamente alla prova chi ha a che fare con lui.
Qualcuno lo ha definito “l’ultima spiaggia per una grande fetta della popolazione calabrese”. “È questo uno dei motivi per cui vale la pena andare avanti. Il consenso che sento attorno a me rafforza il mio senso di responsabilità e mi spinge a non mollare mai”. Del resto la scelta di campo è stata fatta tanto tempo fa. “Da ragazzo volevo fare il magistrato per mettermi al servizio della collettività. Ho dato tutto me stesso, nei limiti delle mie capacità e possibilità”.
Un’immagine dà la misura di quanto sia labile il confine tra la scelta del bene e la tentazione del male, allora come oggi, per chi nasce e cresce in una terra tenuta sotto scacco dalla mafia. “Il mio compagno di banco delle medie è stato ammazzato a lupara, quando io ero all’università e a Catania frequentavo giurisprudenza”. Era un affiliato. “I bambini già a quell’età sanno se il padre del loro amico entra ed esce dal carcere oppure se è una persona perbene”.
Qual è stata l’ultima minaccia che ha ricevuto? “E chi se lo ricorda?”. Difficile, in verità, dimenticare il contenuto dell’intercettazione ambientale, effettuata in un carcere della Basilicata, in cui due mafiosi discettavano di come far saltare in aria Gratteri e la sua scorta. “Perché tutto questo sangue?” chiede uno dei due. E l’altro: “Perché Gratteri ci ha rovinato”. La voce del magistrato, che sembra contenere le emozioni in un recinto, questa volta interiore, si fa amara quando confessa che, “sì, non sono potuto andare neanche al funerale di mio padre, otto anni fa. Era un momento particolare, si parlava di attentati”.
Altro che “fare cabaret”. Un’autentica fatica fargli ammettere che non ha mai potuto mettere piede in un teatro, né vedere una partita di calcio allo stadio (”Non so neppure come sia fatto uno stadio all’interno”). Per non dire di quella forse più grande: “Non poter andare a un concerto”. Perché il procuratore antimafia ha la passione della musica e i continui spostamenti in macchina sono l’unica possibilità che ha di ascoltare le canzioni degli Stadio o di Biagio Antonacci che gli piacciono tanto. Ma anche pezzi di blues e dei gospel. Questa piccola passione gli tiene compagnia tra un “chi è?” e l’altro. Mentre quella per la moto, che aveva da ragazzo, l’ha definitivamente archiviata.
Quando entra in un albergo viene preceduto dal silenzio che accompagna i passi della scorta che controlla anche gli sgabuzzini e si piazza davanti alla stanza per garantirgli sicurezza durante la notte. Ma c’è una cosa, anzi due, che Gratteri non ha alcuna intenzione di mettere in archivio. La prima è coltivare la terra. La seconda è occuparsi degli studenti ai quali va a parlare da anni nelle scuole per spiegare “perché non conviene essere ‘ndranghetisti”.
“La passione per l’agricoltura l’ho ereditata da mio padre, perché a Gerace, dove vivo con mia moglie e i nostri due figli, abbiamo sempre avuto della terra e l’abbiamo sempre coltivata. Anche se mio padre prima ha fatto il camionista e poi ha gestito un piccolo negozio di alimentari”. Così, tornato dal Belgio, dai Paesi Bassi, dalla Francia o dagli Stati Uniti, paesi dove le indagini lo hanno portato negli ultimi mesi, il nemico giurato della mafia calabrese se ne va nei campi. “Adesso sto preparando la terra per gli ortaggi: zucchine, pomodori, melanzane”. È il suo momento di libertà, ogni domenica “dall’alba al tramonto”. Altra piccola libertà indossare i jeans, qualche volta, il sabato mattina per andare al lavoro. O almeno così succedeva prima della nomina a procuratore aggiunto e al trasloco nel nuovo ufficio dove non ha trovato ancora il tempo di sistemare le centinaia di riconoscimenti che gli piovono da tutte le parti. “L’ultimo, una bandiera d’Italia, me l’hanno data a Reggio Emilia quando sono andato a presentare il libro”.
Il libro, Fratelli di sangue, scritto con lo storico Antonio Nicaso, è stato appena ripubblicato dalla Mondadori dopo le 11 edizioni stampate dalla Luigi Pellegrini editore. La presentazione del volume gli dà la possibilità di fare una cosa che gli preme moltissimo: parlare con gli studenti. “Sono come spugne. Dovrebbero tenerli a scuola tutto il giorno, lontano dai genitori mafiosi. E io non ho con loro un approccio moralistico. Cerco di far loro capire che anche nella ‘ndrangheta ci sono le corsie preferenziali. Se non sei figlio di boss, resti un picciotto. E dopo una decina di viaggi di cocaina a Milano ti puoi permettere una notte di donne e champagne. Ma prima o poi ti arrestano. E finirai in carcere a strapparti i capelli, mentre tua moglie resta a casa da sola con i figli a prendere antidepressivi”.
Il VIDEO dell’incontro con i ragazzi del liceo scientifico di Soverato su YouTube:

Anche la scorsa settimana non è stata troppo disagevole per i chirurghi dell’ospedale di Oppido Mamertina, 5.484 abitanti alle pendici dell’Aspromonte. Una banale operazione per rimuovere un’ernia, il martedì. Poi normale amministrazione: un buffetto sulla guancia ai malati, due chiacchiere con i colleghi nei lunghi e deserti corridoi, qualche controllo di routine. Dopo mesi di duro lavoro, una settimana per tirare il fiato? Non esattamente: qui l’inattività è ormai endemica. Nel 2008, per dirne una, gli interventi con un ricovero di mezza giornata sono stati 53. A fare due calcoli, la media è sconcertante: un’operazione a settimana, weekend esclusi. Perfettamente in linea con le medie di questa stagione.
L’ospedale di Oppido Mamertina compendia perfettamente lo sfascio della sanità calabra. Il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, qualche giorno fa ha ragguagliato: “Due miliardi di debiti”, “servizi inadeguati”, “pessima gestione”. Lo spauracchio imminente, ha aggiunto, è il commissariamento.
Decisione già presa nell’azienda sanitaria della provincia di Reggio Calabria, l’Asp 5, sciolta per infiltrazioni mafiosa meno di un anno fa. Adesso è guidata da Massimo Cetola, 61 anni, un passato da vicecomandante generale dell’Arma dei carabinieri. “Bisogna mettere mano a tutto: abbiamo trovato una situazione disastrosa” spiega con risolutezza militare. “Un debito mastodontico che ancora non riusciamo a quantificare con precisione, ma che si aggira attorno al mezzo miliardo di euro”.
Come si è arrivati a questa situazione? Semplice, trasformando la sanità in un ricettacolo di sprechi di ogni genere, fomentati da interessi personali e politici. Un sistema in cui la cosa pubblica è diventata cosa privata. L’elenco è lungo: gestione contabile truffaldina e scriteriata, bustarelle per avere una pensione di invalidità, fannullonismo dilagante, guardie mediche inutili. E ospedali fantasma.
Come alcuni tra quelli che affollano la piana di Gioia Tauro. Poco distanti l’uno dall’altro, hanno in apparenza forte penuria di posti letto: 18 a Taurianova, 20 a Palmi, altrettanti a Oppido Mamertina. Ma hanno una media strabiliante di dipendenti per degente: sei. A cui si contrappongono servizi eufemisticamente approssimativi. Come testimonia la storia, successa lo scorso anno, di Flavio Scutellà, 12 anni: cade dall’altalena, batte la testa sul selciato e comincia a girare in ambulanza per tutte e sette le strutture della piana. Nessuno riesce a intervenire sul suo ematoma, che intanto si allarga. Nove ore dopo l’incidente Scutellà muore a Reggio Calabria, ottava tappa del vergognoso pellegrinaggio.
Ospedali fantasma: potrebbe sembrare un titolo a effetto. Invece in questo caso vale il contrario: la realtà supera l’immaginazione. Basta fare un giro nello scrostato casermone color crema di Oppido Mamertina in un giorno infrasettimanale, poco prima dell’ora di pranzo, quando dovrebbe pullulare di persone. Nel semideserto corridoio al primo piano c’è la chirurgia. Vicino a una finestra, due uomini in camice bianco parlottano annoiati: “In effetti non c’è molto da fare” si lascia andare il medico. “L’anestesista c’è solo per sei ore a settimana. Si fa qualche interventino: una fistola, una cisti, poco altro”.
Anche negli altri reparti non si lavora come dannati. I laboratori totalizzano 90 mila esami all’anno. Sono pochi? Peggio: sono pochissimi. Il Lazio, per esempio, ha stabilito che quelli che ne eseguono meno di 750 mila dovranno chiudere.
Le conclusioni le tira il direttore sanitario dell’Asp 5, Enzo Rupeni, un garbato trevigiano mandato in Calabria con l’arduo compito di frantumare clientele e sperperi: “Tenere aperto un ospedale del genere è ridicolo. Abbiamo proposto di riconvertirlo, ma le popolazioni locali si sono opposte fermamente, spalleggiate da politici di ogni parte”.
Del resto si tratta di battaglie elettorali molto remunerative: tutti vogliono il reparto sotto casa e per questo sono pronti a dare voti al capopopolo di turno. “Bisogna uscire dalla logica per cui chiudere equivale a ledere il diritto alla salute” dice Rupeni. “Strutture così piccole sono pericolose, ancor prima che inefficienti”.
A 15 chilometri da Oppido c’è un altro ospedale piccolissimo: quello di Taurianova. Anche qui una visita è chiarificatrice. Primo pomeriggio: stanze chiuse, silenzio irreale, nessuno in giro. Il giovane infermiere della guardia medica distoglie per un attimo gli occhi dal televisore: “Gli uffici chiudono alle 2″ informa. “E di pomeriggio restano non più di tre medici”. Eppure, ci sono 107 dipendenti: 6 per potenziale ricoverato.
Il record del rapporto tra dipendenti e posti letto va però a Palmi: 20 per 143 lavoratori, tra cui 32 dirigenti. Anche qui serpeggia desolazione: tutte le poltroncine marroni per le attese sono vuote. Ma a sentire parlare di inefficienza Vincenzo Rondanini, primario di nefrologia, si accalora: “In vent’anni hanno chiuso 13 reparti. Ci hanno affossato i politici, avvantaggiando i paesi vicini. A Palmi gente influente non ce n’è mai stata”. I soldi però si sono continuati a spendere: gli ultimi 20 mila euro in due sale operatorie mai utilizzate.
Di chiudere i piccoli ospedali della piana si discute da tempo. A dicembre del 2007 fu l’allora ministro della Salute, Livia Turco, ad annunciare austerità. Non è cambiato niente. Anche i tentativi della commissione incontrano pervicaci resistenze: “E purtroppo i nostri poteri sono straordinari solo a parole” sostiene il generale Cetola. “La sensazione è che molti aspettino la scadenza del mandato per riprendere la solita piega”.
A perpetrare cioè quegli sprechi ben sintetizzati dalla proliferazione delle guardie mediche. Nella piana ci sono un dottore ogni 1.700 abitanti, il triplo della media nazionale, e 23 ambulatori, il doppio di quanti ne servano. Per la commissione non ne occorrono più di 11. Cinque presidi sono stati soppressi lo scorso giugno: ad Anoia, Melicuccà, Feroleto della Chiesa e Terranova. Chiuso anche quello di Serrata, 928 abitanti, che distava solo 2 chilometri da Maropati, 1.737 residenti.
Moltissimo però resta da fare. Nella guardia medica di Cosoleto, 951 abitanti, lavorano a rotazione quattro medici. E Varapodio, poco più di 2 mila anime, è una struttura fondamentale per la sanità della zona? Non proprio: l’ospedale di Oppido Mamertina dista solo 3 chilometri.
A Roccaforte del Greco, 666 abitanti, gli ispettori hanno voluto controllare di persona la produttività. Aperto il registro, hanno trasecolato: i medici avevano fatto due misurazioni della pressione in mezza giornata.
Gente infaticabile come gli infermieri della chirurgia di Gioia Tauro. Negli ultimi due mesi 11 su 22 hanno presentato certificati medici che li impossibilitavano al lavoro, per un totale di 251 giorni di infermità.
A Melito Porto Salvo, invece, le malattie colpiscono durevolmente e senza guardare in faccia nessuno: il 35 per cento dei dipendenti ha cicliche inidoneità fisiche: mal di schiena, allergie al sangue, depressione. Stati clinici che li costringono a lavori d’uffico invece che a turni di notte o in sala operatoria.
In una parola: situazione sconfortante. Così come lo sguardo del bracciante Salvatore Maurici, 58 anni, seduto nella sala d’attesa al secondo piano dell’ospedale di Palmi. Fuori è buio, il corridoio è tetro e, come sempre, non c’è nessuno con cui parlare. Capita sempre così. Lui lo sa bene, dato che per tre giorni alla settimana accompagna il padre a fare la dialisi: “Se qui non c’è mai nessuno, un motivo ci sarà. Del resto, lo sanno tutti qual è il miglior reparto della zona: l’aereo che parte da Reggio Calabria e atterra a Roma”.
Il governatore della Calabria è a Roma, reduce dall’incontro con il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi. La sanità della regione che guida da quasi quattro anni rischia il commissariamento. È ormai un’idrovora che ha accumulato 2 miliardi di deficit.
La situazione è allarmante.
Difficilissima, davvero. Non possiamo più nasconderci. È uno sconquasso.
Cosa le ha detto il ministro Sacconi?
Che bisogna incidere sul personale: organizzare meglio i manager e bloccare le assunzioni.
E voi le bloccherete?
Questo è sicuro. Il personale è decisamente ipertrofico. Ma del resto in Calabria le imprese stentano, le infrastrutture mancano, la criminalità è fortissima…
Quindi?
La sanità è il settore che dà più lavoro. Siamo sottoposti a pressioni drammatiche per assunzioni inutili e il mantenimento dei privilegi: io, i politici, i dirigenti. Ma non c’è scelta: interverremo con coraggio.
Qualcuno remerà contro.
Senza dubbio. Ma il rischio di saltare all’aria, alla fine, convincerà anche i più riottosi. Tutti capiranno che la situazione è insostenibile. E un commissario calato dall’alto può solo peggiorare la situazione. La falce manzoniana “che pareggia tutte le erbe” non la vuole nessuno. Anche chi punta a mantenere i privilegi.
Il piano di rientro è pronto?
Lo sarà tra due settimane. Ridurremo sprechi e personale, costruiremo nuovi ospedali.
Basterà a risanare?
Fra le tante misure, stiamo studiando l’ipotesi di ripristinare il ticket. La gente spesso da noi tende a fare incetta di medicinali e ricoveri. Tanto tutto, o quasi, è gratuito.
Del disastro della sanità calabrese si parla da anni.
Ho ereditato una situazione drammatica: il deficit si è accumulato dal 2001, all’epoca del centrodestra.
Durante la sua presidenza però è raddoppiato.
È l’effetto anche degli interessi passivi sul debito. Noi stiamo andando spediti, ma a Roma devono capire che qui intervenire non è difficile solo a parole. Ci sono distorsioni, sprechi, collusioni. Le cose più torbide.
Come si ridimensiona l’influenza della ‘ndrangheta?
Ci vorrà tempo. Intanto abbiamo istituito la stazione unica appaltante per le gare sopra i 150 mila euro. La guida Salvatore Boemi, un ex procuratore aggiunto di Reggio Calabria esperto di criminalità.
Chiuderete i piccoli ospedali come quelli di Oppido Mamertina, Taurianova, Palmi?
Sono diventati strumenti di morte, non di vita. Un rischio per i pazienti.
Le sembrano più pericolosi o diseconomici?
Entrambe le cose: avere 20 posti letto non è solo uno sperpero. Se manca la tac, come si fanno certe diagnosi?
Quando verranno chiusi?
Entro un anno e mezzo. Prima costruiremo gli altri: siamo già nella fase dei progetti preliminari. In alcuni ospedali soppressi allestiremo case della salute, per le prime diagnosi. Così da scoraggiare ricoveri inappropriati.
Supererete la logica di un politico per ogni reparto?
Dobbiamo: questi piccoli ospedali ormai sono diventati una palla al piede.

In manette il “Re dei videopoker”. Arrestato dalla guardia di finanza l’imprenditore Gioacchino Campolo, di 70 anni, soprannominato il “Re dei videopoker”, con l’accusa di trasferimento fraudolento di valori. A Campolo sono anche stati sequestrati beni immobili per un valore di oltre 35 milioni di euro. Si tratta di oltre 40 tra appartamenti e terreni ubicati a Reggio Calabria. Altri due appartamenti di lusso, sempre di proprietà di Campolo o a lui riconducibili, sono stati sequestrati a Roma e a Parigi. Insieme a Campolo sono stati arrestati la moglie e il figlio dell’imprenditore, Renata Gatto, di 60 anni, e Demetrio Campolo, di 27 anni. Il “Re del videopoker” è stato portato in carcere, mentre la moglie ed il figlio sono stati posti agli arresti domiciliari. L’operazione che ha condotto ai tre arresti è stata coordinata dal procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone.
Avrebbe avuto rapporti anche con ambienti politici e istituzionali di Reggio Calabria, oltre che con settori della criminalità, Gioacchino Campolo. Nei suoi confronti, nel luglio scorso, erano stati sequestrati beni per un valore di 25 milioni di euro. Dalle indagini era emerso, tra l’altro, che uno degli immobili sequestrati, l’ex Teatro Margherita, era stato utilizzato come segreteria politica nel corso delle campagna per le elezioni amministrative dall’attuale sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Scopelliti. In un altro immobile di Campolo, inoltre, è ospitata la sede del tribunale di sorveglianza di Reggio Calabria.
L’ipotesi che viene fatta dagli investigatori, inoltre, è che Campolo abbia utilizzato la sua attività imprenditoriale, con decine di milioni di euro movimentati ogni anno, per mettere in atto operazioni di riciclaggio in favore di alcune cosche della ’ndrangheta.
“L’imprenditore ha accumulato un grosso patrimonio, in gran parte con la gestione monopolistica dei videogiochi, che è tra l’altro uno dei canali privilegiati dalla criminalità organizzata per l’accumulo di capitali illeciti” spiega il procuratore Giuseppe Pignatone. “Campolo ha reinvestito i proventi dell’attività dei videogiochi e altre somme di denaro in immobili di grande valore acquistati a Reggio Calabria, Roma e Parigi. Si tratta di un momento importante” aggiunge il capo della Dda di Reggio “nell’aggressione dei patrimoni illeciti costituiti da imprenditori, che come Campolo dichiaravano al fisco molto meno delle somme che ha investito”. Sui contatti con le cosche della ’ndranqheta Pignatone afferma: “Ci sono dichiarazioni di collaboratori di giustizia che affermano una contiguità di Campolo alla cosca De Stefano, ma su questo vi sono altre indagini in corso”.