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Mario Crispino davanti alla sede della sua Conto Tv con il simbolo di Superpippa
In onda l’altra notte avevano Schizzi bollenti. E presto arriveranno anche le avventure di Trombo. Ovvio: qui siamo a Conto Tv, “l’unica che si guarda senza tenere in mano il telecomando” come dice il comico toscano Alessandro Paci. Porno, cioè. Rigorosamente a pagamento. Continua

E’ sbarcato. Il Real Madrid è partito alla conquista dei giovani talenti italiani. La società madrilena non si è accontentata di aver strappato con un colpo di mercato alla tifoseria milanista il campione brasiliano Kakà, e ha scelto l’estate 2009 anche per entrare a pieno titolo con i propri Camp e tecnici nelle attività calcistiche estive dedicate ai ragazzi italiani.
Un vero e proprio boom: sei le regioni interessate (Friuli Venezia Giulia, Veneto, Lazio, Toscana, Puglia, Umbra), dieci i Camp e poco meno di mille ragazzi tutti di età compresa tra gli otto e i 17 anni.
Per il Real, l’Italia, si sa, è come altri Paesi del Mondo (Finlandia, Francia, Giappone, Estonia) un ottimo luogo per diffondere e sviluppare il marchio ma anche per osservare la preparazione calcistica degli adolescenti. Giornate piene con un programma tecnico intenso, modellato in base all’età e alle capacità degli aspiranti campioncini direttamente dai tecnici della società spagnola, due per ogni camp.
Nonostante le differenze, però, per tutti le 9.00 segnano l’inizio degli allenamenti e dei tornei, mentre le 19.00 la fine della giornata.
“Al Real Madrid piace l’Italia, piace la passione e l’entusiasmo dei giovani giocatori - spiega Fabio Ponso della società Starting Five e responsabile in Italia dei Real Madrid Camp – per questo dopo una timida partenza tre anni fa con un solo camp in Friuli, ha deciso di conquistare da nord a sud decine di località e di diffondere tra i piccoli amanti del football i metodi e le tecniche calcistiche della società madrilena”. Poi anticipa: “Per il 2010 i camp raddoppieranno”.
Insomma tutti a scuola dal Real tra dribbling, colpi di testa, stop, tiri, passaggi e il fascino irresistibile della camiseta blanca.
“I ragazzi italiani hanno un ottimo livello culturale e una buona la conoscenza delle regole del calcio- ammettono Santiago Sanchez e Ruben Maroto, allenatori del settore giovanile dei galacticos in ‘trasferta’ nel camp toscano di Riparbella- ma soprattutto apprendono velocemente i nostri metodi e tecniche di preparazione”.
Negano di aver scovato nuovi talenti ma hanno segnalato a società calcistiche locali alcuni giovanissimi: due al nord e un portiere in Toscana.
Campioncini in erba che la società, pur non ammettendolo ufficialmente, non ha intenzione di abbandonare.
Ma quanto costa una settimana di allenamento con tecnici dei grandi club italiani e stranieri?
I prezzi possono variare dai 350 ai 700 euro a seconda se si decide di far dormire il ragazzo all’interno delle strutture convenzionate o di farlo rientrare a casa per la notte.
Ma alcune volte questi camp possono riservare (comprese nel prezzo) anche sorprese interessanti come è avvenuto a Riparbella, Pisa, in quello del Real Madrid; i centoventi ragazzi si sono prima allenati e poihanno sfidato sul campo due ex giocatori di serie A: Igor Protti e Graziano Mannari. Quest’ultimo soprannominato ‘Lupetto’ è ricordato tra gli appassionati di football per due magnifici gol segnati al Bernabéu proprio al Real con la maglia del Milan.
Ma i camp sportivi dedicati alla disciplina del calcio si stanno affermando tra le migliori vacanze estive per gli adolescenti italiani.
Mixano il divertimento all’apprendimento delle regole dello sport e del vivere in squadra. E i grandi Club italiani lo sanno bene.
Il Milan che ha iniziato dieci anni fa, ripete ogni anno l’esperienza estiva in ventotto Paesi del mondo e in Italia in 53 località. Oltre duemila e 500 i giovani iscritti solo in tutto il teritorio nazionale.
“I nostri camp estivi non sono un’operazione di marketing come per altre società ” tiene a precisare Marco Marchi, responsabile del settore giovanile della Juventus, “ai ragazzi seguiti solo dagli allenatori e tecnici del nostro staff, affianchiamo anche psicologi. Sono figure indispensabili che aiutano i preparatori ad approcciarsi in modo adeguato ai giovani e a quest’ultimi a capire lo spirito giusto con il quale affrontare una settimana di allenamenti”.
A tal proposito l’Inter ribadisce il concetto e si rivolge ai genitori: “Non sono provini ma sono esperienze decisamente più formative ed importanti di una semplice ‘esibizione’” puntualizza Lello Dragone, Responsabile organizzazione scuole calcio estive dell’Inter “la società neroazzurra segue i ragazzi durante gli allenamenti con tecnici d’esperienza e medici ma anche fuori dai campi prestando attenzione sia al livello di socializzazione che all’ alimentazione di ciascun partecipante”.
Ma assieme alle scuole e ai camp, da anni l’Inter, gestisce un altro progetto che coinvolge migliaia di giovani che vivono in aree disagiate in tutto il mondo: l’Intercampus.
E i futuri campioni? “Ci sono ragazzi italiani promettenti - ammette Dragone - e questi camp ci permettono di selezionarli con maggiore attenzione potendoli osservare per un’intera settimana non solo sotto il profilo professionale ma anche caratteriale”. E in uno dei camp all’estero, Australia, il club rossonero ha selezionato un giovane talento di 11 anni che da alcuni mesi sta frequentando la scuola calcio della società a Sidney.
Fuoriclasse giovani anzi giovanissimi; lo stesso Silvio Berlusconi solo pochi giorni fa ha ammesso di voler puntare l’attenzione sui ragazzi al di sotto dei 23 anni.
E a Milano nel mese di settembre, la società ha organizzato il Milan Junior camp day al quale parteciperanno 400 ragazzi , selezionati nei camp effettuati all’estero.
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Dopo gli acquisti di Kakà (67 milioni) e Cristiano Ronaldo (94 milioni per il giocatore con lo stipendio più alto di tutti) pensavamo di averle viste tutte.
E invece la telenovela dell’estate doveva ancora arrivare: lo scambio tra Ibrahimovic ed Eto’o, praticamente ufficiale da ieri (mancano solo alcuni dettagli: cioè le firme), non batte record di spesa milionari ma sconvolge gli attacchi di due delle più forti squadre d’Europa, dopo una trattativa estenuante.
Così la domanda principale è “chi ci guadagna?” La prima risposta, più facile, è “Eto’o”. Chiaro, il camerunense passa da uno stipendio di 6,5 milioni l’anno a 10 (che possono pareggiare i 12 di Ibra, con i premi). Ma passa anche da una squadra che ha incantato il mondo a un’altra che non riesce a imporsi, per ora, oltre le Alpi. Vediamo quindi di analizzare lo scambio da differenti punti di vista.
Le cifre in gioco
Ibrahimovic raggiunge il Barça per Eto’o più il prestito gratuito di Hleb (sempre che il giocatore bielorusso accetti) più 46-47 milioni (le cifre ufficiali non sono ancora state confermate). La valutazione complessiva dello svedese è quindi di 80 milioni, perché Eto’o viene valutato intorno ai 30 e Hleb in prestito. Massimo Moratti e Joan Laporta hanno sottolineato che si tratta di valutazioni di mercato e non di valore assoluto. Vediamo quindi perché Eto’o vale tanto meno di Ibra:
1) il camerunense ha un contratto in scadenza nel 2010 e potrebbe liberarsi a costo zero.
2) ha sempre giocato la Coppa d’Africa (in programma a gennaio) e si impegna molto per la nazionale. Fatto sta che per l’età (28 anni) e i gol segnati (30 nella Liga) una differenza così alta appare esagerata e si spiega solo nella volontà del Barcellona di accontentare Guardiola. Bene ha fatto l’Inter a non abbassare le pretese.
Contratti e buste paga
In termini di salario netto Ibrahimovic guadagnerà meno, Eto’o di più. Lo svedese all’Inter prendeva 12 milioni (era il meglio pagato della Serie A con un milione di euro al mese: cioè, volendo fare i “moralisti”, circa 33 mila e 300 euro al giorno, più o meno quanto incassa un operaio in due anni), al Barcellona non potrà superare l’ingaggio di Leo Messi, che è di 8,5 milioni. Ma tra il regime fiscale più favorevole (in Italia le società di calcio pagano circa il 50% di trattenute; in Spagna l’aliquota fiscale non supera il 24%) e la maggiore visibilità del club catalano rispetto all’Inter per gli sponsor la cifra finale sarà più o meno sullo stesso livello.
Eto’o invece incrementa il suo salario, come già detto, e sarà lui adesso il più pagato in Serie A (ma non nell’Inter: se lo metta in testa da subito, anche qui comanda lo Special One coi suoi 11 milioni l’anno).
L’affaire mediatico
Uno dei motivi dell’affare è sicuramente la necessità che aveva il Barcellona di rispondere dal punto di vista mediatico all’offensiva monstre di Florentino Perez, con le sue presentazioni hollywoodiane e gli acquisti più cari della storia. Ibra è l’uomo giusto: sponsorizzato Nike, come la squadra, e più spettacolare di Eto’o in quanto a giocate. Le sue magliette andranno a ruba e lo si vedrà spesso in tv. I siti sportivi catalani stanno rilanciando da giorni le giocate dello svedese e la sfida con il “galactico” Ronaldo.
Anche il camerunense comunque è un bel personaggio: la sua storia personale di sogno africano, il suo carattere orgoglioso, lo stile di vita stravagante, le dichiarazioni mai banali lo hanno reso un mito in Africa e a Barcellona.
Questioni di tattica
Qui il discorso si fa più difficile: Ibra permette al giovane allenatore del Barça Pep Guardiola una varietà di schemi che Eto’o non garantiva (come ha ammesso pochi giorni fa: “Non c’è feeling tra noi”, invitando il camerunense a cambiare aria). Può usarlo come centravanti puro oppure come “boa” per lanciare le fughe di Messi o ancora per fraseggiare con Henry e Iniesta. Anche se, forse, non garantirà una media gol come quella dell’africano (in nerazzurro lo svedese ha fatto 66 gol, in tre anni, tra Campionato e coppe).
Eto’o infatti è una macchina da gol: 138 in cinque anni di Barça (con due infortuni che l’hanno tenuto parecchio lontano dal campo).
Rispetto allo svedese è meno potente, più veloce, più killer sottoporta e disposto a sacrificarsi in copertura. Non si sa come lo schiererà Mourinho e come conviverà con Milito e Balotelli, ma non avrà problemi davanti a nessuna difesa. Dettaglio non da poco: l’africano ha da poco preso il passaporto spagnolo e quindi non conta come extracomunitario. Altro dettaglio non trascurabile: alla corte di Mourinho potrebbe arrivare anche Alex Hleb: il bielorusso non ha convinto Guardiola ma potrebbe adattarsi bene al gioco di Mourinho. Nell’Arsenal aveva fatto bene come centrocampista offensivo, molto tecnico e mobile ma poco incline al gol. Se migliorasse questo dettaglio potrebbe essere un buon rincalzo per Thiago Motta o Stankovic.
Bella forza
Il calcio è anche e soprattutto questione di gusti, quindi è difficile rispondere alla domanda: “Chi è più forte?”. Sono due giocatori diversi come caratteristiche, ma con lo stesso mestiere: fare gol. E in questo le cifre di Eto’o sono superiori a quelle di Ibra, soprattutto in Champions League, dove lo svedese non è mai riuscito a mettere in luce la sua classe. Ma Zlatan è anche molto bravo a mandare in rete i compagni e buona parte delle realizzazioni di Eto’o dipendono dal fatto di aver giocato in una squadra molto offensiva come il Barça. In definitiva, Ibra è più spettacolare, più tecnico e più potente, Eto’o è più veloce, più determinato e più efficace sotto rete.
Notizie da spogliatoio
Capitolo da non dimenticare: Eto’o se ne va dal Barça proprio perché non c’è feeling con l’allenatore. Con Mourinho, uno che parla chiaro e ha sempre avuto un buon rapporto con i propri campioni, potrebbe trovarsi meglio. Ma non è che Ibrahimovic sia uno facile da gestire. Chissà se arriverà con la sua aria sbruffona davanti ai campioni d’Europa a dire, come fece quando arrivò all’Ajax, “ciao io sono Zlatan, e voi chi cazzo siete?“
E allora, torna la domanda iniziale: “Chi ci guadagna”? Assodato che i due giocatori hanno ottenuto quello che volevano (Ibra una squadra più forte, Eto’o più soldi e un ruolo da leader) e che i procuratori hanno fatto un altro affarone, per quanto riguarda le squadre è facile dire che la risposta “verrà dal campo”. Ma la sensazione è che tra i due giocatori non ci siano quei quasi 50 milioni di differenza. E quindi, per il semplice fatto di vedere un’Inter con il bilancio in attivo (ma per quanto?), diciamo Moratti. Chi rischia di più? Guardiola. All’inizio della carriera da allenatore ha vinto tutto, ora si mette in gioco in prima persona, per ripetersi. Vedremo se Ibracadabra saprà dargli una mano.
Il VIDEO di addio a Zlatan di un tifoso interista:
Il VIDEO di tributo a Eto’o da Barcellona:
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Milan primo in classifica. L’Inter si deve accontentare della piazza d’onore. Al terzo posto una sorprendente Lazio. Quarta la Roma, che torna in zona Champions. E quinta la Juventus. Una classifica da fantacalcio? Oppure la previsione sull’ordine d’arrivo del prossimo campionato?
No, è il risultato dell’ultima stagione riclassificato da Panorama in base ai debiti delle società di Serie A, che complessivamente assommano alla bella cifra di 2 miliardi di euro. Perché il calcio italiano è sull’orlo del crac finanziario. E le squadre più indebitate sono in molti casi anche le più vincenti sul campo. Come si vede nella tabella a fondo articolo, la società in assoluto con il passivo più ampio è l’Inter: 394 milioni di euro di debiti per la squadra vincitrice degli ultimi quattro scudetti. Se però si dividono i debiti per i punti conquistati nell’ultimo campionato, passa al comando il Milan: infatti i rossoneri presieduti da Silvio Berlusconi (e la cui guida operativa spetta al vicepresidente Adriano Galliani) con 392 milioni di debiti hanno ottenuto in Serie A 74 punti, cioè hanno contratto un debito di 5,29 milioni di euro per ogni punto ottenuto sul campo. In questa graduatoria degli spendaccioni l’ultimo posto (escluse le retrocesse in Serie B) è del Bologna, che si è indebitato per 350 mila euro per ogni punto in classifica nel 2008-2009. Ora però, se davvero la società felsinea passerà di mano sotto la regia di Luciano Moggi, la musica potrebbe cambiare: prevedibile in quel caso un aumento della spesa per ingaggiare i calciatori, e quindi dei debiti.
Perché a volte ritornano, e persino il Bologna potrebbe aspirare di nuovo a essere “lo squadrone che tremare il mondo fa”, come lo chiamavano i suoi tifosi negli anni Trenta del secolo scorso, quando vinceva scudetti a raffica.
Quindi, chi più spende meglio spende? Non sempre è garantito che i risultati arrivino dopo aver speso molto. Il problema dei debiti attanaglia tutto il calcio europeo, non solo quello italiano, in particolare Spagna e Inghilterra, dove si giocano i due campionati più ricchi e più seguiti in tv. Ma nonostante il mecenate russo Roman Abramovich, i londinesi del Chelsea non sono ancora riusciti a vincere la Champions league. Mentre risale al 2002 l’ultimo successo europeo ottenuto dal presidente Florentino Perez col suo “galattico” Real Madrid.
E fra le squadre italiane l’Inter, che continua a spendere e spandere, non vince la Coppa dei campioni da 44 anni: era il 1965, allenatore Helenio Herrera e presidente Moratti (non Massimo, che era un ragazzino, bensì suo padre, il celebre Angelo). La situazione in Italia è complessa anche per il ruolo delle banche: per esempio, è l’Unicredit- Banca di Roma, non la proprietaria famiglia Sensi, il vero arbitro del destino della Roma calcio, a causa dei crediti concessi generosamente alla controllante Italpetroli nel passato. C’è poi la pressione fiscale, molto più elevata rispetto a Spagna e Inghilterra. E nelle società di calcio, dove il costo del lavoro incide per il 70 per cento sulla spesa complessiva, anche il peso fiscale diventa un salasso. Il centravanti Zlatan Ibrahimovic è il calciatore più pagato del mondo e per garantirgli quest’anno uno stipendio netto di 14 milioni di euro l’Inter deve spenderne circa 28 come costo aziendale. Se giocasse in un club spagnolo, il capocannoniere nerazzurro potrebbe guadagnare lo stesso ingaggio netto con un esborso per la società di poco superiore a 18 milioni.
Come evitare di finire nel baratro? Perez del Real Madrid ripropone un campionato europeo con le sole 16 squadre maggiori, una vecchia idea già lanciata quasi vent’anni fa da Berlusconi, ma tra gli osservatori del calcio internazionale si pensa che il progetto non sia all’ordine del giorno. Su questo supercampionato la parola definitiva sarà quella di Michel Platini, l’ex fuoriclasse della Juventus e della nazionale francese oggi presidente dell’Uefa (l’associazione europea delle federazioni nazionali di calcio).
“Il vero problema è il costo del lavoro fuori controllo. La differenza tra arrivare primi o secondi è talmente grande che a volte si fanno follie” dice Umberto Gandini, dirigente del Milan e vicepresidente dell’Eca (European club association, una sorta di lega europea delle squadre di calcio riconosciuta dall’Uefa). “La stessa cosa vale per chi cerca di non retrocedere, perché andare in serie B equivale a finire in un burrone. Tuttavia non si possono imporre tetti ai salari perché ci sono troppe difformità a livello europeo: alla riunione dell’Eca di lunedì 13 luglio si discute il fair play finanziario, ovvero per esempio la possibilità per le squadre di calcio di accedere al credito per costruirsi gli stadi”.
Su questo versante l’Italia è in coda: tra le 20 squadre della serie A solo la Juventus ha deciso di costruirsi uno stadio di proprietà, che sarà pronto nel 2011. Dopo Calciopoli, la società ha iniziato la sua ricostruzione, anche con un aumento di capitale da 105 milioni di euro e ora ha una situazione patrimoniale più che solida. Il progetto del nuovo stadio, costo stimato in altri 105 milioni, “non intacca in alcun modo l’attività della gestione sportiva ” sostiene Michele Bergero, direttore amministrazione e finanza della Juventus. Il nuovo stadio sarà completamente autofinanziato: in parte con la vendita per 20 milioni alla Nordiconad di aree per attività commerciali, già acquisite dal club intorno al vecchio Stadio delle Alpi (dove sorgerà il nuovo impianto). In più la Sport Five darà alla Juventus un anticipo di circa 40 milioni (su un totale di 75 in 12 anni) per una sponsorizzazione che comprenderà sia il nome del nuovo stadio, sia la gestione di metà dei 200 palchi che saranno il fiore all’occhiello dell’iniziativa. E soprattutto la Juve avrà dal Credito sportivo, emanazione finanziaria del Coni, un prestito di 50 milioni di euro a un tasso agevolato, circa il 4,5 per cento.
È un modello ripetibile in altre città italiane? A Genova ci sta pensando la Sampdoria. A Firenze c’è un progetto di Diego Della Valle, patron della Fiorentina, che però sembra impantanato. A Milano l’idea dello stadio di proprietà è venuta all’Inter (che forse potrebbe usare, dopo il 2015, una delle aree dell’Expo), mentre il Milan non ha fatto alcuna avance in proposito. L’assessore allo Sport del Comune di Milano, Alan Rizzi, racconta a Panorama: “Non abbiamo ancora ricevuto richieste ufficiali per un nuovo impianto, nemmeno dall’Inter. In realtà la nostra idea è ottenere la finale di Champions league a Milano nel 2015: ne stiamo ragionando con Inter e Milan, partendo dall’esistente e trasformando San Siro in uno stadio a cinque stelle”.
In conclusione, si potrà risanare il calcio nel suo insieme? Sembra difficile, ma qualche caso virtuoso potrà esserci, se persino Berlusconi ha tirato i remi in barca e ora cerca di far quadrare il bilancio rossonero. E pensare che vent’anni fa il presidente del Milan fu il precursore dell’idea di supersquadra, quella allenata da Arrigo Sacchi, la prima società che aveva due giocatori titolari per lo stesso ruolo. Invece oggi, magari, i tifosi milanisti aspettano soprattutto l’arrivo di qualche sceicco nell’azionariato per non rimpiangere troppo la cessione di Kakà al Real Madrid.

14/07/2009 - Ecco alcune immagini dal ritiro estivo 2009 della Juventus a Pinzolo, in provincia di Trento.
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Nella foto: David Trezeguet. Credits: Jonathan Moscrop/LaPresse
Nella foto: Amauri. Credits: Daniele Badolato/LaPresse
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Ora che l’amico del cuore Ciro Ferrara è diventato il suo allenatore, il “Muro di Berlino” passerà anche per raccomandato.
Strano il mondo del calcio: Paolo Maldini viene fischiato dai suoi tifosi nella partita d’addio e anche per Fabio Cannavaro si preannuncia una stagione non facile tra gli ultrà della Juventus dove torna a giocare dopo l’esperienza di Madrid.
Sì, perché non basta avere vinto il titolo mondiale (qui il VIDEO), non basta essere capitano della Nazionale, non basta essere stato consacrato miglior giocatore d’Europa con il Pallone d’oro (qui il VIDEO). I tifosi più rumorosi lo accusano di essere scappato dalla Juve dopo Calciopoli, lasciando la squadra in serie B, preferendo la ribalta internazionale del Real: non vedono di buon occhio il suo rientro a Torino. Ma Cannavaro, da buon napoletano, dice che “tutto si sistemerà”.
In questi giorni è uscito per la Mondadori La mia storia, dai vicoli di Napoli al tetto del mondo dove il bel Fabio ripercorre tutte le tappe, dalle battaglie tre contro tre per strada quando aveva 5 anni alla notte di Berlino 2006, passando per famiglia, amore, compagni, allenatori, errori, soldi e gloria.
Ferrara allenatore, lei casca sempre in piedi…
È successo tutto dopo la mia decisione di tornare: giuro che non c’entro niente. Lui ora è il mio mister prima di essere un amico e non sarò un privilegiato.
Ma questo gioco non l’annoia?
Per fortuna no, giocherò finché mi fanno contratti.
Al Real non è andata benissimo quest’anno.
È stata dura: cambio di presidente, di allenatore, infortuni. E secondi dietro un Barcellona stratosferico.
La verità sul mancato ritorno al Napoli?
Purtroppo non c’è stato niente, nessun contatto, ma solo un presidente che diceva che ero troppo vecchio.
L’ha ferita questa cosa?
Se uno è capitano della Nazionale, pallone d’oro e titolare nel Real Madrid, ma è troppo vecchio per il Napoli, che posso dirle? Peccato, però.
E la verità sul ritorno alla Juve?
La Juve andò in serie B, e non fu per colpa dei giocatori. Il mio passaggio al Real fu deciso insieme alla società e se ne andarono in molti. Ora torno a parametro zero, guadagno meno di prima e la Juve ha incassato i soldi della mia cessione. Direi che per loro è stata una operazione conveniente.
Sì, ma i tifosi?
Capisco l’amarezza dei tifosi quando uno se ne va.
Ma quelli che fischiano Maldini (qui il VIDEO) e fanno i cori contro di lei non le sembrano un po’ imbecilli?
Se noi cambiamo squadra, siamo considerati mercenari, ma se la società ti manda via, allora va tutto bene.
In Spagna i tifosi mai si sognerebbero queste cose.
Ci sono pure lì. Quando Luis Figo passò dal Barcellona al Real gli fecero trovare una testa di maiale in campo.
Molti sportivi accusano voi calciatori di allenarvi poco, faticare niente e guadagnare troppo.
L’invidia è una brutta bestia. Io sono un atleta e non vado certo a guardare quelli che guadagnano più di me.
Beh, non sono in molti a guadagnare più di lei.
È il mercato: la formula uno, l’Nba, il tennis sono sport che hanno un grande business e si guadagna molto. Il calcio piace e i calciatori guadagnano quello che il fenomeno permette. Di certo non andiamo con la pistola puntata dai presidenti. Loro hanno un budget e in base a quello fanno la squadra e stabiliscono i compensi.
Va bene, guadagnate quanto possibile, ma a volte non avete atteggiamenti un po’ esagerati in campo?
Sì, a volte dovremmo comportarci diversamente, a cominciare dalla ressa ogni volta che l’arbitro fischia un fallo. Pensi a quello che è successo tra Torino e Genoa all’ultima giornata. Uno spettacolo penoso.
I campioni fuggono dalla serie A, lei torna per chiudere la carriera?
Torno perché sono italiano, a 35 anni non avevo voglia di fare altre esperienze: avrei potuto andare in Russia, negli Stati Uniti, in Inghilterra…
Il suo libro è un po’ ruffiano, parla bene di tutti tranne che di Zinédine Zidane, possibile?
Ho detto che in campo Zidane non mi piaceva come avversario perché era scorretto e quanto successo alla finale lo dimostra. Per il resto non sono ruffiano, ma davvero sono portato ad avere buoni rapporti con tutti.
Chi è il più forte che ha visto giocare?
Maradona extra concorso. Poi Ronaldo, Thuram, Buffon, Ferrara. Maldini e Del Piero.
L’italiano più forte di sempre?
Roberto Baggio era uno spettacolo.
Il giovane più promettente?
Mi piace Davide Santon, non solo come calciatore: ha proprio una bella testa, un bell’atteggiamento. Uno che è così a 18 anni sarà un campione.
Il miglior amico?
Direi Benny Carbone, Fabio Pecchia, Ciro Ferrara, Lilian Thuram e Gianluigi Buffon.
La maggior delusione?
Forse Antonio Cassano al Real Madrid. Lui ha qualità pazzesche e non le ha sfruttate in quella società.
Uno incompreso?
Vincenzo Montella.
Il più scorretto?
Un francese che ha vinto il mondiale nel ’98: Stéphane Guivarc’h, attaccante.
Cosa le fa saltare i nervi in campo?
Ne ho date e prese tante, mi sono scusato e ho accettato le scuse, ma una cosa che proprio non tollero è lo sputo.
Frasi sui familiari?
Se me le dicono, ricambio.
Frasi razziste?
Ci ho fatto il callo. “Napoletano di m…” è talmente frequente che non mi fa quasi più effetto. Sono fiero di essere napoletano e lo sarò sempre.
Chi è il presidente che ogni giocatore vorrebbe avere?
Direi Massimo Moratti.
Perché spende e dà un sacco di soldi a tutti?
Non solo per i soldi. È un presidente che vive molto la squadra e lo spogliatoio. A volte anche troppo.
Ha sempre difeso in qualche modo Luciano Moggi.
Era il mio dirigente e ho solo detto: aspettiamo di vedere se è colpevole, il tempo e i giudici lo stabiliranno.
Dal campo lei non si è mai accorto di niente?
Una squadra con Buffon, Cannavaro, Vieira, Trezeguet, Ibrahimovic, Nedved, Camoranesi, Del Piero ha bisogno dell’aiuto degli arbitri? Io ho giocato nel Real e anche lì c’era la sudditanza, come alla Juve. Ma la cupola che controllava tutto mi sembra una gran fesseria.
Con Ferrara ha creato una fondazione a Napoli.
Siamo due napoletani che sono usciti dalla strada e hanno avuto successo. Finanziamo e realizziamo progetti per aiutare i giovani più sfortunati. Perché Napoli non è solo rifiuti, corruzione, disoccupazione, camorra.
Lei disse che Gomorra non dava una bella immagine dell’Italia.
Io ho detto che il libro era bellissimo, che Roberto Saviano è un grande, che mi sarebbe piaciuto che il film avesse vinto l’Oscar, però mi auguravo che la Campania non diventasse come Corleone con la mafia. Questo ho detto, tutto il resto non è vero e il giornalista che scrisse una cosa inesatta mi ha chiesto scusa.
Pensa mai che lei, scugnizzo tra i vicoli, l’ha scampata bella?
Io ho vissuto nei Quartieri spagnoli. Ho respirato la realtà di Napoli: sì, sono stato fortunato e ho avuto una famiglia che mi ha seguito e insegnato valori importanti. Ma non mi sono dimenticato da dove vengo.
Lei è un sex symbol (qui il VIDEO). Come si affrontano le fan?
Con un sorriso, ma sono sposato e si tengono a distanza.
Mai un tradimento?
Eh no, non si fa.
Mai una tentazione?
Sono tutto casa e campo.
È un santo, Cannavaro? Non picchia, non insulta, mai una tentazione…
I santi stanno in Paradiso.
E i suoi colleghi tutti discoteche e veline?
A 25 anni è giusto divertirsi. Non mi piacciono ipocrisia e moralismo. Certo, dopo una sconfitta non puoi fare le 5 all’Hollywood.
Adriano ha esagerato?
Ci vuole cervello. Io non mi sognerei mai, prima di una partita, di andare con mia moglie in discoteca, bere dieci birre e poi fare l’amore tutta la notte. Dopo, forse…
Per chi tifa?
Napoli, anche se non mi vogliono.
In campo, meglio furbi od onesti?
Meglio furbi. Ma senza barare. Furbo nel senso di capire prima quello che sta succedendo. In questo i vicoli di Napoli mi hanno insegnato molto.
Le simulazioni?
Mi danno fastidio.
Il simulatore piu grande?
Detto che e un maestro di tante altre cose, un calciatore bravissimo e una persona stupenda, penso che Pippo Inzaghi sia il piu bravo.
E nella vita? Meglio furbi od onesti?
Meglio onesti. Se no che cosa insegni ai tuoi figli?
La Nazionale di tutti i tempi.
Buffon in porta, Facchetti e Zambrotta sulle fasce. Io e Scirea centrali. A centrocampo Pirlo, Gattuso, Bruno Conti a sinistra e Angelo Domenghini a destra. Roberto Baggio e Gigi Riva in attacco.
La politica le interessa?
Mi interessa e la seguo. Mi da fastidio che l’opposizione di turno non segua il governo nelle cose che si fanno per la crescita e il bene dell’Italia.
Centrodestra o centrosinistra?
Centro.
Passioni: cibo?
Pizza, mozzarella. E in Spagna ho imparato a fare la carne alla brace.
Alcol?
Zero, nemmeno la birra.
Mai fatta una canna?
Da ragazzo si, ma non mi diceva granche.
Sesso?
Il sesso e una cosa importante.
Prima di una partita?
Io no.
L’astinenza pesa?
Quando sei in ritiro, pesa tanto.
Mai scappato da un ritiro per andare a fare l’amore?
No.
Ha mai fatto male a qualcuno deliberatamente?
No, pero ho fatto molto male involontariamente a Valon Berhami e Gaby Mudingay della Lazio. Mi e dispiaciuto molto, perche io, dentro, so’ bbuono.
I VIDEO di YouTube su Fabio Cannavaro:
Germania 2006, Cannavaro alza la Coppa del Mondo
Il Pallone d’oro consegnato da Monica Bellucci a Fabio Cannavaro.
Fabio Cannavaro il più Sexy Del Mondo
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Quando firma un autografo prima scrive “Dio è grande” e poi Kakà: giusto per chiarire per chi tifa e a chi sta sotto in linea diretta. È evangelico Ricardo Izecson dos Santos Leite (qui la scheda sul sito del Milan), è cioè un ultrà del Cristianesimo, uno da curva sud della Bibbia: Cristo al centro, no alla Chiesa istituzione, verginità prematrimoniale, niente alcol, mai una canna, neanche per sbaglio, molta beneficenza e il comandamento interiore di allenarsi alla bontà più che al dribbling.
È pure in debito con il Padreterno, Kakà, per quella volta che lo ha salvato da una brutta caduta in piscina; e per quei gol così belli, improbabili e perfetti da sospettare lo zampino divino. Ci sta la pubblicità gratis. Senza contare che il ventottenne trequartista del Milan si è ritrovato con una faccia d’angelo e natali brasiliani, ma non in una favela: famiglia bene i Leite, padre ex manager, madre insegnante.
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Le magie di Kakà
I dieci migliori gol di Kakà
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Kakà e l’affaire Manchester City
I tifosi assediano la finestra di Kakà: “Non ci lasciare”
Bello e buono, sempre. Mai stufo?
Non è che davanti alle telecamere sono in un modo e nella realtà in un altro. Non mento.
Però una volta ammise che in campo qualche bestemmia le è scappata…
Per noi brasiliani non esiste la bestemmia. Proprio non la conosciamo. Ho ammesso di dire “cazzo”, “merda”, parole che scappano quando si è sotto pressione, per noi quello è bestemmiare.
E come la mette con i suoi colleghi, serial killer verbali del Padreterno?
“Cosa c’entra Dio? Cerca un’altra parola!” dico loro. Mi limito a questo rimprovero.
A se stesso cosa rimprovera, invece?
Di essere impaziente, di non saper stare tranquillo. Anche a casa devo trovarmi qualcosa da fare.
Non è che ha creato una mistica intorno al mancato incidente mortale?
È successo nel 2000, una brutta botta al collo, la morte sfiorata. Io credo che Dio mi abbia aiutato, ma è solo una delle tante esperienze che ho avuto con lui da quando sono nato.
Si sente protetto?
No, benedetto.
Si è sposato il 23 dicembre, data simbolica, da presepe.
Erano gli unici giorni liberi che avevamo mia moglie e io, intorno a Natale.
E siete arrivati entrambi illibati.
C’era chi mi prendeva in giro, chi compiangeva la mia castità: “Oh, poverino!”. E battute da spogliatoio. Arrivare vergini al matrimonio per noi era importante, il celibato è un valore di Dio.
Soddisfatti o rimborsati? Ne è valsa la pena, per dirla in soldoni?
Sicuramente. Oggi ho una moglie e un figlio meravigliosi. Una benedizione di Dio. Non mi sono mai pentito.
E adesso come la mette con i rapporti? Secondo i sacri testi dovrebbero essere solo procreativi, più che ricreativi…
No, va bene.
Va bene come? Metodi anticoncezionali?
Controlliamo.
Tentazioni?
Mi piace mia moglie.
E la signora Kakà non si irrita per la scritta “I belong to Jesus”, “Appartengo a Gesù”, stampata sulla maglietta e mostrata a ogni gol?
Condivide. Forse dovrei correggere la scritta: “We belong to Jesus”, tutti e tre, Caroline, Luca e io.
Marcello Lippi ha detto che non ci sono gay nel mondo del calcio.
Mai trovati.
Oltre alle donne, piace anche agli uomini. Si sente un’icona?
Non lo so. Non mi interessa essere un sex symbol, non cerco nulla di ciò. Mi interessano i valori familiari, sono quelli che voglio comunicare.
Casa, chiesa e bottega Milan. Ciclicamente girano voci che sia in trattativa con altre squadre. La religione ha pesato nel no al Manchester City, il cui proprietario è un musulmano?
No, per nulla.
Da uno a dieci, quanto contano i soldi nella sua vita?
Sono importanti, ma non è il mio primo valore.
Sarebbe disposto ad autoridursi l’ingaggio, come ha proposto Gennaro Gattuso?
Dipende. È da valutare.
Sembra un no. È suo padre, che le fa da procuratore, a decidere?
Per fortuna non è un dittatore. Non mi dice “fa’ questo o fa’ quello”. Discutiamo.
Non crede che fra supercontratti, sponsor e diritti tv, il sistema calcio sia drogato?
Si parla sempre di quello che non funziona e mai della parte buona, che invece c’è. E che io tento di comunicare.
Mai un’espulsione, pochi cartellini gialli: dà il buon esempio, insomma.
Ci provo.
Paolo Maldini lascia la fascia di capitano: la vorrebbe?
Un giorno, magari.
Sempre perbene.
È che ci sono altri prima di me.
I leader dello spogliatoio?
Gattuso, Nesta, Ronaldinho. E anch’io.
Il più bello della squadra: lei?
Adesso c’è anche David Beckham.
Il più dotato: una volta si è lasciato scappare che è Clarence Seedorf…
Gli sto facendo pubblicità: mi dà dei soldi.
I più donnaioli?
Ronaldinho, Borriello, Flamini.
I più pronti a fare casino?
Gattuso, Nesta, Pato, Inzaghi.
Pelè o Diego Armando Maradona?
Pelè.
Doccia o bagno?
Doccia.
Bionde o brune?
Guardi chi ho scelto. Brune, brune.
Suv o Cinquecento?
La Q7 della Audi: è uno sponsor.
È vero che fa pubblicità solo a marchi “puliti”?
Non potrei mai fare da testimonial a sigarette o bevande alcoliche.
Un integralista dello spot: dicono che abbia accettato i Ringo perché erano metà bianchi, metà neri.
Mi piaceva quel messaggio.

George W. Bush o Barack Obama?
Sono contento che ci sia un nero alla presidenza. Un’altra barriera abbattuta.
Lo sa che è talmente politically correct da spezzare le gambe a un intervistatore?
Gliel’ho detto, non fingo.
Ci riprovo: perché ha vinto sempre l’Inter dopo Calciopoli?
Non è vero, noi abbiamo portato a casa la Coppa dei campioni.
E degli arbitri cosa dice, è cambiato qualcosa da quando c’è Pierluigi Collina al vertice?
Di solito non parlo mai degli arbitri, in pochi secondi devono valutare un’azione che noi rivediamo alla moviola cinque o sei volte. Non è semplice.
Insomma, è meglio o peggio adesso?
Gli arbitri stanno migliorando, ma la preparazione è fondamentale, si può fare di più.
Quanto ha pesato Leonardo nella sua carriera?
Tantissimo. È stato sei mesi in Brasile e quando è tornato ha fatto il mio nome ai dirigenti del Milan, ha spiegato loro chi ero e come giocavo. Era il 2002, ero un ragazzino, mi conoscevano in pochi.
E ora se lo ritrova allenatore…
È un carissimo amico, per me questo conta.
Il suo maestro calcistico?
Raì, centrocampista, brasiliano. Era più lento di me, ma più tecnico. L’ho sempre considerato il mio modello.
Se le dico Ancona-Milan, anno 2003, cosa mi risponde?
La mia prima partita con la maglia rossonera. E da titolare. Mi ritrovavo in campo con alcuni dei miei miti.
E poche settimane dopo il derby.
Gol di testa su cross di Gattuso. La mia prima rete milanista. Da raccontare ai nipoti.
Il gol più bello, invece?
Alla semifinale della Champions, aprile 2007, contro il Manchester in Inghilterra: lancio di Dida e colpo mio di testa.
E dire che da ragazzino era partito con un handicap di costituzione.
Fino a 15 anni sono stato sempre il più piccolo. A scuola, a calcio. Il più basso. In una parola: uno sfigato. Ero in ritardo nella calcificazione delle ossa. Loro, allenatori e presidenti, non hanno tempo per aspettarti.
E allora?
Giocavo nel San Paolo. Per fortuna qualcuno ha detto: “È un talento, non perdiamolo”. Così mi hanno portato da uno specialista: facevo una cura a base di creatina e aminoacidi, ogni tre-quattro mesi. A poco a poco le ossa si sono messe a posto e intanto io avevo potenziato la massa muscolare. Anche stavolta mi ha aiutato Dio.
Niente libero arbitrio, si direbbe a sentirla parlare.
Penso che Dio abbia previsto una strada per ognuno di noi, ma questo non ci esime dallo scegliere, dal prendere le nostre responsabilità. Io cerco di stare vicino a lui il più possibile. Prego parecchie ore al giorno, quando cammino, quando faccio la doccia, guido. Ogni volta che posso.
È per pietas che ha difeso Adriano?
Non condivido le sue scelte, ma le rispetto. Non giudico. So capire quello che sta attraversando.
Che cosa le manca in bacheca?
Il secondo pallone d’oro, il secondo Mondiale, la seconda Champion. Il bis di tutto.
Nel 2000 le chiesero di scrivere i suoi dieci desiderata: erano tutti calcistici. Oggi?
Cento gol con la maglia del Milan, giocare bene nella nazionale brasiliana ai Mondiali, e alla Confederation cup in Sud Africa a giugno. E trasmettere valori sani a mio figlio.
Ha la bacchetta magica: cosa fa?
Elimino la fame nel mondo: se hai la pancia vuota, non ragioni.
E per il calcio?
Tolgo la violenza dagli stadi
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Qual è la miglior vittoria per il tifoso incallito? Ovvio: su gol a tempo scaduto, e magari un po’ rubacchiata. Tanto più se si parla di una Roma che è tornata la “Rometta” dei tempi grami e di fronte ha il Catania, rivale storico. Ebbene, sabato 16 maggio al gol di Cristian Panucci segnato appunto al penultimo minuto di recupero gli spalti dell’Olimpico hanno pensato bene di festeggiare il 4 a 3 e il possibile accesso all’Europa league al grido di “Rosella Sensi devi andare via” rivolto al presidente; e “solo la maglia, tifiamo solo la maglia”, alternato con “quando ve pare, giocate quando ve pare”, indirizzato ai giocatori. Conclusione: Francesco Totti e compagni a capo chino verso gli spogliatoi, mentre Rosella Sensi scoppiava in lacrime, da sola, in tribuna d’onore.
Frutti avvelenati di un calcio mai balordo come ora, nel quale più che di scudetti e vittorie si parla di debiti, fallimenti, dinastie imprenditoriali rovinate. Certo, l’Italia ha avuto Calciopoli, ma stavolta il problema è europeo, anzi planetario. Basta pensare che il 27 maggio proprio l’Olimpico ospiterà la finale di Champions tra Manchester United e Barcellona, dominatrici di una Premier league e di una Liga oberate ciascuna da 3,5 miliardi di debiti. Quanto a noi ospitanti, ci salviamo solo perché, in base alla legge sul calcio, è sufficiente che le squadre ripianino le perdite dell’ultima gestione. Che a fine campionato comunque saranno, secondo stime, per la sola serie A pari a 300 milioni. Per metà a carico dell’Inter neoscudettata di Massimo Moratti e José Mourinho.
Chi invece guarda ai debiti sono banche, sponsor e azionisti. È per questo che l’Unicredit ha imposto alla Roma il rientro da almeno 365 milioni di prestiti concessi quando a capo del club giallorosso c’era Franco Sensi, fondatore dell’Italpetroli, azienda che spaziava dai depositi di Civitavecchia al Corriere Adriatico, dall’hotel Cicerone a terreni edificabili sparsi un po’ ovunque intorno alla capitale. Allora la banca di riferimento era la Capitalia e il banchiere di riferimento Cesare Geronzi. Assorbita la Capitalia nell’Unicredit, salito Geronzi nelle stanze della Mediobanca, scomparso Franco, esplosa la crisi finanziaria globale, l’impero dei Sensi è crollato come un castello di carte. Rosella ha presentato un bilancio 2008 con un utile corrente di 19 milioni, ma a fine dicembre non è riuscita a versare la prima rata da 130 milioni del piano di rientro imposto dall’Unicredit.
Ha tempo fino al 31 luglio, nel frattempo intorno alla società più che lupe capitoline e aquile laziali si aggirano altri predatori. Su tutti la cordata svizzero-tedesca composta dal finanziere Volker Flick e dal procuratore Vinicio Fioranelli, ai quali potrebbe affiancarsi l’ex presidente del Grasshoppers Romano Spadaro. Ma si è fatto vivo, con un annuncio, anche l’industriale farmaceutico Silvano Angelini. Mentre un anno fa il mese di aprile era stato dominato dalle voci di scalata nientemeno che di George Soros, che sarebbe stato rappresentato dall’avvocato italoamericano Joe Tacopina; subito dopo è stata la volta di fondi arabi.
La Roma (con Juventus e Lazio) è uno dei tre club di calcio quotati in borsa, e non si tratta precisamente di una blue chip. Inutile dire che a ogni fiato, prontamente amplificato dal circuito di radio locali controllate dai circoli giallorossi, il titolo è schizzato, anche del 25 per cento in un giorno. Ora la Consob si è decisa a indagare. Anche se il vero interessato alle sorti della Roma pare il gruppo Caltagirone. Edoardo, nipote di Francesco Gaetano, vorrebbe costruire il nuovo stadio, alla Magliana, tra la Fiera e l’autostrada per Fiumicino. E ovviamente fanno gola anche i terreni.
Ma in fondo il popolo giallorosso a queste traversie è abituato. È guardando più su, ai quartieri alti del campionato, che si scorgono crepe che non ti aspetti. Prendiamo l’Inter, fresca del quarto scudetto consecutivo. Massimo Moratti ha appena ripianato due terzi delle perdite nerazzurre con i 100 milioni del dividendo annuale della Saras, l’azienda di raffinazione di famiglia. Suo fratello Gian Marco, che ha diritto agli altri 100 milioni di cedole, non sembra però più disposto al sacrificio. Dunque si parla di una famiglia Moratti che discute intorno all’ipotesi di affidare a una banca d’affari la ricerca di un part-
ner straniero di minoranza. Anche perché, se quest’anno le perdite dell’Inter sono state di 148,3 milioni, nel 2007 furono di oltre 200, mentre il futuro sembra affidato a un piazzamento nella Champions league, che prevede un meccanismo di bonus decrescente da 40 milioni di euro (per la vittoria) in giù. E l’Inter nell’ultima edizione (i cui proventi influiranno sui bilanci 2009) non è andata oltre gli ottavi.

Stessi problemi, anche se su scala ridotta, li ha il Milan. Silvio Berlusconi ha appena ripianato di tasca propria un passivo di 66,8 milioni e ora, oltre a rinnovare di sana pianta squadra e allenatore, è alla ricerca di un socio. Anche in questo caso pare siano decisive le pressioni dei figli Marina e Pier Silvio, non entusiasti che la famiglia o la Fininvest debbano continuare a spalancare i portafogli. Dunque, possibile arrivo di un partner arabo: si parla dell’Abu Dhabi United Group, che investirebbe 500 milioni per il 35 per cento del Milan, con la mediazione della Bnp Paribas.
Ai soldi si deve anche lo psicodramma in casa Juve che ha portato all’esonero di Claudio Ranieri a due giornate dal termine, un fatto inaudito nella tradizione sabauda. La realtà è che la stessa “triadina” bianconera composta da Jean-Claude Blanc, Giovanni Cobolli Gigli e Alessio Secco, che rende conto non alla Fiat (l’interesse di Sergio Marchionne per la Juve è pari a zero) ma alla Exor, la finanziaria degli eredi Agnelli, ha la necessità di non mancare il terzo posto in campionato, che vale l’accesso diretto, senza preliminari, alla Champions. Arrivare quarti, infatti, comporterebbe tra ferie dimezzate, contratti anticipati, ingaggi congelati e amichevoli saltate, la perdita di almeno 15 milioni, che il bilancio, già in rosso di 20,8, non potrebbe sopportare. E la Juventus, a differenza di Inter e Milan, non ha più un padre padrone disposto a staccare assegni.
Panorama di macerie per il “campionato più bello del mondo”. Macerie almeno finanziarie, con il calcio sempre più ci si rovina. La più recente tra le vittime illustri è Giuseppe Gazzoni Frascara, ex proprietario del Bologna e dell’Idrolitina, finito sotto processo per bancarotta. Gazzoni ci ha rimesso l’azienda e la tranquillità familiare, ma dopo di lui il Bologna, se pure affidato a mani capaci, ha continuato a navigare in acque incerte: Alfredo Cazzola, imprenditore e patron del Motor show, oggi candidato sindaco per il centrodestra, ha capito subito l’antifona. Passato a Francesca Menarini, erede di una famiglia di costruttori, il Bologna lotta tuttora per non retrocedere in serie B.
Il pallone rischia di rivelarsi fatale pure a chi combatte per la promozione. La Pro Patria di Busto Arsizio, tra i più antichi club italiani (fondata nel 1881), è in corsa per il passaggio dalla Lega Pro (ex serie C) alla B. E proprio sul finire di un campionato, condotto quasi sempre in testa, la Finanza ha arrestato il suo presidente Giuseppe Zoppo accusato di bancarotta fraudolenta. Nel 2008 il fallimento ha eliminato dal panorama del calcio anche il Messina dell’armatore Pietro Franza, protagonista di alcune stagioni in serie A. Quattro anni prima toccò all’Ancona di Ermanno Pieroni, ex arbitro e poi segretario dell’industriale Francesco Merloni. Ora le disavventure giudiziarie coinvolgono l’immobiliarista Giovanni Lombardi Stronati, proprietario del Siena, ma anche del teatro romano Ambra Jovinelli, di due elicotteri, quattro barche, una Bentley e una villa in Costa Smeralda.
Insomma, ai ricchi e famosi chi glielo fa fare? Appena rilevata la Fiorentina dal crac di Vittorio Cecchi Gori, Diego Della Valle, abituato agli uffici ovattati della Confindustria e della Mediobanca, raccontò a un amico: “Le riunioni di Lega sembrano il mercato del pesce. Tutti gridano, volano parolacce e si parla solo di soldi”.
A Della Valle in fondo con i viola non è andata male (anche se resta memorabile il suo commento “Mio fratello mi ha ricordato che siamo interisti”), almeno a paragone del suo collega Urbano Cairo, ex Fininvest e oggi a capo di un ricco gruppo editoriale. Per il Torino Cairo si è svenato, con soddisfazioni pari a zero, e sempre in bilico per non retrocedere.
Forse chi aveva capito tutto è l’ex proprietario e industriale farmaceutico del Pisa, Maurizio Mian. Alla presidenza onoraria della squadra aveva piazzato il proprio cane, Gunther. Salvo poi vendere tutto e ritirarsi a Miami.