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Pochi gruppi, tempi brevi. Napolitano dà il via alle consultazioni

Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano | Ansa
E adesso che hanno preso forma anche i gruppi parlamentari, da martedì 6, a partire dalle 16, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano inizierà le consultazioni per la formazione del nuovo governo. Lo riferisce una nota del Quirinale. Si comincia, come da prassi, con il presidente del Senato, Renato Schifani, e il presidente della Camera, Gianfranco Fini; seguiranno i rappresentanti dei gruppi parlamentari. Fino al pomeriggio di mercoledì 7 maggio, quando le consultazioni si concluderanno con i presidenti emeriti della Repubblica.
E nel pomeriggio di venerdì 9 maggio, secondo fonti qualificate, il nuovo governo potrebbe anche giurare davanti al capo dello Stato. È prevedibile, infatti, che Napolitano dia l’incarico a Silvio Berlusconi già la sera di mercoledì. Il premier incaricato avrà quindi ulteriori 48 ore per mettere a punto la sua squadra, presentandosi al Quirinale per sciogliere la riserva. Una volta sciolta, è previsto che il neopremier con i suoi ministri torni al Colle, per giurare e dunque avviare il governo della XVI legislatura.
Tornando al Parlamento, va registrato che saranno sei, a meno di deroghe che però non appaiono probabili, i gruppi parlamentari alla Camera dei deputati nella XVI legislatura: meno della metà del record di quattordici nella legislatura precedente.
A far la parte del leone, ovviamente, il gruppo del Pdl: avrà 275 deputati (presieduto dal ticket Fabrizio Cicchitto e Italo Bocchino), seguito da quello Pd che ne avrà 217. Il gruppo dei democrats di Veltroni (con Soro riconfermato alla guida) avrebbe potuto toccare quota 246 se i 29 deputati dell’Italia dei valori avessero deciso di non costituire un proprio gruppo. Il terzo gruppo alla Camera è quello della Lega con 60 deputati, seguito dai 35 dell’Udc e, appunto, dai 29 di Idv. Chiude la classifica il gruppo Misto, cui aderiscono i deputati dell’Mpa e delle Minoranze linguistiche.
Anche a Palazzo Madama è andato in scena il taglio dei gruppi parlamentari: sono quasi dimezzati, sei rispetto agli 11 della precedente legislatura: il “ciclone” elettorale del 13 aprile ha di fatto cancellato dalla geografia parlamentare i gruppi dei Verdi - Pdci, Prc, Sinistra democratica e Udc (mentre An è confluita nel Pdl con Forza Italia). Ora in Senato il gruppo più consistente è quello del Pdl con 147 senatori (guidato da Maurizio Gasparri, con Gaetano Quagliariello vice); Pd, con 118 senatori, capogruppo Anna Finocchiaro; Lega Nord, 25 con capogruppo Federico Bricolo; Idv, 14 con capogruppo Felice Belisario; a questi vanno aggiunti il Gruppo delle Autonomie e il gruppo Misto. Questi ultimi due gruppi sono ancora in via di definizione e non hanno ancora designato il proprio presidente.
Il gruppo delle Autonomie, peraltro, potrebbe anche non formarsi perché sulla carta ha 9 senatori rispetto ai 10 necessari per la sua formazione. Hanno dato l’assenso al gruppo delle Autonomie: i tre senatori dell’Udc Antonello Antinoro, Salvatore Cuffaro e Giampiero D’Elia; i quattro senatori altoatesini Manfred Pinzger, Helga Thaler, Oskar Peterlini e Claudio Molinari, il valdostano Antonio Fosson e il senatore a vita Emilio Colombo. Il decimo potrebbe essere il senatore a vita Giulio Andreotti che dovrebbe sciogliere la riserva in serata.
Per quanto riguarda il gruppo Misto, presente in tutte le legislature perche’ raggruppa quei senatori che non hanno aderito ad altri gruppi, i componenti dovrebbero essere otto: Giovanni Pistorio e Vincenzo Oliva della lista Movimento per l’Autonomia che è federato con il Pdl, la senatrice Mirella Giaia del Movimento Italiani nel Mondo (collegato al Pdl), eletta in Sudamerica e i senatori a vita Carlo Azeglio Ciampi, Oscar Luigi Scalfaro, Francesco Cossiga, Rita Levi Montalcini e Sergio Pininfarina. Il gruppo Misto torna ad essere, come è prassi, il gruppo più piccolo mentre nella precedente legislatura era salito da 23 a 31 senatori, diventando il quarto gruppo grazie all’aumento di senatori dissidenti della maggioranza che erano usciti dal gruppo dell’Ulivo quando era nato il Pd.

Il VIDEO servizio:

La nuova squadra di governo: Berlusconi stringe, An punta piedi su welfare

[i]19 Novembre 2007[/i] - Conferenza stampa di Silvio Berlusconi per presentare la sua nuova formazione politica.<br /> [i](©Photo by Massimo Di Vita)[/i]
E dopo la conquista, con margine amplissimo, della fiducia degli italiani il 13 aprile, dopo la vittoria di Gianni Alemanno sul “modello romano” di Walter Veltroni e Francesco Rutelli del 27, inizia la settimana decisiva per la formazione del nuovo governo. Silvio Berlusconi ha trascorso a Milano l’ennesima giornata di lavoro alle prese con una laboriosa definizione della lista dei ministri. E la ferma presa di posizione di Alleanza Nazionale sull’incarico alla guida del Welfare: dicastero che anche oggi il sindaco di Roma Gianni Alemanno ha rivendicato con forza per il suo partito.
Il Cavaliere va avanti con cautela, non commenta la partita in corso per la definizione dell’Esecutivo. E, alle insistenze dei cronisti che lo intercettano allo Stadio di San Siro al termine del derby Milan-Inter, risponde con una battuta: “Non mischiamo il sacro con il profano”, replica sorridendo, dopo aver risposto ad un fuoco di fila di domande sulla vittoria dei rossoneri. Entro mercoledì il premier in pectore potrebbe ricevere l’incarico dal Capo dello Stato e, al più tardi, sabato 10 maggio, dovrebbe giurare insieme ai suoi ministri nel Salone delle Feste del Quirinale. Anche se sulla composizione della squadra, rimane ancora qualche incognita: se non tutto, molto ruota intorno alla figura del titolare del ministero del Welfare: ormai, dopo aver sancito l’accordo con la Lega Nord, si tratta di una partita tutta interna al Pdl, tra Forza Italia e Via della Scrofa.
Un nodo ancora aperto che potrebbe portare, nel caso dovesse proseguire la situazione di stallo, ad uno spacchettamento che interesserebbe il Lavoro, la solidarietà sociale e la salute. Per il ministero di Via Arenula (quello della Giustizia) restano alte le quotazioni di Angelino Alfano (coordinatore di Forza Italia per la Sicilia) e quelle di Elio Vito, mentre perdono terreno quelle di Marcello Pera: il nome dell’ex presidente del Senato, però, non è definitivamente uscito di scena. Scendono decisamente quelle di Claudio Scajola, interessato più a ricoprire il ruolo di ministro delle Attività produttive (ribattezzato da Prodi dello Sviluppo economico): seppure circondato da viceministri “pesanti”.
La questione verrà risolta nelle riunioni previste nelle prossime ore anche a Palazzo Grazioli, quando Berlusconi tornerà a Roma. Lunedì 5, in agenda, sono previste le assemblee dei gruppi parlamentari del Pdl alla Camera e al Senato e non si esclude che il Cavaliere possa essere presente per un saluto, e magari diffondere in quella occasione qualche dettaglio sulle sue decisioni.
Quello che però al momento è certo è che An non molla, anzi punta i piedi, nonostante si parli con insistenza, in ambienti parlamentari azzurri, di un incarico affidato a Maurizio Sacconi. Il neo sindaco di Roma, Gianni Alemanno, a Domenica In, è esplicito: il partito di Gianfranco Fini “non è disponibile a rinunciare al Welfare” perché, aggiunge il nuovo inquilino del Campidoglio, “abbiamo bisogno di un Governo equilibrato con una presenza di uomini di An”. E sempre Alemanno candida l’ex sottosegretario agli interni Alfredo Mantovano: “Di lui” spiega “ho una grande stima, è una ottima persona”. Intervento che però mette in imbarazzo Alleanza Nazionale: da tempo infatti il partito indica pubblicamente che è Andrea Ronchi il suo candidato.
Passa qualche ora e arriva la precisazione: “Non ho avanzato alcuna candidatura al Welfare. Non sta a me” sottolinea Alemanno “entrare nel totoministri. È compito del presidente Berlusconi definire la squadra di governo da presentare al Capo dello Stato. Per quanto riguarda il Welfare, la candidatura espressa da Alleanza Nazionale è quella del portavoce Andrea Ronchi”.

Non ha nulla a che fare con la composizione del governo, invece, il duro attacco del Ministro degli Esteri uscente, Massimo D’Alema, al Pdl: “La destra” afferma nel corso di Mezz’ora su Rai tre “ha un’idea padronale delle istituzioni, è la sua cultura. Questo istinto c’è, spero che siano in grado di dominarlo. Anche perché c’è bisogno di alcune grandi riforme”.
Immediata la replica piccata del capogruppo Pdl in pectore a Montecitorio, Fabrizio Cicchitto: “Alla luce di ciò che ha fatto il centrosinistra nel 2006, per ciò che riguarda le varie cariche dello stato, di tutto D’Alema può parlare tranne che di un centrodestra che “ha un’idea padronale delle istituzioni”. Per quanto riguarda la politica estera” conclude Cicchitto “ci sarà tempo e modo di sviluppare un serio e serrato dibattito sul tema”.

L’ex sindacalista Panzeri: E ora dico io qualcosa di leghista

Antonio Panzeri, europarlamentare Pd, ex leader della Cgil di Milano

di Paola Sacchi

La sinistra è accusata di atteggiarsi come se avesse sempre la verità in tasca. Perde anche per questo?
Non bisogna mai avere atteggiamenti presuntuosi. A Roma, la vicenda sicurezza ha pesato, eccome. Ci sono stati alcuni errori. Ma soprattutto non c’è stato ricambio della classe dirigente. In Campidoglio si è passati da Rutelli a Veltroni, poi di nuovo Rutelli… Si è data l’impressione di una gestione poco aperta, molto privata.
Candidature tutte in famiglia?
Sì, questa gestione non è stata molto apprezzata. C’è una differenza tra il voto che prende Nicola Zingaretti come presidente della provincia e quello di Rutelli. Roma avrebbe apprezzato una discontinuità, un volto nuovo come Zingaretti.
La demonizzazione della Lega, poi, non ha giovato.
Non amo né la demonizzazione né la scimmiottatura della Lega.
Quindi niente Pd del Nord?
Proposto in quel modo sembrava appunto una scimmiottatura della Lega. Noi siamo un partito con un’identità nazionale. Tuttavia il voto ci suggerisce che senza radicamento non si va da nessuna parte e poi c’è un problema di innovazione dei contenuti.
Quale?
Dobbiamo declinare meglio il problema dell’immigrazione. E comprendere che ormai è fonte di possibile concorrenza sul mercato del lavoro, perché non è più del tutto vero che gli immigrati prendono solo i posti che gli italiani non vogliono.
Sta dicendo una cosa coraggiosa, quasi leghista.
C’è una paura derivante da un intaccamento dell’identità territoriale. E questo si lega alla sicurezza. Mi è capitato in campagna elettorale di sentire persone che mi dicevano: “Scusi Panzeri, ma mi sono venuti due volte a rubare a casa. Che facciamo?”. E ho notato le mie mani nude nel fornire risposte.
Veltroni è ora un’anatra zoppa?
Alla sua leadership non ci sono alternative. Ma ora bisogna costruire un partito tutt’altro che leggero.

Squadra di governo, welfare e giustizia sono i nodi da sciogliere

Silvio Berlusconi alla Camera | Ansa
“Stiamo lavorando a 360 gradi per mettere in campo la migliore squadra possibile”. Pera alla Giustizia? “Ora non facciamo nomi”. Silvio Berlusconi, prima di lasciare Roma alla volta di Milano, resta prudente sulla composizione del governo. Accerchiato da una piccola folla che lo acclama sotto Palazzo Grazioli, il Cavaliere evita comunicazioni solenni e non scopre le carte sulle ultime soluzioni alle quali sta pensando per completare il puzzle delle caselle mancanti.
Il premier in pectore è abbottonato anche sul futuro di Marcello Pera, con cui stamane ha avuto un colloquio di oltre un’ora. In molti, nel Pdl, vedono l’ex Presidente del Senato in pole position nella corsa verso Via Arenula, ma oggi non è la giornata degli annunci, ma della riflessione. Così ai cronisti che lo incalzano, Berlusconi replica sorridente con una battuta: “Lavorate anche il Primo Maggio… ma oggi fate vacanza anche voi!”. Come dire, non siate impazienti e lasciatemi lavorare sui nodi ancora aperti.
Due in particolare: Giustizia e Welfare, che evidentemente rendono incerte altre posizioni. Se l’ipotesi che Pera vada alla Giustizia dovesse concretizarsi, significherebbe che Elio Vito, anche lui in corsa per questo dicastero, dovrebbe trovare una nuova collocazione. Irrisolto anche il braccio di ferro Fi-An sul Welfare. A via della Scrofa non vogliono cedere e chiedono che lo schema ‘tre più unò (3 ministeri con portafoglio e uno senza) venga rispettato, indicando Andrea Ronchi per il ministero che doveva essere di Gianni Alemanno. Il Welfare potrebbe essere spacchettato, come estrema ratio, in Lavoro e Solidarietà sociale, ma è solo un’ipotesi. Insomma, per usare le parole di Berlusconi “si lavora a 360 gradi” e guai a fare nomi.
Tuttavia, il tempo stringe. Le consultazioni al Quirinale dovrebbero cominciare martedì pomeriggio, 6 maggio. L’incarico potrebbe arrivare già il 7. Da quel momento, starà a Berlusconi decidere quando tornare sul Colle con la lista dei ministri: lo stesso giorno, l’8 o il 9. Un traguardo, comunque, Berlusconi l’ha fissato: il giuramento entro sabato 10 maggio.

Camera, Fini presidente: “Onorare i valori del 25 aprile e del 1 maggio”

Il neo eletto presidente della Camera dei Deputati Gianfranco Fini durante il suo primo intervento nell'aula di Montecitorio | Ansa
Gianfranco Fini è il nuovo presidente della Camera. Il leader di An ha ottenuto la maggioranza assoluta con 335 voti. Alla votazione hanno partecipato 611 deputati. La maggioranza richiesta era di 306 voti. Oltre ai 335 voti di Fini, sette consensi sono andati a Daniele Marantelli del Pd. Tre i voti dispersi, 259 le schede bianche (era annunciata l’astensione di gran parte della minoanza: Pd, Idv e Udc), sette le nulle. Un applauso scrosciante dell’aula di Montecitorio ha salutato il raggiungimento del quorum, che portava Fini a diventare il tredicesimo presidente della Camera dei deputati, dal 1948. Da Giovanni Gronchi a Fausto Bertinotti, sono stati infatti dodici i suoi predecessori nelle nelle passate quindici legislature. Ben cinque di loro sono poi diventati presidenti della Repubblica (Gronchi, Leone, Pertini, Scalfaro e Napolitano).
Dopo un “doveroso omaggio” alle figure del capo dello Stato e di Papa Benedetto XVI, seguito da un richiamo alle radici cristiane dell’Italia, Fini nel suo primo discorso dallo scranno più alto di Montecitorio ha invitato la nuova Assemblea a dimostrare che “i deputati non sono solo una casta di privilegiati. Questo e’ possibile solo con i fatti”. Facendo suo l’auspicio del presidente del Senato Renato Schifani, Fini ha aggiunto che “non siamo all’anno zero” delle riforme, molto è stato fatto ma “la XVI legislatura dovrà essere per davvero legislatura costituente”.
“Avere istituzioni più moderne e più vicine ai cittadini è interesse di tutti, rappresenta un autentico interesse nazionale”, ha detto Fini, augurando che si possa ripartire dal lavoro degli ultimi mesi della Commissione Affari Costituzionali, sul superamento del bicameralismo perfetto e per avere un “federalismo solidale”.
Completo grigio chiaro e cravatta rosa, su camicia bianca, Fini ha preso la parola, per il suo discorso di insediamento, tra i palchi della presidenza:il 25 aprile e il 1 maggio, ha detto, “devono essere giornate condivise da tutto il popolo italiano”. “Celebrare la ritrovata libertà del nostro popolo e la centralità del lavoro nell’economia è un dovere a cui nessuno si può sottrarre. Specie se vogliamo vivere il 25 aprile e l’1 maggio come giornate in cui si onorano valori autenticamente condivisi e avvertiti come vivi e vitali da tutti gli italiani e in particolare dai più giovani”.
Secondo Fini “negli ultimi anni molti passi avanti nella giusta direzione sono stati compiuti, e dalla quasi totalità delle forze politiche. Coloro che si ostinano a erigere steccati di odio o a negare le infamie dei totalitarismi sono pochi, quanto isolati nella coscienza civile degli italiani”. Fini ha poi sottolineato: “La ricostruzione di una memoria condivisa, una sincera pacificazione nazionale, nel rispetti della verità storica, tra vincitori e vinti di ieri sono traguardi ormai raggiunti, anche per il nobile e coraggioso impegno di due Presidenti della Repubblica: Francesco Cossiga e Carlo Azeglio Ciampi”.
“Un’insidia alla nostra libertà e alla democrazia esiste tutt’ora. Non viene dalle ideologie antidemocratiche del secolo scorso ormai superate, ma dal diffuso e crescente relativismo culturale”. Si tratta, prosegue Fini, della convinzione secondo cui “la libertà è assoluta pienezza di diritti e totale assenza di regole. La Libertà è minacciata quando in suo nome si teorizza l’impossibilità di definire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato”. Secondo Fini, è responsabilità della politica e delle istituzioni rispondere a questa “minaccia”, puntando “sull’educazione dei giovani e sulla diffusione del sapere”. Infine un capitolo dedicato alla “perdurante tragedia delle cosiddette morti bianche offende la coscienza di ognuno, non può e non deve essere considerata come ineluttabile, ma deve generare uno sforzo comune a tutte le istituzioni perché ad essa si ponga rapidamente fine”.

Un discorso lungo 14 minuti, che ha mandato “in soffitta” l’appellativo “deputati” usato da Fausto Bertinotti e da Irene Pivetti per tornare al tradizionale “Onorevoli colleghi”. Fini ha un testo, cosa inusuale per lui, normalmente abituato a parlare a braccio, e ha incassato diciassette applausi. Il primo ad andare a congratularsi è il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini; il predecessore lo raggiunge sulle scalette del banco della presidenza e gli porge la mano, che Fini stringe. Tutto lì: nessun abbraccio e nessuna frase di circostanza. Quindi l’abbraccio dei deputati del Pdl. Nella sala del governo il “passaggio delle consegne” con Fausto Bertinotti: dopo essersi intrattenuto per qualche minuto con il suo successore, giusto il tempo per un brindisi, Bertinotti si congeda senza rilasciare dichiarazioni ma solo stringendo le mani ai funzionari della Camera e augurando a tutti un buon lavoro. Nel frattempo, si continua a brindare: c’è Berlusconi, poi fra gli altri giungono Massimo D’Alema, Arturo Parisi e tanti altri parlamentari, soprattutto del Pdl.
Gli arriva anche una telefonata di auguri da Walter Veltroni dalla clinica romana in cui èricoverato per un piccolo intervento. Finito lo champagne, si va a lavorare. Accompagnato dal segretario generale della Camera Ugo Zampetti e dal nuovo portavoce Fabrizio Alfano, Fini va al primo piano di Montecitorio e prende possesso del suo ufficio.
Nel pomeriggio la visita al Quirinale, poi qualche giorno di riposo fino a martedì, quando a Montecitorio si tornerà a votare per eleggere l’ufficio di presidenza.

Il VIDEO servizio:

Alla Camera la prima volta di un uomo di destra: Fini presidente di Montecitorio

Il presidente di An, Gianfranco Fini
Gianfranco Fini è il nuovo presidente della Camera. Dopo le tre fumate nere di martedì 29, per salire allo scranno più alto di Montecitorio al leader di An bastava la maggioranza assoluta. Appena raggiunto il quorum necessario di 316 voti, dall’Aula si è levato un forte applauso. Alla fine della conta i voti a favore del leader di An sono giunti a 335.
Cravatta rosa, completo grigio chiaro. Così il futuro presidente della Camera, si è presentato a Montecitorio nel giorno della sua elezione. “Sono un po’ emozionato” ha confidato prima dello spoglio “ma credo sia normale. Ma sono anche uno freddo di carattere”, ha aggiunto subito dopo, colorando l’affermazione con un “sono un Capricorno”. Fini, che si è trattenuto a chiacchierare con Roberto Calderoli mentre in Aula è in corso la prima chiama, si è poi lasciato andare ai ricordi e, in particolare, alla prima volta “che varcai il portone” che conduce all’emiciclo. “Era l’83″ racconta “e c’erano Almirante e Berlinguer…”.

Venticinque anni sono passati, da allora: Fini ne aveva 31. E tante cose in politica sono cambiate. Anche grazie a lui. Già perché Fini è l’uomo delle svolte, o degli strappi. Ed è anche il leader che ha portato gli eredi del Movimento sociale al governo, primo ministro degli Esteri post missino, ora primo presidente della Camera di destra, terza carica dello Stato.
Per dirigere Montecitorio, si sa, bisogna avere polso e sangue freddo. La sua immagine pubblica si nutre da anni di queste caratteristiche: serio, certo, ma capace anche di sparigliare.
Ancora oggi, in An, si ironizza sull’outing giamaicano: “Anch’io ho provato uno spinello, è successo in Giamaica insieme ad alcuni amici”, confessò un giorno da Fazio. Non convinse tutti quando aggiunse: “Sono stato rimbecillito per due giorni”. Altre conseguenze, ben più dolorose, le provocò il suo annuncio sul referendum sulla procreazione assistita: rompendo il fronte dell’astensione nel centrodestra, e per di più votando tre “sì” ai quesiti, provocò un terremoto che mise a repentaglio la sua stessa leadership nel partito.
L’uomo degli strappi, informa Wikipedia, nasce a Bologna nel 1952 . Studia all’istituto magistrale, si laurea in Psicologia, diventa giornalista professionista. Intanto fa politica, si trasferisce a Roma, a 25 anni assume la guida dei giovani del Msi, proclamato segretario del Fronte della Gioventù. Vive al fianco di Giorgio Almirante, che lo sceglie presto come suo delfino. Intanto il trentunenne Fini entra in Parlamento, sempre nel ramo di Montecitorio, per non uscirne più: dalla nona alla tredicesima legislatura, poi ancora nella quindicesima, in mezzo l’incarico di vicepresidente del Consiglio nel secondo governo Berlusconi, tra i costituenti alla Convenzione europea, ministro degli Esteri dal novembre 2004.

Gianni Alemanno, Francesco Storace, Gianfranco Fini in una foto d'archivio del 1996
Fini con Storace e Alemanno

Vent’anni, tanto è durato il suo regno sul Movimento sociale prima, su Alleanza nazionale dopo. Un solo incidente di percorso, nel gennaio del 1990: Pino Rauti gli strappa la guida del partito, ma l’avvicendamento dura solo un anno e mezzo. Due anni dopo, a pochi giorni dal ballottaggio per il Comune di Roma nel quale è candidato contro Francesco Rutelli, la strada di Fini si incrocia con quella di Silvio Berlusconi. “Se votassi a Roma, sceglierei Fini”, disse il Cavaliere, sancendo quello che per tutti divenne lo ’sdoganamento’. Un percorso che passa per l’esperienza di governo del ‘94, la svolta di Fiuggi nel 1995, i viaggi in Israele, la denuncia degli errori del fascismo, la netta condanna delle leggi razziali. Svolte digerite a volte con fatica dal partito, a volte con addii: da quello di Pino Rauti a quello di Francesco Storace, passando per Alessandra Mussolini.

Svolta è stata anche la caparbia volontà di andare verso la grande famiglia popolare europea, le “roptures” alla Sarkozy per rimodulare in chiave di modernità tutte le parole d’ordine della destra: patria, famiglia, identità, sicurezza, giustizia sociale, lotta al crimine, meritocrazia. E poi le battaglie su temi etici, droga, laicismo, la proposta choc del voto agli immigrati, l’appoggio a sorpresa alla fecondazione assistita. Fino alla nuova strategia politica, con la scelta di sciogliere Alleanza Nazionale nel Popolo delle Libertà (che un congresso ratificherà entro l’anno o al massimo nei primi mesi del 2009) e di archiviare quindi il simbolo, dove ancora arde minuscola la Fiamma in campo bianco azzurro.

Della sua passione per le immersioni, si sa. Come si sa che Fini è reduce dalla recente separazione con Daniela Di Sotto, sposata nel 1988, con la quale nel 1985 ebbe la sua prima figlia, Giuliana. Nel novembre 2007 viene resa pubblica la relazione con Elisabetta Tulliani: a dicembre è nata Carolina.

Alla Camera il giorno di Fini: “Uomo di parte, ma garante di tutti”

Il leader di Alleanza Nazionale, Gianfranco Fini, durante la prima seduta della XVI legislatura | Ansa
Montecitorio torna al voto per l’elezione a presidente di Gianfranco Fini, dopo le tre fumate nere della giornata inaugurale. Oggi è richiesta solo la maggioranza assoluta e il leader di An non avrà problemi a succedere a Fausto Bertinotti, sullo scranno più della Camera, come terza carica dello Stato. Ma nonostante tutto: “È una giornata come un’altra”, provava a minimizzare Fini, nelle ore in cui i deputati della neo convocata sedicesima legislatura votavano per la sua elezione.

Emozione a parte, il presidente di An ha già buttato giù il primo discorso da leggere dopo la sua nomina. Una copia è stata inviata al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che ne ha apprezzato l’obiettivo di creare un “clima di dialogo” e , stando alle anticipazioni, tra le righe di Fini, ci sarebbe infatti un chiaro invito alla collaborazione. Da almeno dieci giorni Fini dedica parte della propria giornata alla stesura del testo.

Il leader di An ricorderà la sua storia, non nasconderà a tutti i costi il proprio “imprinting” di destra, ma assicurerà all’Aula che la sua sarà una presidenza imparziale, non sbilanciata né “di parte”. Fini pronuncerà un discorso che secondo qualcuno potrebbe essere considerato speculare a quello pronunciato da Luciano Violante il giorno del suo insediamento sullo scranno più alto di Montecitorio, quando parlò di guerra civile e riconobbe ragioni e torti di entrambe le parti. Fini, dunque, secondo quanto trapela dovrebbe riconoscere in Aula (implicitamente o esplicitamente) il valore di chi combattè per Salò, ma sottolineare anche il valore e le ragioni storiche della Resistenza, facendo anche un elogio al 25 aprile, con l’obiettivo di favorire il percorso di pacificazione nazionale.
Del resto, il presidente in pectore di Montecitorio ha già detto che intende svolgere il suo ruolo di terza carica dello Stato da “uomo di parte, ma garante di tutti e imparziale”.
Nel giorno d’inizio legislatura, ha incontrato Berlusconi e Bossi, discutendo con loro della squadra di governo. Ha stretto la mano allo sconfitto Walter Veltroni alla buvette di Montecitorio e insieme hanno fissato un colloquio per i prossimi giorni. Tra le varie chiamate fatte e ricevute, quella di congratulazioni a Renato Schifani, eletto oggi presidente del Senato. E dopo aver assistito per diverse ore alle lunghe operazioni di voto, all’ora di pranzo è tornato a via della Scrofa, dove trascorre le sue ultime ore da presidente di An in compagnia di Gianni Alemanno e Andrea Ronchi.

Diventando il primo presidente della Camera di destra della storia repubblicana, dovrà lasciare infatti la presidenza del partito, che ha mantenuto per 21 anni consecutivi (salvo la breve parentesi di un anno della segreteria Rauti) passando dal Msi ad Alleanza Nazionale, che dopo un ultimo congresso (gestito da un comitato politico) è destinata a sciogliersi nel Popolo della Libertà. Ad ascoltarlo pronunciare il suo primo discorso da presidente della Camera potrebbe esserci la figlia più grande, Giuliana, nata dal suo matrimonio con Daniela Di Sotto, dalla quale Fini è separato dalla scorsa estate. Sicuramente invece non ci sarà la piccola Carolina, nata a dicembre dalla sua unione con Elisabetta Tulliani.

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Doppio ko per il Pd. Ma Veltroni, deluso e indebolito, guarda avanti


Rimboccarsi le maniche e andare avanti con determinazione. Indietro il Pd non torna. Eccola, per ora, la direzione che Walter Veltroni vuole dare al partito, dopo il doppio ko del 13-14 aprile (politiche e Campidoglio) che il Pdl ha messo a segno mandando in crisi i nuovi Democrats, il “Vecchio” centrosinistra e incrinando la posizione del suo leader. Momento difficilissimo per l’uomo de “La nuova Stagione” che teme possa aprirsene una lunga e caratterizzata da una resa dei conti all’interno del partito. E da cui potrebbe uscire pesantemente ridimensionato nella sua leadership.
Parlando con i giornalisti in Transatlantico, il segretario del Pd spiega: “Il risultato dei ballottaggi è molto pesante. Però traggo da questo la convinzione che dobbiamo fare altri passi in avanti nella direzione dell’innovazione e del radicamento sociale e non tornare indietro, perché faremmo pagare” al Pd “un prezzo molto alto”. Ma i primi segnali non sono positivi, per Veltroni. Massimo D’Alema ha disertato la riunione tra segretario e parlamentari eletti, Marini “riflette” in silenzio, Fassino si aspetta “risarcimenti” e il prodiani chiamano in causa la liquidazione dell’Ulivo: un errore.

Insomma, il Pd non è più unito come dopo le primarie del 14 ottobre 2007. Le anime (per non dire le correnti) sono molte e non proprio in pace tra loro. E si è visto fino a che punto, nella questione dei capigruppo. Veltroni, spalleggiato dagli ex popolari, è riuscito a confermare Soro e la Finocchiaro. Che ricambia così, parlando coi giornalisti che le chiedevano se ora, dopo il voto di Roma, il segretario del Pd sia in discussione: “La leadership di Veltroni non è in discussione, siamo in discussione tutti a cominciare da me, naturalmente. Tutti i dirigenti del Pd sono chiamati a una profondissima riflessione”.

Non tutti però la pensano in questo modo e vorrebbero un segno di discontinuità e rinnovamento. Intanto l’ex sindaco capitolino si rifugia nell’analisi politica della disfatta. “In queste ore” spiega Veltroni in Transatlantico “sto pensando a che cosa può rispondere a questa ispirazione di innovazione per dare un segnale forte di prosecuzione nella sfida del cambiamento che è l’unica via perché il riformismo italiano possa uscire da una condizione di minoranza e ritrovare il consenso. La destra” sottolinea “ha dimostrato che pur perdendo più volte le elezioni si può combattere e tornare a vincere”.

Questa, sottolinea il leader del Pd, “è l’unica via per uscire da una condizione di minoranza” in cui si trova il centrosinistra. Bisogna “ritrovare consenso e energia per riprendere il cammino con la stessa determinazione che ha avuto la destra, che ha perso diverse elezioni ma ha combattuto e poi ha vinto”. Soprattutto, spiega Veltroni, “dobbiamo saper capire meglio la società italiana”, e l’esempio è sempre quello, la sicurezza, tema che il Pd ha iniziato ad impostare in campagna elettorale ma, riconosce Veltroni, non è bastato. Ma “la direzione è questa: proseguire il cammino con determinazione, perché la cosa peggiore che possiamo fare è dire ai 12 milioni di cittadini che ci hanno votato che il progetto del Pd non va avanti”. Al contrario, “va avanti, deve andare avanti con la stessa forza e più radicamento sociale”.

Non si sente traballare, quindi, il segretario del loft? “Francamente no, anzi il contrario”. Al momento dunque, la resa dei conti appare rinviata, e non perché non ci siano critiche alla gestione del partito, ma perché si temono ripercussioni sulla tenuta del partito. Di certo ci sarà una gestione più corale del Pd, e anche l’eventualità di un’anticipazione del congresso non viene esclusa. “L’unica cosa su cui siamo tutti d’accordo è che bisogna avviare una discussione nel partito”, riferisce Walter Veltroni al termine del vertice. Su come fare questa discussione, le idee in campo sono più di una, fa sapere il segretario: “Ci siamo presi una pausa di riflessione e nei prossimo giorni decideremo”. Una discussione ampia magari attraverso un congresso anticipato? chiedono i cronisti a Veltroni: “Da Statuto, il congresso va fatto entro il 2009 ma può esserci anche un’altra scadenza”. Rilancia il segretario e, stando ad alcune ricostruzioni, gioca d’anticipo: sarebbe stato proprio lui a voler anticipare il congresso del Pd, al 14 ottobre del 2008, la stessa data delle primarie che lo elessero segretario dei democratici. Ma, fatta eccezione per Enrico Letta e Arturo Parisi, tutti i big del partito, da Massimo D’Alema a Franco Marini, si sarebbero detti contrari ad avviare in questo momento il percorso congressuale. La riunione, tenuta nella sala Aldo Moro, durata quasi tre ore, si sarebbe svolta, secondo alcuni partecipanti, in un clima teso con il gruppo dirigente del partito chiamato ad una riflessione ”non consolatoria” dopo la sconfitta alle politiche, aggravata dal perdita a Roma. E dopo che nei giorni scorsi si era ventilata, nelle ricostruzioni giornalistiche, l’ipotesi di un congresso anticipato come modo per ridimensionare la leadership di Veltroni e del gruppo dirigente a lui piu’ vicino, oggi il segretario del Pd avrebbe colto in contropiede lo stato maggiore del partito, proponendo di convocare il congresso per ottobre.

Ma la reazione è stata perplessa e da più parti si è fatto presente che un percorso così accelerato era un modo per fare un plebiscito sul segretario e non per una discussione veramente approfondita. E così, alla fine, preso atto che non c’era intesa, si è deciso di verificare altre modalità di discussione e, per ora, di accelerare nelle prossime settimane lo svolgimento sia del coordinamento nazionale, l’organismo che riunisce 150 tra parlamentari e amministratori, sia dell’assemblea del Pd.

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Dopo la dura sconfitta alle politiche e in Campidoglio, chi deve, secondo voi, guidare il Pd?
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