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Come previsto e annunciato, Renato Schifani è il nuovo presidente del Senato.
Succede a Franco Marini. L’assemblea di Palazzo Madama è scrosciata in un lungo applauso non appena sono stati raggiunti i 162 voti necessari per l’elezione, che rappresentano la maggioranza dell’assemblea. Schifani è stato eletto con 178 voti, cioè 4 in più di quelli di cui dispone la maggioranza di Pdl, Lega e Mpa che a Palazzo Madama può contare su 174 senatori. Sono state 117 le schede bianche (il Pd, lo sapeva, ha deciso di non contrapporre un suo candidato di bandiera, ma di votare scheda bianca, stessa scelta di Udc e Italia dei valori).
XVI Legislatura al via
Si è aperta così ufficialmente la XVI legislatura, con le sedute inaugurali del Senato della Repubblica e della Camera dei deputati. A presiedere la seduta di Palazzo Madama è Giulio Andreotti, dopo che la senatrice a vita Rita Levi Montalcini ha rinunciato al diritto di presidenza provvisoria in quanto parlamentare più anziano. Ma l’avvio dei lavori è stato burrascoso: l’esponente radicale Emma Bonino, eletta nelle liste del Pd, a sorpresa ha preso la parola subito dopo l’intervento di Giulio Andreotti, per annunciare la propria candidatura alla presidenza. Ma Andreotti ha respinto la proposta precisando che “non si possono presentare candidature né si può chiedere la parola per dichiarazioni di voto” ad apertura di seduta.
“Mi impegno a svolgere il mio ruolo come garante delle regole. Essere garante sarà la missione” ha detto Schifani nel suo primo discorso da presidente (otto minuti, interrotti 15 volte dagli applausi). Ha poi parlato della necessità di “preservare il dialogo” tra i Poli, indispensabile per la “riscrittura delle regole” considerata una priorità della nuova legislatura. Schifani ha poi insistito sulla “reciproca legittimazione”, quella che “permette di operare per il bene più importante: la crescita del nostro Paese e la salvaguardia dei valori costituzionali”.
Chi è Schifani
Ama la pesca subacquea, come il suo prossimo omologo alla Camera. E, come Gianfranco Fini, uscito dalla lunga stagione post-fascista a metà degli anni ‘90, anche il nuovo presidente del Senato Renato Schifani è letteralmente riemerso da un’altra stagione politica, quella della Dc, per ritrovarsi, nel 1995, in Forza Italia. L’anno dopo, senza colpo ferire, Schifani è stato proiettato sulla scena nazionale, eletto al Senato nel collegio di Altofonte-Corleone. Quella elezione è stata riconfermata nel 2001, poi nel 2006 e infine lo scorso 13 aprile.
Palermitano, classe 1950, avvocato patrocinante in Cassazione, Schifani compirà 58 anni l’11 maggio, è sposato con la signora Franca, con cui spesso va a vedere le partite allo stadio, è padre di due figli maschi, Schifani è fedelissimo alla squadra di calcio del Palermo ma ancor più a Silvio Berlusconi “Per me è come Cavour”, disse.
Sulla sua passione per Elvis Presley è facile ricamare. I detrattori meno benevoli si interrogano amletici se a conquistare Schifani sia stata la voce e il ritmo, oppure la fulgida e inarrivabile criniera dell’icona canora dell’America pre-68. Chi pensa alla contestazione difficilmente associa quegli eventi alla persona di Schifani. Eppure, una cotta, sia pur breve, l’ha avuta anche lui. Colpa di un professore di filosofia, di formazione marxista, e grande oratore, racconta. Insomma, una “scappatella ideologica”.
Su consiglio di Silvio Berlusconi alla vigilia dell’estate del 2005 Renato Schifani decise di dare un taglio al proverbiale riporto che Corrado Guzzanti rimarcava in diverse gag. “Berlusconi è stato il deus ex forbice ma, battute a parte, da tempo avevo deciso di darci un taglio”, confidò Schifani dicendo che era stancato di quella acconciatura “diventata insopportabile e richiedeva troppa manutenzione”. Sul suo rapporto di amicizia con Berlusconi, che volo’ a Palermo per festeggiare il suo compleanno nel 2005, Schifani si espresse così: “Lo porto nel cuore, ma quando si vuol bene ad una persona si trova anche il coraggio di tirar fuori un’opinione diversa. è capitato, e anche questo è di sicuro un elemento di forza del nostro rapporto”.
Di sicuro c’è che, fra i senatori di Forza Italia, Schifani ha sempre goduto di considerazione e di stima. Puntiglioso sulle questioni regolamentari, è stato implacabile nelle battaglie parlamentari, in particolare sul decreto legge sull’immigrazione, nel novembre scorso. Di modi cortesi, sul ring politico, come ama dire il Cavaliere, si trasforma in un “cane da polpacci”.
A Montecitorio
Per conoscere il nome del nuovo presidente di Montecitorio bisognerà attendere invece mercoledì 30 aprile, visto che probabilmente sarà necessario arrivare al quarto scrutinio, ma in ogni caso anche qui i giochi sono fatti e solo un incidente di percorso al momento impensabile potrebbe impedire l’elezione di Gianfranco Fini, candidato indicato dal centrodestra. Come per il Senato, anche alla Camera la scelta delle opposizioni sarà quella di votare scheda bianca.
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Con le sedute inaugurali della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica, si è ufficialmente aperta questa mattina la XVI legislatura. Dopo le formalità burocratiche dell’accoglienza, svolte nei giorni scorsi, per deputati e senatori martedì 29 aprile è il primo giorno di scuola. Palazzo Madama e Montecitorio sono stati tirati a lucido, i commessi hanno in mano gli elenchi fotografici per riconoscere i nuovi eletti e gli “scolaretti” arrivano con famiglia al seguito per non perdersi neanche un caffè in buvette.
Apertura in mattinata con all’ordine del giorno la costituzione della Giunta provvisoria per le elezioni, dell’Ufficio di presidenza provvisorio e l’elezione del Presidente. Se a Montecitorio la seduta inaugurale è presieduta da Pierluigi Castagnetti, in qualità di vice presidente più anziano della scorsa legislatura, a Palazzo Madama sarebbe dovuto toccare al senatore più anziano, ovvero Rita Levi Montalcini, che per motivi di salute ha rinunciato. Stessa cosa per Oscar Luigi Scalfaro che si è operato da poco. A presiedere la seduta quindi Giulio Andreotti. Dopo la proclamazione degli eletti, operazione piuttosto lunga per via delle opzioni, si procederà all’elezione dei Presidenti. Alla Camera avviene a scrutinio segreto e richiede la maggioranza dei due terzi dei componenti, dei votanti dal secondo scrutinio e terzo scrutinio - si conteranno anche le schede bianche - e maggioranza assoluta dal quarto. Le votazioni dovrebbero iniziare alle 12, e sono previste altre due chiame, alle 15 e alle 18. E se al Senato per Renato Schifani l’elezione è stata rapida, lo scrutinio buono per la salita sullo scranno più alto di Montecitorio per Gianfranco Fini dovrebbe essere il quarto, che dovrebbe avvenire mercoledì mattina.
La prossima settimana, probabilmente martedì, nuova convocazione per eleggere i vice presidenti, i segretari e i questori. Parallelamente, formazione
dei nuovi gruppi parlamentari, che dovrebbero costituirsi - con tanto di elezione di presidenti e vice - entro il 5 maggio. Ma ecco - Partito Democratico a parte dove la resa dei conti dopo la debacle capitolina inizia oggi - del potere parlamentare.
Dopo l’esclusione dei partitini decretata dagli elettori il 13 e 14 di aprile, i gruppi parlamentari saranno pochi.
Alla Camera il mega gruppo del Popolo della Libertà, che conta 276 onorevol, dovrebbe andare in mano a Fabrizio Cicchitto, i 36 centristi dell’Udc si affideranno a Lorenzo Cesa. La Lega (60 eletti) a Roberto Cota e l’Italia dei Valori riconfermerà Massimo Donadi alla guida dei 29 deputati dipietristi.
Al Senato il gruppone (147) azzurro del Pdl vedrà come presidente Maurizio Gasparri, l’Udc che conta solo tre senatori è in trattativa per fare gruppo (forse) con i senatori delle autonomie. La Lega (25 senatori) verrà capitanata da Federico Bricolo e i 14 senatori dell’Italia dei Valori si affideranno a Felice Belisario.
E, chiacchierando con i giornalisti in Transatlantico, il leader del Pdl Silvio Berlusconi ha detto: “Mi sembra che ci sia stato un cambio dell’Italia che ci ha dato la responsabilità di governo. Una responsabilità enorme, che ci onora, e che ci impensierisce perché la situazione è difficile, la più difficile dal dopoguerra ad oggi”. Poi, a chi gli chiedeva un commento sugli ultimi dati della commissione europea in merito alla crescita dell’Italia, Berlusconi ha risposto: “Ho detto che la situazione è difficile ma ciò non toglie che faremo di tutto per far tornare l’Italia sul cammino dello sviluppo e toglierla dal cammino del declino dove l’aveva portata il mal governo”. Per quanto riguarda la nuova squadra di governo, ha aggiunto: “C’è uno solo che mi è indispensabile per fare il mio lavoro a Palazzo Chigi e si chiama Gianni Letta. Tutti gli altri sono fungibili. Sarà sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con tutti i poteri derivanti. È lui che ha scelto di non fare il vicepremier per starmi più vicino ed in questo non c’è nessuna diminutio”.
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Dopo 15 anni il centrosinistra lascia la guida del Campidoglio e il Pdl centra, con la vittoria di Gianni Alemanno, il bersaglio più grosso: la Capitale.
In principio è stato Francesco Rutelli, il sindaco in motorino che dal ‘93 ha avviato quel “laboratorio Roma” che è stato ispiratore, sotto la regia di Goffredo Bettini, anche dell’Ulivo prima maniera, quello vittorioso alle politiche nel ‘96 con Romano Prodi.
Un centrosinistra largo dal Ppi-Margherita a Rifondazione che ha governato ininterrottamente la capitale prima con Rutelli e poi fino al febbraio scorso con Walter Veltroni, che ha trasformato il laboratorio in “modello Roma” definito come un “mix di inclusione sociale e sviluppo economico”. Un destino incrociato tra i due ex sindaci che hanno tentato la doppia staffetta mancando il risultato riuscito al Veltroni-sindaco nel 2001. Allora Rutelli si dimise dal Campidoglio per correre alle politiche come candidato premier contro Berlusconi. Una partita persa, come è accaduto quest’anno anche al leader del Pd, ma che allora lanciò alla guida del Campidoglio Veltroni. L’ex segretario dei Ds vinse al ballottaggio contro il candidato di Forza Italia Antonio Tajani: 52,2% a 47,3%. Vittoria che oggi non è riuscito ad ottenere Rutelli, mancando il suo terzo mandato.
L’ex sindaco in motorino vinse al ballottaggio nel ‘93 la sfida storica contro Gianfranco Fini e poi nel ‘97 contro Pierluigi Borghini governando la capitale durante il Giubielo del 2000. “Dopo 15 anni di buon governo del centrosinistra che ha enormemente cambiato in meglio la città si chiude un ciclo”, ha dovuto ammettere oggi Bettini che volle alla guida del Campidoglio prima Rutelli e poi Veltroni. In questi 15 anni il centrosinistra ha rivendicato il cambiamento della città: dall’avvio della riqualificazione delle periferie al nuovo piano regolatore; al rilancio culturale con l’apertura del nuovo auditorium progettato da Renzo Piano e della teca dell’Ara Pacis opera dell’architetto americano Richard Meier e la Festa del Cinema lanciata da Veltroni. Realizzazioni sempre contestate dal centrodestra, in questi anni, come qualcosa di virtuale. Il Polo delle libertà, poi Pdl, ha sempre fatto un’opposizione dura, dei “no”, come ha lamentato spesso il centrosinistra. Solo nell’ultima parte dell’amministrazione Veltroni è stato lo stesso Alemanno a praticare “un’opposizione costruttiva”. Alemanno è riuscito così nella sfida che aveva mancato solo due anni fa contro Veltroni. Allora il sindaco uscente si era attestato, al primo turno, al 61,4%, mentre Alemanno si era fermato al 37%. Per l’esponente del Pdl, tuttavia, la vittoria di oggi ha un significato più grande.
“Si chiude una partita cominciata nel ‘93″, ha spiegato facendo riferimento alla sfida che allora vide Francesco Rutelli vittorioso, nella corsa al Campidoglio, contro Gianfranco Fini. “Si tratta di una vittoria storica perché pone fine a 15 anni di malgoverno della sinistra e perché a conseguirla è An”, ha sottolineato anche il leader di An Gianfranco Fini.

Roberto Formigoni resta alla guida della Lombardia, come si era intuito da quasi una settimana. Niente ministero di peso o la presidenza di Palazzo Madama, come pensava di poter ottenere con l’elezione al Senato. Una certa freddezza riscontrata in alcuni esponenti dello stesso Popolo della Libertà, la necessità di un bilanciamento delle posizioni con la Lega (che reclamava per un suo uomo il posto lasciato libero al Pirellone) lo hanno “bloccato” a Milano al vertice della Regione.
Dopo momenti di tensione, anche con Silvio Berlusconi, però Formigoni è riuscito, in cambio del “sacrificio”, ad ottenere alcune condizioni per il presente ma, soprattutto, per il futuro. Sarà il candidato del centrodestra anche nel 2010 (nella legislatura che porterà verso l’appuntamento mondiale dell’Expo 2015), avrà libertà d’azione nel prossimo rimpasto di giunta dopo l’elezione di tre assessori in Parlamento, avrà uomini a lui politicamente vicini nel governo (il nome che ricorre maggiormente è quello di Maurizio Lupi) e un ruolo di prestigio nel Pdl. Sullo sfondo, come eventuale alternativa, inoltre, potrebbe esserci anche un incarico come commissario europeo, per lui o, in tempi più ravvicinati, per Mario Mauro, attuale vicepresidente del Parlamento europeo, che non a caso era presente alla riunione di oggi. Dopo l’incontro ad Arcore di martedì scorso, quando Berlusconi gli aveva annunciato che non avrebbe fatto parte della squadra di governo, erano seguiti giorni di tensione all’interno del Pdl. Formigoni, che ha trascorso il week-end a Rimini agli esercizi spirituali di Comunione e Liberazione, è ritornato ad Arcore per chiedere una contropartita.
Al termine del colloquio, durato poco più di un’ora e mezza, al quale hanno partecipato anche Sandro Bondi, Mariastella Gelmini, oltre a Mauro, il governatore ha lasciato Villa San Martino senza fare dichiarazioni e, anzi, facendo sapere che non avrebbe fatto alcun commento. Un atteggiamento insolito per Formigoni, sempre generoso nelle interviste, che ha fatto pensare che non ci fosse stato alcun accordo. Persone a lui politicamente vicine hanno però fatto sapere che tutto “era andato molto bene”, non solo per il presente ma anche per il futuro e che le tensioni dei giorni scorsi erano definitivamente archiviate. Formigoni, che ha ottenuto la promessa per la candidatura per un’altra legislatura in Regione, e un ruolo politico nella costruzione del Pdl che, tecnicamente, non è ancora un partito, avrà la possibilità di potenziare il suo ruolo. Con l’uscita dalla giunta del vicepresidente e assessore all’agricoltura, Viviana Beccalossi, dell’assessore all’industria, Massimo Corsaro (entrambi di An), e di quello della Famiglia, Giancarlo Abelli (Fi) avrà infatti la possibilità di gestire il rimpasto. Se sembra difficile che la Beccalossi possa essere rimpiazzata da un esponente che non sia di provenienza An, è molto probabile invece che Formigoni riesca a ridisegnare la giunta con uomini a lui molto vicini.

La sconfitta di Francesco Rutelli nella corsa alla carica di sindaco di Roma apre un nuovo capitolo nella storia del centrosinistra italiano: il risultato (il 46 per cento contro il 53 di Giannii Alemanno) sarà letto anche come una bocciatura del sindaco-segretario Walter Veltroni. Il direttore di Panorama Maurizio Belpietro commenta così, nel suo audio editoriale, il voto nella Capitale.
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Urne chiuse, stop al voto per i ballottaggi. L’esito? Per il centrosinistra una débâcle: Francesco Rutelli (dato per favorito) ha perso la corsa alla poltrona che fu di Walter Veltroni. 100mila e passa voti in meno (pari a 7 punti percentuali: 46,3 contro 53,6) rispetto a Gianni Alemanno, candidato del Pdl, da lunedì 28 nuovo sindaco capitolino. Il centrosinistra manterrà invece la guida della Provincia: a Enrico Gasbarra succederà il ds Nicola Zingaretti (oggi Pd) che con il 51,4% dei consensi ha battuto il forzista Alfredo Antoniozzi, fermo al 48,5%.
È stato lo stesso Rutelli ad ammettere la sconfitta, chiamando al telefono Alemanno: “Gli ho fatto gli auguri”. Poi il candidato del Pd ha commentato la sua sconfitta riconoscendo di provare una “grande amarezza” ma anche di essere convinto “di aver fatto il mio dovere”. “Il risultato” ha aggiunto “è stato condizionato dalla strumentalizzazione che il Centrodestra ha fatto sul tema della sicurezza”. Rutelli ha poi precisato di “essersi messo a disposizione della coalizione e di Roma”.
L’astensionismo sembra insomma aver colpito soprattutto a sinistra. Infatti Alemanno ha superato di 100mila voti i consensi ottenuti al primo turno. Rutelli, invece, ne ha persi circa 80mila rispetto a due settimane fa. A “tradire” il candidato democratico, aun primo esame del voto nei singoli municipi, pare non siano stati i municipi più moderati, quanto quelli più a sinistra della capitale, dove Rutelli doveva e prevedeva di vincere con ampio margine e invece il risultato è stato molto negativo, un vero e proprio tracollo, segnando addirittura in alcuni casi, incredibilmente, di preferire Alemanno a Rutelli.
Le sue prime parole da neosindaco di Roma, Alemanno le ha pronunciate acclamato dai suoi sostenitori: “Abbiamo vinto una lunga battaglia. Quando si vince bisogna essere generosi, ci lasciamo alle spalle tutte le polemiche e i veleni di questa campagna elettorale. sarò il sindaco di tutti, senza distinzioni. Oggi non ha una vinto una parte, ha vinto tutta Roma”.
Dentro e fuori la sede del comitato elettorale dell’esponente di An, in via Salandra, si iniziano a registrare assembramenti e caroselli di persone esultanti. Fra le auto che transitano suonando il clacson sono stati notati anche diversi taxi, i cui titolari evidentemente festeggiano la probabile sconfitta della coalizione che nell’ultima consiliatura aveva provato a varare un provvedimento sulle liberalizzazioni delle licenze che era stato vigorosamente contestato dalla categoria. Sul successo di Alemanno è intervenuto anche il leader di An, Gianfranco Fini, raggiante: la vittoria di Gianni Alemanno a Roma “è una gioia enorme” ha commentato mimando con le mani un enorme sorriso sul volto. “È una delle pagine più belle in assoluto per il centro destra e per Alleanza Nazionale”. Accompagnato da Ignazio La Russa e Andrea Ronchi, il presidente della Camera in pectore ha poi osservato che: “per An questa è una vittoria storica”.
Di “grave sconfitta” parla invece il segretario del Pd Walter Veltroni: aver perso la roccaforte capitale della sinistra (il Campidoglio fin dal ‘93 è stato appannaggio della staffetta Rutelli-Veltroni, ndr) “richiederà fin dalle prossime ore una analisi seria e approfondita a cui tutti parteciperemo ragionando anche sulla differenza tra i dati politici e quelli amministrativi della Capitale”. Veltroni ha poi aggiunto di ritenere “che nell’insuccesso al Comune ha pesato anche il vento politico che spira nel Paese in particolare sul tema della sicurezza”. “Quella di Roma”, ha proseguito il segretario del Pd “è una sconfitta molto pesante, che io non posso non sentire con particolare acutezza e amarezza personale e politica. Voglio ringraziare Francesco Rutelli per il suo lavoro generoso e per il suo impegno e amore per la città”.
Il responso elettorale nella Capitale non potrà infatti non avere una valenza nazionale. In caso di sconfitta, infatti, per Alemanno era già previsto un recupero nella squadra del nuovo governo Berlusconi. Resta ora da vedere cosa farà Rutelli: si è parlato per lui anche di un possibile ruolo da presidente dei senatori del Pd (anche se Veltroni ha già chiesto di confermare in questo ruolo Anna Finocchiaro) ma resta da verificare se, dopo il risultato di Roma, vi saranno contraccolpi interni al Partito democratico. Anche perché la poltrona che andrà ora ad occupare Alemanno è quella lasciata libera da Walter Veltroni che ha rinunciato al Campidoglio per occuparsi a tempo pieno del Pd e, soprattutto, della campagna elettorale.
Intanto sono arrivati al Viminale i dati definitivi relativi all’affluenza: a livello nazionale è stata del 54,99% per le Provinciali e del 62,5% per le Comunali. Si è registrato mediamente un crollo di circa venti punti percentuali rispetto al primo turno, quando i votanti oscillarono tra il 74 e il 76%. In quell’occasione, però, si votava anche per il rinnovo del Parlamento nazionale e questo ha sicuramente favorito l’afflusso.
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Il centrodestra strappa i comuni di Roma e Brescia. Il centrosinistra quelli di Vicenza e Sondrio. Complessivamente le comunali 2008 si concludono 6-4 per il centrosinistra, ma i comuni di Roma e Brescia sono molto più popolosi rispetto a quelli di Vicenza e Sondrio. Il centrodestra si aggiudica i comuni di Treviso, Brescia, Viterbo, oltre che il Campidoglio. Il centrosinistra i comuni di Pescara, Udine, Pisa, Massa, Vicenza e Sondrio. A conclusione della tornata elettorale iniziata il 13-14 aprile i rapporti di forza risultano quindi cambiati 5 a 4 a favore del centrodestra.
Udine
Furio Honsell è il nuovo sindaco di Udine. L’ex rettore dell’Università del capoluogo friulano, sostenuto da Pd, Innovare con Honsell. Sinistra Arcobaleno, Italia dei Valori e Cittadini per il sindaco, con il 52,76 per cento ha battuto lo sfidante Enzo Cainero, sostenuto da Lista Cainero, Pdl, Lega Nord, Udc e Udine Cainero sindaco, che ha raccolto il 47,24 dei consensi.
Vicenza
Si consola così il Pd: strappando, per un’incollatura, con Achille Variati, il ballottaggio alle elezioni comunali di Vicenza (tradizionalmente legata al centrodestra). Secondo il conteggio definitivo pubblicato sul sito del Viminale, si è aggiudicato 27.645 voti pari al 50,48%, contro i 27.118 voti pari al 49,52% della sua avversaria, Lia Sartori, rappresentante dell’alleanza Pdl-Lega nord.
Sondrio
Alla fine ce l’ha fatta: Alcide Molteni ha conquistato Palazzo Pretorio stabilendo a Sondrio la “roccaforte lombarda” del Pd. Passato il primo turno di amministrative, con un centrodestra capace di espugnare anche la “rossa” Brescia, e lasciate alle spalle le politiche, che hanno visto i candidati nelle fila di Lega e Pdl dilagare in Lombardia, il candidato ha vinto il turno di ballottaggio con il 54,158% dei voti. Mentre Pdl e Lega hanno visto fermarsi il proprio candidato, Aldo Faggi, al 45,841% delle preferenze. Un risultato già anticipato dalla precedente tornata elettorale quando, a urne chiuse, il nome di Molteni veniva associato al 49% delle schede scrutinate, mentre quello di Faggi al 33%.
Massa
Il nuovo sindaco di Massa è Roberto Pucci, candidato della Sinistra arcobaleno e delle liste civiche, che ha ottenuto il 54,2% dei voti. Il comune di Massa era governato dal centrosinistra. Pucci ha battuto al ballottaggio il candidato Pd, Ps, Idv Fabrizio Neri. Pucci, criticando le modalità di scelta della candidatura, e si è presentato da indipendente, sostenuto da due liste civiche e dalla Sinistra Arcobaleno: staccato di circa dieci punti da Neri (28,88% contro 38,78%) al primo turno, ha però superato il candidato del Pdl Corrado Amorese, fermatosi al 16,1%, guadagnando l’accesso al secondo turno, nel quale ha beneficiato dell’apparentamento con la lista civica centrista “Massa al Centro”.
Pisa
Marco Filippeschi è il nuovo sindaco di Pisa: il candidato del Pd, appoggiato anche da Italia dei valori, Partito socialista e da una lista civica, secondo i dati diffusi dall’ufficio elettorale del Comune ha ottenuto il 53,09% dei consensi nel turno di ballottaggio, contro la sfidante Patrizia Paoletti Tangheroni, candidata del Pdl, che ha avuto il 46,91%.
Viterbo
Vittoria schiacciante a Viterbo per il candidato a sindaco del Pdl Giulio Marini (62,1%) sul suo avversario democratico Ugo Sposetti (37,9%).
Per quanto riguarda l’elezione dei presidenti di cinque Province (Asti, Catanzaro, Foggia, Massa Carrara e Roma) l’unico ribaltone è quello di Foggia dove il centrodestra strappa la presidenza della provincia al centrosinistra, mantenendo invece la presidenza ad Asti e a Catanzaro. Nella provincia pugliese, quando restano da scrutinare 4 sezioni su 693, Antonio Pepe, candidato di Pdl, Udc, Rosa bianca, Destra, As, Pensionati, I socialisti, liste civiche, ha ottenuto il 54,4% dei voti al ballottaggio. Battuto il candidato del Pd Francesco Palo Campo. Ad Asti , quando restano da scrutinare 9 sezioni su 266, Maria Teresa Armosino (candidata di Pdl e Lega) è al 58,1% dei voti. Battuto Roberto Peretti, candidato del Pd. Anche a Catanzaro, il centrodestra conferma la presidenza della provincia. Quando restano da scrutinare 42 sezioni su 422, Wanda Ferro, candidata di Pdl, Mpa, Destra, Pri, Npsi e Liste civiche, ha ottenuto il 59,7% dei voti, in netto vantaggio dunque su Pietro Amato, candidato di centrosinistra. A Massa Carrara Osvaldo Angeli, Presidente della Provincia uscente e candidato per il Partito democratico, vince il difficile confronto con Sandro Bondi, conquistando il 57,49% degli elettori. Per Bondi solo un 42,51%. Un voto che tiene ben salda nelle mani del centro sinistra la Provincia apuana, mai conquistata dal centro destra e che sembrava, dopo la candidatura del numero due di Forza Italia, in discussione.
Affluenza ai seggi
L’affluenza ai seggi degli elettori nei comuni capoluogo per i ballottaggi relativi alle elezioni dei sindaci è in netta crescita. A Sondrio si passa dal 67,4% del primo turno al 79,8% del ballottaggio; a Vicenza dal 63,7 all’81,1%; a Udine dal 59,5 al 77,3%; a Massa Carrara dal 62,7 all’82,5%; a Pisa dal 56,2 al 79,8% e Viterbo dal 69,1 al 85,7%.

Urne chiuse, stop al voto per i ballottaggi. L’esito? Il centrosinistra potrebbe riuscire a conservare la guida della provincia di Roma, ma ci sono serie possibilità che ceda al Pdl la poltrona che fu di Veltroni in Campidoglio.
È quanto emerge dai primi dati parziali (non ci sono exit poll: qui lo spoglio in diretta dal Viminale) dello spoglio delle schede che evidenziano un netto vantaggio del candidato di centrosinistra Nicola Zingaretti nella corsa per la guida della giunta provinciale (l’esponente Pd, con 876 sezioni scrutinate su 3.735, ha il 53,9% dei consensi contro il 46,1 del suo avversario Alfredo Antoniozzi) ma anche una partita tutta all’inseguimento per Francesco Rutelli, che alla vigilia del voto era considerato favorito: a tre quarti di spoglio su 2.600 sezioni romane, Gianni Alemanno risulta in vantaggio con più del 53%, contro il 46% del candidato di centrosinistra.
Dati più concreti quelli sull’affluenza: a livello nazionale è stata del 55% per le Provinciali e del 62,5% per le Comunali. Si è registrato mediamente un crollo di circa venti punti percentuali rispetto al primo turno, quando i votanti oscillarono tra il 74 e il 76%. In quell’occasione, però, si votava anche per il rinnovo del Parlamento nazionale e questo ha sicuramente favorito l’afflusso. A Roma, al ballottaggio per l’elezione del sindaco della Capitale, ha votato il 63,0 per cento degli elettori. Al primo turno la percentuale era stata del 73,5 per cento.
L’esito più atteso è proprio quello per la capitale - si votava anche per l’elezione del presidente e del consiglio provinciale e per il rinnovo di aluni municipi - considerato un test anche per i futuri equilibri del Pd, dopo la travolgente vittoria elettorale del centrodestra alle elezioni politiche del 13 e 14 aprile e alle regionali in Friuli Venezia Giulia, la cui guida è stata persa dal centrosinistra.
Roma è governata dal centrosinistra dal 1993, anno in cui proprio Rutelli - oggi nuovamente candidato al Campidoglio - sconfisse Gianfranco Fini, allora segretario del Msi. Al primo turno, a Rutelli (sostenuto dal “vecchio” centrosinistra: Pd, Idv, Sinistra Arcobaleno e liste minori) è andato il 45,77% dei voti, mentre Gianni Alemanno (candidato Pdl), ex ministro dell’Agricoltura e già candidato contro Veltroni nel 2006, ha raccolto il 40,74% e può contare al ballottaggio sull’appoggio della Destra ma anche della Rosa Bianca e di altre liste.
Le altre sfide
Il Pd s’impone a Udine e strappa Sondrio al centrodestra. Il Pdl mantiene la poltrona di sindaco a Viterbo. Sono questi i primi risultati dei ballottaggi per l’elezione dei presidenti di 5 Province (Asti, Catanzaro, Foggia, Massa Carrara e Roma) e dei sindaci di 44 comuni, di cui 7 capoluoghi di provincia: Roma, Massa Carrara, Pisa, Sondrio, Udine, Vicenza e Viterbo. A Udine il nuovo sindaco è Furio Honsell. Il candidato del centrosinistra ha battuto l’antagonista Enzo Cainero candidato per il centrodestra. La vittoria di Honsell (ex rettore dell’Università di Udine) si è delineata sin dalle prime sezioni scrutinate. Ora si è giunti a 99 su 100 sezioni scrutinate con Honsell al 52,73 e Cainero che è attestato al 47,27. A Sondrio il candidato sindaco di centrosinistra Alcide Molteni è stato eletto con il 54,2 percento dei voti. Al 45,8% il candidato di centrodestra Aldo Faggi al 44,9. A Viterbo si profila una vittoria schiacciante per il candidato a sindaco del Pdl Giulio Marini sul suo avversario del Pd Ugo Sposetti: quando restano da scrutinare solo 10 sezioni su 66, il candidato del centrodestra Giulio Marini ha il 62,3% dei voti. A Vicenza Pd in vantaggio nella corsa per la poltrona a sindaco. Achille Variati (Pd-liste civiche) si impone definitivamente nel ballottaggio di Vicenza e viene eletto sindaco con il 50,481%. Lia Sartori (Pdl-Lega-lista civica) ottiene il 49,518%. A Pisa (scrutini di 65 sezioni su 86) il candidato sindaco del del Pd Marco Filippeschi è al 52,8 contro il 47,2 di Patrizia Paoletti Tangheroni, candidata del Popolo delle Libertà.
Per le provinciali il centrodestra conferma la presidenza della provincia di Asti. Quando restano da scrutinare 9 sezioni su 266, Maria Teresa Armosino (candidata di Pdl e Lega) è al 58,1% dei voti. Battuto Roberto Peretti, candidato del Pd. Il centrosinistra conferma la presidenza della provincia di Massa Carrara. Quando restano da scrutinare 2 sezioni si 267, Osvaldo Angeli, candidato di Pd, Ps, Idv, ha ottenuto il 55,4% dei voti, battendo il candidato del Pdl Sandro Bondi. A Catanzaro, dove sono state scrutinate 192 sezioni su 422 Wanda Ferro, candidata del Pdl, è in netto vantaggio con il 59,2% contro il 40.8% di Pietro Amato, candidato di centrosinistra. testa a testa a Foggia: quando sono state scrutinate 274 sezioni su 693 Antonio Pepe il candidato presidente del Pdl è al 50,9% contro il 49,1% del candidato del Pd Francesco Paolo Campo.