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Adinolfi: “Porto in Parlamento la rivoluzione dei blogger”

Il leader del Pd con il blogger che lo ha sfidato alle primerie
Il 14 aprile il web italiano potrebbe entrare a Palazzo: potrebbe essere infatti il giorno dell’elezione in Parlamento del primo deputato-blogger. Mario Adinolfi, 36 anni e sito internet da oltre due milioni di contatti, volto noto di Mtv per la trasmissione Pugni in Tasca, è l’unico blogger ad aver resistito alla guerra delle liste. Tra precarie telefoniste e fortunate neolaureate, tra operai e giovani imprenditori, tra duri sindacalisti e falchi confindustriali, spunta anche il suo nome: posto 18° nelle liste del Partito democratico, circoscrizione Lazio 1, potrebbe davvero essere eletto e portare a Montecitorio il Web 2.0.
Adinolfi, c’è solo lei a fare il paladino della rete?
Beh, la mia candidatura era abbastanza naturale, ho fatto il candidato alle primarie del Pd e con i blogger di Generazione U ho raccolto un consenso che credo legittimi il mio stare in lista. Avrei sperato di vedere molti altri blogger candidati, magari in entrambi gli schieramenti.
Alle primarie lei ha usato come slogan sul web “si può fare”. Veltroni ha copiato?
Veltroni ha fatto proprio lo slogan migliore delle primarie del 14 ottobre. Sono lieto che lui e i suoi collaboratori leggano il mio blog. Fanno bene, è una fucina di idee e non per merito mio, ma per via del fatto che migliaia di persone lasciano lì i loro pensieri.
Non è che l’hanno messa in lista per recuperare qualche voto dei grillini?
Non lo so, spero di avere altri meriti. Credo che quanto ha costruito Beppe Grillo attraverso il suo blog non vada sottovalutato né demonizzato. Io comunque chiedo esplicitamente ai Meet Up di Grillo di sostenere con il loro voto il Pd.
Dica la verità Adinolfi, a lei che ha corso come leader nelle primarie del Pd, che effetto fa avere per capolista la giovane Marianna Madia?
Mi dà più fastidio sapere che in posizione di elezione sicura ci sono la segretaria di Fioroni e la figlia di Cardinale.
La polemica tra Radicali e cattolici ha nuociuto al Pd?
Io non ho stappato champagne dopo l’intesa con i Radicali.
Se andrà in Parlamento troverà Luca Barbareschi, con cui ha litigato in tv.
Barbareschi disse delle stupidaggini sul dittatore fascista Francisco Franco e io sono tanto legato al Web 2.0 quanto all’antifascismo, che per me resta un valore.
Time l’ha inserita tra le dieci giovani speranze della Young Italy e il New York Times l’ha intervistata assieme a Grillo nel celebre articolo sul declino italiano. Come spiega questo fascino che la stampa internazionale subisce per i blogger italiani?
Se Tg1 e Corriere della Sera si guardano bene dal raccontare quel che stiamo combinando sulla Rete, all’estero invece capiscono bene che un blogger eletto in Parlamento sarebbe una piccola rivoluzione per la statica Italia. Che è cambiata grazie alla rete, alla mobilitazione politica nata dai blog, con un filo rosso che parte dal V-Day, passa per le primarie del Pd e arriva a queste elezioni. Non so ancora bene fino a dove ci porterà, ma di certo lontano da dove siamo partiti.
Adinolfi, chi vincerà le elezioni?
Siamo indietro, ma ancora in grado di vincerle noi.

Fini e Veltroni se le dicono di santa ragione. A colpi di denunce dei redditi

Walter Veltroni, leader del Pd, e Gianfranco Fini, numero uno di An | Ansa
Si accendono i primi fuochi e volano le prime parole pesanti nella campagna elettorale 2008. Protagonisti dello scontro Gianfranco Fini e Walter Veltroni. Che se le sono dette di santa ragione sui soldi (stipendio, diaria, pensione) dei parlamentari. Argomento tabù, finora. Cioè fino a quando, qualche mese fa, il club anti-casta non lo ha tirato fuori dal limbo.
Casus belli? Prima la proposta lanciata dal segretario del Pd di ridurre gli stipendi dei parlamentari, poi la pubblicazione da parte di Montecitorio e Palazzo Madama dei redditi di deputati e senatori. Così la giornata politica è stata caratterizzata dai botta e risposta tra leader ed esponenti politici dei diversi schieramenti. Il più duro, appunto, quello tra Veltroni e Fini, a colpi di denunce dei redditi.
Parlando in Piemonte, il candidato premier del Pd, ha sollevato lo scandalo rappresentato dai sostanziosi compensi percepiti dai parlamentari a fronte di un paese in cui tanti elettori devono stringere cinghia e denti per arrivare a fine mese.
Una proposta subito criticata dalla Sinistra Arcobaleno che lo ha accusato di fare propaganda senza aver mai fatto nulla di concreto per ridurre certe spese: “Veltroni si è dimenticato che proprio i suoi parlamentari si sono opposti all’approvazione delle proposte di legge che sono depositate in Parlamento, a partire da quelle di Rifondazione Comunista”, gli rimprovera il giovane capogruppo di Prc Gennaro Migliore.

Ma chi ha fatto saltare i nervi (anche questa una prima volta) all’ex sindaco di Roma, è stato il leader di An, che scorgendo nei tabulati resi noti dal Palazzo i 296 mila euro lordi dichiarati da Veltroni, a Porta a Porta, non si è lasciato sfuggire l’occasione: “Ci deve essere un limite alla propaganda”, ha esordito. “C’è una cosa che mi indigna, e voglio mettere da parte il politicamente corretto: chi è quel pensionato di 52 anni che percepisce 5.216 euro di pensione ogni mese? Credo che gli italiani debbano saperlo”. Il “privilegiato, manco a dirlo è il candidato premier democratico, che, ironizza Fini magari “dirà che li manda in Africa, ma non può dichiarare cose così ipocrite. Il suo è un caso emblematico di faccia tosta”.
E stavolta super Walter incassa e non gradisce. A metà del suo tour elettorale si trova costretto a rispondere alle accuse, venendo meno alla linea di non replicare agli attacchi: “Ho usato i soldi delle mie pensioni per fare del bene al prossimo”. Il leader del Pd afferma di aver cercato di rinunciare al vitalizio, “ma non si poteva. Allora ho fatto una cosa: ho speso i soldi delle mie pensioni per le cause in cui credo”. Il numero uno di An, dice insomma, “ha perso un’occasione per stare zitto”. Poi, tentando di rientrare nel clima di “fair play”politico, chiosa: “Potrei dire molte cose sullo stile di vita di molti leader del centrodestra, ma non lo farò. Dico soltanto che quei soldi li ho usati per fare del bene al prossimo”.
Spiegazione tardiva, insiste Fini: “Se Veltroni, prima di avanzare la sua proposta, avesse premesso di essere un cinquantaduenne che percepisce 5.216 euro di pensione nette, non avrei detto nulla. Ma questa sua risposta dimostra che l’ho preso col sorcio in bocca”.
Dulcis in fundo la nota diffusa dall’ufficio stampa del loft di piazza Sant’Anastasia con cifre dettagliate per far sapere che “Fini guadagna il doppio di Veltroni”, per aver ricoperto anche la carica di vicepremier e ministro degli Esteri. Ma se Veltroni ha versato “più di 100mila euro per progetti e associazioni del volontariato” nella fattispecie, 25mila euro alla Caritas, 25mila a Sant’Egidio, 25mila all’Amref per una scuola in Africa, 25mila per un progetto di sostegno a ragazzi autistici, segnala il Pd “siamo certi che l’onorevole Fini, guadagnando il doppio del segretario Pd, avrà certamente contribuito con cifre doppie delle sue ad aiutare chi è meno fortunato e che sarà in grado di documentarle al più presto”.
Ora, stando ai redditi pubblicati, non sembra che Fini guadagni il doppio di Veltroni: il reddito imponibile del numero uno di An è di 146mila euro (solo 17mila euro dell’indennità di parlamentare sono tassabili, diaria e rimborsi per le spese il collegio no) contro i quasi 300mila dell’ex sindaco. Che nella sua dichiarazione dei redditi deve conteggiare anche i tanti diritti d’autore, avendo l’ex sindaco fatto, in questi anni, anche lo scrittore.

La scalata al Campanile. De Mita e Lombardo a caccia dei voti Udeur

L'ex ministro della Giustizia, Clemente Mastella (S), salutato da Ciriaco De Mita, alla Camera dei Deputati | Ansa
Tre senatori, dieci deputati. Ma soprattutto migliaia di voti in libera uscita. Nonostante la rinuncia di correre alle prossime politiche, è probabile che alle elezioni di aprile Clemente Mastella risulterà comunque decisivo, almeno in alcune regioni d’Italia. Prima fra tutte, la Campania, dove la sua (momentanea?) uscita di scena, apre praterie infinite alle forze politiche, che in queste ore stanno cercando di correre alla conquista del fortino di consensi del sindaco di Ceppaloni.

E il primo partito a poterne approfittarne potrebbe essere proprio la Costituente per il Centro (di Casini candidato premier), la cui lista al Senato è guidata da Ciriaco De Mita, negli anni ‘80 mentore dell’ex Guardasigilli. In tal senso, il vecchio leone di Nusco ha già avviato intensi contatti con i dirigenti dell’Udeur di mezza Campania. Per rientrare in Parlamento infatti la sua lista deve riscuotere almeno l’8% dei voti.

Le previsioni danno il partito di Casini e Pezzotta in forte crescita almeno nella regione partenopea, e comunque vicino alla soglia di sbarramento imposta dalla legge elettorale. Le conferme di un trend in crescita arrivano poi anche dal Partito Democratico: il segretario regionale del Pd Tino Iannuzzi, che in passato si era speso affinché il suo “maestro” fosse ricandidato, mostra ora i primi segnali di nervosismo per una scelta che potrebbe penalizzare proprio il partito di Veltroni. “Chi cambia casacca compie una scelta sbagliata. I rapporti personali restano buoni, ma le sue ultime dichiarazioni non tengono conto della realtà dei fatti” diceva ieri il coordinatore regionale.

Ma buona parte dei voti di Mastella potrebbero anche finire al centrodestra, e in particolare al Movimento per le Autonomie, l’altra Lega, quella del Sud, che corre apparentata con il Pdl. Anche se in un’intervista a Panorama.it Clemente Mastella ha escluso infatti una candidatura di sua moglie, in queste ore il partito di Raffaele Lombardo starebbe premendo per convincere Sandra Lonardo e il figlio Pellegrino a correre nelle liste che il movimento autonomista presenterà alla Camera. E non è detto che non ci riesca.

Mastella resta solo sotto il Campanile: non si candida


Alla fine, ha rinunciato. Clemente Mastella non si candiderà alle prossime elezioni politiche. Né alla Camera, né al Senato. Neppure nella sua “Campania”, dove, dopo la decisione di De Mita di correre come capolista al Senato per la Costituente di Centro, gli spazi sarebbero di certo diventati più angusti.

Così dopo l’abbandono di molti esponenti del suo partito (”pensavo di avere una flotta, mi sono ritrovato ad evere una ciurma”, ha commentato giorni fa l’ex Guardasigilli), anche lui, “l’uomo nero”, come ama autoironicamente definirsi, ha desistito.
Una decisione maturata negli ultimi giorni, che contraddice l’annuncio battagliero reso dopo le dichiarazioni di Silvio Berlusconi (”non c’è sintonia tra l’immagine rappresentata da un certo modo di fare la politica e quello che è il sentimento del Popolo delle libertà”) e gli intenti bellicosi confessati dieci giorni fa dal leader dell’Udeur a Panorama.it . Di certo, una scelta condizionata dalla terra bruciata che tutti i suoi potenziali alleati (a cominciare da Casini e Pezzotta, per finire proprio con il Cavaliere) gli hanno fatto attorno. Mastella si è detto così ” sconfitto”, precisando di sentirsi tale “prima ancora di esserlo probabilmente sul campo”.

Resta da capire cosa deciderà di fare nel futuro più prossimo. E soprattutto cosà farà il suo partito, l’Udeur, la cui presenza nel sud d’Italia è decisiva in almeno una dozzina di amministrazioni guidate dal centrosinistra.

Sinistra Arcobaleno: griglie pronte. Per riempirle, il Prc rilancia Caruso

Il candidato premier della Sinistra Arcobaleno, Fausto Bertinotti | Ansa
Anche la Sinistra Arcobaleno sta per definire le candidature per le liste comuni. Gli strateghi dei quattro partiti, dopo un’ennesima riunione fiume a Montecitorio, hanno tratteggiato la griglia dei posti, e cioè, la collocazione dei candidati nei diversi collegi. Ora spetta a Verdi, Pdci, Prc e Sd inserire i nomi all’interno delle caselle. Lavoro non semplice, visto che gli sherpa del tavolo tecnico devono sciogliere ancora qualche nodo, in vista dell’incontro fissato per giovedì, tra i leader dei quattro partiti che dovranno porre la parola fine al capitolo candidature.
Eppure, diversi sono ancora i malumori sul mancato rispetto della parità di genere, e sulla questione dei posti a rischio. Stabilite infatti le teste di lista, per i quattro partiti resta ancora aperta la discussione sulle candidature da inserire nei posti a rischio. Già assegnati, invece, i posti dei leader: il candidato premier Fausto Bertinotti (Prc) sarà candidato a Roma, Fabio Mussi (Sinistra Democratica) a Milano, Oliviero Diliberto (Pdci) in Piemonte, Franco Giordano (Prc) in Toscana e Alfonso Pecoraro Scanio (Verdi) in Puglia.
In attesa dell’incontro risolutivo, il Prc, che questa mattina ha riunito la segreteria nazionale insieme con l’esecutivo, ha già deciso la collocazione dei suoi big. Il ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero, capolista in Veneto 1, sfiderà il presidente di Federmeccanica Massimo Calearo del Pd.

Gennaro Migliore, capogruppo del Prc alla Camera correrà in Campania, mentre Rita Borsellino, che è in corsa per le elezioni regionali in Sicilia (in ticket con la democratic a Anna Finocchiaro) come capolista della Sinistra Arcobaleno, sarà candidata per il Prc in Emilia Romagna. Anche se non si esclude per ora l’ipotesi che possa essere spostata in Lombardia. Sempre in Veneto, ma nella seconda circoscrizione e al secondo posto - in una posizione difficile, in cui l’elezione non è affatto scontata - ci sarà il deputato no global Francesco Caruso. Per il giovane disobbediente la corsa nella stessa regione in cui vive (e milita) Luca Casarini, leader degli attivisti del Nord est (che non ha mai nascosto critiche a Francesco Caruso sulla decisione di entrare in Parlamento) non sarà facile. In Veneto 2 (Belluno, Treviso e Venezia) nel 2006, Rifondazione prese un solo deputato, Verdi e Comunisti italiani nessuno.

Una delle novità rispetto alla scorsa legislatura è la candidatura di Pietro Folena, deputato indipendente che dalla Camera traslocherà al Senato, e che sarà candidato in Puglia. Sempre per Palazzo Madama correrà il presidente della commissione Antimafia Francesco Forgione, capolista in Calabria.
Tra le new entry del Prc ci sarà il segretario regionale della Puglia Nicola Fratoianni, candidato alla Camera insieme nella stessa lista con Cristina Tajani, la giovane ricercatrice precaria. Non sarà in lista invece Nicolò Pecorini, segretario regionale della Toscana, altra new entry prevista dal Prc, ma che alla fine ha deciso di rinunciare.
Alla Camera arriverà Claudio Grassi, leader della minoranza di Essere comunisti che sarà il numero due nella lista dell’Emilia Romagna. Al Senato correrà invece Alberto Burgio, capolista per il Friuli Venezia Giulia.
Risolto anche il caso di Marilde Provera, altra rappresentante della minoranza che fa capo a Claudio Grassi, che correrà in Piemonte per palazzo Madama. In Sicilia per Montecitorio correrà invece Vladimir Luxuria.

Election Day: tutto in un week end. A chi conviene il ventaglio delle schede

Le cinque schede elettorali del 2001 | Ansa
Evitare tre tornate elettorali in tre mesi, risparmiare sui costi, salvaguardare la continuità scolastica. Questi gli argomenti che anche oggi il ministro dell’Interno Giuliano Amato ha portato al Consiglio dei Ministri per motivare la necessità di mettere insieme, il 13 e il 14 aprile, elezioni politiche e amministrative. Election day, si chiama.
Tradotto, tutto in un solo giorno: far decidere agli italiani la guida del Paese e una buona fetta di enti locali. Ma perché quella che per ora è un solo un’ipotesi diventi realtà nel consiglio dei ministri di giovedì 14 febbraio, c’è bisogno di un decreto legge e, soprattutto, di un’intesa bipartisan con l’opposizione. E per ora l’idea piace solo al Pd, meno ai piccoli dell’ex maggioranza. Per nulla all’opposizione.

Nelle argomentazioni usate stamani da Amato (sostenuto anche dal ministro dei Rapporti col Parlamento, Vannino Chiti), il punto dichiarato è evitare che tra politiche e due turni di amministrative i cittadini si trovino a votare per tre volte in tre mesi.
Nelle intenzioni un po’ più recondite, invece, dalle parti del loft di Santa Anastasia, l’election day potrebbe addirittura far parte della stessa strategia elettorale del Pd.
E facendo due calcoli, si capisce perché. Le prossime amministrative vedranno coinvolte tre regioni (Friuli, Valle d’Aosta e Sicilia), 13 province (tra cui quella romana) e più di 500 comuni. Per i dirigenti del Pd accorpare il voto delle politiche a quello locale potrebbe aiutare sia a ridimensionare l’astensionismo di sinistra (che i sondaggi, dopo 22 mesi di governo, danno molto elevato) sia, addirittura, trasformare in positivo un trend negativo per la maggioranza uscente, sfruttando il voto locale, tradizionalmente molto forte e radicato sul territorio. Un esempio?

Il Campidoglio: un centrosinistra forte a Roma potrebbe spingere molti voti sul Pd anche a livello nazionale. Soprattutto se, come ormai molto probabile, per la Capitale si farà avanti una candidatura di grande peso come quella del vicepremier, Francesco Rutelli.
Anche per questo nel centrodestra non vogliono nemmeno sentir parlare di election day. Senza contare che un’unica tornata elettorale, con tre diversi sistemi elettorali, creerebbe caos nell’elettorato. Il ragionamento è del leader della Cdl, Silvio Berlusconi: “Si opacizza il voto, generando confusione tra la scelta del candidato per le elezioni locali e il voto politico”. Argomenti sottoscritti anche da Fabrizio Cicchitto: “Non si possono dare in mano alla gente 7 schede” e Ignazio La Russa di An (”Capisco le ragioni del risparmio, ma temo che l’election day possa essere di intralcio alla trasparenza del voto”). Altro elemento, le date: se si votasse il 13 aprile anche per le amministrative l’eventuale ballottaggio cadrebbe il 27 aprile, in pieno ponte del 25 aprile; altro effetto storicamente a favore del centrosinistra.

In realtà, la storia potrebbe anche giocare a vantaggio della Cdl. Nel 2001 l’accorpamento delle date non portò bene al centrosinistra. Che pagò, a livello locale, l’esperienza dei suoi primi cinque (e frammentati) anni di governo. Perse per strada una buona quota dei loro sostenitori e perse la strada per Palazzo Chigi. Dove andò a sedersi il Cavaliere. La curiosità? Anche allora dal centrodestra fu un coro di no: “Sarebbe Marx condicio”, protestò Berlusconi. E stando a quanto ha dichiarato, l’ex premier non ha affatto cambiato idea. Solo questione di scaramanzia?

Il VIDEO servizio:

LEGGI ANCHE: Al via una sfida elettorale senza antiberlusconismo e anticomunismo? - Veltroni da solo e senza primarie- Il dossier sulla crisi di Governo

Al via una sfida elettorale senza antiberlusconismo e anticomunismo?


Walter Veltroni l’aveva promesso fin dal suo discorso del Lingotto, nel giugno 2007: candidandosi alla guida del Pd, non avrebbe mai più demonizzato il suo avversario di centrodestra. Ed ora che il Partito democratico lo guida alle elezioni (la data è quella pronosticata in questi giorni: il 13 e il 14 aprile), è stato al momento di parola: niente insulti né toni particolarmente aspri, se non quelli previsti dalla normale polemica politica. Insomma, almeno per Walter, Silvio Berlusconi (perché ovviamente di lui stiamo parlando) non sembra incarnare più il demonio.
Così d’altra parte anche il Cavaliere. Se vincerà le elezioni, si è solennemente impegnato assieme ai suoi alleati di centrodestra, cederà all’opposizione la presidenza di una camera (presumibilmente il Senato), di molte commissioni parlamentari e lavorerà con gli avversari alla riforma delle istituzioni. Che dire, se non: speriamo bene?

Una campagna elettorale meno avvelenata, un futuro governo che non faccia le barricate contro l’opposizione, e viceversa, servirebbe forse a riavvicinare un po’ l’opinione pubblica alla politica. Ma soprattutto aiuterebbe a superare i gravi problemi che chiunque vinca si troverà ad affrontare, quelli economici soprattutto, e che non appare in grado di risolvere con le sue sole forze.

Però, a Camere appena sciolte, siamo ancora allo stato delle promesse. Che cosa si muove di concreto dietro questi buoni propositi? In altri termini, che interesse hanno le forze politiche a smetterla di prendersi a insulti? Vediamo. Il Pd è continua a manifestare l’intenzione a correre da solo, archiviando la stagione dell’Ulivo e dell’Unione. Farà forse degli accordi tecnici al Senato, soprattutto con la “Cosa rossa”; ma niente più coalizione unica che spazi dai moderati ai massimalisti.
Questo mette evidentemente la squadra di Veltroni non solo nella possibilità, ma anche nella necessità, di parlare un linguaggio diverso. Non deve esorcizzare il nemico berlusconiano, deve guadagnare consensi al centro. D’altra parte anche La sinistra-Arcobaleno, per la cui leadership si è candidato Fausto Bertinotti, più che puntare al governo, e quindi entrare in competizione diretta con il centrodestra, deve delimitare il proprio spazio a sinistra. Da questa area verranno presumibilmente gli attacchi più duri a Berlusconi e alleati, ma il bersaglio vero, accordi o meno, sarà il Pd. Su tutto dovrebbe far premio la fine della corsa ad accaparrarsi l’ultimo voto, che di solito è anche il più estremista: la sinistra sembra preferire il rischio di una sconfitta immediata, ma utile in prospettiva, all’incertezza di una vittoria stentata e controproducente come quella di Romano Prodi due anni fa.

Ma per non azzuffarsi occorre essere in due. Che interesse ha Berlusconi a riporre nell’armadio l’armamentario del “pericolo comunista”? Intanto lo slogan inizia ad essere logoro: nei due anni prodiani più che comunisti al governo si sono visti ministri pasticcioni e in perenne lite tra loro. Più che un esecutivo rosso abbiamo sperimentato un governo che ha sì risanato i conti, ma a costo di una spremitura fiscale senza precedenti. Mentre ha abdicato su molti fronti tipici della sinistra, a cominciare dai diritti civili.
Dunque il centrodestra non ha bisogno di far molta propaganda, le basterebbe ricordare le papere, o peggio, del governo Prodi. Il disastro della spazzatura di Napoli (sul quale non per nulla insiste Berlusconi) vale più di cento invettive contro i cosacchi a San Pietro. Ma ovviamente non c’è solo questo. La decisione del Pd di correre da solo rende per Berlusconi e alleati la campagna elettorale ancora più facile, apparentemente già vinta, ma al tempo stesso più insidiosa.

Se la Cdl - o come si chiamerà - prevalesse nel suo complesso, ma il Pd avesse la maggioranza relativa, il vero vincitore politico sarebbe Veltroni, non Berlusconi. Se poi l’ormai ex sindaco di Roma ottenesse un consenso anche grazie ad un linguaggio e a una proposta politica nuova, la sua posizione si rafforzerebbe ulteriormente, indebolendo di riflesso il Cavaliere. La novità Obama, comunque finiscano le primarie democratiche negli Usa, parla anche a noi.

Non solo. Un Pd all’opposizione, ma numericamente maggioranza, diverrebbe fatalmente un polo d’attrazione per i moderati del centrodestra, e soprattutto per i loro elettori, prefigurando scenari imprevedibili. Senza contare che il 52enne Veltroni, scontando una legislatura di opposizione, potrebbe ripresentarsi poi con le carte in regola.

Ecco perché Berlusconi - che tutto questo lo sa - ha interesse a non andare a uno scontro frontale con un avversario ben diverso da Prodi. Anzi, dopo aprile vorrebbe in qualche modo coinvolgere il Pd nella responsabilità delle scelte di alto livello, dalla politica estera alla legge elettorale, fino all’economia. Mentre in prospettiva, se davvero a metà mandato cederà palazzo Chigi ad un premier più giovane (i nomi sono quelli di Giulio Tremonti e Gianfranco Fini), dovrà in qualche modo affrontare e risolvere il problema del rimodernamento del centrodestra. Ma per rinnovare occorrono anche linguaggio, contenuti e comportamenti nuovi.

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