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La disperazione della mamma dei 4 bambini vittime dell'incendio al campo nomadi su Via Appia Nuova a Roma, il 6 febbraio 2011 viene rincuorata dai soccorritori

«Parlare di fallimento del piano nomadi è del tutto scorretto». All’indomani del rogo in un campo rom abusivo in via Appia Nuova, nella borgata romana di Tor Fiscale, in cui sono rimasti uccisi quattro bambini tra i 4 egli 11 anni, il delegato del sindaco Gianni Alemanno alla Sicurezza, Giorgio Ciardi, respinge al mittente le accuse di chi, come il Pd romano, oggi punta il dito contro il primo cittadino che solo un anno e mezzo fa annunciava la chiusura di 100 campi abusivi, il trasferimento di migliaia di persone in 13 villaggi di solidarietà e a settembre, insieme al ministro dell’Interno Roberto Maroni, gli sgomberi forzati dei 310 microaccampamenti al ritmo di 5 alla settimana. Continua


Un campo rom abusivo a Roma (Ansa)
Il ministro Maroni ha accusato, ieri sera alla festa dei giovani del PdL Atreju, certa sinistra di “falsificare la realtà”. Soprattutto quando incolpa il governo di voler “cacciare i nomadi e chiudere i campi rom”. Continua


Un campo rom a Roma
Schedature, ruspe, annunci: al centro della difficile gestione della cosiddetta “questione rom” ci sono spesso i bambini. Il rogo causato probabilmente da una candela che a Roma ha ucciso un piccolo di tre anni nella sua baracca, lasciando in condizioni critiche il fratellino di tre mesi, ha riacceso le polemiche. Poche ore dopo le tragedia nel campo abusivo della zona periferica della Magliana sono arrivate le ruspe per lo sgombero. Continua
“Non sono contrario al censimento degli occupanti dei campi nomadi nè alla schedatura delle impronte digitali di alcuni di loro per eventuali esigenze di polizia. Ma se la proposta di prendere le impronte dei minorenni solo per il fatto che sono di etnia rom dovesse diventare legge, sarò il primo a farmi prendere le impronte”. Opposizione netta, da parte di don Virginio Colmegna, all’idea del ministro Maroni di schedare le impronte digitali dei bambini nomadi.
La voce è quella di un uomo che a Milano, con la sua Casa della carità, è il simbolo dell’accoglienza. Di un operatore che vive quotidianamente la cosiddetta “emergenza rom” dalla parte dei diretti interessati. Di un sacerdote che non vuole sentir parlare di pietismo e assistenzialismo, ma che sa cosa significa condivisione di esperienze, su uno stesso piano di dignità, tra chi chiede aiuto e chi lo dà. La sua filosofia è un metodo di lavoro, che don Colmegna ha di recente raccontato in un libro dal titolo Ho avuto fame (Sperlig & Kupfer).
Don Colmegna, quando descrive l’incontro con una persona che cerca aiuto, usa spesso la parola “provocare”. Cosa significa?
L’incontro col dolore ci costringe sempre a farci delle domande. Le storie drammatiche di persone che arrivano da lontano e bussano alla nostra porta ci provocano e ci inquientano nella nostra dimensione di benessere. Ci ricordano che siamo in debito, che abbiamo qualcosa da restituire e ci richiamano a una certa responsabilità e sobrietà.
Da qui nasce la sua idea di carità e di ospitalità.
Che per me non sono mai una forma di assistenzialismo. La Casa della carità infatti non è un dormitorio, è, appunto, una “casa”, in cui io stesso abito. E dove tutto passa attraverso una condivisione e una relazione tra operatori e “ospiti”.
Lei lavora con una squadra di operatori e volontari. Quale crede sia l’eredità che lascia a chi la affianca?
Il mio modo di lavorare, che è anche una filosofia. Che mi piace pensare nasca dalla gioia di vivere e si arricchisca di esperienze e relazioni. Noi incontriamo la sofferenza ogni giorno, ma qui tutto diventa risorsa: è questo che vorrei trasmettere.
Il volontario è un egoista che fa del bene per sentirsi meglio con se stesso?
È un egoista nel senso che cura prima di tutto se stesso. Chi fa del bene è alla ricerca della felicità e lo fa attraverso la relazione con gli altri. La spinta che lo muove è un’energia positiva, non certo l’intento di autopunirsi o sacrificarsi.
Cosa viene dopo la Casa della Carità?
La strada che abbiamo davanti è così lunga… All’inizio della nostra avventura non credevo che ci saremmo occupati di aree difficili come i campi rom o di salute mentale, come stiamo facendo. L’idea di ospitalità si estende sempre di più, toccando una dimensione di spiritualità. Una dimensione più alta, contemplativa, che mi torna alla mente ogni volta che qualcuno mi chiede “chi te lo fa fare?”.
Partecipa al FORUM. LEGGI ANCHE: Ho avuto fame, il nuovo libro di don Virginio - Figli costretti a rubare: arrestati otto nomadi - Impronte ai rom, Maroni non retrocede

Continua la protesta a Mestre contro la costruzione di un campo nomadi
Uno sfratto simbolico contro i blocchi anti nomadi. È una vera e propria rappresaglia quella che hanno subito stamane i militanti della Lega di Mestre: mentre alcuni di loro si trovavano a presidiare un cantiere per impedire la costruzione del campo nomadi a Favaro veneto, nella periferia della città, un gruppo di aderenti ai centri sociali della zona ha occupato la sede del partito leghista.
Una quarantina di giovani sono entrati nella sala al primo piano dell’edificio in via Felisati, tra bandiere con il leone di San Marco e slogan di sostegno ai 160 Sinti (nomadi italiani) a cui l’amministrazione comunale ha offerto una sistemazione. Al momento del blitz nella sede era presente solo il leghista Alvise Simion: “Sono arrivati e mi hanno detto di uscire. Davanti a trenta persone non avevo scelta”: e’ il suo racconto.”Dicono che sono democratici - ha aggiunto Simion - ma occupare la sede di un partito politico non è cosa da fare”.
All’esterno della sede della Lega è stato esposto uno striscione con la scritta ”Fuori i razzisti da Venezia”. Dopo circa un’ora, l’occupazione si è conclusa senza incidenti.
”Questa - ha detto Michele Valentini, portavoce del centro sociale Rivolta - è la risposta alla vergognosa campagna razzista e xenofoba che la Lega sta scatenando. Ieri, in quattro gatti, i leghisti hanno deciso di bloccare i lavori per il campo per i Sinti, a Favaro Veneto. Noi oggi abbiamo deciso di sgomberare una sede della Lega razzista”.
”Mestre - ha concluso Valentini - è la città dell’accoglienza, della solidarietà, della multiculturalità. Tra i manifestanti, secondo l’Ansa, era presente anche Tommaso Cacciari, nipote “ribelle” del sindaco di Venezia Massimo.
Intanto una sessantina di persone, tra militanti leghisti e comitati di quartiere, dalle 6 di mattina presidiavano l’area di fronte al cantiere delle case del campo nomadi, bloccando l’ingresso di un autocarro e di un escavatore. È già il secondo giorno di proteste intorno ai lavori, autorizzati dal Comune di Venezia e finanziati con 2,8 milioni di euro. Ieri il sindaco Cacciari aveva criticato l’ iniziativa definendola “vergognosa e strumentale” e ricordando che la comunità di Sinti in questione “vive in città da decenni” . Per Alberto Mazzonetto, capogruppo leghista in consiglio comunale, i centri sociali sono “il braccio armato della sinistra al governo della città”. “Per il sindaco Cacciari - si lamenta Mazzonetto - vengono prima gli zingari e i no global dei cittadini”. Bellicosa la reazione di Mario Borghezio: ”I no global delle varie bande se lo mettano ben in testa: non ci fermeranno! Il repulisti della Padania è già cominciato: quando i Padani, usciti dalle riserve, dissotterrano l’ascia di guerra, non ce n’è più per nessuno!”
Ritmo serrato, armi da guerra in pugno e Caterpillar usati per sradicare gli sportelli Bancomat dalla parete delle banche. Gli assalti di una banda composta da cinque nomadi italiani di etnia sinti in Lombardia a Piemonte andavano avanti dal 1999. I carabinieri del Nucleo investigativo di Monza li hanno arrestati mentre progettavano un nuovo colpo in provincia di Pavia. Il capo dell’organizzazione è Bogio Giuseppe Sainovich, di 55 anni, gli altri quattro sono fratelli e cugini tra loro e hanno dai 30 ai 38 anni. Vivevano in due campi rom di Milano e sono tutti pregiudicati. La procura di Monza, coi pm Vincenzo Fiorillo e Salvatore Bellomo che da un anno coordinano le indagini, li ha fermati per quattro rapine (tra le province di Milano, Novara e Alessandria), ma sta verificando il loro coinvolgimento in altri 50 assalti compiuti nello stesso modo. Gli inquirenti puntano sui confronti di Dna, impronte e perizie balistiche.
I colpi venivano messi a segno con una tecnica militare. Il commando di rapinatori isolava la zona dell’assalto chiudendo le vie d’accesso con auto rubate e sentinelle armate. Poi strappava dalla parete della banca con l’aiuto di ruspe o trattori, anch’essi rubati in cantieri vicini, l’intero sportello del Bancomat e lo caricava su un furgone. Il tutto doveva concludersi in sei minuti al massimo, altrimenti il bottino veniva lasciato a terra. Se qualcuno, allarmato dal rumore, si affacciava alle finestra o se arrivavano le forze dell’ordine, i banditi non esitavano a sparare coi Kalashinikov. I carabinieri hanno ritrovato i loro quattro Ak47 sepolti in un bosco vicino a Bollate.
Gli obiettivi scelti dalla banda di nomadi erano gli sportelli automatici delle banche, da assaltare nella notte tra il venerdì e il sabato, oppure le casse continue dei centri commerciali, a pieno bottino nelle notti tra domenica e lunedì. Le casseforti contenevano ogni volta almeno 100 mila euro. I rapinatori andavano a colpo sicuro, dopo aver progettato tutto nei minimi particolari. Come per il prossimo colpo, sventato dai carabinieri.
Il VIDEO del Bancomat sradicato:
Il caldo non c’entra. Sono dolose, dice la polizia, le fiamme che hanno, di nuovo, aggredito un campo rom nel quartiere di Ponticelli, a Napoli. Vuoto fortunatamente: i nomadi se ne sono andati da giorni. Fuggiti da questo rione popolare della periferia est del capoluogo partenopeo. Praticamente costretti a disperdersi sul territorio dalla rabbia della popolazione che aveva attaccato le loro baracche, armandosi di molotov spranghe e sassi, dopo il tentato rapimento di una bimba di pochi mesi da parte di una ragazzina rom, poi arrestata.
Quello andato in fiamme è il campo di via Virginia Woolf e nei mesi scorsi aveva dato rifugio a una settantina di Rom: era uno dei pochi dell’area a non aver subito agguati incendiari, nei giorni della rivolta di Ponticelli. Le fiamme avrebbero distrutto soltanto una piccola parte dell’insediamento: nel mirino sono finite, ancora una volta, le baracche abbandonate, dove i nomadi avevano lasciato vestiti ed effetti personali. Il campo, uno dei sette presenti nel quartiere della periferia est di Napoli, si trova su un terreno di proprietà privata che appartiene a una società.
Continuano quindi gli episodi di intolleranza nei confronti dei nomadi, già al centro di polemiche politiche, di dibattiti e richiami in sede europea. Episodi gravi che tuttavia non vengono da tutti rigettati, rifiutati e condannati. Anzi, qualcuno lo ha anche scritto, disegnato e ribadito: “La gente ha fatto bene a bruciare i campi rom di Ponticelli”. In alcuni casi, a quei raid, hanno anche preso parte. Sono gli alunni, di età tra i 9 anni e gli 11 anni, proprio del quartiere a dire: “Non se ne sono andati con le buone, abbiamo dovuto incendiare i loro campi”.
Che siano pochi o molti ad averlo scritto nei temi, dice Mariano Coppola, il vicepreside della scuola coinvolta, l’istituto comprensivo San Giovanni Bosco, “poco importa, è grave anche se è stato uno solo ad averlo detto”. Contro le baracche dei nomadi furono lanciate molotov, pietre, insulti. Fino a quando i rom non se ne andarono. “Dietro le frasi dei nostri alunni, ci sono gli adulti, le famiglie” dice il vicepreside “i ragazzi hanno raccontato di aver preso parte a quei raid e, dopo tutto quello che hanno visto, hanno anche ribadito la loro posizione”. “Non tutti, sia chiaro, hanno detto di approvare quei gesti di violenza”, dice il vicepreside. Del resto in quella scuola, fino a poco tempo fa c’erano anche alunni rom “e mai sono stati oggetto di azioni di intolleranza”.
E infatti, i disegni degli alunni della scuola lo confermano. Ci sono case che fumano, gente che lancia bottiglie incendiarie e scritte come “abbiamo sbagliato, aiutiamoli”, “non bruciamo le speranze di chi ne ha ancora”; “siamo uguali anche vivendo in mondi diversi”; “nessuno ha diritto di uccidere”. Solidarietà, dunque, voglia di fare qualcosa per i coetanei rom come ha scritto nel suo tema un’alunna che per risolvere il problema ha pensato a dei “parchi europei che dovrebbero funzionare come piccole società”. In tanti dicono: “I rom possono restare ma devono lavorare, devono rispettare i bambini”. “Non gli chiediamo di fare lavori duri, possono sopravvivere con qualsiasi attività, basta che non sia illegale”, dice Francesca.
Ma in quei temi c’è anche altro: condivisione di violenze e accuse. “Hanno fatto bene” ha scritto un ragazzo, “visto che non se ne sono andati con le buone, abbiamo dovuto usare le maniere forti”. E un altro: “Non siamo razzisti, ma loro si sono presi troppo la mano e quindi noi abbiamo dovuto incendiare i loro campi”. “I residenti” dice un terzo studente “sono stati eccessivi ma forse hanno ragione perché sono stati lasciati soli. Ora che il problema è stato sollevato, lo Stato intervenga per risolverlo”. Ed ancora, una ragazza: “La gente ha fatto bene a bruciare i campi rom perché abbiamo già troppi problemi e ci bastano. Lo Stato potrebbe far costruire alcuni palazzi solo per i rom”.
Temi, questi, che per don Tonino Palmese, responsabile campano di Libera, associazione contro le mafie, “sono segnali da non sottovalutare”. “Certo”, spiega “non si può ancora parlare di intolleranza ma può diventarla sulla base di discorsi qualunquisti”.
Il verdetto della Commissione europea è perentorio. L’Ue “condanna vivamente qualsiasi tipo di violenza nei confronti dei rom e gli Stati devono garantire la sicurezza delle persone sul loro territorio”. Lo ha detto il commissario Ue all’occupazione, Vladimir Spidla, durante il dibattito sullo stato dei rom in Italia e in Europa all’Europarlamento. L’espulsione è una “misura estrema di limitazione di una libertà fondamentale sancita dal Trattato”, ha aggiunto Spidla, ricordando la direttiva che sancisce la libera circolazione dei cittadini europei. “I cittadini romeni hanno la stessa libertà di circolare dei cittadini degli altri paesi europei. La Commissione Ue respinge lo stigma dei rom come criminali. Gli Stati membri siano esempio di lotta al razzismo e alla xenofobia punendo i responsabili degli attacchi a queste comunità. Gli avvenimenti di Ponticelli chiedono uno sforzo congiunto. Le nostre comunità rom hanno bisogno della nostra solidarietà per spezzare il circolo vizioso di esclusione, violenza e disperazione”.
Per il commissario, “Ponticelli non è un caso isolato”. Spidla si è riferito esplicitamente al quartiere di Napoli dove i nomadi sono stati assediati costringendoli alla fuga, dopo che una rom 17enne aveva tentato di rapire una bambina italiana. Nel suo intervento ha stigmatizzato “la violenza razzista che si nutre di populismo”, parlando di “un fenomeno che riguarda molti Stati membri. All’Italia, ma anche a tutti gli Stati membri”, ha chiesto di “fare di tutto per migliorare l’inclusione sociale dei rom”, offrendosi come coordinatore. I rom, tiene a sottolineare, sono “cittadini come tutti gli altri”.
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