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Milano, i rom sgomberati chiedono i danni al Comune per “deportazione”

Reportage da Chiaravalle

A Chiaravalle, periferia Sud di Milano, il rapporto rom-residente era di quasi uno a uno. Per questo il quartiere, che è un ex paesone sorto tra l’abbazia medievale e i campi, è diventato un simbolo dell’emergenza nomadi. Qui, in tempi non sospetti, anche il circolo Arci partecipò a una fiaccolata contro il degrado e l’ “invasione degli zingari”. Ma prima dell’entrata della Romania nell’Ue a Chiaravalle la convivenza funzionava. Merito della Casa della carità di don Colmegna e del gruppo di volontari guidati da suor Ancilla, dell’Associazione Nocetum. Che collaboravano con i nomadi di via San Dionigi, dove la maggior parte degli adulti lavoravano e i bambini andavano a scuola.

Un campo che era lì da qualche anno, tutto sommato tranquillo e ben tollerato. Ma abusivo. E, infatti, l’intervento del Comune non si è fatto attendere: lo scorso 5 settembre sono arrivate le ruspe. Oggi, per quello sgombero che riguardò circa 200 persone (donne e bambini compresi), è arrivata la richiesta di risarcimento dei danni non patrimoniali. Il ricorso contro il Comune è stato presentato alla prima sezione penale del Tribunale di Milano da 29 cittadini romeni di etnia rom, assistiti dagli avvocati Alberto Guariso e Sara Russi, e parla di “piccola deportazione”.

Palazzo Marino è accusato di “comportamento discriminatorio, posto in essere in violazione dei diritti della persona”. I rom, sostengono i legali, sono “un’etnia e quindi sono tutelati dalla disciplina antidiscriminatoria”. Nel ricorso si fa inoltre riferimento a diverse dichiarazioni del vicesindaco Riccardo De Corato e degli assessori Tiziana Maiolo e Mariolina Moioli, ritenute appunto discriminatorie nei confronti dell’etnia rom. Nel giorno dello sgombero il Comune, continuano gli avvocati, “solo dopo le pressanti richieste dei rappresentanti della Casa della carità ha fornito una soluzione di emergenza per le sole donne con bambini (e neppure per tutte), imponendo così la divisione delle famiglie, oltre tutto in un momento particolarmente delicato”.

Nel ricorso si chiede ai giudici di “accertare e dichiarare la condotta discriminatoria”, in quanto lo sgombero è stato fatto “senza congruo preavviso, senza predisposizione di soluzioni provvisorie alternative, in particolare per i minori e le famiglie, e con violenza sulle cose”. E di annullare gli effetti della condotta discriminatoria, anche ordinando al Comune di fornire alle famiglie che hanno promosso l’azione legale “idonee, ancorché provvisorie, soluzioni abitative e ordinando la pubblicazione del futuro decreto su un quotidiano di tiratura nazionale”. Infine di condannare Palazzo Marino a pagare a ognuno dei romeni firmatari del ricorso una somma non inferiore a 800 euro. Alcuni dei nomadi sono già stati sentiti dal giudice che ha fissato la prossima udienza al 10 luglio.

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Napoli brucia ancora, dopo i rifiuti in fiamme i campi rom

A Napoli alcuni campi rom sono stati dati alle fiamme !foto Ansa

Il fuoco come violento strumento di protesta, simbolo dell’intolleranza senza appello. Il cielo di Napoli ha spesso visto salire il fumo dai roghi appiccati dalla gente esasperata. A Pianura, all’inizio di gennaio, la rivolta aveva dato alle fiamme cassonetti e cumuli di spazzatura, per dire no alla riapertura della discarica.
A Ponticelli, dopo che sabato una ragazza rom è stata accusata di voler rubare una bambina italiana (è stata arrestata e il fermo è stato convalidato), da tre giorni bruciano i campi rom.

Ma chi appicca il fuoco è solo un cittadino che vuole cacciare i nomadi da “casa propria” oppure è il braccio della camorra? Ieri, dopo l’assalto al campo tra via Argine e via Malibran da parte di una quarantina di persone, soprattutto donne, armate di spranghe, l’assessore alle Politiche sociali Giulio Riccio l’ha detto chiaramente: “Questo grave episodio di intolleranza ha forti connessioni con la criminalità organizzata”.

Gli incendi sono continuati in altri campi, alcuni appiccati con le molotov. La prefettura ha disposto il trasferimento dei nomadi, scortati dalla polizia, in altre zone della provincia. Vengono tutti dal quartiere Ponticelli, dove, tra cavalcavia ed edifici abbandonati, le baracche erano raggruppate in sei insediamenti. Quelli non trasferiti sono scappati per la paura. Eppure, prima che esplodesse la guerriglia, a Ponticelli la pax della Camorra aveva inglobato anche gli zingari. Per ogni baracca pagavano 50 euro al mese ai boss locali, con il permesso di chiedere l’elemosina e compiere furti in appartamento e l’impegno di rimanere lontani dalle piazze dello spaccio.

Ma dopo il tentato furto della bambina italiana l’equilibrio si è rotto e, come a Pianura con la discarica, i clan si sono messi a capo della caccia al rom. Sfruttando l’esasperazione della gente e mettendo in campo i propri soldati: ragazzini in motorino che lanciano molotov. “La polizia non ci protegge dai delinquenti venuti dall’Est e noi ripuliamo il nostro quartiere da soli”, è il ritornello che si sente per le strade. I clan qui sono radicatissimi, controllano tutto e dirigono i blitz incendiari. La gente applaude e rincara la dose con insulti e sputi ai pochi nomadi rimasti sotto i cavalcavia della Napoli-Salerno.

Il VIDEO servizio:

Milano, neonato venduto a 500 euro da una ragazza rom a una coppia di zingari

Due coppie di rom sono state poste in stato di fermo perché ritenute coinvolte, in base alle indagini della Squadra mobile di Milano, nella compravendita di un neonato. Sia i venditori sia gli acquirenti sono rom. Fra gli altri c’è una ragazza di 20 anni, che ha partorito il bimbo a dicembre all’ospedale di Niguarda, sotto il nome della donna che avrebbe dovuto “acquistare” il neonato per 500 euro.

La madre naturale del bimbo, Narcisa Nicolae, 20 anni, all’epoca dei fatti viveva nel campo rom della Bovisasca ed era dedita alla prostituzione. Nel 2006 era stata accompagnata alla frontiera perché clandestina, ma era riuscita a tornare a Milano dove, dopo l’allontanamento dei rom dal campo della Bovisasca, si era spostata in quello di Bisceglie. Suo cugino, Leonard Nicolae, detto “Darius”, 25 anni, con precedenti per occupazione abusiva, anche lui proveniente dal campo rom della Bovisasca e spostatosi a quello di Bisceglie, secondo l’accusa ha fatto da intermediario nella compravendita del nascituro.

Il neonato è stato acquistato da una coppia di rom stanziale, che abita presso un parente a Olevano di Lomellina, nel pavese, dove è stata fermata dalla polizia. Si tratta di Ion Lucan, 33 anni, operaio, incensurato, e di Mariana Lucan Bradu, 38 anni, anche lei incensurata. La coppia, che non ha altri figli, per 500 euro si è assicurata il bambino, che è stato registrato da Ion Lucan all’anagrafe di Milano con il cognome dei suoi acquirenti. Il bimbo, che è in buone condizioni di salute, è ora in una comunità protetta.

L’indagine della polizia, che ha portato all’individuazione delle due coppie è collegata all’operazione “Stabor”, partita il novembre scorso, sullo sfruttamento di minori. Ai quattro, che sono nel carcere di San Vittore, è contestato il reato di alterazione dello stato civile del neonato in modo fraudolento, che prevede una pena fino a 15 anni. Il provvedimento è stato emesso su mandato del pubblico ministero Isidoro Palma.

Il pacchetto sicurezza del governo: basta campi rom e super prefetti

Momenti di tensione nel campo rom di via Argine a Napoli | Ansa
Super prefetto anche a Roma, oltre che a Milano. Con compiti “anti rom”. “Il commissario straordinario per i rom sarà rapidamente esteso anche a Roma. Al prefetto di Roma sarà affiancato un altro funzionario”, dice il neo sindaco della capitale Gianni Alemanno a Radio 24.
Ecco da che parte vira la strada su cui sta seriamente lavorando il governo Berlusconi: inserire “il reato di immigrazione clandestina nel pacchetto sicurezza”, come spiegato dal ministro delle Politiche Comunitarie, Andrea Ronchi, ieri a Roma al termine del vertice sulla sicurezza che si è tenuto a palazzo Chigi con i ministri dell’Interno, Roberto Maroni, della Giustizia, Angelino Alfano, della Difesa, Ignazio la Russa, degli Esteri, Franco Frattini. Il pacchetto sicurezza arriverà mercoledì 21 maggio sul tavolo del Consiglio dei ministri che si terrà a Napoli.

Ma se non si arrivasse all’ipotesi del reato di immigrazione clandestina, saranno previste tutte le norme “per far sì – ha aggiunto Ronchi - che non ci sia più l’immigrato clandestino. Dobbiamo riprendere il senso della Bossi-Fini, coniugare il lavoro con l’ingresso, la solidarietà con la legalità. Non voglio far polemiche con chi ha preceduto questo governo, ma cerchiamo di mettere le cose a posto”. Il governo sta inoltre lavorando in sede comunitaria affinché il reato di immigrazione clandestina venga accettato dagli altri paesi membri dell’Unione.
Ma il responsabile del Viminale vuole arrivare al Napoli con una linea condivisa: “nei prossimi giorni – ha detto Maroni - incontrerò i sindacati, i magistrati, la Caritas, le associazioni di categoria, il ministro dell’Interno romeno e l’ambasciatore libico in Italia. Quindi porterò il provvedimento all’attenzione di Silvio Berlusconi”. Oggi e domani il ministro dell’Interno continuerà il lavoro di definizione delle nuove misure, di concerto con il Guardasigilli, per poi presentare la bozza conclusiva al premier nella giornata di venerdì.
Uno scenario confermato ieri in serata da Alfano: “Nel fine-settimana crediamo di aver pronto il testo, che con ogni probabilità presenteremo a Berlusconi venerdì, perché il contrasto all’immigrazione clandestina è un nostro punto fermo”.
Intanto ieri Maroni ha incontrato il sindaco di Milano, Letizia Moratti, a cui ha annunciato: “Entro un paio di giorni firmerò il decreto che conferisce poteri straordinari al prefetto di Milano nella gestione dell’emergenza Rom”.
Sempre ieri il ministro dell’Interno ha spiegato le linee guida del pacchetto sicurezza che sarà composto da 5 punti: “I punti principali del pacchetto - ha spiegato Maroni - sono quelle delle misure di contrasto all’immigrazione clandestina extracomunitaria, la gestione dei rapporti con i paesi cominutari, innazitutto con la Romania per l’applicazione della direttiva Ue che prevede il rimpatrio dei cittadini comunitari che delinquono o che dimostrano di non potersi mantenere in Italia. Le misure - ha aggiunto il responsabile del Viminale - contemplano poi lo stabilire il ruolo che dovranno avere i sindaci e le autorità locali nella gestione e nella prevenzione dei fenomeni criminali, le conseguenze penali per reati quali, ad esempio, l’immigrazione clandestina e una parte legata alla sicurezza legata all’emergenza della criminalità organizzata”.
Maroni ha anche sottolineato che nel pacchetto sicurezza che verrà discusso dal Cdm di Napoli la prossima settimana troverà posto anche un capitolo relativo alla criminalità organizzata.
Scettici i rappresentanti dell’Associazione nazionale dei funzionari di polizia: “C’è il rischio che sull’onda delle emozioni il nuovo pacchetto sicurezza risulti solo l’ennesima, costosa aspirina usata per curare una polmonite: l’ostentata muscolarità poliziesco-militare, al pari delle ronde e degli sceriffi improvvisati, infatti, rischia di procurare, come in passato, solo risultati insoddisfacenti e di breve momento”.

La Romania accusa l’Italia: debole coi criminali e ora pensa a misure xenofobe

Un campo nomadi controllato dai carabinieri |foto Ansa

Italia-Romania: secondo tempo. È cambiato il governo, ma il clima tra i due Paesi resta teso. Come lo scorso novembre, sull’onda dei fatti di cronaca, si è riaccesa la polemica politica tra Roma (col Viminale che annuncia nuove misure sulla sicurezza) e Bucarest, da cui arrivano accuse di xenofobia.

Il neo ministro dell’Interno Roberto Maroni varerà mercoledì o giovedì un pacchetto sicurezza, che dovrebbe contenere un giro di vite sugli immigrati clandestini, anche i romeni e i nomadi. Oggi è arrivato il commento del ministro della Difesa di Bucarest, Teodor Melescanu: “Attraverso la cooperazione con le autorità italiane non consentiremo che i romeni onesti in Italia siano lesi e che nascano sentimenti antiromeni e xenofobi nella Penisola”, ha dichiarato, ricordando che circa 25 mila imprese a capitale italiano operano in Romania e che il contributo dei romeni che lavorano al Pil italiano è notevole (circa l’1%).

L’equilibrio diplomatico, già fragile, rischia di saltare sulla questione dei campi rom. Maroni oggi ne ha parlato con il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, poi sarà il turno di quello di Milano, Letizia Moratti. Per il premier romeno Calin Popescu Tericeanu, è un errore tollerare i campi nomadi in Italia. C’è bisogno, ha dichiarato, di un impegno comune per risolvere la situazione provocata “dalla debole reazione delle forze dell’ordine e delle autorità italiane che non dovevano accettare i campi nomadi che costituiscono base di alimento della delinquenza a Roma o altre città italiane”. Al termine di una riunione di governo dedicata alla situazione dei romeni in Italia ha concluso: “Proporremo al governo di Roma l’invio urgente in Italia di poliziotti e procuratori romeni per sostenere le autorità italiane negli sforzi di contrasto della criminalità”.

Sui reati commessi dai nomadi che provengono dalla Romania il ministro Melescanu ha inoltre accusato le autorità di Roma di debolezza. “Chi commette un reato, deve rispondere di quel reato”, ha detto, precisando che i criminali vanno puniti in base alla legislazione europea nel rispetto della Convenzione europea sui diritti dell’uomo, del Trattato di Lisbona e della Direttiva 38 dell’Ue sulla libera circolazione dei cittadini comunitari. Il ministro ha inoltre definito “debole” l’impegno delle autorità italiane ad attingere ai fondi Ue destinati all’integrazione sociale dei rom. In settimana il ministro dell’Interno romeno, Cristian David, è atteso a Roma.

Intanto sulle eventuali espulsioni di immigrati c’è stato un botta e risposta a distanza tra il sindaco di Roma e il ministro degli Esteri. Alemanno ieri ha dichiarato al Sunday Times: “Mi rendo conto che la gente possa pensare che sono duro, ma a Roma viviamo nell’emergenza. Dobbiamo riconquistare il controllo del territorio. Nel sud dell’Italia il problema è la mafia. A Roma il problema è l’immigrazione: c’è una vasta massa di persone disperate che sopravvivono in modi dubbi. Secondo il giornale inglese, il sindaco vuole espellere 20 mila criminali stranieri. “Dobbiamo mettere questa gente su aerei che li riportino a casa, ma abbiamo bisogno dell’okay di paesi come la Romania, così lavoreremo su questo”, ha concluso Alemanno.

Mentre Franco Frattini, durante un’intervista a una trasmissione di Sky, ha spiegato che “espulsioni di massa non ci possono essere, è evidente. Noi non vogliamo peggiorare i rapporti con la Romania. I romeni onesti saranno accolti nelle nostre case e nelle nostre aziende, i romeni disonesti, con l’aiuto dei poliziotti romeni, li dobbiamo prendere e restituire al Paese di provenienza”.

Alcuni dati divulgati dal quotidiano romeno Evenimentul zilei (citando uno studio sull’emigrazione del ricercatore romeno Dragos Radu dell’University College di Londra) aiutano a capire l’incidenza dell’immigrazione romena in Italia. Circa due milioni di romeni, cioè quasi il 10 per cento della popolazione, sono emigrati per lavoro nei Paesi dell’Ue negli ultimi sei anni, soprattutto in Italia e Spagna a seguito dell’abolizione dei visti d’ingresso nel 2002. Stando allo studio, dopo l’ingresso della Romania nell’Ue, il primo gennaio 2007, il numero dei romeni all’estero ha raggiunto quasi quello dei connazionali rimasti a casa per lavorare nel settore privato, 2,5 milioni. L’Italia si conferma la destinazione preferita dei romeni: nel 2007 il 23,2 per cento dei romeni all’estero è venuto nella Penisola (un calo di circa il 6% rispetto al 2005). L’Italia è seguita dalla Spagna, con il 22 per cento dei romeni. Lo studio rileva infine che dal 2001 al 2007 solo il 5-7,75 per cento dei romeni emigrati è poi tornato definitivamente in patria.

Il VIDEO servizio:

Bambini rom costretti a rubare, arrestati gli sfruttatori

Uno scippo davanti alla stazione Centrale di Milano.

Le immagini del baby scippatore che sfila il portafogli ai passeggeri nel piazzale della Stazione Centrale di Milano hanno fatto il giro di televisioni e prime pagine dei giornali. “Non si può fare nulla”, si diceva, “quei bambini non sono imputabili e dalle comunità spariscono in un attimo”. È da prima della pubblicazione di quelle foto che la Squadra mobile di Milano tiene sotto controllo i bambini rom coinvolti. Ma soprattutto gli adulti che li reclutavano in Romania, li trasportavano in Italia, ne facevano degli schiavi e li costringevano, con la violenza e le minacce, a rubare.

Sono loro, in tutto 19 romeni di etnia rom, che la polizia italiana e quella romena hanno arrestato questa mattina, tra Milano, Pavia e Craiova (cittadina romena). Altri 6 sono ricercati. “Pensiamo di aver sgominato l’intera organizzazione, tra i fermati ci sono anche i capi del traffico e dello sfruttamento”, afferma il capo della Mobile, Francesco Messina. In un campo abusivo vicino a Pioltello gli agenti hanno trovato anche nove dei 34 bambini, tra gli 8 e i 13 anni, ridotti in schiavitù. Ognuno di loro fruttava anche 800 euro al giorno da inviare in Romania ai vertici della banda criminale.

I piccoli scippatori erano costretti con botte e minacce a “lavorare” alla stazione milanese e, in estate, in altri luoghi affollati di turisti, come Venezia, Bologna, Ancona e Pescara. I loro aguzzini li seguivano da vicino, li difendevano nel caso in cui la vittima del furto reagisse o la polizia intervenisse e li recuperavano dalle comunità fingendosi parenti. In alcune intercettazioni raccolte dagli investigatori una donna descrive le violenze inflitte ai bambini: “Ho comprato un guinzaglio e lo tengo legato”, dice di uno che dava troppi problemi” e riferito a un altro che non guadagnava abbastanza parla di botte nelle parti intime.

Agli schiavi minorenni veniva data anche una ricompensa di 50 euro al giorno, che però erano obbligati a giocarsi ai dadi al campo rom. In questo modo si indebitavano con gli stessi adulti che li sfruttavano. “I più piccoli venivano indottrinati dai più grandi, che poi facevano carriera e diventavano a loro volta aguzzini”, spiega Alessandra Simone, a capo della sezione che si occupa dei reati che coinvolgono minori. Gli arrestati nell’operazione “Stabor” (cioè, “giudizio”, quello degli anziani capi che dettano legge nella comunità) sono accusati di associazione per delinquere, tratta di minori, costrizione a commettere reati, usura e gioco d’azzardo.

Nel VIDEO i baby borseggiatori della Stazione centrale e gli arresti all’alba nel campo rom:

L’arte dello scippo

Incendio al campo rom di Opera, chiesti nove rinvii a giudizio

Un campo nomadi controllato dai carabinieri |foto Ansa

È arrivata la richesta di rinvio a giudizio per i presunti responsabili dell’incendio al campo rom di Opera, alle porte di Milano, lo scorso 21 dicembre. Il pm di Milano, Laura Barbaini, ha chiesto il provvedimento per nove persone, tra cui il capogruppo della Lega Nord nel Consiglio comunale della cittadina, Ettore Fusco. Tra gli indagati ci sono alcuni cittadini di Opera, accusati a vario titolo di concorso in danneggiamento aggravato, incendio e interruzione di pubblico servizio. Fusco è invece accusato di istigazione a delinquere.

Nell’incendio, scoppiato durante un presidio non autorizzato davanti al campo, erano state bruciate sei tende, mentre altre sette erano state divelte, e qualche auto della protezione civile era stata danneggiata. Il capogruppo della Lega Nord quella sera era intervenuto in Consiglio sul campo nomadi e, come riportano gli atti dell’inchiesta, ”istigava pubblicamente i presenti a commettere uno o più reati e in particolare all’occupazione della tendopoli di Opera, incitando più volte i numerosi cittadini (…) e pronunciando le seguenti frasi:’occupiamo il campo nomadi! (…), dobbiamo andare a occupare quell’area in modo tale che torni nostra (…). Andiamo tutti e resistiamo perché così Opera è nostra e gli interessi degli operesi non sono la solidarietà ai nomadi’”. Fusco aveva tra l’altro definito quell’area ”dannata”.

Si chiude così la prima parte di una vicenda che era costata cara anche al parroco della cittadina, don Renato, che si era schierato dalla parte dei nomadi. Ora la parola passa al giudice Marco Maria Alma. Ettore Fusco si dice “sconvolto anche dalla sola ipotesi che possa essere processato per avere detto che la solidarietà ai nomadi non è interesse dei cittadini di Opera e che il sindaco Ramazzotti (il primo cittadino di Opera, ndr) se voleva fare missioni umanitarie se le poteva fare in casa sua, con i suoi soldi. Le intenzioni del leghista, messe poi in atto a partire dalle ore successive a quelle in cui ignoti avrebbero dato alle fiamme le tende nella sera del 21 dicembre del 2006″, si legge in un comunicato della Lega, “erano quelle di presidiare l’area antistante il campo in allestimento per evitare che si potesse insediare un campo nomadi senza almeno dimostrare la contrarietà della cittadinanza. Gli operesi non hanno incendiato nulla né tanto meno sono razzisti, come dai mass media sono stati dipinti per tutta la durata del presidio anti rom. Se oggi Opera è ancora un paese dove il livello di sicurezza è accettabile il merito va dato a quelle persone, Fusco in prima linea, che hanno creduto nel diritto all’autotutela ed alla difesa personale mediante la pacifica ma determinata protesta di piazza”.

Don Renato, il prete dalla parte dei rom costretto a levare le tende

il presidio degli abitanti di Opera che si oppongono al campo nomadi.

La Lega lo ha annunciato con un comunicato dai toni trionfanti: se ne va don Renato Rebuzzini, il parroco di Opera (cittadina di 14 mila abitanti alle porte di Milano). Che cosa lo aveva fatto finire nel mirino del partito di Bossi? Si era schierato a favore di un campo rom.

Lui, don Renato, 65 anni, non vuole neppure sentir parlare di quella storia. Giura che la decisione di cambiare parrocchia era già stata presa da tempo, dalla fine del 2006, e che non ha nulla a che vedere con le tensioni legate al campo rom della sua città. Dal primo settembre si è insediato nella nuova comunità pastorale, quella di Paderno Dugnano, e domenica a dire messa nella sua ex chiesa, dove operava dal ‘94, c’era già il sostituto, don Olinto Roberto Ballarini. Anche in Curia, dove descrivono don Renato come un sacerdote rigoroso e severo, assicurano che gli avvicendamenti dei parroci sono fisiologici. Ma all’uscita dalla funzione i parrocchiani non parlano d’altro ed è difficile credere che l’addio del parroco non sia l’ultimo atto di un clima di tensione che era diventato difficile da ignorare. Secondo la nota del gruppo consiliare del Carroccio, “Il sacerdote che legge il Manifesto” e che ha fatto scappare i fedeli dalla parrocchia di San Pietro e Paolo con i suoi attacchi ai cittadini ha chiesto ai suoi superiori di essere trasferito.

Clima avvelenato dalla sera del 21 dicembre scorso quando era divampato un incendio nella tendopoli allestita dalla Protezione civile per ospitare una settantina di nomadi, più della metà donne e bambini, sgomberati dal campo di via Ripamonti. La Casa della Carità di don Colmengna si era fatta garante del rispetto delle regole da parte degli occupanti e la sistemazione a Opera doveva essere temporanea, di tre mesi al massimo, in attesa di trovarne una definitiva.

Ma gli operesi si opposero subito alla decisione del sindaco di centrosinistra Alessandro Ramazzotti di dare un contributo per risolvere l’emergenza di decine di famiglie finite per strada in pieno inverno. Fino ad occupare, in 400, la sala del Consiglio comunale dove si discuteva del campo e da qui, incitati dal capogruppo della Lega Nord Ettore Fusco, marciare verso l’accampamento. Ad alcune tende venne dato fuoco, nessuno per fortuna rimase ferito. Da quel giorno il clima divenne così ostile, a cominciare dal gruppo di residenti che notte e giorno presidiava l’entrata dell’insediamento insultando operatori e carabinieri, che i rom furono costretti ad andarsene prima del tempo. Per l’incendio sono finiti nel registro degli indagati Enzo Fusco, per istigazione a delinquere, e altri otto cittadini. Sono in attesa del rinvio a giudizio. I carabinieri sono arrivati a questa conclusione alla fine di luglio, grazie a filmati e fotografie e hanno denunciato una scarsissima collaborazione degli operesi alle indagini.

Quello che i cittadini non hanno perdonato a don Renato non è tanto l’essere stato favorevole ad accogliere i nomadi. Quanto la sua reazione indignata dopo la notte dell’incendio. Scrisse una lettera aperta in cui non solo lanciava un appello alla solidarietà. Ma descriveva anche cosa aveva visto la sera del 21 dicembre: “Donne e uomini, giovani e anziani, anche bambini, tutti assatanati, privi di ogni intelletto e di ogni sentimento vagamente umano”. La notte di Natale dall’altare i suoi toni furono ancora più duri. Disse che in quella chiesa non era possibile scambiarsi il segno della pace, che sarebbe stato, viste le circostanze, un gesto ipocrita.

La Lega canta vittoria. Don Renato ha sfidato i cittadini, dice Fusco, e ora è costretto ad andarsene. Dopo Natale “la sua parrocchia perdeva fedeli di giorno in giorno, a causa della sua presa di posizione non condivisa dai cittadini”. Qualcuno arrivò anche a boicottare la messa e a fare lo “sciopero delle offerte”. Il sindaco Ramazzotti difende il sacerdote: “Questi attacchi e queste strumentalizzazioni sono vergognose”, dice. “Don Renato ha dato molto alla nostra città, ma credo che se ne vada con l’amarezza di chi ha visto una parte dei suoi parrocchiani rinnegare i valori che aveva predicato per anni”. Ai suoi cittadini Ramazzotti rimprovera di essersi fatti guidare dalla paura e di non essersi fidati delle istituzioni. La ferita rimane. All’uscita dalla messa domenicale si parla del vecchio prete: “Un bravo sacerdote, ma a Natale ha davvero esagerato”. “Riuscire a far sgomberare i rom dalla nostra città a furor di popolo è stata una grande conquista”.

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