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Campidoglio

Il sindaco di Roma con due "bobbies" inglesi - Andrea D'Errico Lapresse
Gianni Alemanno indossa l’elmetto. O meglio, il cappello da vigile urbano. Il sindaco della Capitale ha in programma una serie di ordinanze che hanno come teatro di applicazione la strada, il “decoro” degli spazi pubblici. Continua

Un uomo di 39 anni con alcuni precedenti penali si è dato fuoco questa mattina in Campidoglio, nella giornata in cui si svolge la visita dei reali di Svezia, per protestare contro la mancanza di lavoro. Lo ha riferito la Questura. Intorno alle 9, C.V., un romano che secondo la polizia ha precedenti per rapina e violenza privata, si è cosparso di liquido infiammabile e si è dato fuoco proprio sotto gli occhi della polizia, che presidia in forze il municipio di Roma per la visita del re svedese Carl XVI Gustaf e della consorte Silvia Renate Sommerlath di Heidelberg.
Un agente si è tolto il giubbotto e lo ha utilizzato per soffocare le fiamme. L’uomo è stato poi trasportato all’ospedale Sant’Eugenio, specializzato nella cura degli ustionati.
Secondo la polizia l’uomo, che ha riportato ustioni sul 5% del corpo e non è in pericolo di vita, ha detto di aver compiuto il gesto perché è disoccupato e non riesce a trovare un lavoro.
Si tratta del secondo episodio del genere verificatosi sul Campidoglio. Nel dicembre del 2007 una senegalese di 41 si diede fuoco in occasione della visita del presidente del Senegal a Roma. La donna, che fu soccorsa dai carabinieri, riportò vaste ustioni.
Centro storico blindato (controllato da oltre 1000 agenti della polizia di Stato e da circa 150 vigili urbani), campane a festa, folla davanti al Campidoglio: così Roma per la visita di papa Benedetto XVI al Comune, dove è stato accolto, ai piedi della scala di Sisto IV, dal sindaco di Roma Gianni Alemanno (affiancato dalla moglie Isabella Rauti): “Un momento storico”, ha affermato Alemanno, baciando la mano al Pontefice.
“Ormai sono diventato un pò romano”, ha scherzato Benedetto XVI rivolgendosi alla gente che lo acclamava sulla piazza del Campidoglio. Vicino a lui, affacciato al balcone il sindaco Gianni Alemanno. “Vivendo a Roma da tantissimi anni” ha detto Ratzinger “ormai sono diventato un pò romano; ma più romano mi sento come vostro vescovo. Con più viva partecipazione allora, rivolgo, attraverso ciascuno di voi, il mio pensiero a tutti i “nostri” concittadini, che in un certo modo voi oggi rappresentate: alle famiglie, alle comunità e alle parrocchie, ai bambini, ai giovani e agli anziani, ai disabili e ai malati, ai volontari e agli operatori sociali, agli immigrati e ai pellegrini”.
Papa Benedetto XVI, nel suo intervento davanti alla giunta capitolina riunita in seduta straordianaria, ha espresso la speranza che “Roma continui ad essere faro di vita e di libertà , di civiltà morale e di sviluppo sostenibile, promosso nel rispetto di ogni essere umano e della sua fede religiosa”. Il Papa ha auspicato poi che la Città , di fronte al grande afflusso di immigrati e lavoratori stranieri, “saprà trovare la forza per esigere da tutti il rispetto delle regole della convivenza civile e respingere ogni forma di intolleranza e discriminazione”. Roma ha, aggiunto Benedetto XVI, ha ormai “il volto di una metropoli multietnica e multireligiosa, nella quale l’integrazione è talvolta faticosa e complessa”.
Auspicio ribadito anche dal sindaco Alemanno nel suo discorso di benvenuto al Pontefice: il Campidoglio intende “con sempre maggiore consapevolezza, prevenire e sconfiggere ogni forma di violenza che ferisce i nostri quartieri, che colpisce e umilia la dignitaà delle donne, che viola l’innocenza dei bambini, che emargina i disabili e le persone più deboli”.
“La risposta autentica ai problemi che siamo chiamati ad affrontare” ha aggiunto Alemanno “è quella di conoscere le nostre vere radici culturali e spirituali, la nostra memoria storica di romani, figli di una città universale. Roma vuole essere la città della vita, la città dell’accoglienza e della speranza: questo abbiamo scritto nell’epigrafe che tra breve scopriremo per ricordare una eccezionale giornata come l’odierna. Parole” ha continuato “gravate nel marmo, e con più forza impresse nell’animo di tutti noi, al di là delle diverse provenienze e visioni politiche, culturali e religiose”.
I recenti episodi di violenza che hanno segnato la vita della città , ha detto il Pontefice, sono “un segno di disagio profondo e la prova che se si elimina Dio e la sua legge non si realizza la felicità dell’uomo”. “Mi sia permesso, inoltre, notare che gli episodi di violenza, da tutti deplorati” ha affermato il Papa “manifestano un disagio più profondo; sono il segno - direi - di una vera povertà spirituale che affligge il cuore dell’uomo contemporaneo. La eliminazione di Dio e della sua legge, come condizione della realizzazione della felicità dell’uomo, non ha affatto raggiunto il suo obbiettivo; al contrario, priva l’uomo delle certezze spirituali e della speranza necessarie per affrontare le difficoltà e le sfide quotidiane”. “Quando, ad esempio, ad una ruota manca l’asse centrale” ha osservato Ratzinger “viene meno la sua funzione motrice. Così la morale non adempie al suo fine ultimo se non ha come perno l’ispirazione e la sottomissione a Dio, fonte e giudice di ogni bene.” “Dinanzi all’affievolimento preoccupante degli ideali umani e spirituali” ha detto ancora il Pontefice “che hanno reso Roma modello di civiltà per il mondo intero, la Chiesa, attraverso le comunità parrocchiali e le altre realtà ecclesiali, si sta impegnando in una capillare opera educativa, tesa a far riscoprire, in particolare alle nuove generazioni, quei valori perenni”.
“Questa nostra città , come del resto l’Italia e l’intera umanità ” ha detto ancora il Papa “si trova ad affrontare oggi inedite sfide culturali, sociali ed economiche, a causa delle profonde trasformazioni e dei numerosi cambiamenti sopravvenuti in questi ultimi decenni”. Quindi, ha rilevato, Benedetto XVI “Roma si è andata popolando di gente che proviene da altre nazioni e appartiene a culture e tradizioni religiose diverse, ed in conseguenza di ciò, ha ormai il volto di una Metropoli multietnica e multireligiosa, nella quale talvolta l’integrazione è faticosa e complessa”.
Benedetto XVI è il terzo Papa che arriva sul colle capitolino, il secondo che prende la parola davanti al consiglio comunale. Il primo fu Paolo VI, seguito da Giovanni Paolo II che partecipò 11 anni fa, come farà anche Ratzinger domani, a una seduta straordinaria dell’aula Giulio Cesare. Il papa arriverà in piazza del Campidoglio e verrà accolto all’entrata di Sisto IV dal sindaco Gianni Alemanno.
Piazza del Campidoglio non era piena: poche le persone che osservano il maxi-schermo. Tra gli striscioni esposti per l’occasione quelli dei campi rom: “Casilino 900 saluta il Santo Padre” e “Il gruppo degli Ercolini saluta il Papa e dice no al razzismo”. Gli Ercolini sono bambini rom del campo nomadi di Tor di Quinto che, aiutati da don Giovanni d’Ercole, hanno fondato una squadra di calcio.
C’è stato spazio anche per le proteste, durante la visita del Pontefice: “No alle ingerenze vaticane” e “Libera chiesa in libero stato”, sono le scritte che gli aderenti alla Fgci, organizzazione giovanile del Pdci, che hanno voluto “sottolineare che non si può accogliere nelle nostre istituzioni chi scomunica i medici che fanno abortire ragazzine di 9 anni stuprate e riabilita i vescovi filonazisti”, hanno detto i giovani del Pdci in una nota.
Mentre Sergio Rovasio, segretario dell’associazione Radicale Certi Diritti, e gli esponenti del partito Radicale Antonio Stango e Mario Staderini al passaggio del Pontefice a piazza Venezia gli hanno urlato “Viva il Papa Re”. Un gesto, si legge in una nota, utile a “rimarcare la totale genuflessione della classe politica al potere della teocrazia vaticana. Da due giorni su tutti i palazzi di Corso Vittorio Emanuele e Piazza venezia sono esposte bandiere vaticane, a dimostrazione che effettivamente lo Stato italiano è tornato ad essere lo Stato pontificio”.

Il Dalai Lama è cittadino di Roma e la Cina insorge.
Da Roma è partito un appello, quasi una supplica corale, per rifiutare la violenza, per difendere i diritti umani, i diritti dei popoli e soprattutto quelli del popolo tibetano.
Queste parole sono diventate così un gesto concreto con il conferimento da parte del consiglio comunale della cittadinanza onoraria a Yeshe Tenzin Gyatzo, XIV Dalai Lama. Un gesto “simbolico”, come ha detto il sindaco di Roma Gianni Alemanno, che ribadisce la richiesta dell’Italia e dell’Unione Europea nei confronti della Repubblica Popolare Cinese affinchè riprenda il dialogo con gli esponenti della nazione tibetana per ottenere l’autonomia del Tibet.
Il leader spirituale del Tibet entrando in Campidoglio nell’aula Giulio Cesare è stato accolto da un lungo applauso e grida: “free Tibet” ed in molti hanno esposto bandiere tibetane, mentre in piazza del Campidoglio si sono radunate alcune centinaia di persone con cartelli e striscioni pro Tibet, tra cui uno di Foro 753, centro sociale di destra, “contro l’oppressione comunista boicotta il made in Cina”. L’aula era gremita, con un parterre d’eccezione con molti politici, tra i quali il ministro della Gioventù Giorgia Meloni, il ministro delle Politiche comunitarie Andrea Ronchi e il capogruppo dei senatori Pdl Maurizio Gasparri.
Il Dalai Lama ha ammesso che “questi premi”, riferendosi alla cittadinanza onoraria di Roma e al Nobel, “sono un incoraggiamento a sostegno dell’azione non violenta e ciò mi dà coraggio. Penso che i tibetani sapendo che io sono qui a Roma a prendere la cittadinanza onoraria non si sentiranno abbandonati”. Il leader spirituale del Tibet ha detto che sono tre gli impegni a cui si dedicherà fino alla sua morte: “Promuovere il valore umano, l’incontro e l’armonia interreligiosa e risolvere la causa del Tibet”. Tenzin Gyatzo ha ricordato che sta invecchiando ma che non può ùritirarsi perchè andrà il mio sostegno al Tibet finché vivrò”.
Una presenza quella del Dalai Lama in Campidoglio che rappresenta” ha sottolineato Alemanno “la nostra rivolta morale di fronte all’ingiustizia, alla violenza, all’oppressione. Una rivolta morale a difesa dell’identità dei popoli e del diritto che ha ognuno di noi di esprimere la sua spiritualità e la sua cultura”.
Un messaggio non violento lanciato dal colle capitolino che acquista ancora più valore in un momento in cui la repressione della Cina in Tibet è sempre più dura, come ha detto lo stesso il Dalai Lama durante un incontro svoltosi prima della cerimonia in Campidoglio con l’intergruppo parlamentare per il Tibet. Un segnale di pace e di dialogo che parte “dal centro ideale della romanità ”, come ha affermato il sindaco, proprio in vista del cinquantesimo anniversario dell’insurrezione pacifica del popolo tibetano, avvenuta a Lhasa il 10 marzo 1959.
Un messaggio di pace non compreso, anzi respinto, da Pechino. Il conferimento al Dalai Lama, il leader tibetano in esilio, della cittadinanza di Roma “offende il popolo cinese” e costituisce “un’interferenza” negli affari interni di Pechino, ha detto oggi la portavoce del ministero degli Esteri cinese, Jiang Yu. La Cina ha annunciato conseguenze nelle relazioni con l’Italia per la decisione del Comune di Roma di conferire la cittadinanza onoraria al Dalai Lama. L’anno scorso Pechino cancellò una summit franco-cinese dopo che Nicolas Sarkozy aveva incontrato il leader spirituale tibetano. La concessione della cittadinanza onoraria di Roma al Dalai Lama, ha detto Jiang Yu, “ferisce profondamente la sensibilità del popolo cinese. Manifestiamo il nostro forte malcontento e la nostra contrarietà ”.
Cori, inni, applausi: migliaia di persone hanno affollato la chiesa di San Lorenzo al Verano e l’area circostante per dare l’ultimo addio a Franco Sensi, presidente della Roma scomparso domenica notte, a 82 anni. Diversi gli striscioni presenti tra la folla: “Grande romanista con il cuore e con la mente, riposa in pace valoroso presidente”, “Franco Sensi uno di noi”, “Onore e gloria presidente del calcio pulito”. Fra i più applauditi il tecnico della Fiorentina Cesare Prandelli (scelto da Sensi nel 2004, lasciò la Roma in estate per stare vicino alla moglie malata) il grande ex Carletto Mazzone, salutato da una vera ovazione, qualche vecchio giocatore della Roma come Damiano Tommasi e Marco Delvecchio, che hanno sempre un posto d’onore nei cuori giallorossi. C’era poi la Figc, col presidente Giancarlo Abete e il vicepresidente Demetrio Albertini, il Coni con il vice presidente Luca Pancalli e le delegazioni di moltissime squadre di serie A. Non potevano mancare i rivali cittadini: a reappresentare la Lazio, c’erano il presidente Claudio Lotito, l’ex centravanti Bruno Giordano e l’allenatore biancoceleste Delio Rossi. Per loro non certo un grande affetto, ma nemmeno aperte contestazioni. “Non lo conoscevo personalmente - ha detto Rossi - ma da lui traspariva un grande amore per la squadra. Fra Roma e Lazio c’é una rivalità sportiva, ma in questi momenti la gente va oltre queste cose”. E ancora, il presidente dell’Inter Massimo Moratti, il presidente della Juventus Cobolli Gigli e una delegazione milanista. Con a capo Adriano Galliani: una presenza purtroppo non gradita al popolo giallorosso, che ha tributato applausi per il sindaco di Roma e ha subissato di insulti e bottigliette il vice presidente del Milan. Ci sono stati alcuni momenti di tensione, quando parte dei tifosi ha tentato di forzare il cordone di sicurezza. Galliani è stato spintonato e il personale della Protezione civile ha dovuto intervenire per allontanarlo dai contestatori.
Nell’omelia Monsignor Gioia, che ha celebrato i funerali insieme a monsignor Piero Marini, ha voluto ricordare e omaggiare il presidente della Roma, raccontando alcuni aneddoti familiari. Riferendosi alle parole di Sensi, ha detto che la ricchezza personale era rappresentata dalla famiglia, non dal denaro.
Monsignor Gioia ha poi raccontato i momenti drammatici della malattia del presidente Sensi, ricordando come l’assistenza della moglie Maria Sensi per il marito sia stata eroica. Proprio la signora Sensi, visibilmente emozionata, al microfono della chiesa di San Lorenzo ha ringraziato le persone accorse al funerale del marito. “Mi avete commosso con la vostra presenza”.
Toccante anche il messaggio della squadra: “Sei sempre stato vicino a noi, come presidente e come un secondo padre”, ha scandito l’attaccante Vincenzo Montella a nome di tutti i giocatori giallorossi, al termine della messa, leggendo una lettera che contiene una piccola, semplice e allo stesso tempo grandissima promessa. “La nostra forza sarà l’unione e faremo in modo di farti sorridere ovunque tu sarai. Nessuno di noi può dimenticare la passione con cui ci hai sempre seguito. Sei stato sempre con noi: a volte come presidente, a volte come un secondo padre. Hai fatto tanto per la Roma, per i romani e per i romanisti. Hai saputo coniugare sport e solidarietà senza perdere i valori: non ti lasceremo solo e non lasceremo sola la tua famiglia. Ciao presidente sei sempre con noi”.
Al termine, il feretro del presidente è stato portato a spalla fuori dalla chiesa dal capitano della Roma Francesco Totti, da Christian Panucci, il nuovo acquisto brasiliano, Julio Baptista, Vincenzo Montella, e l’allenatore Luciano Spalletti, il giovane Okaka, il portiere Doni, e Taddei. Non è mancato, tra tanta commozione e partecipazione popolare, l’accenno al sogno del nuovo stadio, tutto romanista: “Faremo il possibile, con il sostegno della società , per costruire questo stadio, che sarà il modo migliore per ricordare questo grande presidente”, ha garantito Alemanno.
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Un lungo applauso ha salutato l’arrivo del feretro di Franco Sensi in Campidoglio, dove è stata allestita la camera ardente del presidente della Roma scomparso domenica sera all’età di 82 anni.
Circa cinquemila persone, tifosi romanisti ma non solo, si sono messe in fila fin dalle prime ore del mattino per rendere l’ultimo saluto al presidente del terzo scudetto giallorosso. Ad accogliere la salma all camera ardente allestita al Campidoglio (e aperta dalle 8 della mattina) la moglie di Sensi, accompagnata dal medico sociale della Roma Mario Brozzi e dal team manager Antonio Tempestilli, c’era il vicesindaco Mauro Cutru. Tra gli applausi è arrivata anche la figlia Rosella, ad della società giallorossa. Numerosi i vip: il segretario del Pd ed ex sindaco della capitale Walter Veltroni, che ha rivolto un lungo abbraccio ai familiari, poi i cantanti Lando Fiorini e Antonello Venditti, l’attrice Simona Marchini e l’attore Carlo Verdone, l’esponente socialista Gavino Angius e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta. Tra gli ex calciatori della Roma il primo a arrivare in Campidoglio è stato l’argentino Abel Balbo.
Alla famiglia Sensi, intanto, continuano ad arrivare messaggi di cordoglio. Tra questi, quello del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. “Franco Sensi, cavaliere del Lavoro, ha saputo combinare un’intensa attività imprenditoriale con un lungo appassionato impegno per lo sport - scrive il capo dello Stato -. Nel corso della sua presidenza la squadra di calcio della Roma ha raggiunto alti livelli di competitività e di successo suscitando un crescente seguito popolare”.
“Ci lascia quindici anni di amore che rimarranno indelebili nella mia mente e nel mio cuore”. Queste le parole di Francesco Totti. Il capitano giallorosso (”L’unico figlio maschio che ho”, aveva detto di lui, il papà -presidente dei giallorossi) è cresciuto con lui, come uomo e calciatore. “La scomparsa del presidente Sensi” ha detto Totti “è un dolore fortissimo. Perdiamo una figura di riferimento cardine della storia della Roma e di questo sport, ma soprattutto un uomo gentile, appassionato, vero. Ogni giorno che ho trascorso con lui è indimenticabile, ma il ricordo che ho maggiormente impresso nella memoria in questo momento è quel giorno al Circo Massimo e la sua felicità . Amava la Roma e ha fatto tanto per questa squadra e anche a livello personale per tanti calciatori”.
Domani la nuova Nazionale di Lippi giocherà la sua prima amichevole in Austria con il lutto al braccio per commemorare il presidente della Roma. La Federcalcio ha ricevuto l’autorizzazione dalla Fifa. L’amichevole degli azzurri sarà anche preceduta da un minuto di raccoglimento.
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È morto Franco Sensi, presidente della Roma calcio. 82 anni, il “papà ” della Roma di Totti, era ricoverato da qualche settimana al Gemelli per problemi respiratori.
Un lontano passato da calciatore dilettante (nella Fortitudo), Sensi aveva costruito la sua solidità economica da imprenditore nel settore petrolifero e quindi da immobiliarista, nel turismo ed anche nell’editoria.
Moltissimi i messaggi di cordoglio giunti alla famiglia dal mondo sportivo, da quello imprenditoriale e dalle istituzioni. Tra i primi quelli dell’ad del Milan Adriano Galliani, del presidente dell’Inter Massimo Moratti e quelli della società della Juventus.
La camera ardente sarà aperta da martedì mattina al Campidoglio, come chiesto dal sindaco Gianni Alemanno (inizialmente la famiglia aveva deciso di allestirla al centro sportivo di Trigoria). I funerali si svolgeranno mercoledì alla basilica di San Lorenzo al Verano.
A piangerlo sono in tanti: tutta la metà giallorossa della città del Colosseo. Per loro, Sensi era semplicemente “Il presidente”. Una laurea in matematica, Sensi aveva acquistato la società per passione e non per calcolo, nel 1993, portandola allo scudetto nel 2001. Ma in 15 anni di gestione sono arrivate anche due Supercoppe italiane (2001 e 2007) e due Coppe Italia (2006/07 e 2007/08). Poco o abbastanza, dipende dai punti di vista. Perché Sensi ha speso tanto, sicuramente più di quanto non abbia vinto. Ma con lui, presidente più longevo della storia giallorossa, la Roma è tornata ai fasti dell’era Viola, con lui è tornata a contare e non solo sul campo. “Tu sei e sarai sempre la storia della Roma”, gli aveva detto ultimamente Francesco Totti.
In effetti la Roma nasce nel segno della famiglia Sensi. Il papà di Franco, Silvio, fu uno dei fondatori del club, nato dalla fusione di Alba Audace, Fortitudo Pro Roma e Roman. Il padre tramandò questa passione al figlio, che negli anni Sessanta divenne vice presidente durante la gestione di Anacleto Gianni e vide la squadra giallorossa alzare al cielo il primo (e fin qui unico) suo trofeo europeo: la Coppa delle Fiere. Poi abbandonò l’incarico pur rimanendo sempre legato alla Roma tanto da salvarla dal fallimento a cui la stava portando Giuseppe Ciarrapico. Nella primavera 1993 l’acquista insieme a Mezzaroma, poi a novembre liquida il suo socio (troppe divergenze nella gestione, tra cui l’arrivo dell’indesiderato Luciano Moggi come ds) e diventa proprietario unico.
Il suo primo allenatore è Mazzone, romano verace come Sensi, il neo presidente compra tanto: da Balbo a Fonseca, passando per Di Biagio, Lanna, Moriero, Cappioli. I successi non arrivano, al massimo qualche qualificazione in Uefa. In compenso comincia a farsi strada un giovanotto di più che belle speranze, Francesco Totti. La sua graduale esplosione va quasi di pari passo con le battaglie nel palazzo del calcio di Sensi, che per la sua Roma chiede una dignità pari a quella vantata da Milan, Juve e Inter. Così a fine anni Novanta, mentre Zeman lancia definitivamente Totti (”Il mio unico figlio maschio”, l’investitura di Sensi) e la crociata antidoping contro la Juve, il presidente della Roma costituisce insieme al collega della Lazio, Cragnotti, a quello del Parma, Tanzi, e a quello della Fiorentina, Cecchi Gori, la società di diritti televisivi Sds che apre la strada all’avventura di Stream, il polo televisivo sportivo alternativo a Tele+, che allora trasmetteva le partite delle big del Nord. Inoltre, sempre di quel periodo è l’accordo per il doppio designatore (uno in quota Inter, Milan, Juve, un altro per le quattro “sorelle” del centro).
Il 1999 segna l’arrivo di Capello, che due anni dopo farà vincere alla Roma il suo terzo scudetto. Sensi cerca di conquistare la presidenza di Lega nell’estate del 2002 e quasi ci riesce ma il voltafaccia inaspettato di alcuni dirigenti fa crollare la sua candidatura. Inizia allora la lenta fase del suo declino fisico e insieme a esso i momenti di difficoltà per la Roma, fiaccata dai problemi economici figli dell’oneroso (per gli acquisti, tra gli altri, di Batistuta, Emerson e Samuel) terzo tricolore. Con la sua malattia, la primogenita Rosella prende in mano il timone della società e la conduce in una nuova fase, quella dell’autofinanziamento. Ma anche di diversi successi (una Supercoppa e due Coppe Italia), sotto la guida di Luciano Spalletti. Ora toccherà a lei: passati le mire patrimoniali di russi e americani, continuerà a portare avanti l’eredità del padre, per una vita fortemente innamorato della sua quarta figlia femmina: la Roma. “Che porterò con me nella tomba”.
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Dopo ben trentacinque anni, torna a girare armata la polizia municipale della Capitale.
La decisione è arrivata al termine di una lunga trattativa tra il sindaco di Roma Gianni Alemanno e le organizzazioni sindacali della polizia municipale che si è svolta nel tardo pomeriggio in Campidoglio.
L’annuncio dell’accordo (qui
il documento in .pdf )è stato fatto in tarda serata dallo stesso Alemanno che ha sottolineato come l’armamento “garantirà l’autodifesa e la difesa dei cittadini”. I vigili urbani avranno, dunque, la possibilità “di avere delle pistole salvo i casi di obiezione di coscienza”. L’addestramento “sarà lo stesso della polizia di Stato e considero questo - ha sottolineato il sindaco di Roma - un primo passo, ma molto importante, per garantire la sicurezza dei cittadini”.
La decisione presa oggi nel corso dell’incontro fa seguito alla delibera approvata nel giugno scorso dalla giunta comunale nella quale si decideva di armare i vigili urbani, con pistola calibro nove, spray anti aggressione e manganelli di plastica. “Hanno firmato tutte le sigle” ha aggiunto il sindaco visibilmente soddisfatto e dopo l’applauso raccolto per il raggiungimento dell’accordo “eccetto gli RdB. È stata una lunga trattativa e adesso l’accordo sarà portato in consiglio comunale a settembre”. Soddisfatto anche il comandante dei vigili urbani Angelo Giuliani: “È terminata la concertazione sul regolamento delle armi che questo corpo aspettava da tanti anni. È stato un grande lavoro”.
Per il segretario generale aggiunto del Sindacato unitario lavoratori polizia municipale (Sulpm) Alessandro Marchetti “È un momento storico per la sicurezza di Roma”.
Nel corso del tavolo si è parlato anche della necessità che i vigili frequentino un corso di abilitazione all’uso delle armi che comprende test psico-attitudinali e un corso teorico-pratico.
La seconda fase sarà l’addestramento al tiro.
Per un uso corretto delle armi, i sindacati hanno chiesto oggi al sindaco di poter organizzare dei corsi di “Tecniche di gestione delle criticità “. Nel corso della riunione è stato anche trovato l’accordo, tra le altre cose, per l’istituzione di due tavoli tecnici permanenti sulla sicurezza e sulla verifica dell’applicazione dell’ordinamento professionale e sul prolungamento del contratto a tempo determinato.
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