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Campidoglio
- Tags: Acea, Ama, atac, Auditorium, Campidoglio, debiti, Francesco-Rutelli, Gianni Alemanno, Pd, pdl, piano-regolatore, Roma, Walter Veltroni
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di Renzo Rosati e Mario Sechi
I romani ballano sull’orlo di un vulcano. E per Gianni Alemanno, il neosindaco che ha sbaragliato il “modello Roma” di Walter Veltroni e Francesco Rutelli, la festa rischia di essere molto breve. Addio a molti appuntamenti dell’Estate romana, addio quasi certo alla notte bianca. Per ora.
All’origine di tutto c’è l’enorme debito ereditato dalla giunta Veltroni (che nel 2001 lo aveva trovato in gran parte nei bilanci di Rutelli): oltre 7 miliardi di euro, che potrebbero aumentare a 9-10. A quel punto la capitale rischierebbe il default, il fallimento. E scatterebbe il commissariamento: spese ridotte all’osso; investimenti come la metropolitana a rischio; addizionale comunale al massimo di legge: dallo 0,5 attuale allo 0,8 per cento. Un salasso per i cittadini, che nel 2007 si sono visti aumentare il balzello e che già pagano l’1,4 di addizionale regionale a causa del debito sanitario. E, per il centrodestra, la vittoria del 13 aprile si trasformerebbe in un mezzo incubo.
Conto alla rovescia
Proprio per questo è scattato un affannoso conto alla rovescia tra Campidoglio, ministero dell’Economia e Palazzo Chigi. A fine maggio i tecnici della ragioneria comunale (il titolare precedente, Francesco Lopomo, è andato in pensione a marzo) hanno fatto le pulci al documento di programmazione finanziaria approvato a fine 2007 dalla giunta Veltroni e ad altri possibili scoperti. E hanno accertato che ai 7,032 miliardi contabilizzati da Veltroni e dal suo assessore Marco Causi ne andavano aggiunti altri 2 o 3: 1 derivante dai bilanci sempre oscuri di Ama e Trambus, le aziende della nettezza urbana e trasporti; 1,8 miliardi di mancati accantonamenti per contenziosi giudiziari; e debiti con enti e istituzioni, tra i quali 170 milioni della Cassa depositi e prestiti legati alla ristrutturazione, mai avvenuta, dell’Atac (autobus, altro buco nero da 13 mila dipendenti).
Il 29 maggio la ragioneria capitolina ha girato il dossier alla Ragioneria dello Stato guidata da Mario Canzio. E, con un secco documento di quattro pagine, ha imposto ai dirigenti comunali, al sindaco, agli assessori e ai presidenti dei 20 municipi romani il “blocco di tutte le spese salvo quelle che non generino ulteriore danno all’amministrazione”. Atto così tradotto da Alemanno: “Dobbiamo limitarci allo stretto necessario ai bisogni dei cittadini”.
Dopodiché il sindaco si è messo a fare la spola tra l’ufficio di Giulio Tremonti e Palazzo Chigi. Tre incontri con il ministro per scongiurare il commissariamento (che per legge compete al titolare dell’Interno, il leghista Roberto Maroni) e chiedere al governo di anticipare dei soldi. La coperta di Tremonti è tradizionalmente corta. Tuttavia, anche il ministro non pare avere interesse al default: porterebbe inevitabili polemiche sull’azzeramento dell’Ici (per la capitale vale 380 milioni), sul blocco delle addizionali e in generale sul federalismo fiscale, cavallo di battaglia suo e della Lega. Ma i tempi sono strettissimi, il conto alla rovescia è al termine: “Giovedì 19 giugno saprete tutto” promette Alemanno.
Vent’anni di debiti
Alle accuse di finanza allegra Veltroni ha sempre replicato in due modi: quando è diventato sindaco, nel 2001, ha ereditato un buco già di 6 miliardi; e poi i trasferimenti dallo Stato a Roma sono inferiori a quelli delle altre metropoli. Nel periodo 2001-2006, 276 euro pro capite, contro i 304 per Milano, i 387 per Palermo, i 553 per Napoli. Ma se questo argomento ha un fondamento, l’altro chiama in causa Francesco Rutelli, sindaco dal 1993 al 2001 e candidato del Pd nel 2008. L’ex leader della Margherita si difende a sua volta tirando in ballo la Prima repubblica. Argomento però non sufficiente a giustificare debiti che dal 1995 a oggi hanno sempre oscillato intorno ai 6 miliardi, fino al record del 2007.
Osserva l’economista Gianfranco Polillo, ex capo del dipartimento economico di Palazzo Chigi: “Non basta più ricordare lo status di capitale d’Italia. Come reagiranno i milanesi visto che il debito di Roma vale il 60 per cento di quello di tutti i comuni capoluogo?”.
Il giallo degli interessi
La lente è puntata sulla struttura degli interessi messa in piedi dal Campidoglio. Si legge a pagina 116 del dpf veltroniano: “La percentuale del debito coperta tramite derivati è attualmente del 21 per cento, un volume di swap pari a 1,35 miliardi”. In termini semplici: il Campidoglio si è indebitato negli strumenti a maggior rischio, tanto più in piena crisi dei mutui subprime.
La relazione afferma di aver conseguito risparmi per 205 milioni. Ma solo sulla carta, perché (tabella qui a fianco) la composizione del debito così rinegoziata è per il 41 per cento a tasso fisso “trasformabile in variabile” e per il 16,7 per cento a tasso variabile “trasformabile in fisso”. Insomma, il Campidoglio avrebbe scommesso su una riduzione dei tassi quando accadeva esattamente il contrario. Osserva Polillo: “Il risultato è un carico d’interessi di 500 milioni l’anno che raggiungerà i 900 entro il 2017″.
La partita politica
Alemanno ha il migliore alleato a Palazzo Chigi in Gianni Letta. Il sottosegretario di Silvio Berlusconi ha da sempre un occhio di riguardo istituzionale per Roma: fu lui, anni fa, a sbloccare i finanziamenti per la metropolitana e a benedire l’Auditorium (oggi un’impresa attiva). Ed è sempre lui, ora, a tenere aperto il canale con Walter Veltroni. Proprio Letta ha suggerito a Berlusconi la soluzione tampone: imporre alla Regione Lazio, retta dal pd Piero Marrazzo, di iniziare a restituire al Campidoglio un debito da ben 1,7 miliardi. Pena un altro commissariamento a causa del deficit sanitario.
La lettera firmata Berlusconi è partita il 6 giugno: dà a Marrazzo 30 giorni di tempo, chiede di iniziare a mettere ordine nei conti. Marrazzo non ci ha pensato due volte: a costo di una resa dei conti nel Pd ha licenziato il suo assessore alla Sanità, Augusto Battaglia. Tra fondi della regione e un possibile anticipo della futura iva “federale” concesso dal Tesoro (si parla dello 0,8 per cento) il Campidoglio si potrebbe salvare. Dopodiché si tratterà di convincere le agenzie di rating, cioè il mercato: nel 2007 la Fitch aveva corretto l’outlook sul debito capitolino da “stabile” a “negativo”, mentre la Standard & Poor’s minaccia il declassamento da A+ ad A. E poi agire con mano ferma sulle controllate: Ama, Acea, Trambus, Atac.
Questione ben nota a imprenditori come Andrea Mondello, presidente della Camera di commercio. In un rapporto del gennaio 2008 osserva: “Sia per le local utility sia per le infrastrutture partecipate dagli enti locali restano sotto il profilo dell’efficienza e della produttività forti divari tra Centro-Nord e Centro-Sud”.
Meno diplomatico Salvatore Rebecchini, ex presidente della Cassa depositi e prestiti: “Abbiamo comuni con grandi patrimoni immobiliari gestiti a condizioni non di mercato, e nello stesso tempo forti indebitamenti. Gli stessi comuni si trovano ad avere partecipazioni in società quotate, come l’Acea a Roma. Un paradosso sul lato dell’attivo e del passivo: troppi debiti e scarsissima redditività”.
Comunque vada, per Alemanno la strada è segnata: a Roma poco effimero, molto lavoro e nulla da scialare.
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Walter Veltroni qualche anno fa tracciò la strada, Gianni Alemanno oggi la difende. Parliamo delle strade, anzi delle vie, della Città Eterna.
Quella in cui l’attuale segretario del Pd, solo fino a pochi mesi or sono spopolava con iniziative di toponomastica buonista: ovvero intitolando vie, giardini e/o busti a villa Borghese a caduti del terrorismo di destra e di sinistra. A morti rossi e neri della terribile stagione degli anni di piombo. E all’inizio della settimana scorsa il neo sindaco di Roma si era detto favorevole alla proposta di una “via Almirante a Roma”, spiegando che se ne sarebbe discusso in Consiglio comunale.
Dunque era stato l’ex sindaco di Roma Veltroni ad inaugurare la stagione dell’intitolazione delle vie bipartisan, un po’ per non dimenticare i cruenti anni Settanta, un po’ perché “il pericolo è sempre annidato nella società. E allora rivendico” aveva detto Veltroni proprio qualche sera fa durante la presentazione del libro sul rogo di Primavalle a cui partecipava con Gianfranco Fini “quel percorso di ricostruzione del circuito della memoria avviato quando ero sindaco di Roma con l’intitolazione delle vie ai morti di destra e di sinistra”.
E in queste settimane in cui il clima di dialogo tra centrodestra e centrosinistra la fa da padrone, arrivano le dichiarazioni di oggi del primo cittadino di Roma, Gianni Alemanno, che nel corso del suo discorso per l’apertura della consiliatura, oltre ad aver invitato il papa Benedetto XVI in Campidoglio, è tornato sull’intitolazione di una via all’ex segretario dell’Msi, Giorgio Almirante: “Ha suscitato scalpore la mia volontà di intitolare una strada ad Almirante. È fuorviante seguire schemi da prima repubblica. Ricordo che alla Magliana nuova c’è una via Lenin, così come una via Palmiro Togliatti”. Anzi il sindaco della Capitale rilancia: “Occorre superare questi schemi, per questo credo sia giusto intitolare una strada anche a Enrico Berlinguer, Amintore Fanfani e Bettino Craxi, persone che hanno evitato di far esplodere la guerra civile in fasi difficili della nostra vita politica”.
Parole che fanno il paio proprio con quelle del presidente della Camera che” sempre durante la presentazione del libro di Giampaolo Mattei, La notte brucia ancora “aveva parlato del leader storico della destra italiana così: “se fosse mancato un punto di riferimento come Giorgio Almirante, che ci insegnava a non odiare, oggi saremmo qui non a parlare di guerra civile strisciante, ma di una vera e propria guerra civile”.
Durante la seduta del Consiglio comunale in cui stamattina Alemanno ha ribadito la sua idea toponomastica, la proposta è stata applaudita, ma il Consiglio si è chiuso malamente con i rappresentanti di opposizione che urlavano “Buffoni, Buffoni” all’indirizzo della presidenza. Motivo: l’aver chiuso la seduta senza aver dato la parola all’opposizione.
Veltroni ancora non si è pronunciato, ma difficilmente si opporrà ad una pratica inventata sostanzialmente da lui.
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Affluenza in netto calo secondo i dati del ministero dell’Interno, relativi alle ore 22 di domenica 27 aprile: alle provinciali ha votato il 39,8% degli aventi diritto (contro il 56,5% del primo turno); alle comunali il 46,2% (contro il 58,7%). A Roma, al ballottaggio per il sindaco, ha votato il 47,0% per cento. Al primo turno la percentuale era stata del 57,1%. C’è da dire, però, che il primo turno delle amministrative era coinciso con le elezioni politiche.
Fin dal primo mattino è cominciato il via vai alle urne. Ma senza quel traffico che invece ha caratterizzato il lungo ponte primaverile. Si dirà infatti che l’occasione del 25 aprile non ha aiutato a portare alle urne i quasi sei milioni di cittadini interessati al secondo turno. Si dirà anche il bel tempo ha influito sulla loro scelta. Di fatto, ed è questa la cosa certa, nella giornata di domenica 27 aprile si è registrata una vera e propria disaffezione verso il voto per la scelta di sindaci e presidenti di Province.
Con i ballottaggi, si devono infatti eleggere i governi provinciali di Asti, Catanzaro, Foggia, Massa Carrara e Roma e i sindaci di 44 comuni, tra cui sette capoluoghi di provincia (Roma, Massa Carrara, Pisa, Sondrio, Udine, Vicenza e Viterbo). I seggi riaprono oggi dalle 7 alle 15. Gli scrutini avranno inizio al termine delle operazioni di voto. Tra i primi a votare, a Roma, è stato il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano che si è recato con la moglie, la signora Clio, alla scuola Margherita di Savoia in via Panisperna, nel seggio elettorale di residenza in cui i coniugi votano da molti anni. In un clima familiare, Napolitano e la moglie hanno scambiato saluti con i numerosi elettori presenti al seggio. Poi prima di rientrare al Quirinale hanno preso un caffè nel bar del quartiere in cui abitavano.
È soprattutto il voto per eleggere il primo cittadino della capitale a tenere tutti con il fiato sospeso: da una parte il candidato del Centrosinistra, Francesco Rutelli, che parte dal 45,8% dei consensi, e dall’altra il rivale di Centrodestra Gianni Alemanno, che al primo turno ha raggiunto il 40,7%. Quello per il Campidoglio non è però l’unico voto che conta: si vota infatti anche per scegliere il presidente della Provincia di Roma. Si sfidano il candidato del Centrosinistra Nicola Zingaretti (46,9% dei voti al primo turno) e quello del Centrodestra Alfredo Antoniozzi (37,1% al primo turno). Stando alle indiscrezioni che circolano nei due quartier generali, quello di Rutelli e quello di Alemanno, la sfida potrebbe essere decisa all’ultimo voto. Sarà dunque uno scrutinio al cardiopalma. Il candidato di Centrosinistra è fiducioso di tornare a essere sindaco della capitale. Ma l’esponente di An-Pdl è convinto di aver recuperato il gap iniziale e di poter conquistare il Campidoglio.
Gli equilibri nazionali, tanto nel Popolo della Libertà tanto nel Partito Democratico, sono appesi al risultato della capitale. Sul fronte del Centrodestra, Gianni Alemanno potrebbe avere un ministero (si vocifera sia quello del Welfare, al quale, oltre al Lavoro, si aggiungeranno la Solidarietà Sociale e la Famiglia). Grande attesa anche nel Pd. Il segretario, Walter Veltroni, spera nel successo di Rutelli anche per evitare scossoni nel partito. Una vittoria dei Democratici, infatti, metterebbe a tacere i dissensi interni.

Esclusa la provincia di Roma, sarà battaglia anche in quelle di Asti, Massa Carrara, Foggia e Catanzaro. Ad Asti Maria Teresa Armosino, candidata per il Pdl, ha avuto il maggior numero di preferenze (44,1%), ma non è riuscita ad ottenere la maggioranza assoluta, inseguita da Roberto Peretti candidato del Pd e dell’Ivd (26,4%). A Catanzaro, invece, si andrà al ballottaggio tra Wanda Ferro (Pdl-Destra) che è arrivata al 45,9% e Pietro Amato (Pd-IdV) giunto al 35,7%. Anche a Foggia si deciderà il presidente della Provincia in questo secondo turno: il Centrosinistra ha chiuso in testa con Francesco Paolo Campo (42,8%) seguito dal candidato della Pdl Antonio Pepe (37,4%). Infine, a Massa Carrara il presidente uscente, Osvaldo Angeli, sostenuto da Pd, Socialisti ed Italia dei Valori, ha chiuso in testa con il 41,5% ma senza conquistare la Provincia al primo turno: dovrà vedersela con Sandro Bondi, coordinatore di Forza Italia, che il Pdl ha messo in campo per tentare di strappare la Provincia alla sinistra e che il 13 e 14 aprile ha raggiunto il 32,3%.
Partita apertissima anche per gli altri comuni, dove quello che pesa, sulla bilancia politica, è l’esito del voto nei capoluoghi di provincia. Il 13 e 14 aprile, infatti, la partita si è chiusa 2 a 1 per il Pdl, che ha strappato Brescia al Centrosinistra e confermato il sindaco di Treviso. Il Centrosinistra, invece, ha conquistato al primo turno la sola Pescara, ma si trova avanti in molti dei restanti 7 comuni interessati dai ballottaggi. A Massa, ad esempio, la sfida è tutta interna al Centrosinistra: Fabrizio Neri (Pd-Idv) si è infatti fermato al 38,8%, Roberto Pucci (Sa) al 27,9%. A Pisa Marco Filippeschi (Pd-IdV) tornerà a sfidare Patrizia Paoletti Tangheroni (Pdl-Lega): il primo è arrivato al 47,4%, l’altra al 32,4%. Ballottaggio anche a Sondrio, dove Alcide Molteni (Pd-Sa) è arrivato al 49% e Aldo Faggi (Pdl-Lega) al 32,5%; a Udine, Furio Honsell (Pd-Sa-IdV) al 43,7%, Enzo Cainero (Pdl-Lega-Udc) al 39,6%; a Vicenza, Amalia detta Lia Sartori (Pdl-Lega) al 39,3%, Achille Variati (Pd) al 31,3%; a Viterbo, Giulio Marini (Pdl) è 49,1%, Ugo Sposetti (Pd) 33,5%.

L’emergenza sicurezza e la questione Alitalia sono stati i temi centrali del faccia a faccia tra i candidati a sindaco di Roma del centrosinistra Francesco Rutelli e del Pdl Gianni Alemanno nel corso della trasmissione televisiva Ballarò in vista del ballottaggio per le elezioni comunali di domenica e lunedì prossimi.
Non inganni la foto, di rito, sopra: la cordialità fra i due dura solo un attimo: prima che la trasmissione entri nel vivo. Nello studio arroventato dalle luci e dalla tensione, il fair play cede il posto allo scambio dei colpi. Già alla prima domanda, il confronto è serrato, ma senza grande picchi di nervosismo. A prendere la parola, dopo un sorteggio perso, è stato per primo Alemanno che mostrando il quotidiano Il Messaggero ha subito introdotto l’aggressione e la violenza della studentessa del Lesotho avvenuta giovedì scorso e il tema della sicurezza sostenendo che a Roma “ci vuole il cambiamento” perché “queste cose non devono più accadere. A Roma c’è bisogno di una svolta” perché “da 15 anni c’è lo stesso gruppo di potere” alla guida della città, riferendosi agli anni di governo del centrosinistra. Ma Rutelli ha replicato: “il primo ad aver sollevato questo tema è stato l’allora sindaco di Roma Veltroni. Non è un problema del sindaco, ma del Paese. Dobbiamo essere uniti contro questo problema”.
Rutelli ha poi mostrato “il dispositivo di comunicazione” più noto come braccialetto per le donne che tante critiche ha suscitato. E Alemanno ha replicato: “Non mi piace l’idea della sicurezza fai da te. Le ronde e il braccialetto elettronico non mi convincono. La sicurezza è un valore sociale, è un problema dei più deboli. Il paragone con Milano - ha aggiunto replicando a Rutelli - non regge molto. A Roma ci sono 85 campi nomadi, è una realtà impressionante”.
Riferendosi al precedente governo Berlusconi, Alemanno ha sottolineato che “noi abbiamo regolarizzato 640mila persone, che avevamo ereditato dal passato, erano già entrate nel nostro Paese, già lavoravano in nero e sono state prese le impronte digitali”. Il candidato del Pdl ha quindi ricordato che la Romania è entrata in Europa nel gennaio del 2007 quando il Governo Prodi era già in carica. Non sono mancate battute con Rutelli che rivolgendosi ad Alemanno ha detto: “Hai parlato di colonnine SS, hai avuto un lapsus”.
“Dai, dai”, ha replicato Alemanno. E poi è stata volta di Alemanno a prendere in giro Rutelli quando ha apostrofato il suo avversario: “No tesoro…” e lui ha risposto: “Tesoro mai”.
Poi a dominare è stato il tema dell’Alitalia. “Oggi” ha esordito Rutelli “La Padania scrive: ‘La lega vince, Air France vola via’. A chi la volete dare Alitalia? Ai russi? Oggi Alitalia vale meno perché voi, quando eravate al governo, avete fatto non una politica industriale ma una divisione tra Malpensa e Fiumicino che ha portato la compagnia di bandiera vicina al fallimento. Ma dove sta la cordata italiana di cui parlavate?”. “Noi riteniamo che si può costruire una cordata italiana” ha replicato Alemanno che, incalzato da Rutelli, ha ha aggiunto alzando il tono della voce: “Non si può svendere Alitalia. Alitalia, Rutelli, capito? Italia, Italia, Italia”.
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Rush finale tra Gianni Alemanno e Francesco Rutelli per la carica di sindaco di Roma. Domenica e lunedì prossimo i cittadini romani (ma si vota anche per l’elezione dei presidenti di 5 province, dei sindaci di altri 42 comuni, di cui 6 capoluoghi di provincia) torneranno alle urne per il turno di ballottaggio.
L’ex leader della Margherita è forte del 45,77% incassato il 13 e 14 di aprile, mentre il colonnello di An riprende la sua scalata dal 40,74%. Rutelli sarà appoggiato ufficialmente da tre liste in più (Michele Baldi che aveva ottenuto lo 0,8% e da due formazioni dal nome calcistico “Forza Roma” e “Avanti Lazio” rispettivamente 0,3% e 0,1%) rispetto al primo turno con un peso elettorale complessivo di poco più di un punto percentuale. Ma dovrebbe avvantaggiarsi anche dei voti di Franco Grillini (0,8%) a cui ha rifiutato l’apparentamento perchè, spiegano i bene informati di cose capitoline, se Rutelli ce la fa, sarà “grazie ai voti che la Chiesa non gli farà mancare”.
Invariato invece lo schieramento che appoggerà il candidato del centrodestra. Pur senza apparentamenti si dovrebbe giovare dei voti de La Destra di Francesco Storace (3,3%) e di quelli di Mario Baccini (0,7%). La corteggiatissima Udc, che al primo turno ha schierato Luciano Ciocchetti (3,1%), ha lasciato libertà di voto.
Poi due endorsement che non ti aspetti: per Rutelli quello di Giuliano Ferrara e per Alemanno quello di Mario Capanna.
E stasera i due si scontrano in un duello tv da Giovanni Floris a Ballarò. Panorama.it li ha messi a confronto su alcune tematiche.
Sicurezza
La cronaca nera delle ultime settimane ha messo in primissimo piano la questione sicurezza. Rutelli ha sollevato un vespaio di polemiche con la sua idea del braccialetto elettronico per la richiesta di aiuto in caso di bisogno per le donne. Immediata la risposta di Alemanno che l’ha giudicato “umiliante per le donne perché rappresenta la resa da parte delle istituzioni incapaci di garantire la sicurezza dei cittadini”.
Poi botta e risposta tra i due sulla gestione della sicurezza da sindaci. Rutelli ha detto che, qualora eletto, si avvarrà di un nuovo organismo: “la Commissione Consultiva per la Sicurezza Integrata (Csi), formata da personalità di alto profilo istituzionale e con provata esperienza nel campo della sicurezza”. E poi ha spiegato: “Roma è la vetrina del Paese e sarà la vetrina della sicurezza. Da sindaco guiderò le politiche per la sicurezza di competenza del Comune di Roma”, eliminando quindi l’apposito assessorato. Pronta la risposta di Alemanno: “Voglio trasformare la polizia municipale romana, oggi abbandonata, in una vera polizia locale come previsto nella Costituzione, una vera polizia di prossimità, armata, che sia destinata a fare la lotta al degrado”. E ancora: “Se sarò eletto sindaco, provvederò all’espulsione dei 20mila stranieri che hanno commesso reati, nomadi, immigrati o romeni che siano, non è una questione etnica”.
Alitalia
L’altra tematica calda della campagna elettorale è stata la questione Alitalia. Tema tanto più scottante a Roma dove i posti di lavoro nel settore sono tanti. E a rischio.
Il vicepremier Rutelli nelle settimane prima del voto per le politiche ha più volte criticato la posizione di Berlusconi sulla cordata italiana. E a proposito dell’abbandono di Air France ha spiegato: “Quello che sta succedendo in queste ore è una tragedia per Roma. Se Alitalia fallisce è un disastro, con decine di migliaia di persone che vanno per strada. Per noi è come la Fiat per Torino e forse di più”.
Alemanno, invece, prosegue nella linea adottata dal leader del Pdl, Berlusconi, di ricercare strade alternative: “Credo che una cordata italiana sia l’unica soluzione. Constatiamo con soddisfazione che Air France si è ritirata. Vogliamo mantenere la compagnia di bandiera in Italia e a Roma perché ci serve per il turismo e per mantenere elevato il livello internazionale”.
Grandi opere e traffico
Per il problema numero uno di Roma, il traffico, Alemanno punta sul potenziamento del trasporto pubblico sul ferro e sul decongestionamento del traffico. Secondo il candidato del centrodestra “è fallita la cura del ferro degli ultimi 15 anni di governo” della Capitale. Poi propone la realizzazione del secondo anello del Grande raccordo anulare e il completamento dell’anello ferroviario con un deciso aumento dei parcheggi.
Rutelli vuole proseguire con la cura del ferro già avviata con i lavori per la metro C, il prolungamento della metro B e la futura metro D. L’ex sindaco ha promesso più parcheggi di scambio, più offerta di trasporto pubblico, corsie preferenziali e la revisione del sistema tariffario della sosta differenziata a seconda delle zone. Ma spazio anche all’innovazione tecnologica: vendita di almeno un terzo dei biglietti del trasporto pubblico locale mediante pagamento on line e via sms.
Case e asili
Sulla questione casa il candidato del Pdl a sindaco di Roma ha ribadito di voler costruire “25 mila case nei prossimi anni”. Sugli asili nido, invece promette “10mila nuovi posti a Roma nel prossimo quinquennio”.
Rutelli per affrontare l’emergenza casa ha annunciato la realizzazione di 10mila case popolari, 10 mila case in affitto agevolato e 6 mila alloggi per studenti.
Unioni civili
I due candidati sono contrari alle unioni civili. Alemanno segue la linea del Pdl, che in materia di diritti prevede il pieno rispetto della Costituzione e quindi la tutela delle famiglie basate sull’unione tra uomo e donna.
Nel programma di Rutelli non c’è spazio per il Registro delle unioni civili (che già con Veltroni non ebbero successo). Saranno pero “garantite – si legge nel suo documento programmatico - pari opportunità alle persone che vivono in unioni di fatto. In tutti i regolamenti del Comune si dovrà fare riferimento alle risultanze delle convivenze anagrafiche, a prescindere dalle scelte sessuali liberamente adottate”.
Gente che va, gente che viene. “Vecchi” onorevoli pensionati, nuovi onorevoli al debutto. Ogni legislatura ne ha, non fa difetto la XVI, che comincerà il 29 aprile. A lasciare, tra gli altri, dopo 45 anni in Transatlantico, il politico di Nusco: Ciriaco De Mita. A entrare, per la prima volta nella storia italiana un deputato di colore: Jean Leonard Touadì, eletto alla Camera nel collegio Lazio 1 con l’Idv
Quarantanovenne, nato a Brazzaville in Congo, Touadi è dal 1978 in Italia, dove è docente universitario e autore Rai. L’Italia dei Valori lo ha candidato al secondo posto della circoscrizione Lazio 1, proprio dopo il leader Antonio Di Pietro. Touadì è anche giornalista e docente universitario, conosce (e parla correttamente) diverse lingue, tra cui il croato. Ora, esulta per l’elezione ottenuta e promette: “vado a legiferare sui temi della legalità e della sicurezza avendo in mente un territorio come Roma, che per me è ha rappresentato una grande palestra operativa e mi è stata utile a conoscere norme e leggi”. Touadi fa parte del manipolo di ex amministratori e assessori capitolini che il leader del Pd Walter Veltroni porta con sè in Parlamento. Oltre a lui gli ex assessori comunali Roberto Morassut, Maria Coscia, l’ex vicesindaco Maria Pia Garavaglia e l’ex delegata ai problemi dell’handicap Ileana Agentin.
Roma è stata la sua palestra amministrativa: insieme a Veltroni ha trascorso due anni, alla fine dei quali, dice, il consenso ottenuto “ha dimostrato che abbiamo governato bene”.
Della capitale, Jean Leonard è stato assessore alla sicurezza. Ruolo che non gli ha impedito di mettersi contro Cristopher, suo nipote: occupante 18enne doppiamente nero (per colore della pelle e fede politica). Cosa unisce l’ex assessore veltroniano e il giovane militante fascista, lo spiega a Panorama.it lo stesso Touadi: “È mio nipote all’africana”. Ovvero è figlio del “fratello” con cui Toaudi arrivò in Italia dal Congo tanti anni fa. Il padre di Cristopher poi dovette tornare in Africa e il ragazzo è stato praticamente cresciuto da Touadi. Eppure, nonostante l’educazione del “quasi padre”, le idee tra i due sono molto diverse. Il giovane, forse anche a causa di qualche frequentazione con gli ultrà di destra, è diventato fascista. Mentre il più maturo Touadì si è avvicinato al centrosinistra, fino ad entrare nella giunta comunale di Veltroni in Campidoglio.
E proprio negli ultimi anni le loro strade si sono divise: uno occupava da destra la Casa Pound, l’altro era l’assessore che avrebbe dovuto impedire le occupazioni. E ora sarà deputato del legalitario Di Pietro.

Il fortino romano del centrosinistra resisterà alla frana provocata dalla vittoria di Silvio Berlusconi? Lo scrutinio per le amministrative, a Roma si votava per il rinnovo della Provincia e del Comune, inizierà nel pomeriggio. In serata si saprà se Francesco Rutelli riscalerà il Campidoglio succedendo a Walter Veltroni e se Nicola Zingaretti sarà presidente della Provincia dopo Enrico Gasbarra.
Per quel che riguarda il Senato, il Lazio resta al Popolo della Libertà, nonostante due romanisti doc, come Francesco Totti e Francesco Storace. Insomma il capitano giallorosso - involontario protagonista delle ultime 24 ore di campagna elettorale a seguito della battuta di Silvio Berlusconi che gli aveva dato del matto per aver prestato la sua immagine alla corsa di Francesco Rutelli al Campidoglio – dai dati che arrivano dalla urne laziali non sembra aver spostato voti a favore del centrosinista. Mentre il leader de La Destra supera di poco la media nazionale e si attesta appena sopra al 3%. Al Pdl vanno quindi 15 senatori e al Pd gli altri 12. Il dato relativo all’affluenza segna l’80 e rotti per cento nella Capitale, con una flessione di circa tre punti rispetto a due anni fa.
Non è facile stabilire quanto abbia pesato e peserà l’effetto delle elezioni amministrative nella regione guidata da Piero Marrazzo, perché come detto, lo scrutinio del Comune e della Provincia di Roma inizierà solo oggi. Certo Gianni Alemanno, parlando dal quartier generale del Pdl, ha messo le mani avanti sul Campidoglio: “Su Roma non mi illudo, quella è una partita diversa dal voto politico”. Tanto, giurano dal Pdl, per lui è già pronta una poltrona da ministro.
Sul fronte democrats, dove il Pd arriva a sfiorare il 39%, è già guerra per analizzare l’effetto delle cosiddette tre “M” sui dati elettorali: Franco Marini, Marianna Madia e Piero Marrazzo. Il presidente del Senato guidava le liste di palazzo Madama nel Lazio e specie nelle ultime settimane non ha fatto mancare il proprio impegno nella regione. La giovane, e “straordinariamente inesperta” economista, lanciata da Veltroni nell’agone politico nazionale, che capeggiava il plotone piddino in corsa per la Camera, non ha certo brillato per una campagna mediatica e di sostanza, ma a registratori spenti più di un esponente del loft difende Madia e ritiene più utile buttare la croce sugli anni “deludenti di Marrazzo alla presidenza della regione”. Anche perché aggiungono “Veltroni ce l’ha messa tutta, Rutelli e Nicola Zingaretti si sono fatti la loro campagna, mentre Marrazzo chi l’ha visto?”.
Quanto agli altri partiti, la Sinistra Arcobaleno vede il suo crollo anche nel Lazio e all’Unione di Centro di Pier Ferdinando Casini non è bastato aver schierato come capolista la principessa Alessandra Borghese. I centristi sono rimasti sotto la media nazionale arrivando intorno al 4,8%. Mentre il Partito Socialista di Enrico Boselli si tiene nella media nazionale che è intorno allo 0,7/0,8%. Chi invece supera la media nazionale (2,6% contro il 3,2% del Lazio) è La Destra-Fiamma Tricolore di Storace, ma non può cantare vittoria perché il Lazio era considerato dai camerati una roccaforte di consensi. Un voto che però secondo il leader è tutto “eroso ad An”.
Insomma, difficile fare una previsione sulla tenuta del fortino romano-laziale, ma sono in molti stamattina nei palazzi della politica a ritenere che se Nicola Zingaretti potrebbe farcela di un soffio alla provincia, passando al primo turno, Rutelli avrà più difficoltà e rischia il ballottaggio. Infatti sull’ex presidente della Margherita pesa la forte concorrenza dei candidati-sindaco Franco Grillini e Francesco Storace.
L’incertezza continuerà fino al tardo pomeriggio quando inizieranno ad arrivare i primi voti veri e, con essi, anche le proiezioni su dati reali. E solo in serata si saprà se almeno il bastione della capitale avrà retto o se si sarà aperta una nuova breccia di Porta Pia sull’impeto del risultato travolgente che ha portato il Pdl a stravincere alle politiche.

di Romana Liuzzo
Non c’è in palio solo la poltrona di sindaco, a Roma, tra Gianni Alemanno e Francesco Rutelli. Ce n’è anche qualche altra decina su cui siederanno manager che avranno in mano le chiavi dei forzieri del Campidoglio. Società partecipate dal Comune, raggruppate in holding. Due miliardi di euro di ricavo annuo, migliaia di occupati, solo per quelle di proprietà dell’amministrazione al 100 per cento. A questi numeri vanno aggiunti i 2,2 miliardi dell’Acea, fiore all’occhiello del Campidoglio, che la controlla al 51 per cento.
“Il loro valore supera di molto qualunque altro grande gruppo del Centro-Sud” sottolinea l’assessore al Bilancio, Marco Causi. “Ma sono troppe, già da tempo stiamo pensando di tagliarle o accorparle” propone il candidato sindaco Alemanno. E Rutelli che ne pensa?
Interpellato da Panorama, non ha fornito risposta. “Il Comune di Roma è in Italia quello che ha il maggior numero di holding, multiservizi, assicurazioni, fondazioni” spiega Marco Visconti, consigliere comunale di An. Scatole cinesi, cui bisogna aggiungere altre società controllate dall’ex amministrazione Veltroni il cui ricavo è pari a 187 milioni di euro annui: Roma Multiservizi, Assicurazioni di Roma, Fondazione Bioparco, Fondazione gioventù digitale e Musica per Roma.
In testa alla classifica delle spa (Metro, Cotral, Atac, Trambus, Fiera di Roma, Gemma, Ama) c’è l’Acea: la società guidata prima da Chicco Testa, oggi da Fabiano Fabiani, è in crescita del 35 per cento rispetto all’anno precedente. E allora perché le tariffe continuano a salire? L’opposizione solo l’anno scorso ha presentato sette interrogazioni, a partire dai compensi elargiti a presidenti e consiglieri dei cda delle società partecipate. Compensi spariti improvvisamente dal sito del Comune di Roma, come prevederebbe invece la Finanziaria del 2007.
Comunque li ha pubblicati Il Giornale, con tabella aggiornata al 2008: si va dallo stipendio del presidente Fabiani (300 mila euro annui) a quello dell’amministratore delegato della stessa società, Andrea Mangoni: 200 mila.
Poltrone importanti, manager con sostanziosi compensi e società che nascono per un settore (per esempio le farmacie, come la Farmacap) e allargano l’interesse a tutt’altro (asili nido). O come la Roma multiservizi, 4 mila posti su chiamata diretta per le pulizie nelle scuole, che hanno chiesto di occuparsi anche della potatura degli alberi. Le spa del Campidoglio sono sempre più eclettiche.
Attraverso la gestione del Gruppo società Comune di Roma, il sindaco ha controllato risorse finanziarie e potere economico nella capitale. La complessa struttura societaria del Gruppo Comune di Roma comprende circa 41 società tra spa e srl, con l’Acea quale capogruppo di 54 società e l’Ama capogruppo di 13 società. Complessivamente oltre 100 società. Rutelli, già primo cittadino, poi vicepresidente del Consiglio e ministro per i Beni culturali, sta quindi correndo per una poltrona di grado inferiore rispetto al suo brillante curriculum? No di certo, Roma val più di un posto nel governo.