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Bossi jr “la trota” impigliato nella rete. Ma in politica i “figli di” abbondano

Renzo Bossi con il padre Umberto

Renzo Bossi con il padre Umberto

Nel nome del padre. O del fratello, dello zio, del cognato. Qualsiasi grado di parentela va bene, se può indirizzare sulla strada della “cosa pubblica”.
Renzo Bossi, per ora, ha avuto dal padre Umberto solo un soprannome, “la trota” (in grado di stroncare qualsiasi carriera) e un ruolo da team manager della “nazionale” padana. Ma adesso, da candidato della Lega alle regionali a Brescia, il giovane Renzo ha dovuto fare i conti con un ostracismo malcelato dei suoi potenziali elettori locali, che fanno un po’ di fatica a digerire il nome del rampollo sulla scheda elettorale. Continua

Pdl-Lega, il derby Veneto: compatti con Zaia (ma senza esagerare)

Il ministro dell'agricoltura Luca Zaia candidato del centrodestra alla regione Veneto

Il ministro dell'agricoltura Luca Zaia candidato del centrodestra alla regione Veneto

Altro che calata dei barbari leghisti sul Canal (quasi ex) Galan grande. Dipingere Luca Zaia come il vichingo usurpatore della poltrona del “doge” Giancarlo Galan rischia di diventare un boomerang in mano agli avversari. Alle accuse di inadeguatezza sparategli dal Pd, dall’Udc e dallo stesso Galan (Pdl), il ministro dell’Agricoltura, candidato alla presidenza del Veneto dalla Lega e dal Pdl, risponde con il suo vangelo. Il vangelo secondo Luca. La pista delle sacrestie di questa religiosa terra è importante per la conquista di Palazzo Balbi da parte del primo doge in camicia verde. È la curva più pericolosa per la gara del sorpasso, ingaggiata dal Carroccio con gli alleati del centrodestra sulla via del Veneto. Continua

Rebus Bologna tra Prodi e il Pd. Bersani (non) insiste e il Prof resiste

L'ex premier del centrosinistra Romano Prodi (ansa)

L'ex premier del centrosinistra Romano Prodi (ansa)

Sfuma nel giro di poche ore il sogno di una nuova stagione per Romano Prodi alla guida di Bologna, da sempre città vetrina della sinistra italiana. E ora città in subbuglio, dopo le dimissioni del sindaco Delbono. È stato proprio l’ex premier a mettere la parola fine alla nuova telenovela, in onda soprattutto sui giornali, su una sua scesa in campo nel capoluogo emiliano. Continua

Scacco pugliese al Pd: Bersani “Bocciato” da Vendola e impallinato da D’Alema

Pierluigi Bersani e Massimo D'Alema alla Camera dei deputati | (Mauro Scrobogna/LaPresse)

Pierluigi Bersani e Massimo D'Alema alla Camera dei deputati | (Mauro Scrobogna/LaPresse)

La domanda che in questo momento scuote il Partito democratico è anche la più ovvia: “Chi glielo ha fatto fare?”. Chi glielo ha fatto fare a Pier Luigi Bersani di sostenere con tutto il suo peso politico di segretario, e mettendoci la faccia personalmente, la candidatura in Puglia di Francesco Boccia, pur sapendo che Nichi Vendola (qui le foto) avrebbe facilmente sbaragliato le primarie battendolo col 73% delle preferenze? Continua

Europee, parte la corsa dei simboli: 93 quelli depositati al Viminale

I contrassegni delle liste per le europee

Con nomi e simboli depositati, è ufficialmente partita la corsa verso le Europee. E mentre i partiti sono impegnati nel riempire le caselle con i nomi dei candidati, almeno i loghi delle formazioni ci sono già. Aperti domenica 19 aprile i termini per presentare i contrassegni delle liste, si sono chiusi lunedì 20 alle 16.
A presentare il simbolo sono state 93 liste. Meno delle 181 che c’erano ai nastri di partenza per le Politiche del 2008, ma sono comunque un buon numero.
Naturalmente ci sono il Pd, che figura al 17/mo posto e il Pdl (58/mo), l’Idv e l’Udc, ma anche molti altri partiti rimasti fuori dal Parlamento, lo scorso aprile.
A ben guardare il tabellone del Viminale, anche questa volta, si presenta come un puzzle piuttosto bizzarro. Loghi possibili, altri improbabili, almeno fino a quando la commissione elettorale provvederà alla verifica delle firme necessarie per la presentazione alla corsa per Straburgo. Ma adesso sono tutti lì, a far bella mostra di sé nei corridoi del mnistero dell’Interno.
Ci sono le falci e i martelli dei comunisti, mentre di socialisti ce ne sono tre e di democrazie cristiane una moltitudine. C’è poi un’orda di richiami a Lega: i simboli che si rieccheggiano il Carroccio sono numerosi: c’è la Lega per l’autonomia lombarda, la Lega alleanza lombarda, la Lega Nord-Bossi, la Liga veneta, Indipendenza veneta ed anche una lista dei Grilli parlanti-Lega nord-No euro.
La sinistra è richiamata in numerosi simboli: ci sono Sinistra e Libertà, il Partito comunista dei lavoratori e quindi Rifondazione comunista, Sinistra democratica e così via.
Non mancano poi i contrassegni legati ai centristi (uno ha anche il nome di Pier Ferdinando Casini sul logo) e alla Democrazia Cristiana. Colpisce uno in particolare: il Terzo Polo di centro con uno scudo crociato. Bisogna vedere se sarà ammesso perché l’unico detentore dello storico simbolo è Giuseppe Pizza, attuale sottosegretario all’Università e ricerca.
Ma siccome negli apparati romani, si calcola che molti voti vengano dati, soprattutto dagli elettori più anziani - per confusione o semplice sbaglio - al simbolo dei partiti che non ci sono più, gli strateghi del Partito democratico hanno presentato anche il vecchio simbolo della Margherita e della Quercia diessina. Così come è stata tutelata Forza Italia, oggi Popolo della libertà.

Non corre questo pericolo il promotore di cinque liste, Giuseppe Cirillo. Sessuologo, autore di libri sulla seduzione, il Dr. Cirillo ha presentato: Italia dei Malori; Italiani poca cosa…?; Donne insoddisfatte e incomprese; Preservativi gratis; Partito impotenti esistenziali.
Salernitano, 45 anni, con il partito Preservativi gratis si era già presentato 4 volte a consultazioni elettorali. Depositò il contrassegno degli Impotenti esistenziali anche alle scorse politiche del 2008 e il nome della lista è diventato anche il titolo di un film, in cui Cirillo interpreta uno psicologo specializzato in sessuologia e recita assieme a Tinto Brass nei panni del regista erotico, cioè di se stesso.
Un’altra habituée della corsa alla presentazione del simbolo elettorale è Mirella Cece, leader del Sacro Romano Impero Liberale Cattolico: lo sta presentando da anni. E anche in questo caso deve aver fatto la posta fuori dal ministero diversi giorni per essere la prima a depositare il logo e poter sperare almeno nel miglior posto sulla scheda (in alto a sinistra, in basso a destra). Ma si è dovuta accontentare del secondo posto: il primato le è stato soffiato dai Liberal democratici Movimento associativo italiani all’estero.
Di altra ispirazione la lista Spirito del Tempo, con il simbolo in campo verde su cui spicca la scritta Zeitgeist (spirito del tempo, appunto), espressione cara alla filosofia otto-novecentesca. In 68/a posizione sul tabellone del Viminale, spicca il logo arancione del Movimento giovani poeti d’azione, guidato da Alessandro D’Agostini. “Siamo una lista di artisti” spiega lui stesso. “Vogliamo portare l’arte all’attenzione della politica. Il mio poeta preferito? Montale”.
C’è la lista Non serve, non voto, con lo slogan programmatico: Amo l’Italia non voto le Province. C’è la Lega federale del Sud, dove un orso marsicano divide il simbolo con uomo che beve avidamente e lancia l’appello: Arsura del Sud. E c’è anche la lista Parlamentare Indipendente che si riassume in una sola persona: “Lamberto Roberti, la lista sono io”, sintetizza il promotore, che viene da Pesaro-Urbino. “Nel 2001 mi ero candidato al Senato” racconta “ma mi hanno impedito di fare pubblicità in tv. Ho fatto una serie di ricorsi: li ho persi tutti. Allora me ne sono andato un paio d’anni in esilio in Ucraina”. Ora ritenta la carta della politica con le europee.
Le liste del Dr.Cirillo per le europee

Guarda alla Rivoluzione francese Liberté egalité fratenité, nel simbolo un salvadanaio con impressa la frase “recupero del maltolto” e sotto un mini-programma: chiudiamo le province, acqua bene comune, no amnistie. Di sapore asburgico la Destra libertaria, con aquila bifronte, corona e cavaliere con lancia in resta. Diversi i simboli autonomisti, non solo per il Nord, ma anche per il Sud. Come La discussione la forza del Sud o la Lega per il Meridione, entrambe con lo Stivale dimezzato.
Ma tra il termine Lega (anche nella variante Liga) e quello Italia è praticamente testa-a-testa: compaiono pressoché lo stesso numero di volte. Ci sono così le liste Gente d’Italia, La mia Italia protagonista democratica popolare, Terre d’Italia, Nuova Italia, La Rosa d’Italia. Resta sempre curioso - ma fedele all’originale, quello fondato dal commediografo e giornalista Guglielmo Giannini nel ‘44 - il Fronte dell’Uomo qualunque (UQ), con il tradizionale cittadino stritolato nelle fauci di una pressa.
Invoca e si (ri)chiama “L’Autonomia” la lista che raccoglie l’Mpa, La Destra, l’Alleanza di Centro e il partito dei Pensionati. Un alleanza, spiega Francesco Pionati (Adc) che “non è solo un cartello elettorale” e che mira a “reagire ad una legge elettorale con lo sbarramento al 4% volto solo ad escludere dal Parlamento europeo autonomie e territori, garantendo loro la rappresentanza che meritano”. Le liste dell’Autonomia, spiega il leader dell’Mpa Raffaele Lombardo, “nascono per dimostrare che siamo leali e conseguenti rispetto a quanto abbiamo promesso contrastando la nuova legge elettorale, che è assurda ed iniqua. Andiamo da soli, senza inseguire la certezza di seggi e di rimborsi elettorali” ribadisce il governatore della Sicilia, che ha scelto di candidarsi: “Sono incompatibile in quanto presidente della Regione” spiega “ma non ineleggibile. Per questo darò il mio contributo”.Scopo del cartello elettorale è superare lo sbarramento del 4%.
Con lo stesso simbolo si presentano infatti Prc-Pdci-Socialismo 2000-Consumatori uniti.
Altri piccoli partiti hanno invece scelto di presentarsi soli come Udeur, Azione sociale con Alessandra Mussolini, Nuovo Psi, Italiani nel mondo De Gregorio e Pri: ma tutti questi partiti sono comunque nell’area del Pdl e il leader dell’Udeur, Clemente Mastella, sarà candidato con il Cavaliere.
Si è conquistato l’ultima posizione il comitato delle Pari opportunità maschili, con un guerriero greco che campeggia nel logo: i promotori sono stati gli ultimi, in ordine di tempo, a effettuare l’operazione di deposito. Ora, chiuse le operazioni di deposito, scatta la fase due, quella dei controlli: 48 ore durante le quali il Viminale, filtrerà eventuali irregolarità. Successivamente gli interessati avranno 48 ore di tempo per modificare i simboli. In caso di ricusazione del contrassegno, i promotori potranno presentare opposizione all’Ufficio elettorale nazionale presso la Cassazione. Al termine di questo iter, si avrà la lista definitiva dei relativi simboli ammessi alle elezioni europee del 6 e 7 giugno.

Il VIDEO servizio:

La Sardegna al voto: affluenza bassa, scrutinio a rilento

Ugo Cappellacci, Pdl

Urne chiuse: fino all 15 in Sardegna si votava. Gli elettori (circa 1 milione e mezzo) sono chiamati a scegliere il nuovo presidente della Regione e il Consiglio regionale. Ma non ci sono andati in tanti: solo il 67,58% ha votato fra ieri e questo pomeriggio alle 15 per l’elezione del presidente e del Consiglio regionale. Nelle precedenti consultazioni del 2004 l’affluenza alle urne era stata del 71,2%.
Il dato 2009 nelle 1.812 sezioni allestite nei 377 comuni della Sardegna registra quindi un calo del 3,62%, Secondo i dati diffusi dalla Regione, la provincia dove si è votato di più è Sassari con il 69,19 %. Quella con l’affluenza più bassa è stata Carbonia-Iglesias con il 64,50%. Nel Cagliaritano la percentuale è stata del 67,58%. Nel Medio Campidano ha votato il 64,96%, nel Nuorese il 69,54%, in Ogliastra il 67,14%, in Gallura il 68,85%, nell’Oristanese il 65,72%.
Nel 2004 le consultazioni isolane si svolsero in concomitanza con le europee e una tornata di amministrative, con i seggi aperti dalle 15 alle 22 di sabato 12 giugno e dalle 7 alle 22 di domenica 13. Lo scrutinio cominciò lunedì mattina con le europee e alle 14 per le regionali. Nel 2004 a chiusura dei seggi l’affluenza alla urne fu del 71,2%.

L’afflusso dei dati elettorali nel centro elaborazione dati della Regione Autonoma della Sardegna però sta procedendo con lentezza maggiore del previsto a causa di contestazioni nelle sezioni elettorali soprattutto per il voto disgiunto sul quale si sono avute accese discussioni e richieste di consultazioni “in diretta” con gli uffici elettorali dei comuni. In pratica stanno emergendo dubbi interpretativi, nonostante la Regione abbia distribuito in tutti i seggi un apposito vademecum con le varie ipotesi. Soprattutto quando - come prevede la legge - vi è un voto di preferenza per un candidato in una circorscrizione provinciale e un voto diverso per il presidente, cioè non allo stesso candidato governatore a cui è collegata la lista.
La sfida (con risvolti nazionali) è, notoriamente, tra il presidente uscente Renato Soru (”Lista Soru presidente” appoggiata da Pd, Prc, Pdci, Idv, La sinistra e Rossomori) e il candidato del Pdl, Ugo Cappellacci (Il popolo delle libertà sostenuto da Pdl, Udc, Mpa, Riformatori, Uds-Nuovo Psi e Psd’Az). Ma in corsa ci sono anche tre altri nomi: Peppino Balia (Partito Socialista); Gavino Sale (Irs Indipendentzia Repubrica de Sardigna); Gianfranco Sollai (Unidade indipendentista).
Per i votanti, la scheda di colore verde divisa in ogni metà da due colonne verticali: in una sono stampati i simboli delle coalizioni e i nomi dei candidati alla Presidenza, nell’altra i simboli delle liste presentate nelle 8 Circoscrizioni provinciali e disposte in maniera tale da evidenziare il loro collegamento al candidato presidente. L’elettore può esprimere una sola preferenza scrivendo il cognome del candidato consigliere e può indicare un solo candidato presidente. È ammesso il voto disgiunto, ossia non è necessario che fra le due indicazioni sia rispettato il collegamento tra la lista e la coalizione di riferimento.

Diventa presidente della Regione il candidato che in ambito regionale ottiene più voti, il candidato presidente del listino regionale che arriva secondo diventa consigliere regionale. Per l’attribuzione dei seggi il sistema è uguale a quello adottato per le Regioni a statuto ordinario, ma con diverse variabili (a cominciare dalla possibilità di esprimere un voto disgiunto) e con l’attribuzione di un eventuale premio di maggioranza che viene assegnato al presidente eletto per permettergli di governare.

Giovane e antisistema: Renzi corre da sindaco Pd a Firenze

Matteo Renzi

Trentaquattro anni, laurea in legge, tre figli, volto da bravo ragazzo, parlantina sciolta. Ma soprattutto una ferrea determinazione che ai suoi detrattori pare in raltà una insana ambizione di arrivare. Ecco il profilo del prossimo candidato a sindaco di Firenze. Si chiama Matteo Renzi, è stato il più giovane presidente della provincia (in quella fiorentina è stato eletto alla verdissima età di 29 anni), ha un trascorso da margheritino rutelliano, ed è oggi iscritto al Pd.
Col 40,52% delle preferenze ha battutto gli altri candidati (erano tanti, ben quattro: Lapo Pistelli, Michele Ventura, Daniela Lastri, Eros Cruccolini), incassando, niente meno che i complimenti del segretario democratico Walter Veltroni (che pure non aveva puntato su di lui).
Sembra che da sempre Renzi studi per la politica. Tanto da aver improntato una campagna elettorale sulla sfida e sul cambiamento (uno dei suoi slogan preferiti era “Facce nuove a Palazzo Vecchio). Non è un caso che lui, di siti ne abbia addirittura due: uno, più istituzionale, da “Presidente”, l’altro più frizzante, da candidato. E che proprio stanotte (erano le due) su entrambi scriveva: “Penso che stanotte abbiamo vinto tutti. Insieme. Un pensiero agli altri candidati. E uno a tutti i cittadini che hanno creduto alle primarie. Grazie!”.

Il passato lo racconta come coordinatore del servizio di vendite del quotidiano La Nazione, e prima ancora tra le fila dei boyscout con una parentesi persino in televisione. Correva l’anno 1994 (Renzi aveva iniziato la politica attiva sostenendo i primi comitati a favore di Prodi) e c’era Mike Bongiorno che lo festeggiava come campione della Ruota della Fortuna: “A soli 19 anni già campione”, titola un video su YouTube: 33 milioni di lire vinti in cinque puntate, più il bacio di Paola Barale e l’investitura di Mike Bongiorno (”lui è toscano, conosce bene l’italiano”). Ne ha parlato con bonario compiacimento l’Unità dei giorni scorsi, ricordando come Renzi - ai tempi dotato di occhialoni da secchione, innamorato della propria donna - chiamasse le lettere utilizzando i nomi dei suoi cari e non le città: “Diceva “A di Agnese”, sua moglie”.
Le sue posizioni moderate (”Ma lei è proprio di destra”, ha esclamato Daria Bignardi intervistandolo alle Invasioni barbariche) lo hanno inviso a qualcuno e gli hanno fatto conquistare le simpatie di qualcun altro (si dice di un lungo corteggiamento del coordinatore di Forza Italia Denis Verdini).

Con un certo distacco, e non senza sorpresa, quindi Renzi ha ottenuto la candidatura al primo turno alle primarie del centrosinistra. Anche grazie all’uso ricorrente del web: e infatti qualcuno lo ha già paragonato a Obama. Nei 55 seggi dove ieri hanno votato 37.468 fiorentini (circa 2.000 in più rispetto a quanti votarono per Veltroni), secondo i dati forniti dal sito ufficiale delle primarie, ha raccolto 15.104 voti (pari al 40,52%), contro i 10.031 voti di Lapo Pistelli (che si è fermato al 26,91%, pur avendo il sostegno di Veltroni, dopo aver accompagnato il capo nel pellegrinaggio di quest’estate alla convention di Obama). Ha battuto anche Daniela Lastri che ha portato a casa 5.436 preferenze (14,59%): era ponsorizzata da Livia Turco e “dalle donne, dalle nonne e dalle ragazze”, già assessore all’Istruzione, avrebbe voluto essere”Un sindaco come TE”, ma non ce l’ha fatta; Michele Ventura, deputato, già consigliere regionale ha ottenuto 4.653 (12,48%) nonostante l’appoggio dei big come Massimo D’Alema e Pierluigi Bersani ed Eros Cruccolini, candidato di Sinistra democratica, uomo di Claudio Fava e dei vendoliani andati via da Rifondazione: si è fermato a 2.047 voti (5,49%).
Renzi, nei primi commenti, ha sottolineato come “Non si tratta di una vittoria di parte ma di partito”, anche se pare netta la voglia dei fiorentini di dare un taglio con il passato, bocciando la componente diessina (che ora litiga per le troppe candidature messe in campo) e ringalluzzendo l’area cattolica della Margherita (in un momento delicato per il Pd, ora che si dibatte di testamento biologico e di collocazione europea del partito).
Questioni spinose, urgenti, tutte politiche. Alle quali lo stesso Renzi preferisce ricordare che c’è molto da lavorare: “Da domani tutti al lavoro per un partito più forte e per arrivare sereni e tranquilli all’appuntamento di giugno”. Perché “la gente chiede di dare risposte concrete su singoli temi”. Il resto si vedrà, elezioni comunali permettendo.

Il VIDEO di Renzi a La Ruota della Fortuna da YouTube:

Cappellacci: non chiamatemi anti Soru, sono di più

Ugo Cappellacci

di Romana Liuzzo

Segni particolari: ottimista. Guarda sempre dritto negli occhi l’interlocutore, anche a costo di metterlo in imbarazzo. E soprattutto, come l’ha definito il premier, Silvio Berlusconi, in apertura della campagna elettorale a Cagliari, “non è un professionista della politica”. Nella giunta comunale, dove ha ricoperto il ruolo di assessore al Bilancio, è ricordato come un mite Ugo Cappellacci, 48 anni, laurea in economia e commercio e master alla Bocconi. Uno che si ferma a raccogliere un cagnolino in autostrada (Ronny) per regalarlo ai figli: Giuseppe, Chiara e Margherita. Mite, sì, però non mettete alla prova i suoi nervi, chiamandolo “anti Soru” o “Gianni Chiodi sardo”. Risponderà deciso: “Preferisco essere me stesso. Qui in Sardegna non serve un monarca e nemmeno un depresso, c’è bisogno di aria nuova”. E ancora: “La tassa sul lusso? Pura demagogia. Soprattutto decisa da uno (Renato Soru, ndr) che cambia il colore della facciata di un palazzo perché non gli piace il marroncino, buttando al vento più di 1 milione di euro”.

La corsa al governo della Sardegna è entrata nel vivo. Basta passare un giorno nel quartier generale del comitato elettorale di Cappellacci, a Palazzo Doglio, nel centro di Cagliari, per rendersene conto. Si comincia alle 8 di mattina con la lettura dei giornali. Una non-stop fino alle 2 di notte: incontri con associazioni di categoria, autorità portuali, bagni di folla, definizione di programmi e liste, pranzi alla Caritas e cene elettorali. E nonostante le tavolate, il candidato del Pdl, dicono i suoi collaboratori, ha già perso 3 chili.
Manca un mese all’apertura delle urne per le elezioni regionali (15 e 16 febbraio), dopo che il centrosinistra ha impallinato il suo governatore, l’editore dell’Unità Renato Soru, costretto alle dimissioni in aula dal voto contrario dei suoi. Ora “Mr Tiscali” (”Un pessimista, uno che non guarda mai negli occhi” dice Berlusconi) ci riprova. Il Pdl si dice certo della vittoria di Cappellacci, sostenuto, oltre che dai partiti del Popolo della libertà in Sardegna (FI, An, Dc per le autonomie e Fortza Paris), da Udc, Riformatori sardi, Uds, Mpa e Partito sardo d’azione.
Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha deciso di trascorrere tutti i finesettimana al fianco del candidato. Con lui ascolterà le richieste dei sardi. Terrà comizi e incontri. In 377 comuni sono stati aperti 250 gazebo, dove i cittadini possono scrivere i propri suggerimenti per il futuro governo della regione.

E dalla sua parte Cappellacci, sardo da generazioni, testardo come tutti i sagittari, ha portato Efisio Trincas, segretario del Partito sardo d’azione (”Noi da sempre non siamo né di destra né di sinistra, ma Soru ha mortificato la democrazia della Sardegna. Era un monarca”). Dalla sua pure l’Udc locale con Giorgio Oppi. Per il sindaco di Cagliari, Emilio Floris, una presenza costante nella sede del comitato, “Cappellacci è stato un ottimo assessore. È competente, scrupoloso, appassionato”. Insomma, apparentemente non ha un difetto. È anche sportivo (windsurf, vela, karate), amante delle tradizioni (”Ogni Natale ci mettiamo a tavola almeno in 40. Sono mancato una sola volta, quando mia figlia ebbe la febbre”), e pure buongustaio. Il piatto preferito? Arrosto innaffiato con il rosso di Argiola ottenuto assemblando le uve Cannonau, Carignano e Bovaleddu.

Dice Cappellacci a Panorama: “Mi impegno a restituire alla Sardegna centomila posti di lavoro in dieci anni”. Pausa per le strette di mano. E poi: “La sinistra in cinque anni di governo ha lasciato in eredità ai sardi 190 mila disoccupati e i poveri sono passati da 245 a 377 mila. L’economia si è fermata perché Soru ha impoverito e chiuso l’isola. Noi ce la faremo”.
L’ottimismo dicono lo abbia ereditato dal nonno materno, Carlo Meloni, primo sindaco di Iglesias, dal 1944 al ‘49, componente della consulta per lo statuto sardo. La madre Graziella gli avrebbe trasmesso la generosità e il padre Giuseppe quel suo guardare dritto negli occhi l’interlocutore. Tre doti che hanno convinto il presidente del Consiglio Berlusconi a candidarlo per una sfida così delicata.
Ora Cappellacci dovrà conquistare il popolo sardo. Nell’isola, alle politiche di quest’anno, la coalizione di centrodestra, senza l’Udc, ha battuto l’alleanza guidata da Walter Veltroni: 43 contro 40 per cento. Ma alla regione, nel 2004, Soru vinse con 10 punti di vantaggio.

“Con la scusa di farsi paladino di principi di sardità ha imposto un sistema di governo centrato sul pensiero unico, sulla sua magnificenza di monarca illuminato. Soru poi ha un chiodo fisso: Berlusconi. Se vuole tentare la scalata al Pd e scalzare Veltroni lo faccia pure, ma con altri sistemi” dice ancora Cappellacci.
Al comitato elettorale, in attesa dell’incontro successivo, programmato con la Confcommercio, si parla di programmi. “Il mio progetto per la Sardegna? Modernizzarla senza cancellare tradizione e valori. Rilanciare le nostre zone interne con nuove infrastrutture, permettere agli alberghi di ristrutturare. Non bisogna cristallizzare tutto, il mondo va avanti con una nuova sensibilità nell’ambiente. La terra non è un’eredità, ma un prestito da restituire ai nostri figli”.

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