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Cappellacci: non chiamatemi anti Soru, sono di più

Ugo Cappellacci

di Romana Liuzzo

Segni particolari: ottimista. Guarda sempre dritto negli occhi l’interlocutore, anche a costo di metterlo in imbarazzo. E soprattutto, come l’ha definito il premier, Silvio Berlusconi, in apertura della campagna elettorale a Cagliari, “non è un professionista della politica”. Nella giunta comunale, dove ha ricoperto il ruolo di assessore al Bilancio, è ricordato come un mite Ugo Cappellacci, 48 anni, laurea in economia e commercio e master alla Bocconi. Uno che si ferma a raccogliere un cagnolino in autostrada (Ronny) per regalarlo ai figli: Giuseppe, Chiara e Margherita. Mite, sì, però non mettete alla prova i suoi nervi, chiamandolo “anti Soru” o “Gianni Chiodi sardo”. Risponderà deciso: “Preferisco essere me stesso. Qui in Sardegna non serve un monarca e nemmeno un depresso, c’è bisogno di aria nuova”. E ancora: “La tassa sul lusso? Pura demagogia. Soprattutto decisa da uno (Renato Soru, ndr) che cambia il colore della facciata di un palazzo perché non gli piace il marroncino, buttando al vento più di 1 milione di euro”.

La corsa al governo della Sardegna è entrata nel vivo. Basta passare un giorno nel quartier generale del comitato elettorale di Cappellacci, a Palazzo Doglio, nel centro di Cagliari, per rendersene conto. Si comincia alle 8 di mattina con la lettura dei giornali. Una non-stop fino alle 2 di notte: incontri con associazioni di categoria, autorità portuali, bagni di folla, definizione di programmi e liste, pranzi alla Caritas e cene elettorali. E nonostante le tavolate, il candidato del Pdl, dicono i suoi collaboratori, ha già perso 3 chili.
Manca un mese all’apertura delle urne per le elezioni regionali (15 e 16 febbraio), dopo che il centrosinistra ha impallinato il suo governatore, l’editore dell’Unità Renato Soru, costretto alle dimissioni in aula dal voto contrario dei suoi. Ora “Mr Tiscali” (”Un pessimista, uno che non guarda mai negli occhi” dice Berlusconi) ci riprova. Il Pdl si dice certo della vittoria di Cappellacci, sostenuto, oltre che dai partiti del Popolo della libertà in Sardegna (FI, An, Dc per le autonomie e Fortza Paris), da Udc, Riformatori sardi, Uds, Mpa e Partito sardo d’azione.
Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha deciso di trascorrere tutti i finesettimana al fianco del candidato. Con lui ascolterà le richieste dei sardi. Terrà comizi e incontri. In 377 comuni sono stati aperti 250 gazebo, dove i cittadini possono scrivere i propri suggerimenti per il futuro governo della regione.

E dalla sua parte Cappellacci, sardo da generazioni, testardo come tutti i sagittari, ha portato Efisio Trincas, segretario del Partito sardo d’azione (”Noi da sempre non siamo né di destra né di sinistra, ma Soru ha mortificato la democrazia della Sardegna. Era un monarca”). Dalla sua pure l’Udc locale con Giorgio Oppi. Per il sindaco di Cagliari, Emilio Floris, una presenza costante nella sede del comitato, “Cappellacci è stato un ottimo assessore. È competente, scrupoloso, appassionato”. Insomma, apparentemente non ha un difetto. È anche sportivo (windsurf, vela, karate), amante delle tradizioni (”Ogni Natale ci mettiamo a tavola almeno in 40. Sono mancato una sola volta, quando mia figlia ebbe la febbre”), e pure buongustaio. Il piatto preferito? Arrosto innaffiato con il rosso di Argiola ottenuto assemblando le uve Cannonau, Carignano e Bovaleddu.

Dice Cappellacci a Panorama: “Mi impegno a restituire alla Sardegna centomila posti di lavoro in dieci anni”. Pausa per le strette di mano. E poi: “La sinistra in cinque anni di governo ha lasciato in eredità ai sardi 190 mila disoccupati e i poveri sono passati da 245 a 377 mila. L’economia si è fermata perché Soru ha impoverito e chiuso l’isola. Noi ce la faremo”.
L’ottimismo dicono lo abbia ereditato dal nonno materno, Carlo Meloni, primo sindaco di Iglesias, dal 1944 al ‘49, componente della consulta per lo statuto sardo. La madre Graziella gli avrebbe trasmesso la generosità e il padre Giuseppe quel suo guardare dritto negli occhi l’interlocutore. Tre doti che hanno convinto il presidente del Consiglio Berlusconi a candidarlo per una sfida così delicata.
Ora Cappellacci dovrà conquistare il popolo sardo. Nell’isola, alle politiche di quest’anno, la coalizione di centrodestra, senza l’Udc, ha battuto l’alleanza guidata da Walter Veltroni: 43 contro 40 per cento. Ma alla regione, nel 2004, Soru vinse con 10 punti di vantaggio.

“Con la scusa di farsi paladino di principi di sardità ha imposto un sistema di governo centrato sul pensiero unico, sulla sua magnificenza di monarca illuminato. Soru poi ha un chiodo fisso: Berlusconi. Se vuole tentare la scalata al Pd e scalzare Veltroni lo faccia pure, ma con altri sistemi” dice ancora Cappellacci.
Al comitato elettorale, in attesa dell’incontro successivo, programmato con la Confcommercio, si parla di programmi. “Il mio progetto per la Sardegna? Modernizzarla senza cancellare tradizione e valori. Rilanciare le nostre zone interne con nuove infrastrutture, permettere agli alberghi di ristrutturare. Non bisogna cristallizzare tutto, il mondo va avanti con una nuova sensibilità nell’ambiente. La terra non è un’eredità, ma un prestito da restituire ai nostri figli”.

Manovre al centro: Pionati lascia Casini per Berlusconi e sogna Avellino

Francesco Pionati

Dagli schermi Rai a sindaco (berlusconiano) di Avellino, passando per l’Udc di Pier Ferdinando Casini. È lo spericolato piano di Francesco Pionati, 50 anni, ex notista e vicedirettore del Tg1, fresco protagonista di una sanguinosa rottura con l’Udc che lo ha fatto eleggere deputato nella circoscrizione Campania 2. Da sempre simpatizzante berlusconiano, Pionati ha rotto gli indugi e, con l’occhio alle amministrative di primavera 2009, ha fondato, insieme ad altri amici dello Scudocrociato un nuovo movimento politico, Alleanza di Centro.
Il movimento, che sarà presentato giovedì prossimo nel corso di una conferenza stampa, si propone, si legge in una nota, “Come casa e riferimento dei moderati che, non condividendo l’attuale posizionamento dell’Udc, intendono collocarsi senza ambiguità all’interno del centrodestra, a sostegno di Berlusconi e del suo governo, e che guardano al Pdl come interlocutore naturale, alla ricerca delle forme di collaborazione più utili e opportune in vista delle elezioni amministrative della primavera 2009″.
I perché del divorzio da Casini e Cesa sono spiegati dallo stesso Pionati, che fa sapere di rispettare molto i due leader centristi, ma, aggiunge: “non ritengo che l’Udc possa avere un futuro al di fuori del Centrodestra. E credo che stia avendo una posizione ondivaga, con uno scivolamento verso il Partito Democratico”. Quindi, prosegue la nota del deputato: “Bisogna stabilire con il Popolo della Libertà un percorso parallelo di avvicinamento e di sostegno esplicito a Berlusconi e all’esecutivo”.
Il Pdl ne farà con ogni probabilità il proprio candidato sindaco per opporlo all’uscente Giuseppe Galasso, del Pd, considerato vicino a Nicola Mancino.
La candidatura di Pionati avrebbe anche l’effetto di spaccare il potente gruppo dei demitiani, oggi collocati nell’Udc. Per loro sarebbe impossibile appoggiare Pionati (che è in cattivi rapporti con Ciriaco De Mita), ma anche Galasso, visto che proprio per opera dei demitiani è caduta l’amministrazione provinciale targata Pd.

Parla Bersani, candidato (ombra) a sostituire Walter

Pierluigi Bersani e Walter Veltroni

di Stefano Brusadelli

“Us’ po’ fèr, ma u jè da laurèr”. L’unica speranza per il Pd di uscire da questa tribolata stagione, secondo Pier Luigi Bersani, sta in quelle parole stampate sulla maglietta che gli ha regalato un militante di Cesena. Tradotto dal romagnolo, significa che si può fare, ma c’è da lavorare. Una rielaborazione, in pragmatica chiave padana, dell’obamiano e sognante “si può fare” con cui Walter Veltroni condì la sua campagna elettorale.
Dell’ex sindaco di Roma, Bersani fu lo sfidante mancato alle primarie di ottobre 2007, e in molti rimpiangono quella rinuncia. Oggi il ministro ombra dell’Economia è il candidato più accreditato per un’eventuale successione alla guida del Pd. In questa intervista, pur concedendo al segretario il beneficio del congresso tra un anno, disegna il profilo di un partito dove c’è molto da “laurèr”, e che non assomiglia molto a quello leaderistico fin qui guidato da Veltroni. Un identikit che ha il sapore di una piattaforma politico-programmatica. Da mettere in campo al momento opportuno; magari, dopo le elezioni europee del 2009.
Correnti che si moltiplicano, linea incerta, militanti sfiduciati: non è un gran momento per il Pd.
Effettivamente non siamo ancora passati in pieno dalla fase costituente a quella di costruzione. È vero che ci sono state di mezzo le elezioni, ma ora bisogna darsi un profilo organizzativo, soprattutto cominciare a discutere di politica.
Veramente Veltroni dice che nel Pd si discute fin troppo.
Fino a ora abbiamo votato, più che discusso.
E allora non sarebbe il caso di fare il congresso il prima possibile?
Sarò antiquato, ma un congresso vero non si fa senza iscritti. Vorrei che il primo congresso del Pd avvenisse pienamente dentro le regole statutarie. Basta con l’emergenza della fase costituente.
Quindi, congresso nel 2009?
Sì, è bene che il congresso si tenga nel 2009. Intanto però, in autunno, c’è una conferenza programmatica che sarà l’occasione per cominciare a mescolarci, e a discutere di politica. Per darci un profilo, abbiamo bisogno di ascoltare la nostra gente, farci aiutare da loro.
Discutere vuol dire anche contarsi.
No, niente conte. Quelle si faranno al congresso. Penso a una discussione su un documento aperto della direzione, non a documenti contrapposti. E a un legame con la manifestazione di massa contro il governo annunciata per il 25 ottobre.
Lei dice niente conte, ma intanto il Pd è lacerato. C’è Veltroni che teorizza il partito a vocazione maggioritaria, D’Alema che invece mette l’accento sulle alleanze e propone il proporzionale tedesco che piace all’Udc e a Rifondazione, ma non a Veltroni…
Penso che se ricominciassimo a discutere sul serio, molte differenze apparirebbero componibili. Premesso che tutti ci diciamo a favore del bipolarismo, si è visto che pensando di affidare all’elettore la scelta dell’alleanza attraverso il premio di maggioranza abbiamo finito col riconoscere rendite di posizione micidiali a minoranze esigue. Nello stesso tempo meccanismi come quello referendario (la consultazione è prevista per la primavera 2009, ndr) porterebbero a un bipartitismo finto, che ci impedirebbe paradossalmente di presentarci col nostro volto.
Il sistema tedesco caro a D’Alema però finisce col favorire i giochi postelettorali, a vantaggio delle terze forze.
Il sistema tedesco, che è il più coerente con l’esigenza di presentarsi con la propria identità, può essere corretto in senso bipolarizzante con il vincolo di dichiarare le alleanze prima delle elezioni.
La legge elettorale non è l’unico motivo di divisione nel Pd. C’è pure l’opportunità del dialogo con Silvio Berlusconi.
Dialogo è una parola astratta. Preferisco la coppia accordo-disaccordo. Fermo restando che su temi di rilevanza istituzionale l’accordo è sempre auspicabile, credo che per fare il suo dovere nei confronti del Paese l’opposizione debba, appunto, fare l’opposizione. Seria, non demagogica, senza acrimonia: ma opposizione. Del resto io non ricordo, ai tempi del nostro ultimo governo, Berlusconi e Giulio Tremonti intenti a cercare il dialogo costruttivo con noi. Per 2 anni ci hanno bollato come il governo delle tasse e dei comunisti; e hanno vinto le elezioni.
Una stoccata ai dialoganti…
Vedo la pericolosa tendenza a pensare che il centrodestra sia in grado di fare quello che noi non siamo stati in grado di fare.
E invece?
Il centrodestra ha messaggi più efficaci dei nostri per vincere le elezioni, ma non ha le risposte. Vedrete che balleranno.
L’opposizione seria è quella che si è vista finora?
Va bene che dopo aver preso un pugno stai male per un po’, ma stiamo dando l’impressione di essere poco convinti delle nostre ragioni. Chi vince ha sempre ragione, ma chi perde non sempre ha torto.
Idee per un’agenda dell’opposizione?
Quel che dobbiamo fare è saldare i temi democratici, tipo il conflitto di interessi o le leggi ad personam, con la questione sociale.
Vuol dire che si sta esagerando con l’antiberlusconismo?
Dobbiamo marcare una differenza con il dipietrismo, che non ha una vocazione maggioritaria come la nostra. Noi dobbiamo proporre un’alternativa di governo per il Paese. Ciò che conta di più, per i nostri elettori, è una buona risposta sui temi economici e sociali. Berlusconi usa le leggi ad personam anche come armi di distrazione di massa. Nel senso che vuol portarci a ingaggiare battaglie che dubito siano in cima alle aspettative degli elettori. Adesso il punto vero è chi deve pagare lo tsunami inflattivo che si sta scaricando sui redditi medio-bassi e sulle imprese che lavorano per il mercato interno.
Altro punto dolente: il segretario. Veltroni è indebolito. Quanto si può andare avanti con un leader azzoppato?
Io sostengo Veltroni con convinzione, e con le mie convinzioni. Se ci sono croci da portare, bisogna portarle insieme. Non mi piace questa continua discussione sulla questione del leader e la trascuratezza del collettivo.
Non le piace l’idea dell’uomo solo al comando…
Noi non diventeremo mai come Berlusconi. Per la nostra gente il problema numero uno è organizzare un collettivo. Non credo che oggi ci sia un problema Veltroni, ma c’è il problema di organizzare il partito, metterlo nella sua fisiologia. Bisogna attivare un meccanismo di corresponsabilità. E su questo il segretario per primo deve dare una mano. Anche nel suo interesse.
E perché mai nel suo interesse?
Un leader, chiunque sia, non può farsi carico di tutto, e dove non arriva lui può arrivare il collettivo.
Che intende per collettivo?
Un meccanismo vero di partecipazione e una selezione di gruppi dirigenti che abbiano misurato un rapporto solido con la realtà.
Torno alla questione più scabrosa: quanto si può andare avanti con un leader azzoppato?
Entrati nella fase fisiologica, il leader è il garante di una piattaforma politica. Al congresso del 2009 può darsi che si misurino diverse piattaforme. Vedremo.
Si è pentito di non essersi candidato contro Veltroni alle primarie del 2007?
Ci ho pensato molte volte e resto convinto di aver fatto bene. Ma vedo nella nostra partenza un limite. Gli antichi partiti avrebbero dovuto dire più chiaramente che si andava verso qualcosa di nuovo, che ci si andava a rimescolare. Invece c’è stata un’ambiguità che ci sta nuocendo.
Che Pd vorrebbe lei?
Un partito che sia liberale, e davvero, in economia, ma fermo nel non affidare al mercato la salute, la sicurezza e l’istruzione. Che creda nella fedeltà fiscale, con un fisco progressivo e redistributivo. Che sia popolare nell’organizzazione e nel linguaggio. Che non abbia paura di parole come sinistra e cattolicesimo democratico. Che sia di combattimento e che non agisca sulla base degli umori del giorno.
Al congresso ci sarà anche la piattaforma Bersani?
Non lo so.
Intanto, alla mappa del Pd manca ancora la corrente bersaniana.
Gli affluenti servono se c’è un fiume. E qui mi sembra ci siano preziosi affluenti ma troppo poco fiume. Quanto a me, sono uomo di fiume.

Da due a quattro premier. E la scheda elettorale si allarga

Schieramenti dei partiti all'8 febbraio 2008.
Tra rose e cose, hai voglia a dire che la politica italiana si stia semplificando. Ricordate la “scheda-lenzuolo” presentata nel 2006 da Beppe Pisanu? Era un foglio di 65×23 centimetri. Bene, il 13 e 14 aprile 2008 è molto probabile che non avremo una scheda così lunga. Più larga sì, però.
Per colpa della proliferazione dei partiti in Parlamento (se n’è avuto un chiaro esempio durante le consultazioni al Quirinale, nei giorni del dopo-Prodi). E a causa della moltiplicazione degli aspiranti premier: dai due del 2006 ai quattro (almeno per ora) per il 2008.
E per la moltiplicazione di runners, un “responsabile” c’è: Walter Veltroni, che a Orvieto disse: “Quale che sia il sistema elettorale, il Partito democratico si presenterà con le liste del Pd”, cioè solo. Frase che, se per alcuni ha accelerato la crisi del governo Prodi, per tutti ha significato ridefinizione delle alleanze, delle candidature e delle premiership. A destra, a sinistra e al centro.
Infatti: i primi ad accorgersi che l’alleanza di centrosinistra (la fu Unione di Prodi) era ormai finita sono stati i quattro partiti della Cosa Rossa (Verdi, Pdci, Prc e Sd: La Sinistra-Arcobaleno) che per un po’ hanno tentato di sedurre il Pd per scendere a patti (tecnici, di desistenza, di non belligeranza) e poi, sconsolati, hanno dovuto costatare l’esistenza di due sinistre concorrenziali. E, quindi, di due candidati premier: il sindaco di Roma per quella riformista, il subcomandante Fausto Bertinotti per quella radicale. Attenzione, però: “Non un divorzio ma una separazione consensuale”, ha commentato Dario Franceschini dopo l’incontro nella sede dei democratici. Chi era nel loft del Pd, racconta di un clima di euforia dei presenti all’annuncio di Silvio Berlusconi di un listone Pdl che unisca Fi e An. E fa solo parte delle schermaglie pre-elettorali, il giudizio del sindaco di Roma che bolla come operazione di “maquillage” l’accorpamento tra Alleanza Nazionale e Forza Italia. Perché in questo “supervenerdì” di nuove alleanze, la novità sta tutta in quest’accordo. Per il Cavaliere un sogno che si realizza. Un desiderio, espresso una domenica di novembre a Piazza San Babila, che trova concretezza, per ora, con Gianfranco Fini: “Il Popolo delle Libertà avrà un’unica voce in Parlamento e mi auguro che anche gli amici dell’Udc vogliano contribuire a scrivere questa importante pagina della storia politica italiana”. Le incomprensioni di dicembre tra il Cavaliere e il presidente di An sono solo un ricordo. Proprio come tra ricordi andranno a finire i loghi dei due partiti ormai fusi. Ma l’appello di Fini agli “amici dell’Udc” potrebbe cadere nel vuoto. Raccolto dalla Dc per le Autonomie di Gianfranco Rotondi, dall’ex Udc Carlo Giovanardi, dai Liberaldemocratici di Dini, non pare interessare per ora Pier Ferdinando Casini: “L’imposizione di un partito unico rispondente ad una estemporanea operazione elettorale non ci interessa”, precisa il leader centrista. Anche se: “Non escludiamo affatto la federazione” col Pdl. Cioè un modello di alleanza che Berlusconi ha concesso alla Lega, ma solo perché il Carroccio è “un partito territoriale” (che si presenterà solo al Nord). E infatti il Cavaliere continua a invitare l’Udc ad aderire: “Se non entrano, noi andiamo avanti. Nessuno può negare che siano alleati, ma non nella stessa coalizione”.
Si stanno invece muovendo, al centro, Mario Baccini e Bruno Tabacci. Che con Savino Pezzotta hanno fatto debuttare la già annunciata Rosa Bianca (il nome è da decidere, ma a completare il simbolo: lo stelo verde e due foglie blu che incorniciano le parole libertà e solidarietà). Strana palingenesi la loro, pur perdendo i pezzi, la Cosa ha messo i petali ed è rinata Rosa: senza Montezemolo che non intende scendere in politica; senza Di Pietro (orientato alla condivisione di “un percorso comune” tra IdV e Rosa bianca, ma alle fusioni); senza Udeur e Ld sempre più vicini al centrodestra. Eppure: il candidato premier è Tabacci, la speranza è di strappare voti ai delusi dell’Udc (e a quelli di Forza Italia) e l’unica certezza è che il nuovo soggetto sta “non a destra né a sinistra, ma in alto”.

Cioè: se son rose fioriranno…

La scheda elettorale del 2006 per il Senato

Guarda il VIDEO servizio:

Al via una sfida elettorale senza antiberlusconismo e anticomunismo?


Walter Veltroni l’aveva promesso fin dal suo discorso del Lingotto, nel giugno 2007: candidandosi alla guida del Pd, non avrebbe mai più demonizzato il suo avversario di centrodestra. Ed ora che il Partito democratico lo guida alle elezioni (la data è quella pronosticata in questi giorni: il 13 e il 14 aprile), è stato al momento di parola: niente insulti né toni particolarmente aspri, se non quelli previsti dalla normale polemica politica. Insomma, almeno per Walter, Silvio Berlusconi (perché ovviamente di lui stiamo parlando) non sembra incarnare più il demonio.
Così d’altra parte anche il Cavaliere. Se vincerà le elezioni, si è solennemente impegnato assieme ai suoi alleati di centrodestra, cederà all’opposizione la presidenza di una camera (presumibilmente il Senato), di molte commissioni parlamentari e lavorerà con gli avversari alla riforma delle istituzioni. Che dire, se non: speriamo bene?

Una campagna elettorale meno avvelenata, un futuro governo che non faccia le barricate contro l’opposizione, e viceversa, servirebbe forse a riavvicinare un po’ l’opinione pubblica alla politica. Ma soprattutto aiuterebbe a superare i gravi problemi che chiunque vinca si troverà ad affrontare, quelli economici soprattutto, e che non appare in grado di risolvere con le sue sole forze.

Però, a Camere appena sciolte, siamo ancora allo stato delle promesse. Che cosa si muove di concreto dietro questi buoni propositi? In altri termini, che interesse hanno le forze politiche a smetterla di prendersi a insulti? Vediamo. Il Pd è continua a manifestare l’intenzione a correre da solo, archiviando la stagione dell’Ulivo e dell’Unione. Farà forse degli accordi tecnici al Senato, soprattutto con la “Cosa rossa”; ma niente più coalizione unica che spazi dai moderati ai massimalisti.
Questo mette evidentemente la squadra di Veltroni non solo nella possibilità, ma anche nella necessità, di parlare un linguaggio diverso. Non deve esorcizzare il nemico berlusconiano, deve guadagnare consensi al centro. D’altra parte anche La sinistra-Arcobaleno, per la cui leadership si è candidato Fausto Bertinotti, più che puntare al governo, e quindi entrare in competizione diretta con il centrodestra, deve delimitare il proprio spazio a sinistra. Da questa area verranno presumibilmente gli attacchi più duri a Berlusconi e alleati, ma il bersaglio vero, accordi o meno, sarà il Pd. Su tutto dovrebbe far premio la fine della corsa ad accaparrarsi l’ultimo voto, che di solito è anche il più estremista: la sinistra sembra preferire il rischio di una sconfitta immediata, ma utile in prospettiva, all’incertezza di una vittoria stentata e controproducente come quella di Romano Prodi due anni fa.

Ma per non azzuffarsi occorre essere in due. Che interesse ha Berlusconi a riporre nell’armadio l’armamentario del “pericolo comunista”? Intanto lo slogan inizia ad essere logoro: nei due anni prodiani più che comunisti al governo si sono visti ministri pasticcioni e in perenne lite tra loro. Più che un esecutivo rosso abbiamo sperimentato un governo che ha sì risanato i conti, ma a costo di una spremitura fiscale senza precedenti. Mentre ha abdicato su molti fronti tipici della sinistra, a cominciare dai diritti civili.
Dunque il centrodestra non ha bisogno di far molta propaganda, le basterebbe ricordare le papere, o peggio, del governo Prodi. Il disastro della spazzatura di Napoli (sul quale non per nulla insiste Berlusconi) vale più di cento invettive contro i cosacchi a San Pietro. Ma ovviamente non c’è solo questo. La decisione del Pd di correre da solo rende per Berlusconi e alleati la campagna elettorale ancora più facile, apparentemente già vinta, ma al tempo stesso più insidiosa.

Se la Cdl - o come si chiamerà - prevalesse nel suo complesso, ma il Pd avesse la maggioranza relativa, il vero vincitore politico sarebbe Veltroni, non Berlusconi. Se poi l’ormai ex sindaco di Roma ottenesse un consenso anche grazie ad un linguaggio e a una proposta politica nuova, la sua posizione si rafforzerebbe ulteriormente, indebolendo di riflesso il Cavaliere. La novità Obama, comunque finiscano le primarie democratiche negli Usa, parla anche a noi.

Non solo. Un Pd all’opposizione, ma numericamente maggioranza, diverrebbe fatalmente un polo d’attrazione per i moderati del centrodestra, e soprattutto per i loro elettori, prefigurando scenari imprevedibili. Senza contare che il 52enne Veltroni, scontando una legislatura di opposizione, potrebbe ripresentarsi poi con le carte in regola.

Ecco perché Berlusconi - che tutto questo lo sa - ha interesse a non andare a uno scontro frontale con un avversario ben diverso da Prodi. Anzi, dopo aprile vorrebbe in qualche modo coinvolgere il Pd nella responsabilità delle scelte di alto livello, dalla politica estera alla legge elettorale, fino all’economia. Mentre in prospettiva, se davvero a metà mandato cederà palazzo Chigi ad un premier più giovane (i nomi sono quelli di Giulio Tremonti e Gianfranco Fini), dovrà in qualche modo affrontare e risolvere il problema del rimodernamento del centrodestra. Ma per rinnovare occorrono anche linguaggio, contenuti e comportamenti nuovi.

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Veltroni e Fini: l’accordo vale più a parole che nei fatti

Il leader del Pd Walter Veltroni e Gianfranco Fini, leader di An
A parole Walter Veltroni e Gianfranco Fini sono d’accordo su molto. Convergenza sull’inscindibilità tra riforme costituzionali e cambiamento della legge elettorale: sono infatti questi i punti dell’accordo tra il segretario del Pd e il leader di An che si sono incontrati oggi a Montecitorio. Ma è un’intesa che vale più a parole che nei fatti.
Dopo l’incontro tra i due leader politici nei corridoi del Parlamento gira una voce: “Fini ha dato a Veltroni il contentino dell’accordo sulle riforme costituzionali, perché sa bene che non ci si arriverà mai…”. Anche perché la realizzazione delle riforme istituzionali passa necessariamente per la durata del governo Prodi: infatti per fare le riforme sarebbe necessario almeno un anno e mezzo (cioè, secondo la Costituzione, due passaggi tra Camera e Senato a distanza di tre mesi l’uno dall’altro).
Tempo che An non sembra disponibile a concedere all’esecutivo. La prova? Ecco il commento, tra il serio e faceto raccolto da Panorama.it del capogruppo alla Camera del Partito Democratico, Antonello Soro: “Fini concede un anno e mezzo al governo? No… di più. Questo governo non cade e non si può andare a votare se prima non si fanno le riforme che daranno efficienza al sistema Paese”.
Scavando nelle parole del leader di An si scorgono insomma parecchi dubbi. Fini, al termine dell’incontro ha spiegato: “A Veltroni abbiamo detto che il dialogo sulle riforme non è per An sostegno o benevolenza al governo Prodi”. Come a dire: dialogo sì, prolungamento della vita del governo no.
Veltroni, ed è un po’ il suo marchio di fabbrica, ha fatto sfoggio di ottimismo: “L’elemento più importante dell’incontro con Fini è che si è registrato un accordo su due punti decisivi: riforme costituzionali e nuova legge elettorale vanno di pari passo”. E ancora: “Con Fini c’è stata la convergenza sul pacchetto di riforme istituzionali, all’esame della Camera, su tutti i punti fondamentali: riduzione del numero dei parlamentari, più poteri al premier, superamento del bicameralismo perfetto”. Sulle riforme istituzionali si tratta di un’intesa reale. Ma non praticabile. Mentre sull’inscindibilità di cambiamento della legge elettorale e riforme si tratta di un’intesa sulla carta. Non a caso Fini si è subito affrettato a spiegare: “Se cade il governo Prodi, si va a votare con l’attuale legge elettorale”.
E proprio sulla legge elettorale i due leader di partito non hanno trovato l’accordo. Anzi, Fini ha spiegato il suo no al “Vassallum”, cioè alla proposta di Veltroni: “Non condividiamo affatto la proposta di Veltroni, il ‘Vassallum’, perché non è corrispondente con le esigenze di Alleanza nazionale: non contestiamo la legge elettorale in senso proporzionale, quello che conta è che l’elettore possa scegliere il partito, la coalizione, il programma e il candidato premier”.

Il VIDEO servizio:

Pd, sei siti per sei candidati

La home del sito di Walter Veltroni in vista delle primarie del Pd del 14 ottobre

Il più, elementare, spoglio quasi una cella di monaco, è quello di Jacopo Gavazzoli Schettini (da scrivere “con la j e il meno tra il doppio cognome.eu”, tiene a precisare lui).
Forse non vincerà le primarie, ma certo conquista la palma della semplicità tra i siti dei sei candidati alla guida del Pd. Sfondo giallo, contorno marrone e la foto del candidato in primo piano, con tanto di naso ammaccato (e non è un caso, ci tiene a precisare, parlando in terza persona: “Jacopo porta ancora i segni di una caduta con i pattini mentre giocava con il figlio. Dice che è stato quel colpo alla testa a fargli venire in mente di candidarsi”). Per chi non lo conoscesse, Gavazzoli Schettini ha 42 anni, una laurea in Studi Strategici e anche lui, come gli altri, ha scelto di fare comunicazione sul web in vista del 14 ottobre. “Non sono né dei Ds, né della Margherita. Sono un elettore di centrosinistra che crede nel Pd”, spiega in uno dei tre video che “adornano” le cinque pagine del sito. Tre piccole clip, buttate lì, sulla destra, quasi defilate nella pagina, in cui Gavazzoli Schettini appare in maniche di camicia, con la camera accesa mentre ancora sta sistemando l’inquadratura nel salotto di casa. Se non appartiene ai due grandi partiti, vien da chiedersi con chi stia. E lui sempre usando la terza persona (alla faccia della familiarità): “risponde con ironia nei modi più disparati: “Il Priorato di Sion”, “Maga Maghella” o, “più semplicemente, la voglia di voltar pagina”.

Quello più “figo”, più tecnologico, più ricco, più sofisticato, più moderno è (manco a dirlo) il sito che Walter Veltroni si è voluto creare per correre da segretario in pectore. Sul verde e azzurro lo sfondo, il sito del primo della classe abbonda di blog (dai blogger per Walter a quelli di sostegno, in fase di attivazione e con diversi template), si affida al social network, allo scambio delle foto via Flickr, rimanda a Youtube, richiama Twitter e Il Cannocchiale. Insomma, tutto (ben) pensato “per costruire la community”, che ha toccato i 15 mila visitatori nei primi due giorni, si inorgogliscono i sostenitori. Pochi invece gli accenni alla vita privata (chi non conosce il sindaco più ammirato d’Italia!), alle passioni e alle letture preferite. Il comitato, le primarie, il “gallinaio” sulle regole, le liste e i fondi sono in secondo piano, sulla spalla di sinistra. Forse perché di questionare a Veltroni interessa poco, tanto è sicuro di vincere.

Poi c’è il sito “della Rosy”, che è come lei nella foto che la ritrae: sorridente, rassicurante, amichevole e alla mano. Ci si trova un po’ tutto e pure qualche tocco in più: “Fare la zia mi è sempre piaciuto. Non sono sposata e non ho figli” scrive nella sua biografia, parlando del suo amore per la montagna, i viaggi, ma pure “buona tavola e il buon vino, specie se gustati in compagnia di amici”. Il sito è mosso, spumeggiante, come giura di essere lei, la Rosy: “Ogni tanto perdo le staffe e reagisco male se ascolto sciocchezze, ma credo di avere almeno una virtù: la coerenza delle mie idee”. Prima pagina che abbonda di arancio e di contenuti anche spinti: un certo Filippo, supera la politica, passa la censura, e annuncia: “È intelligente, furba, tenace, la sposerei, tanto sono vedovo…”). Tra i siti amici, ci si può collegare a iostoconrosy. it, “rigorosamente realizzato da volontari” sostenitori della candidatura del ministro della Famiglia, e quello di Romano Prodi, in nome del quale la pasionaria si candida il 14 ottobre.

Lo spazio web di Enrico Letta si spinge un po’ più in là di tutti gli altri, segnando la sua diversità. Il giovin Enrico, per presentare la sua candidatura ha snobbato i giornali e i tg e ha debuttato su YouTube (scelta innovativa che però non gli ha risparmiato le critiche della blogosfera). Apre il sito una foto del sottosegretario che riesce a essere informale e giovanile anche quando ha la cravatta. Pure lui ha scelto lo sfondo giallo, ma non anemico come quello di Gavazzoli Schettini. Il suo è un colore carico, da sole e mare, adatto alla stagione e alle sette spiagge dove Letta sta proponendo “la sua idea di politica e di Italia”. Peccato solo che di suo pugno, sul sito, ci sia poco: gli interventi sono quelli riportati da altri giornali (interviste e lanci d’agenzia, per o più). E poi box con le news, l’agenda e la bacheca con gli interventi. Dalla biografia (anche questa in terza persona) si scopre che: “Enrico Letta ha 41 anni ed è sposato. Ha due figli” e poi la sfilza degli incarichi del ricchissimo curriculum politico. Ha scritto libri di un certo spessore (tipo: Viaggio nell’economia italiana, con Pierluigi Bersani, Donzelli 2004 e L’Europa a Venticinque, Il Mulino 2005) ed è un accanito lettore di Dylan Dog. Tra una partita di subbuteo e una sfida tv del Milan (le sue grandi passioni), si diletta con Irene Grandi, Elio e le Storie Tese, Vasco Rossi e Zucchero”. Da bravo giovanotto degli anni ‘80, insomma.

Da uno nato e cresciuto su internet, come Mario Adinolfi, ci si aspetta un sito davvero web 2.0. E infatti: il 35enne blogger e capitano di Generazione U (”u come inversione a U, come Unione, come Ulivo, come Unione Europea, ma anche come gli U2″), accoglie chi entra nella sua casa virtuale con il diario aggiornatissimo delle sue iniziative (”Ogni giorno che passa, ogni nazione che attraverso, ho la sensazione che io sia un mero strumento per una forma di ribellione concreta e collettiva”) da cui si apprende che sta lavorando molto all’estero, in Danimarca e Svezia, “tra i giovani esuli italiani”. Giocando su un terreno che ben conosce, Adinolfi assicura anche di poter contare su appoggi trasversali: “Ci sono i blogger di centrodestra che hanno fatto un documento a sostegno della mia candidatura. Come se Berlusconi si facesse l’endorsement per Prodi” e non si preoccupa di inserire tra i link anche quello della pagina in cui sono raccolti video e dichiarazioni contro. Tutto molto easy e all’insegna della familiarità assoluta. Tanto che in un eccesso di giovanilismo, l’outsider del Pd è apparso qualche tempo fa su YouTube senza camicia e senza t-shirt. Per la serie non è l’abito che fa il candidato.

Infine si torna allo stile aziendale col sito di PierGiorgio Gawronski, che si è scelto la classica immagine da manager (è stato consulente a palazzo Chigi dal 2000 con i governi D’Alema, Amato, Berlusconi e Prodi): compare al telefono, in camicia e cravatta. Forse chiede aiuto e sostegno, visto che, finora, i messaggi on-line sui suoi “forum interattivi” sono meno di 50. Avendo bisogno di farsi conoscere Gawronski la butta sul personale con tre sezioni: curriculum, pubblicazioni e biografia. Da cui si apprende che, sì, il cinquantenne economista è nipote dell’europarlamentare di Forza Italia, Jas, ma la parentela, ci tiene a sottolineare, non gli ha mai garantito un trattamento di favore, anzi, lamenta la difficoltà di affermarsi professionalmente in un paese, l’Italia, dove si fa carriera solo con le raccomandazioni. “La mia vita è stata un esperimento di cosa significa vivere senza privilegi”, dice e cita i numerosi concorsi nei quali è stato superato da qualche “figlio o amico di”. È questa l’Italia che Gawronski vuole cambiare con un piano corposo in 10 punti dal titolo “Lotta agli abusi e riqualificazione della Pubblica Amministrazione”. Per chi vuole saperne di più “da qualche parte c’è un link al mio sito privato”, stuzzica lui. Non mancano il programma politico, priorità, video e media, agenda, forum interattivi e i contatti. Qui si trova pure un numero di cellulare. Ma solo per le urgenze, mi raccomando.

Primo problema per Veltroni: Democratici o Democristiani?

Walter Veltroni in tre momenti del suo discorso programmatico al Lingotto di Torino
Ma sono i nuovi Democratici o i vecchi Democristiani? Da quando Walter Veltroni ha annunciato la propria scesa in campo per la guida del Pd, ma soprattutto per quella del prossimo governo, si assiste a un curioso fenomeno: un proliferare di candidature vere, annunciate o minacciate, di gente che vuole fondare e naturalmente guidare liste “per Walter”, “con Walter”, “per aiutare Walter”: insomma, tutto a beneficio di Walter. Qualcosa però che assomiglia molto alle vecchie correnti democristiane. O, come sostiene ruvidamente il politologo Angelo Panebianco, alle baronie di un partito che dà di sé un’immagine feudale prima ancora di essere fondato.
Ci sono gli antagonisti veri, il che non fa mai male in democrazia. Enrico Letta, sottosegretario di Romano Prodi, che avrebbe voluto annunciare la candidatura lunedì 2 a Milano e che, pare, la formalizzerà venerdì 6 luglio. O Arturo Parisi, un altro fedelissimo del Professore, il quale stila una lunga lista di cose che Walter dovrebbe dire o fare (per esempio, firmare per il referendum elettorale come a suo tempo aveva annunciato; o dire da che parte sta in politica estera), ma non ha ancora detto o fatto.
Entrambi dovrebbero appunto candidarsi in alternativa a Veltroni. Poi ci sono quelli che di mettersi contro Walter avrebbero una gran voglia, ma sono frenati dalla disciplina di partito. È il caso di Pier Luigi Bersani. Tanto Walter vola alto, tanto Bersani bada al sodo. Tanto Walter pensa a una nuova sinistra, tanto Bersani pensa di fare i conti con la sinistra che c’è. Tanto Walter si proclama riformista, tanto Bersani è convinto, il riformismo, di praticarlo già. Infine tanto Walter è veltroniano, tanto Bersani è dalemiano.
Ma la cosa più curiosa sono quelle liste annunciate, e quei personaggi, che vogliono appunto correre “per Walter”. Rosy Bindi per Veltroni: si immagina una lista tutta casa e chiesa, che dia a Walter un’ulteriore spruzzata cattolica della quale il Candidato (quello con la C maiuscola) non pare avverta l’esigenza. Anna Finocchiaro per Veltroni: sarà mica la carabiniera di D’Alema? Anche la Pollastrini è tentata: per il motivo opposto della Bindi, vuole rafforzare la laicità di Walter.
Alla fine - e questo agli occhi di Veltroni è il rischio vero - magari scenderà in campo lo stesso Prodi. Sarebbe ovviamente la guerra. Per ora, forse, l’ammissione più sincera la fa Parisi, prodiano d’antàn: ciò che realmente interessa non è la guida del Pd, che anzi rischia di rivelarsi una rogna, ma la candidatura a premier. Lì sì che c’è il potere. E tra Ds e Margherita, prima di sciogliersi (ma si scioglieranno?) è tutto un correre a delimitare i vari territori. Nell’interesse di Walter, ovviamente.
Il quale Walter, che dopo il Lingotto pensava ad una trionfale passeggiata di salute, potrebbe scontrarsi con i primi imprevisti. A cominciare, per esempio, dal ticket: lui si è scelto il cattolico Dario Franceschini. Ma se gli altri non riusciranno a insidiare la leadership di Veltroni, scommettiamo che pretenderanno almeno la vice-leadership?

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