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Nicola Cosentino in una immagine di archivio
“Non è più nel novero delle cose possibili”. Così Gianfranco Fini pensava di avere stroncato, con una semplice dichiarazione, una settimana fa, la candidatura a presidente della Campania di Nicola Cosentino, il sottosegretario all’Economia per il quale la Procura di Napoli ha chiesto l’arresto dopo le rivelazioni di alcuni pentiti. Continua

Renata Polverini, 47 anni, segretaria dell'Ugl
Non ha ancora detto ufficialmente “sì, mi candido” e già i sondaggi la danno a un’incollatura da Piero Marrazzo, un bel 40 a 42. Il Pdl non ha ancora deciso se farla correre e già tutti sono lì a fare calcoli: riuscirà a strappare la regione al centrosinistra e a diventare la prima donna governatore del Lazio? Quarantasette anni, frangetta da ragazzina, Renata Polverini a essere la prima è abituata. Leggi l’intervista

Sul suo iPod Nano da 8 giga, nero antracite, ci sono, in sequenza: Chopin e i Metallica, Beethoven e gli Arctic Monkeys. Ma la metafora dell’ameba, che tutto ingloba e digerisce, a Roberto Formigoni proprio non piace. Peccato, perché rende l’idea.
E poi, a giudicare dal suo buonumore, il presidente della Lombardia quest’estate gode di digestione eccellente. Serioso e preciso fino alla puntigliosità , in riva al mare della Sardegna si lascia andare e ride più del solito: di gusto, se gli si parla di tensioni nel Pdl e di un possibile rimpasto d’autunno; sornione, se il discorso cade sull’Udc e Pier Ferdinando Casini. Ride, e per niente amaro, perfino se gli si mostrano i giornali con le dichiarazioni della Lega e gli si ricorda che è dalle elezioni di giugno che i dirigenti del Carroccio, a turno e con diverse sfumature, chiedono la presidenza della Lombardia. Insomma, la sua testa. Formigoni incassa e digerisce, digerisce e ingloba: erede e interprete della grande Democrazia cristiana, non dimentica nessuno di quelli che, non per caso, si chiamavano (e continuano a chiamarsi fra di loro) “amici”. Ha parole affettuose per quelli della sua parte politica: “Raffaele Fitto? È stato un buon presidente della Regione Puglia e ora è un buon ministro. Abbiamo fatto, insieme, lo stesso percorso politico: prima la Dc, poi il Cdu con Rocco Buttiglione. E quando questi rifiutò l’accordo con Forza Italia, fondammo insieme i Cdl, che stava per Cristiani democratici per le libertà . Dopo 15 giorni confluimmo nel partito di Silvio Berlusconi: il premier ci ha soffiato il marchio. E non ce l’ha mai pagato” ride.
Ma Formigoni non lascia indietro nessuno. Nemmeno quelli che, al momento, stanno dall’altra parte politica. E così, stavolta indubitabilmente serio, a un certo punto lascia cadere: “Vedo bene una nuova alleanza a livello nazionale tra Popolo della libertà e Udc“.
Questa di certo a Umberto Bossi non piacerà . Non avete appena fatto pace?
Lasci perdere, Bossi è un grande negoziatore. Ma vorrei continuare il ragionamento.
Prego. Ma poi su Bossi ci torniamo.
Allora, in Europa Pdl e Udc stanno già insieme e collaborano benissimo: ci sono identità di valori e di obiettivi. In Italia, invece, bisogna ancora superare alcune incomprensioni. E io sto lavorando per questo accordo, come pure molti altri nel Pdl.
Insomma, si sta muovendo tutta la vecchia Dc per riportare a casa il figliol prodigo Casini?
Non solo. Penso a Fabrizio Cicchitto, a Sandro Bondi. Lo stesso Berlusconi non mi pare contrario al progetto.
E il progetto sarebbe quello del Pdl alleato con la Lega al Nord e con l’Udc al Sud?
Io vedo un’alleanza a 360 gradi: è finita l’epoca degli accordi territoriali, a macchia di leopardo. Ma non escludo nulla, la politica ha una fantasia straordinaria.
Ha già telefonato a Casini?
Se è per questo, ci siamo pure incontrati.
E cosa vi siete detti?
Con lui non mi servono troppe parole, ci intendiamo al volo.
Scommettiamo che, una volta che lei apre all’Udc, i leghisti ricominciano a chiedere la sua testa? Ha letto bene le dichiarazioni di Bossi?
Dice che io sono un amico, che ho governato bene la Lombardia… E chi conosce la Lega sa che la Lega è Bossi e nient’altro. Non bado a quello che dicono le seconde e terze linee, “de minimis non curat praetor“.
Beh, proprio minimi non sono: ha cominciato Flavio Tosi, il sindaco di Verona, poi è arrivato Roberto Castelli…
Con Castelli abbiamo fatto 8 anni di scuola insieme: le tre medie, poi 5 gloriosi e durissimi anni al liceo classico Manzoni di Lecco. Stessa classe, stessa squadra di basket. Insieme anche a un corso dell’Aeronautica militare a Gorizia, in prima liceo: alla fine ci hanno fatto pilotare un Piper. Ecco, Castelli è un altro con cui mi intendo con un’occhiata: non c’è alcun problema.
Tutta tattica, dunque. La testa che la Lega chiede non è la sua ma quella di Giancarlo Galan, il governatore del Veneto?
Niente nomi, per ora. Finite le vacanze cercheremo un accordo generale per tutte e 13 le regioni in cui si vota l’anno prossimo. E la Lega fa bene a porre il problema di avere, anche a livello di governatori, il riconoscimento del suo peso politico. Oggi il partito di Bossi vale tra un terzo e un quarto dei nostri voti e non ha la presidenza di alcuna regione. Questo non va bene. Ma non avranno la Lombardia: io ho già avuto, dopo approfondite valutazioni, autorevolissime conferme alla mia candidatura.
Nel senso che, dopo l’uscita di Tosi o quella di Bossi, lei ha alzato il telefono e ha chiamato Berlusconi?
No, con Berlusconi parlo quando dobbiamo affrontare un problema serio. E la questione della mia candidatura a presidente della Lombardia è già stata affrontata più volte. È chiusa.
Non sarà stato questo il caso, ma com’è una telefonata tesa con il premier?
Berlusconi è un “ragazzo volitivo”: sa dove vuole andare e come andarci. Però il confronto con lui è sempre franco e aperto: è una persona che sa ascoltare l’altro.
Speravo mi facesse un esempio, non un ragionamento politico. Suggerisco io: com’è andata dopo l’elezione al Senato nel 2008, quando poi lei non diventò ministro? Che cosa vi siete detti, e come, lei e Berlusconi?
Trovammo un accordo. Vuole la verità ? Fu allora che nacque, condivisa, la decisione della mia quarta candidatura consecutiva alla guida della Lombardia, così avrei potuto portare a termine progetti importantissimi come l’Expo, la Brebemi, la Pedemontana, la tangenziale esterna di Milano, dieci nuovi ospedali, l’alta velocità , le autostrade regionali: progetti per 11 miliardi di euro in 3 anni.
E fare sì che lei stoppasse la Lega, che non fosse Bossi a gestire l’avvio del federalismo fiscale in Lombardia e tutto il ben di Dio che ha appena elencato…
Questo lo dice lei. Io l’ho sottolineato solo per dire che sono pochissimi i ministeri che hanno un peso specifico paragonabile a quello della presidenza della Lombardia.
Fra questi c’è il ministero dell’Interno: si è sussurrato di un rimpasto dell’esecutivo dopo l’estate e di uno scambio di poltrone tra lei e Roberto Maroni.
Bossi a Ponte di Legno l’ha definita pura invenzione giornalistica.
E lei che cosa dice?
Le stesse parole di Bossi, non ne trovo di migliori.
E poi dice che la metafora dell’ameba, che tutto ingloba, non funziona.
Non mi piace. Preferisco quella del direttore d’orchestra, o del compositore che prende i suoni più diversi e li unisce in una splendida sinfonia.
Lei la chiama sinfonia, c’è chi invece la definisce brutalmente lottizzazione. E accusa Comunione e liberazione di essersi accaparrata tutti i posti che contano nella sua Lombardia. Ultimo caso la sanità …
Polemiche sterili. Dopo le nomine alla guida dei grandi ospedali ho chiesto: “Qualcuno ha da ridire sui curricula dei prescelti?”. Tutti zitti: la polemica è finita lì.
Traduco: “Noi siamo i migliori”.
Non scherziamo, i migliori stanno per definizione dall’altra parte (ride). E guardi che, con una battuta, le sto dicendo una cosa seria, che sta alla base dell’attuale, profondissima crisi della sinistra.
Può spiegare?
È la storia che si sta vendicando. Dopo la caduta del comunismo la nostra sinistra non ha mai fatto seriamente i conti con la propria storia.
Ma si è sciolto il Pci, poi si è sciolto il Pds e anche i Ds. Non le basta?
Solo operazioni di facciata, come una ragazzina di 14 anni che si cambia il vestito anche tre volte al giorno. Si consideravano i migliori quando c’era il Pci, hanno continuato a considerarsi i migliori, i più puri, anche dopo. Solo che adesso la storia sta chiedendo loro il conto, e si ritrovano a non avere più una visione credibile, una qualsiasi, ma che sia in grado di catturare la gente.
Mi sta spiegando la morte dell’opposizione in Italia?
Sto descrivendo la crisi culturale, profondissima, in cui si dibatte e da cui prevedo non si rialzerà tanto presto. Opposizione? Ma è opposizione quella attuale, fagocitata da un giustizialismo d’accatto (che peraltro non fa parte del patrimonio della sinistra) e che non sa trovare altre basi e punti di contatto se non l’odio per Berlusconi?
In effetti, negli ultimi anni la dialettica maggioranza-opposizione in Italia non ha funzionato benissimo.
Il problema c’è ed è grave. In un paese normale l’opposizione ha il compito, fondamentale, di segnalare i problemi del Paese, di incalzare su questi temi chi governa. Qui da noi, invece, l’opposizione è strumentale, aprioristica. Che pena, che pena…
Se le cose stanno così, chi vi incalza sui problemi veri?
Il nodo è proprio questo: noi, maggioranza, siamo costretti anche a percepire le cose che non vanno, nel Paese e nella nostra azione di governo. Un impegno fuori dal comune, mi creda.
Che fa, presidente, adesso si ingloba pure l’opposizione?
Guardi, cercavo di fare un discorso serio: non ricominciamo con la storia dell’ameba, la prego.
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Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Anzi, ci sono il “Furbacchione” e il “Cialtrone”. Gli epiteti se li sono dati da soli. Chi? Tra gli altri, due pezzi da novanta del Pd: niente meno che l’ex leader Walter Veltroni e Sergio Cofferati, (ancora per poco) sindaco di Bologna.
Entrambi avevano annunciato, pubblicamente, di ritirarsi dalla politica. Il primo “per andare in Africa”, il secondo “per fare il papà ”. Sarebbe stata scelta controcorrente, la loro: abbandonare la carriera per impegnarsi nella vita privata. Sarebbe, appunto, con il più che mai d’obbligo.
E infatti, in pochi ci hanno creduto.
La parabola veltroniana è nota a tutti. Quella di Cofferati? Il sindaco di Bologna ieri ha annunciato la sua candidatura come capolista alle elezioni europee come capolista nella circoscrizione Nord Ovest. Per la verità sarebbe stato chiamato da Dario Franceschini, segretario del Pd. “In mia vita non ho mai chiesto candidature. Me le hanno chieste sempre gli altri”, ha sottolineato Cofferati.
E fin qui, niente di male. Se non fosse per quella dichiarazione fatta lo scorso 9 ottobre, quando annunciò di non ripresentarsi alle amministrative del 2009, e tirata in ballo da un’associazione bolognese (L’altrainformazione): “Sarò un cialtrone se vado in Europa”, disse Cofferati. Davanti a una folla di cittadini, curioso e giornalisti, il “Cinese” motivò la scelta con le “esigenze familiari”: troppo distante Bologna da Genova (città dove risiedono compagna e figlio) per uno che ha voglia di fare il padre a tempo pieno. “Sindaco ci manderà una cartolina da Bruxelles?” gli chiesero i giornalisti. “Non ve la mando neanche da Roma. Sa andassi a Roma sarei un cialtrone e io non sono un cialtrone”, perché la Capitale è ancora più lontana di Bologna, rispetto a Genova. Figurarsi Bruxelles, allora…
L’ex leader Cgil, tuttavia, è in buona compagnia. Il caso più eclatante nel Partito democratico è, appunto, quello di Walter Veltroni, neanche a dirlo. Intervistato da Fabio Fazio a Che Tempo che fa, l’8 gennaio del 2006 (qui il VIDEO), dichiarò il suo abbandono alla politica. “Se farò di nuovo il sindaco di Roma nei prossimi cinque anni, alla fine di questo secondo quinquennio avrò concluso la mia esperienza politica”, disse Veltroni. “Davvero?”, chiese Fazio. “Sì, perché non bisogna fare la politica a vita. Bisogna fare le cose in cui si crede facendo altro. So che quando dico questo tutti mi guardano dicendo: ‘Eh, guarda che furbacchione, dice così e poi non è vero’. Ne parleremo tra cinque anni e si vedrà se sarà vero oppure no”.
Passò soltanto un anno e Veltroni, nel 2007, si candidò alle primarie per la guida del Pd. Spiegando che il partito chiamava, che intorno a lui si era creata una tale aspettativa da non potersi permettere di dire no all’invito di correre per la leadership dei Democratici.
Una poltrona ambita, tanto che anche un prodiano di lunga data, Arturo Parisi, si contraddisse pur di averla. “I giovani chiedono spazio? Sono pronto a farmi da parte”, aveva detto prima Parisi rispondendo a Luca Sofri, che chiedeva l’inserimento di dieci “under 40″ tra i membri del Comitato per il Partito democratico. Poi fece marcia indietro: “In assenza di altri candidati, sempre che ce ne siano le condizioni e che si possa giocare ad armi pari, per amore di verità e per il bene del progetto, la mia candidatura è da ritenersi in campo”. Parisi perse, Veltroni vinse le primarie e sfidò Berlusconi. Poi sappiamo tutti come è andata a finire.
Ma nelle promesse mancate non sono inciampati solo i democratici. Anche Savino Pezzotta, ex segretario nazionale della Cisl, alla vigilia del Family day nel 2007 dichiarò di non voler entrare in politica: “Quando sono uscito dalla Cisl mi era stato offerto di fare il capolista al Senato per la Margherita e ho rifiutato. Non sarebbe stato coerente uscire da via Po e infilarmi a Palazzo Madama, tanto più con un seggio sicuro. Ogni percorso deve avere le proprie tappe”, raccontò a Panorama.it. A dire il vero, a Palazzo Madama Pezzotta non è entrato: dall’aprile del 2008 siede su uno scrano alla Camera dei deputati, tra le file dell’Udc.
Il VIDEO da YouTube con la conferenza stampa in cui Cofferati disse: “Non mi ricandido”

Nome: Gianfranco Pasquino. Professione: indipendente, da tutto. Logica conseguenza per chi ha poppato il latte delle idee di sinistra direttamente dalla fonte: Norberto Bobbio. Per 11 anni è stato senatore della sinistra indipendente, maître à penser di un mondo che non si riconosce nel radicalismo di Rifondazione, né nel piano inclinato della sinistra verso il centrismo: Pci-Pds-Ds-Pd. Il professore di scienze politiche all’Università di Bologna, ma indipendente dal giro prodiano (che è quello che conta in città ), a 67 anni si candida alla carica di sindaco di Bologna con una lista, ovviamente, indipendente. E arrabbiata, soprattutto contro l’ex sindaco Sergio Cofferati, il Pd e la sinistra tutta.
Pasquino, per Pasquino, è “la sinistra”, quella vera, che manca, quella di cui, secondo lui, c’è nostalgia. “Noi siamo quelli che starebbero a casa se non ci fossi io, che non voterebbero uno scialbo candidato ufficiale del Pd, Flavio Del Bono, un imprenditore come Alfredo Cazzola o un ex sindaco come Giorgio Guazzaloca”.
Professore, lei lo sa, vero, che non diventerà mai sindaco…
Ma scherza? Io arrivo al ballottaggio sull’onda di un grande scontento della città nei confronti del candidato del Pd, e a quel punto loro non possono che votare me.
Sicuro di arrivare al ballottaggio?
Che fa, ci prova? Vuole che le risponda di no? E io le dico di sì.
D’altra parte lei è dato al 6 per cento…
Così mi deprime. Siamo in crescita.
Lei è stato comunista?
Mai.
Ma è stato 11 anni senatore della sinistra indipendente. E i suoi elettori erano comunisti.
Sì, però io non sono mai stato comunista. Né come pensiero né come appartenenza partitica. Tecnicamente sono un azionista.
Quindi laicista.
Laico.
Come mai a sinistra nessuno si dice comunista?
Walter Veltroni lo è stato, Massimo D’Alema lo è stato…
Veltroni dice di no.
L’insostenibile leggerezza della politica.
Perché è deluso dall’ex sindaco Sergio Cofferati?
Ha sempre dimostrato di non essere assolutamente interessato alla città . E poi la sua candidatura è nata male, paracadutato da Roma senza nemmeno fare le primarie.
E perché lei non ha partecipato alle primarie? Il Pd le aveva offerto i voti necessari.
Mi aveva offerto le firme necessarie per essere sconfitto in un confronto con Del Bono, sostenuto dall’apparato. Una polpetta avvelenata che non ho mangiato.
Lo sa che il suo amico Luigi Pedrazzi, sociologo del Mulino, ha detto che la finanzierà ma non sa se la voterà ?
Gigi ha sempre voglia di scherzare. Però è vero che la pensiamo diversamente su molte cose. Per esempio io penso che gli israeliani abbiano non solo il diritto di sopravvivere, ma anche di reagire; lui pensa che gli israeliani esagerino sempre.
Lei ha detto che la prima cosa che farebbe da sindaco sarebbe abolire tutte le consulenze. Fa il dipietrista?
Antonio Di Pietro molto spesso ha ragione. E, anche se non lo sa, dice cose di sinistra. Però c’è una differenza di stile, io bene o male sono uno studioso e Di Pietro no, e poi io non tratto sulle poltrone, lui sì.
Perché il Pd ha scelto Del Bono, che nessuno conosce?
Ho una risposta cattivissima, la vuole?
La prego.
Perché è l’unico che, se vince, libera ben tre poltrone: assessore al Bilancio, vicepresidente della regione e consigliere regionale.
Dica qualcosa di sinistra.
Facile: giustizia sociale. Chi ha di più favorisca un riequilibrio con coloro che hanno meno.
Lei guadagna più o meno di 120 mila euro l’anno?
Francamente non lo so, ma credo di più. Comunque Dario Franceschini ha ragione. Bisogna chiedere ai ricchi un contributo.
Chi guadagna 120 mila euro è un ricco?
No, però è probabile che chi dichiara 120 mila euro ne guadagni molti di più.
Ti faccio pagare anche quello che non dichiari anche se non so quanto sia.
Esatto.
Capisco…
Ma dovrebbero essere i parlamentari a dare l’esempio, solo che nemmeno Rifondazione ha preso questo impegno. La casta è davvero potente.
Alla sua età si mette a fare campagna elettorale? Non era più comodo continuare a scrivere per La Repubblica?
Uhhh, certamente sì. Tra l’altro gli altri candidati hanno più soldi di me.
Ma lei ha la Lega.
La Lega?
Delle coop.
Ah… eh, magari, non mi ha dato un centesimo e non controlla i suoi.
A Bologna ci sono 26 mila cassintegrati. Che si fa?
Ha visto come è ridotta Bologna?
No, come?
Ci sono buchi e sporcizia da tutte le parti. Una volta era pulita, ordinata, e credo che ci sia una enorme opportunità per impiegare chi ha perso il lavoro per farla tornare bella e appetibile per i turisti.
Paga il comune?
Sì, sono keynesiano. Qualcosa in contrario?
Facile essere keynesiano adesso, dopo che il monetarismo ha portato a questa crisi.
Io lo ero anche prima.
Che cosa vuol dire essere keynesiano?
Un governo stabile, onesto, che dura, costringe i sindacati a essere molto più moderati nelle loro richieste e gli industriali a fare i conti con un comune che decide dove si investe e dove no. Questo è il compromesso keynesiano con gli industriali: noi vi controlliamo i sindacati, per così dire, perché sanno che noi, governo di sinistra, siamo il miglior governo che possono avere, e voi investite dove diciamo noi. Questo è il compromesso che ha fatto grandi Bologna, Reggio Emilia, Modena…
Che ne pensa di Pancho Pardi, il professore fiorentino inventore dei girotondi?
Simpatico con alcune idee fisse: antiberlusconismo e sinistra fallimentare. Non si va lontano con Pardi.
Qual è il problema del Paese?
Siamo poco competitivi, impastoiati nel familismo, nessuno è disposto a combattere per vincere rischiando.
Quindi hanno ragione Francesco Giavazzi e Alberto Alesina, il liberismo è di sinistra?
No, non il liberismo, ma la competizione è di sinistra.
Allora sarà favorevole alla liberalizzazione delle farmacie e dei taxi.
Beh, con un regolamento comunale apposito certamente sì.
Lei è un intellettuale?
Sì, ma della curva.
Sul caso Englaro il Pd in provincia di Bologna si è astenuto, lei cosa avrebbe fatto?
Totale libertà di scelta. Beppino Englaro, per le infamie che gli sono state rivolte, dovrebbe chiedere i danni.
Accetterebbe una centrale nucleare sul territorio del comune?
Bisogna coinvolgere la cittadinanza.
Devo scrivere no?
In Italia la cittadinanza non viene in genere coinvolta; e se lo fosse, alla fine non sono certo che direbbe un no.
Lo sa che le polemiche migliori le ha fatte contro il centrosinistra invece che contro il centrodestra?
Questa è un’accusa infamante. È il Pd che polemizza con me.
Dopo Bologna leader del Pd?
Il Pd è un vagone piombato. Farei il leader di un partito socialdemocratico, che è il partito che davvero manca all’Italia.
La sinistra perderà alle europee?
La società italiana non è divisa in classi sociali, ma in ceti. Nei ceti conta lo status e questo impedisce i grandi movimenti sociali.
Non ho capito.
Non è in sintonia con la società da tantissimo tempo. Basta guardare Milano, la dimostrazione dell’incapacità della sinistra di capire cosa succede nella realtà : prima hanno candidato sindaco il baffuto Nando Dalla Chiesa, poi l’industriale Aldo Fumagalli, poi il sindacalista Sandro Antoniazzi e poi il prefetto Bruno Ferrante. Con questi candidati non avrebbero mai vinto.
Romano Prodi cosa dice?
Sta con Del Bono.
Lei non ha mai amato Prodi, vero?
Scriva: Pasquino dice che preferisce non rispondere.
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Dall’aula di tribunale a quella di Strasburgo. E la strada passa dall’Idv.
L’ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris sceglie la politica: “correrà ” per le prossime elezioni europee con l’Italia dei Valori, “governata” da un altro ex pm, Antonio Di Pietro. “Lo farò come indipendente, insieme ad altri esponenti della società civile”, dice il magistrato che ha chiesto oggi al Csm l’aspettativa per potersi candidare. Il via libera potrebbe arrivare a stretto giro di posta, probabilmente già domani dal plenum del Csm.
L’ex pm, sul sito di Antonio Di Pietro, presenta la sua scelta così: “Lascio un lavoro al quale ho dedicato quindici anni della vita e che è stato il mio sogno, come ha detto qualcuno, la missione di questi anni. Ritengo che non mi è stato consentito di esercitare le funzioni che amavo, in particolare quella di Pubblico Ministero, che mi consentivano di investigare, di accertare i fatti, di fare quello che ho sempre sognato nella mia vita. [...] Sono contento del progetto che mi è stato proposto da Antonio Di Pietro e dall’Italia dei Valori e dell’impegno richiestomi dalla società civile. Il mio è l’impegno della società civile che entra in politica e che, quindi, vuole fare qualcosa di concreto”.
Titolare delle indagini “Why not”, “Poseidone” e “Toghe lucane” in cui inquisì uomini politici, imprenditori e magistrati, De Magistris svolge ora il ruolo di magistrato giudicante presso il Tribunale di Napoli dopo il trasferimento da Catanzaro per “incompatibilità ” ordinato al termine di un’indaginie interna dal Csm. Un provvedimento che l’ex pm giudicò ingiusto e giustificato solo dalla volontà di allontanarlo da inchieste pericolose per il “potere”.
Sul suo trasferimento, i colleghi di Napoli avviarono un’indagine sulla Procura di Catanzaro a sua volta mobilitata a scoprire la legittimità dei provvedimenti della giustizia partenopea. Una guerra tra procure che si concluse con la sospensione del procuratore di Salerno Luigi Apicella, e il trasferimento d’ufficio di quattro toghe di Catanzaro e Salerno.
Voci su una sua candidatura alle europee circolavano da tempo. E in una recente intervista aveva detto di non poter escludere di scendere in politica, ma di non aver ancora deciso: “sono stato messo ingiustamente all’angolo, per non nuocere evidentemente. Continuano iniziative disciplinari assolutamente prive di fondamento e incredibili per certi aspetti, quindi io non escludo in questo momento nulla. Ma questo non significa che ho preso delle decisioni”.
E oggi la decisione è stata resa pubblica. Con questo VIDEO su YouTube:
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E pensare che ha detto di aver chiuso con la politica. Romano Prodi torna, a 14 mesi dalla cadita del suo governo, alla ribalta politico televisiva e riesce a innervosire tutti: dal Pd (impaurito dall’operazione nostalgia del Professore) a Clemente Mastella (che vuole precisare l’aneddoto riportato dal Professore nel salotto tv di Fazio).
Quindi, Mastella: ospite di Radio24, non gliele manda a dire. “Prodi? non l’ho mai più sentito. Berci un caffè? Assolutamente no. Se Prodi fosse stato presente quando mi sono dimesso dal Parlamento anzichè lasciarmi solo…”. Toni duri quelli dell’ex ministro della Giustizia, che ha ricordato così le vicende di un anno fa: “Si dimette il ministro della Giustizia e si mette lì, in Aula, mica il sottosegretario alle Partecipazioni comunali della provincia della Namibia… Ma Prodi non c’era, e io a chiedermi dove stava…”.
Il leader dell’Udeur ha poi attaccato Veltroni: “La crisi politica scoppia quando Veltroni decide di andare da solo” ha detto ai microfoni di Radio24. “La sua autoreferenzialità ha ammazzato il centrosinistra. Io dissi a Prodi che fregavano lui e dunque tutti noi. Tutti i partiti, anche i piccoli, erano sconcertati per questa logica veltroniana”.
Mastella ha replicato anche al veltroniano Giorgio Tonini, che ha detto di non avere nostalgia di governi ostaggio di Mastella: “Il problema è loro, non mio. Immagini se ho nostalgia di Tonini che ho conosciuto appena. è strano, quando si facevano i governi con me ero apprezzato, diversamente no”. Ora la candidatura alle europee con il Pdl: “E con chi mi candidavo, scusi?” ha risposto Mastella “Con lo sbarramento al 4% mi candidavo con quelli che erano comunisti e si mettono insieme? Io faccio parte del Ppe dove ci sono anche altri ed è più familiare per me. Avendo il Pd invocato a tutti i costi questa legge, evidentemente ognuno fa delle scelte”
Di fatto, l’uscita dell’ex premier a Che Tempo che fa ha smobilitato tutto il Pd e non solo Mastella. Anche se Prodi ribadisce che la sua corsa politica è finita, il suo breve ritorno sulla scena nazionale ha lasciato segni in un Partito che a fatica cerca di risalire la china del consenso. Il “patto di non belligeranza”, stretto dai big dopo le dimissioni di Walter Veltroni, impone di tenere bassi i toni ma c’è amarezza tra i veltroniani per la ricostruzione “parziale” del Professore sulla fine del suo governo e per il fatto che oggi molti tra coloro che appoggiarono entusiasti la scelta del “correre da soli” ne parlano come la madre degli errori veltroniani.
Il segretario Dario Franceschini evita con cura qualsiasi valutazione sulle parole dell’ex premier, limitandosi a smentire, come fa Arturo Parisi, l’accordo per “candidature concorrenti ma non avversarie” all’assemblea del Pd che ha portato alla sua elezione dopo l’addio di Veltroni. E la tregua interna porta al silenzio quasi tutti i big del partito, fatta eccezione per Massimo D’Alema che, evitando di parlare del passato (”altrimenti vengo aggredito”, dice) evidenzia il “valore di messaggio politico” nel fatto che Romano Prodi abbia preso la tessera del Pd. O Livia Turco che parla della vocazione maggioritaria come “una scelta tattica e non strategica” da lasciare alle spalle mentre la sinistra radicale spera che la lezione sa stata imparata.
In molti nel partito vedono nelle parole di Prodi un sostegno a Franceschini e un messaggio del Professore ai suoi a mettere fine alla linea di opposizione interna tenuta durante la segreteria Veltroni. A scalpitare per le parole dell’ ex premier sono soprattutto i veltroniani, impegnati su richiesta dell’ex segretario del Pd ad evitare polemiche interne che mettano in difficoltà Franceschini. “Però se tregua deve essere, tutti la devono rispettare”, è l’altolà di un fedelissimo di Veltroni che ritiene poco opportuno l’intervento del Professore in un momento in cui il Pd è impegnato sulla crisi economica e a recuperare consensi.
Ma è soprattutto l’affondo sulla scelta di Veltroni di “correre da solo” e le conseguenze sul governo ad amareggiare consiglieri e collaboratori dell’ex segretario. “Ricordo che la decisione di eleggere un segretario del Pd - ricostruisce un veltroniano - per salvare il partito dalle difficoltà del governo fu presa in modo collettivo dal comitato dei 45 mentre solo due votarono contro: Rosy Bindi e Walter Veltroni, che poi fu sollecitato da tutti a candidarsi alle primarie”. Così come, aggiunge un altro esponente del partito, “tutto lo stato maggiore del Pd applaudì alla decisione di ‘correre da solì che, come abbiamo sempre ripetuto, non era solitudine ma volontà di mettere fine alle coalizioni-ammucchiata che portarono alla fine del governo Prodi”.

Ormai con la politica ha chiuso. Lo aveva già detto (“Farò il nonno”), ma non si sa mai, in politica: meglio ribadire il concetto.
E infatti, il Professore non capisce il perché di “tanto clamore” attorno al suo tesseramento al Pd, partito che definisce “l’ultima speranza che ha l’Italia per salvarsi”. Tuttavia assicura che non si presenterà alle prossime europee, nemmeno come capolista. Forse l’ex Presidente del Consiglio, Romano Prodi non considera, ospite del salotto tv di Fabio Fazio, Che tempo che fa, che essersi re-iscritto ora tra i Democratici - dopo oltre un anno dalla crisi che provocò la fine della suo governo e solo dopo l’addio del suo (ex?) amico Walter - non può essere fatto da passare inosservato. Anche se, il “pensionato” Prodi (come si è definito all’atto di prendere la tessera) non lesina rimbrotti e consigli per il Pd, da buon parroco di campagna, mostrando agli amici del partito la strada da imboccare (”i pilastri su cui lavorare” ricorda “sono giustizia sociale, democrazia interna e rilancio dei giovani”), e coglie l’occasione per togliersi qualche sassolino della scarpe contro Walter Veltroni e la sua scelta, da sempre avversata, di andare da soli alle elezioni.
“È noto che non fosse la mia idea perchè io credo che il compito della democrazia sia quello di assorbire le ali estreme”. Nonostante le insistenze di Fazio, il professore è netto circa il suo futuro: “Quando ho detto ‘esco dalla politica’, l’ho detto con serietà . Con gentilezza mi hanno chiesto di fare il capolista alle europee, anche in Belgio, però con questo ho chiuso”. Ora, che è responsabile di un progetto di sviluppo dell’Onu in Africa e ha ritrovato il piacere dgli studi, delle conferenze e della vita in famiglia, Prodi si vuole ritagliare in quella del partito un ruolo di elaborazione più teorica. “C’è bisogno in politica” ha aggiunto il Professore “di persone che esercitino liberamente lo spirito critico. Spero di essere utile cosi”.
Anche per questo ieri il professore ha rinnovato la tessera del Pd e non ha nascosto lo stupore per il clamore suscitato. “Non l’ho fatta prima solo perchè non era ancora stata stampata. Mi sembrava ovvio” si schermisce “ce l’avevo prima la tessera, l’ho rinnovata. Non mi aspettavo questa sorpresa, forse qualcuno si aspettava che non la rifacessi, che nutrissi rancore…”.
Comportamento da “francescano” il suo. Sembrano secoli, ma sono pochi mesi (14, più o meno) da quando Veltroni si sfilava dalla sua ombra: “Il mio sarà un governo diverso”. E Rutelli: “La coalizione di Prodi è un caravanserraglio”. Da quando, in campagna elettorale, la parola dìordine tra i colonnelli del Pd era: correre da soli e soprattutto lontani da quell’immagine negativa che il governo di Romano si porta addosso. Da quando, insomma, la sua lunga parabola finiva tristemente al Senato, dopo l’uscita di scena del ministro Mastella. A proposito di rancore e perdono, è citando l’ex Guardasigilli che il Professore non riesce a dimenticare cosa accadde il giorno in cui Veltroni annunciò la “vocazione maggioritaria del Pd” (in pratica sancendo la fine dell’Unione) e racconta un aneddoto: “Si affacciò Mastella nella porta del mio ufficio a Palazzo Chigi, mise la testa di traverso e disse: ‘Ragazzi miei, se volete far fuori me, sono io che faccio prima fuori voi’”. E lui, l’inventore dell’Ulivo, si trovò tradito dalla sua stessa figlianza.
Ma Prodi non va più a fondo: rinuncia a mettere in contrapposizione il “suo” Ulivo con l’attuale Pd: “Se non teniamo insieme le forze riformistiche l’Italia non si salva. Il Pd è il proseguimento dell’Ulivo”, anche se “il progetto di unire i riformisti in parte è stato fatto, ma in parte non è riuscito”.
Ora però è un’altra vita. Prodi si occupa di crisi globale e di come risolverla. È certo che da questa situazione si uscirà più in fretta che nel 1929, vista la reazione delle superpotenze (”Sono ottimista anche se ci vorranno alcuni mesi per la ripresa”).
Infine un pensiero alla triste vicenda di Eluana e alle polemiche politiche feroci che l’accompagnarono: “I temi etici hanno bisogno di essere approfonditi e in politica vanno approfonditi insieme. A questa mediazione nobile della politica noi abbiamo tolto spazio in Italia, abbiamo gridato negli ultimi anni, ma come si fa a risolvere i problemi gridando?”
Già , come avrebbe potuto lui trovare la “sintesi” tra le urla quotidiane delle variegate componenti del suo governo? Eppure, se non fosse stato per la scelta del neonato Pd di voler tagliare le ali: “Il mio esecutivo” ha detto l’ex premier “poteva andare avanti, perché dopo una Finanziaria durissima il Paese avrebbe finalmente potuto raccogliere i frutti di quei sacrifici. E invece, come successe anche con il mio primo esecutivo, dopo l’ingresso nell’euro, il governo è stato fatto cadere”. E come avrebbe potuto farlo il suo “successore politico” Veltroni, a capo sì di un partito unico, ma dalle mille anime?