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La stagione dell’amore viene e va. Soprattutto in politica

1991: Moana Pozzi presentava il suo Partito dell'amore | (Ansa)

1991: Moana Pozzi presentava il suo Partito dell'amore | (Ansa)

Sarà che si avvicina il Festival di Sanremo e le rime cuore-amore iniziano a risuonare nell’aria. Sarà che la primavera è lontana, almeno visto il gelo che fa, e uno deve pur scaldarsi l’animo. O che a San Valentino mancano appena due settimane. Dev’essere per tutto questo che la parola, “amore”, rimbalza nel dibattito politico con frequenza inusuale, come se i politici nostrani avessero fatto overdose di Baci perugina. Continua

Primarie addio: le giravolte del Pd

Pier Luigi Bersani terzo segretario del Partito Democratico

Pier Luigi Bersani terzo segretario del Partito Democratico

“Un’opportunità e non un obbligo“, questo sono le primarie per il Pd secondo il suo segretario Pierluigi Bersani. Che lo ha ribadito ieri da Malpensa a proposito delle regionali: “Adesso dobbiamo privilegiare la messa in campo di candidati forti”. Continua

Sindrome P sul Pd: processi, piazze e Puglia. I dolori del “giovane” Bersani

 Il segretario del Partito Democratico, Pier Luigi Bersani

Il segretario del Partito Democratico, Pier Luigi Bersani

Un partito spaccato sulla riforma della giustizia e messo alle strette dalle continue spinte dell’Italia dei Valori, che sabato scenderà in piazza per il No B – day.
Ha un’agenda piena di… nodi, insomma, Pierluigi Bersani, nel suo primo mese da leader del Pd. E ora ci si mette pure (di nuovo) la Puglia. Continua

Giustizia, regionali e alleanze. Ecco chi ha vinto nel faccia a faccia tra Presidenti

Il premier Silvio Berlusconi con il presidente della Camera Gianfranco Fini

Il premier Silvio Berlusconi con il presidente della Camera Gianfranco Fini

Ma insomma, chi ha vinto? Il match Gianfranco Fini-Silvio Berlusconi, che si è combattuto questa mattina nell’ufficio del presidente della Camera può essere giudicato come una singola partita oppure nell’arco del campionato. Nel primo caso, ha prevalso Fini. Continua

Pd, cercasi “terzo incomodo” nella lotta per il congresso

Debora Serracchiani sta con Franceschini

L’uomo del Nord ha detto “No”. Fatti due conti di tessere e appoggi tra i big, vista l’incompatibilità (l’esempio di Veltroni a Roma è recente) tra la carica di sindaco di una grande città e la candidatura al principale partito di opposizione, Sergio Chiamparino ha stroncato sul nascere le speranze dei molti che lo volevano candidato al congresso d’autunno, terzo incomodo tra i due big Franceschini e Bersani.

La delusione dei “Piombini”

Il sindaco di Torino era stato uno dei più applauditi giovedì scorso all’assemblea del Lingotto davanti alla platea dei “Piombini“, i cosiddetti “giovani” democratici che vogliono ridare slancio e una nuova prospettiva al partito. E che adesso dovranno puntare su un altro nome o sostenere senza troppo entusiasmo Bersani o Franceschini. “Di già?” titola laconico e deluso Luca Sofri il suo post su Wittgenstein, uno dei loro blog di riferimento, a commento della decisione di Chiamparino.
Proprio Sofri insieme con Pippo Civati, Debora Serracchiani e molti altri amministratori locali era stato uno dei promotori dell’incontro al Lingotto. Dando voce a un crescente malessere tra gli elettori democratici cui la rete ha dato forma con i blog: “Abbiamo bisogno di avere la possibilità di votare un’alternativa, che non è rappresentata né da Bersani né da Franceschini, persone che stimo e ho apprezzato per quello che hanno fatto ma che rappresentano le due facce della stessa medaglia” scrive in un commento un lettore, Marco, trovando le parole per dire ciò che pensano in molti, anche nei sondaggi on-line.

E Debora sta con Dario

Scartato il neosindaco di Firenze Matteo Renzi, uno dei “Piombini” della prima ora, gli sguardi si rivolgono a Debora Serracchiani. Ma la sorpresa delle europee non sembra volersi immischiare in una sfida troppo grande: “Sosterrò Franceschini. E’ il più simpatico” dice in un’intervista a Repubblica che ha scatenato la reazione inviperita di molti uomini dell’apparato Pd (“Ora la simpatia è una categoria politica?”). Un appoggio che potrebbe pesare a favore dell’attuale segretario, ma per molti altri la presenza tra i suoi sostenitori di ex Margherita come Fioroni fa pensare a un passo indietro sui temi della laicità, molto sentiti dall’elettorato giovane. “Al Lingotto, nonostante le attese, non si è voluto parlare di nomi - per ribadire il principio, sovente dimenticato, che le cose da fare devono essere anteposte logicamente e cronologicamente agli organigrammi - ma è stato chiaro che voltare pagina è un esercizio non più rinviabile” scrive Ivan Scalfarotto, un altro dei blogger democratici più seguiti, che già tentò la candidatura-spot nel 2005.

I possibili outsider: Civati e Marino

E allora chi potrebbe essere l’outsider? Uno dei personaggi più applauditi on-line è il consigliere provinciale di Milano Giuseppe Civati, che sul suo blog commenta citando Blade Runner: “Io ne ho viste cose che voi democratici non potreste immaginarvi. Candidature in fiamme al largo dei bastioni di Torino, e ho visto i raggi B (!) balenare nel buio vicino alle porte del Lingotto, e tutti quei momenti andranno perduti nel tempo e nel Congresso, se qualcuno non vi porrà attenzione“. Gad Lerner, dal suo sito, invita “i sedicenti giovani di Piombino” a esprimere un candidato e le donne a farsi avanti, perché “il paese avrebbe tutto da guadagnare se si facesse avanti (non per cooptazione) una leadership democratica femminile, quella a cui la Finocchiaro si rivela incapace di aspirare per moto proprio”. Un altro dei nomi che ricorrono più frequentemente come alternativa possibile è quello di Ignazio Marino, chirurgo e senatore Pd, che in molti vedrebbero bene in ticket con Civati. Ma sono più le suggestioni che le certezze, come sottolinea ancora Sofri: “Che forza ha in vista di un congresso? A me pare un bel rapporto da costruire, non un portabandiera”.

Insomma, nessun Obama all’orizzonte. Ma i democratici che speravano nel “Chiampa” sono ancora alla ricerca del loro terzo litigante. Che possa godere tra gli altri, soliti due: D’Alema e Veltroni.
Pardon, Franceschini e Bersani.

Chi dovrebbero candidare i “giovani” del Pd per ridare slancio al partito?

Parla Franceschini: Perché dico no (per ora) alla Grande riforma

Dario Franceschini

di Stefano Brusadelli

“Fare le riforme costituzionali da soli, senza il consenso dell’opposizione? Berlusconi farebbe bene a ricordarsi che ci ha provato già nel 2005, e l’ha presa sui denti con il referendum confermativo dell’anno seguente”. Grintosissimo nonostante il nuovo stress da segreteria (”ho già perso 4 chili”) e i postumi del jet lag dopo la trasferta cilena al summit mondiale dei progressisti, Dario Franceschini sembra un generale senza requie al quale sia stata consegnata una guerra aperta su troppi fronti: la ricostruzione del Pd, il referendum elettorale di primavera, il testamento biologico, il federalismo, la crisi economica. Su quello che Silvio Berlusconi gli ha aperto domenica 29 marzo, annunciando al congresso del Pdl che è venuto il tempo di dare più poteri all’inquilino di Palazzo Chigi (”con o senza il consenso dell’opposizione”), però non ha alcuna intenzione di impegnarsi. Perché, spiega, “non è questo il momento”.
La sua è una porta chiusa alla Grande riforma. E senza spiragli.
Io considero la proposta di Berlusconi una tecnica di copertura della crisi.
Non negherà che esiste il problema di ammodernare le istituzioni italiane.
Esiste, ma ora l’urgenza non sono le riforme istituzionali. Vengo dal vertice dei progressisti mondiali in Cile. Ebbene, nessuno dei capi di Stato e di governo che ho incontrato lì (e, aggiungo, nessuno degli altri leader mondiali) sta ora pensando a queste cose. La comune priorità, stiano essi al governo o all’opposizione, è quella di fronteggiare una crisi economica gravissima, che sta incidendo sul livello di vita di tutti.
Il Parlamento può occuparsi di diverse materie nello stesso tempo. Due Camere, in fondo, servono anche a questo.
Ora tutto lo spazio del lavoro parlamentare deve essere dedicato a costruire risposte alla crisi. La gente non capirebbe, se vedesse che in questo momento, con milioni di persone che rischiano di perdere il posto di lavoro e migliaia di imprese che rischiano di chiudere, noi ci mettessimo a ragionare di ingegneria costituzionale. Sarebbe una situazione surreale.
A sostenere l’urgenza delle riforme istituzionali non c’è solo Berlusconi, c’è anche Gianfranco Fini.
Temo che la scelta del governo sia quella di intavolare il decimo dibattito improduttivo in dieci anni sulle riforme istituzionali, non per farle davvero ma per nascondere la gravità della crisi ed evitare il confronto sulle ricette per uscirne.
Eppure lei stesso, alla Camera, ha appena fatto votare un ordine del giorno per sollecitare la revisione dei meccanismi istituzionali.
Vero, ma lo abbiamo fatto contestualmente alla discussione sul federalismo, ossia un cantiere che resterà aperto ancora per anni. Più avanti verrà il tempo per parlare di riforme istituzionali.
Quando, dopo le europee?
Quando usciremo dalla crisi. Il tempo certo non ci mancherà. Questa legislatura, purtroppo, arriverà alla sua scadenza naturale. Ci sono ancora quattro anni a disposizione. Ci saranno alti e bassi nei rapporti tra Pdl e Lega, ma non mi illudo che si potrà rivotare per le politiche prima del 2013.
Difficile che Berlusconi voglia rinviare la questione istituzionale alle calende greche. In tal caso quale sarà, nel merito, la risposta del Pd?
Fa fede il nostro ordine del giorno che rinvia alla bozza Violante. Una sola Camera per fare le leggi, con l’altra che si trasforma in Senato delle regioni e delle autonomie, e dimezzamento del numero dei parlamentari.
Berlusconi mette l’accento sui poteri del premier, che a suo parere sono inadeguati.
Si può discutere dell’ipotesi di concedere la fiducia al solo premier e di dargli la possibilità di nominare e revocare i ministri, ma non certo di farlo diventare padrone dello Stato.
Il Pdl pensa anche alla possibilità di affidare al premier la decisione di sciogliere le Camere, che oggi è affidata al capo dello Stato e ai presidenti dei due rami del Parlamento.
Appunto. Siamo assolutamente contrari. L’equilibrio dei poteri tra il Parlamento e il governo non può essere stravolto. Questa è la prova che il vero obiettivo di Berlusconi non è far funzionare meglio l’Italia, ma aumentare i suoi poteri.
Berlusconi ha un’ampia maggioranza…
Se una riforma costituzionale non è approvata da due terzi del Parlamento può essere sottoposta a referendum. Nel 2005 il centrodestra volle modificare la Costituzione da solo, e il 60 per cento degli elettori bocciò la riforma.
In verità anche il centrosinistra, nel 2001, modificò la Costituzione senza i voti dell’opposizione, nella parte che riguarda i rapporti fra Stato e regioni.
E fu un errore, di cui dobbiamo fare ammenda. Voglio però ricordare che le nostre modifiche furono poi approvate dal referendum confermativo.
Per non distrarre il Parlamento dalla discussione sulla crisi economica, si potrebbe instradare quella sulle riforme in una commissione speciale.
Basta bicamerali, abbiamo già dato. Si userà la procedura prevista dall’articolo 138 della Costituzione.
Resterà deluso chi ha interpretato l’astensione del Pd sul federalismo fiscale come un segnale di disponibilità a procedere subito sulla via della revisione costituzionale…
Quell’astensione è motivata dai miglioramenti che abbiano ottenuto, a cominciare dalla perequazione per le regioni povere e dalla rinuncia a spezzettare l’Irpef regione per regione, e dalla nostra fiducia che per le regioni del Sud un buon federalismo fiscale, con i suoi vincoli rigorosi di spesa, possa rivelarsi benefico quanto i parametri di Maastricht lo sono stati per l’Italia nel suo complesso.
Se questo è il giudizio, avreste anche potuto votare a favore.
Non esageriamo: si tratta nella sostanza di una legge delega che adesso il governo dovrà riempire. E noi vigileremo.
Almeno di riforma dei regolamenti parlamentari siete pronti a discutere?
Certo, si tratta di una discussione già avviata in entrambe le Camere. Ma ci aspettiamo che il governo rinunci all’abuso dei decreti legge.
Il governo potrebbe replicare che ricorre ai decreti con fiducia perché occorre in media un anno per l’approvazione di un disegno di legge. E ricorreva spesso ai decreti anche il governo Prodi.
C’è modo e modo di usare i decreti legge. Questo governo vara i decreti e ci carica automaticamente la questione di fiducia senza nemmeno aspettare l’esito del confronto con l’opposizione. Il governo Prodi usava la fiducia solo quando il tempo a disposizione per la conversione in legge stava davvero per scadere.
Anche il referendum elettorale di giugno è una tessera del mosaico istituzionale. Cosa farà il Pd?
Se ne discuterà in direzione.
Posso chiederle cosa ne pensa personalmente?
Ho sempre detto che lascia intatto il perverso meccanismo delle liste bloccate, sottraendo agli elettori la scelta dei candidati. Ma poi c’è anche il significato politico che il referendum assume, al di là del merito del quesito.
A suo tempo lei lo firmò?
No, non l’ho firmato.

LEGGI ANCHE: Franceschini: in piazza con Epifani, in Europa con Serracchiani -Cgil in piazza. Epifani: “Il governo apra un tavolo vero contro la crisi”

Il Pd di Franceschini: in piazza con Epifani, in Europa con Serracchiani

Dario Franceschini

Piazza, nomi, Europa. Ecco gli incubi che tormentano i sogni di Dario Franceschini e agitano il Partito Democratico.
Piazza: il dilemma riguarda questa volta l’adesione alla manifestazione della Cgil di sabato 4 aprile. A differenza dello sciopero generale del dicembre scorso, il Pd sarà a fianco della Cgil, al Circo Massimo. “Futuro sì, indietro no” è lo slogan dell’incontro. E tra i sì e i no, i Democrats sono tuttora: il Pd non avrà una delegazione ufficiale “o un’adesione formale che non ci è stata richiesta” ma il segretario - dopo aver nicchiato per giorni - ha confermato che sarà in piazza, come molti altri parlamentari democratici (un centinaio) presenti singolarmente.
Per l’annuncio Franceschini non ha usato parole sue, ma quelle di Gordon Brown: “Dove c’è un disoccupato, un povero, qualcuno che perde il lavoro, non può non esserci un progressista al suo fianco”. E per quanto riguarda le divisioni che ci sono tra sindacati sul modello contrattuale? “Spero che non diventino un argomento per mettere i sindacati l’uno contro l’altro”.
Ma intanto un piccola divisione lui stesso ha contribuito a crearla, deludendo tutta la pattuglia del Pd vicina al sindacato di Bonanni o i centristi alla Marco Follini (”Andando in piazza non credo che Franceschini aggiungerà moltissimo alla protesta. Temo invece che toglierà più di qualcosa all’autonomia del Pd. Lo considero un errore politico da matita rossa e blu”, ha fatto sapere il senatore Pd).
Comunque, Franceschini sarà in prima fila accanto a Massimo D’Alema, Pier Luigi Bersani e un centinaio di deputati, che hanno sottoscritto un appello in cui annunciano l’appoggio alla manifestazione. “È giusto che chi ha responsabilità politiche vada lì e ascolti i lavoratori in un momento così difficile”, ha commentato il presidente di Italianieuropei, che ha usato parole dolci nei confronti della Cgil: “Il più grande sindacato italiano”. Ma non solo gli ex Ds si schierano a sostegno della protesta di Epifani e compagni. Rosy Bindi, pur non potendo essere in piazza, ha scritto un messaggio di “adesione convinta” al leader della Cgil.
La posizione del segretario è stata in bilico, fino alla vigilia della manifestazione, sospesa tra l’esigenza di tenere uniti i sindacati e quella di non scoprire il fianco sinistro, rischiando di lasciare spazio (ed elettori) a Idv e alla sinistra: “Saremo con la Cgil come con Cisl e Uil; insomma, a tutte le manifestazioni che chiedono un impegno a sostegno del lavoro, contro la disoccupazione e contro le scelte sbagliate e inadeguate del governo”, spiegava di ritorno da Bruxelles.
A proposito di Europa, ecco l’altro scoglio che Franceschini deve superare: il rapporto con i socialisti del Pse. Ancora alla ricerca di una collocazione nell’emiciclo di Strasburgo, il segretario ha argomentato: “Il Pd non entrerà nel Pse, ma cercherà di costruire un luogo per le forze progressiste”, dopo una serie di incontri con i leader dei partiti socialisti europei. Quindi no al tetto Pse, e nemmeno al rischio che gli eurodeputati del Pd confluiscano separatamente in diversi gruppi: “Abbiamo già deciso” ha spiegato Franceschini “che i deputati eletti nel Pd non potranno che stare nello stesso gruppo parlamentare”. Perché “non è più la stagione dei Ds e Margherita che nel parlamento Ue stavano in due gruppi parlamentari diversi”.
Ma la nuova casa delle forze progressiste ancora non esiste, e per crearla il segretario non prevede un percorso rapido: “I tempi e i modi per creare un luogo in cui ci siano i riformisti europei, che siano di tradizione socialista o di altre tradizioni, a cominciare dai democratici italiani, è un percorso che richiede del tempo”.
Del resto chiedere tempo è diventata, in queste ultime settimane di luna di miele con l’elettorato democratico, la strategia del leader di Largo del Nazareno. Perché se qualcosa è cambiato dal partito liquido di Walter a quello più solido di Dario, sono sempre gli stessi nodi che restano e finiscono per venire al pettine.
Ce n’è ancora uno, infatti. Chi mandare a Strasburgo. Sì, Franceschini va ripetendo che, a differenza delle candidature acchiappavoti del Pdl, il Pd chiamerà personaggi che poi all’Europarlamento ci dovranno stare per davvero. E allora chi? Serve tempo pure qui, per sciogliere le riserve sui pezzi grossi del partito (tipo Leonardo Domenici, Sergio Cofferati, Goffredo Bettini, ecc…). Ma un nome (noto soprattutto ai più giovani e ai frequentatori di YouTube) pare certo: “La Direzione per chiudere le liste per l’europee si terra il 21 aprile. Ma intanto un nome ve lo posso dare: Debora Serracchiani”. Sì, la nuova stella della sinistra (l’Obama d’Italia l’ha definita El Paìs). Sconosciuta fino all’assemblea del partito, la 39enne avvocato, consigliere provinciale e segretaria di un circolo del Pd ad Udine, suscitò l’entusiasmo prima dei segretari dei circoli e poi del popolo del Pd e dei gruppi di fan su Facebook con il video-cult del suo intervento di forte critica (in stile Moretti di Piazza Navona) nei confronti dei dirigenti del Pd. “È una persona che ha dimostrato grande energia e qualità, anche se come voto mi ha dato 6-”, ha scherzato Franceschini. “La sua candidatura” ha precisato “non è stata chiesta dall’alto, ma è partita dal basso, è partita dai circolo del Friuli”.

Walter e Silvio finiscono a pistolettate. Ma dopo il voto il dialogo (forse) riprenderà.

Il leader del Pd, Walter Veltroni durante la registrazione della trasmissione Porta a Porta | Ansa
La campagna elettorale, dopo essersi trascinata stancamente per oltre un mese, termina tra fuochi d’artificio, colpi bassi e qualche insulto. Teatri: i microfoni di radio e tv (stasera Silvio Berlusconi a Porta a Porta, dove ieri si è esibito Walter Veltroni), ed i luoghi cult di Roma: il leader del Pdl e Gianfranco Fini concluderanno nel pomeriggio la maratona ai piedi del Colosseo, sullo sfondo dell’Arco di Costantino. Domani, venerdì 11, Veltroni sarà invece in piazza del Popolo.

La scelta di Roma non è ovviamente casuale: nel Lazio si gioca una delle partite più complicate, specie per l’assegnazione dei seggi al Senato. Chi vince se ne accaparra 15, i perdenti se ne dividono 12: qualche migliaio di voti da una parte o dall’altra possono valere una maggioranza significativa, oppure incerta, a palazzo Madama. E non è indifferente che i terzi incomodi, Sinistra Arcobaleno e Udc, raggiungano il quorum dell’8 per cento: sottrarrebbero altri seggi agli sconfitti. In più c’è in ballo il Campidoglio, dove il centrodestra cerca di portare Francesco Rutelli al ballottaggio.

Non può dunque stupire che Berlusconi e Veltroni abbiano abbandonato il fair play per passare allo scontro frontale. È una tattica consolidata per mobilitare gli indecisi dell’ultima ora, e per sottrarre voti il primo all’Udc e alla Destra, il secondo alla Sinistra Arcobaleno. Ma con questo finale di campagna Pdl e Pd potranno, dopo le elezioni, instaurare egualmente quel dialogo sulle regole istituzionali che hanno promesso?

Quasi certamente sì: per il semplice motivo che un tavolo sulle regole fa comodo ad entrambi. Esempio: se il Pdl vince al Senato con uno scarto minimo è suo interesse concedere all’opposizione la poltrona di presidente di palazzo Madama, il quale non vota. Idem sulla legge elettorale: se la si vorrà modificare, soprattutto in caso di maggioranza traballante, stavolta è indispensabile farlo in modo bipartisan. Così come una riforma vera dei costi della politica, (tipo l’abolizione delle province) che tocchi la Costituzione. Nel 2009 ci sono le Europee e l’opinione pubblica difficilmente farà sconti.
L’agenda comprenderebbe poi altre cose, dalla nomina dei commissari europei alla politica estera. Ma soprattutto l’economia, con il rischio recessione. Questi però sono capitoli che normalmente una maggioranza si gestisce in proprio.

Dunque è probabile che il patto d’interessi tra Berlusconi e Veltroni resista a queste ultime ore di battaglia. Anche perché i due leader devono a loro volta vedersela con i rispettivi partiti e alleati. Veltroni ha il problema di superare il 35%, la soglia che divide una brillante sconfitta da una resa dei conti. Berlusconi deve guardarsi dalla Lega: benché apparentate, tra le due liste c’è concorrenza, e il Carroccio viene dato in notevole spolvero.

Per questi motivi la baruffa attuale sembrerebbe più tattica che strategica. Sempre che non finisca come tra Berlusconi e Massimo D’Alema, ai tempi della Bicamerale. E che naturalmente i sondaggi non si rivelino campati in aria: come nel 2006.

Il VIDEO servizio:

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Secondo voi, affidare la presidenza di un ramo del Parlamento all’opposizione è:
Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
 
 
 
 
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