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Spesso saltiamo volentieri le riunioni di condominio pensando che siano inutili occasioni di conflitto animato con i vicini di casa. La stessa resistenza è comune nei confronti dell’amministratore, considerata il più delle volte una figura professionale poco amica. Tra spese condominiali, rate del riscaldamento, facciate da rimettere a posto e parti comuni da dipingere, gli amministratori sembrano sempre e soltanto chiedere tanti soldi. A loro difesa va detto che gestire un condominio non è sempre facile, anche perché la legge (qui il testo in .pdf ), il più delle volte, è così generica che non aiuta né gli amministratori né i condomini.
I regolamenti. I proprietari di casa hanno tutto il diritto di vigilare sull’attività dell’amministratore. La preoccupazione più frequente è capire che fine fa realmente il denaro versato nella cassa comune. A volte leggere le carte non basta, ecco qualche consiglio di Altroconsumo per destreggiarsi al meglio. L’amministratore ha un duplice compito: deve presentare il preventivo con le spese previste e fare un rendiconto di fine anno, che illustra nel dettaglio come è stata condotta la gestione. Dunque, prima promette una certa condotta di spesa e poi deve confermarla, calcolatrice alla mano. A questo punto interveniamo noi condomini. Interpretare un rendiconto, per quanto dettagliato, non è facile. L’assemblea, tra cori di voci concitate, non è la migliore occasione per togliersi i dubbi. Per questo, il primo consiglio è dare un’occhiata ai documenti e farsi i propri ragionamenti con calma a casa. La legge, però, non impone all’amministratore di consegnare i documenti contabili in anticipo a tutti (magari allegandoli alla lettera di convocazione dell’assemblea). Se lo chiedete, però, è vostro diritto farvi consegnare le carte prima dell’assemblea e anche di esaminare l’estratto conto del palazzo, così da controllare entrate, uscite e interessi maturati. La richiesta può essere fatta in qualsiasi momento e non richiede alcun tipo di giustificazione.
Secondo la Corte di Cassazione, se l’amministratore si rifiuta di consegnare la documentazione, la delibera presa successivamente dall’assemblea può anche essere annullata. Tra le voci di spesa compare il compenso dell’amministratore. I tariffari professionali sono stabiliti dalle associazioni di categoria, ma non hanno un valore legale: non sono obbligatori, servono come indicazioni di massima per gli iscritti, ma i condomini possono stabilire anche compensi del tutto diversi.
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Bocciato. Con un secco (e triplice) no, il Pd rimanda al mittente (il Cavaliere) il piano casa. Oltre che gli altri progetti messi in campo dall’esecutivo per fronteggiare la crisi (le grandi opere e i fondi per gli amortizsatori sociali). Che, certo, non è colpa di Berlusconi, ma questo governo è inadeguato ad affrontarla: “A nessuno di noi, nemmeno nella foga di un comizio, è mai venuto in mente di dire che la crisi è colpa del premier” spiega il leader democratico nel corso della trasmissione In mezz’ora su Rai Tre. “Ma il modo inefficace e inadeguato in cui si affronta la crisi è certamente colpa del governo Berlusconi”.
E allora, meglio la proposta dei democratici di un assegno in favore dei disoccupati: “Noi abbiamo fatto proposte finalizzate all’emergenza del 2009″ e in questo contesto “anche l’assegno di disoccupazione” è una proposta per superare l’emergenza, perchè “non è che pensiamo di risolvere la crisi” con questa misura. Poi il segretario del Pd respinge le accuse di massimalismo: “Non è vero che noi diciamo solo no. Noi abbiamo fatto tre proposte e sono loro ad aver detto tre no”. “Noi siamo pronti a votare con loro” un pacchetto di misure per uscire dalla crisi economia, ma solo a condizione che non sia una “presa in giro” e siano misure “concrete” e “a sostengo delle persone che si trovano in difficoltà ”. Sul piano straordinario del governo per l’edilizia, il leader del Pd dice senza mezzi termini che avrà come unico risultato quello di “cementificare” il Paese.
La reazione della maggioranza non si fa attendere, con il portavoce del premier Paolo Bonaiuti che accusa il leader del Pd di trascinare l’opposizione sulle posizioni della “sinistra del “no”. “Franceschini è il campione del conservatorismo burocratico più becero”, tuona Osvaldo Napoli, parlamentare del Pdl. E mentre maggioranza e opposizione si scontrano sul tema, dall’Udc arriva un’apertura, pur se cauta, all’idea del governo. Questo il giudizio di Pier Ferdinando Casini, che si dice “non pregiudizialmente contrario al piano”, chiedendo però di “capire bene di cosa si tratta” e paventando il rischio cementificazione.
Un affondo diretto che vede la maggioranza serrare i ranghi. “La casa è la ricchezza dei poveri e, dunque, questa è una risposta sociale alle incertezze della crisi” dice il ministro per l’attuazione del programma, Gianfranco Rotondi. Secca la replica del presidente del Pdl al Senato, Maurizio Gasparri: “Il Pd di Franceschini si allinea alla strada del peggiore Di Pietro. Solo insulti, nessuna idea originale, ma parole a vanvera”.
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Perdite vicine ai 35 milioni di euro nel bilancio 2008 della Rai. È questa l’ultima previsione per l’esercizio in corso, formulata dal direttore generale Claudio Cappon, durante l’audizione davanti alla commissione parlamentare di Vigilanza Rai, quella presieduta dal contestatissimo senatore Riccardo Villari. E sulle nomine Claudio Petruccioli, presidente Rai, ha fatto sapere che, qualora dovesse continuare la fase di stallo, sono pronti a fare le nomine da sé.
Cappon ha sottolineato che le ultime previsioni per raccolta pubblicitaria indicano un mancato introito di 40-50 milioni causa la crisi economica e i minori investimenti in spot delle aziende. “La prevsione di perdite per 35 milioni” ha spiegato il dg al termine dell’audizione “che abbiamo presentato ieri al cda, sconta la situazione peggiore e cioè una minor raccolta pubblicitaria per 50 milioni” lasciando intendere che quindi se a dicembre le cose andassero meglio la perdita di bilancio potrebbe essere inferiore. “Quello che voglio sottolineare” ha aggiunto Cappon “è la particolarità della Rai: abbiamo una posizione finanziaria positiva (potrebbe esserci a fine anno una ‘cassa’ attiva per 10 milioni) e niente debiti, e questo da ben 5 anni”. Il dg ha sottolineato come l’azienda abbia reagito immediatamente alla crisi finanziaria generale: “Già dal 7 ottobre ci siamo mossi per mettere a punto interventi capacita di far fronte alla nuova realta”.
Il piano di ’savings’ ammonterà a circa 110 milioni e svolgerà i suoi effetti in gran parte nel 2009, ma già i risparmi attuati in questi ultimi mesi “hanno permesso di assorbire i 3/4 dell’effetto dei mancati introiti da pubblicità ”, ha sottolineato il dg. I tagli hanno toccato anche i contratti dei “big” televisivi con risparmi tra il 20-30% sui compensi ai grandi artisti. Ma la Rai ha risparmiato anche sui diritti televisivi, con tagli che hanno raggiunto anche il 50% rispetto agli anni passati per diritti sportivi e di altri manifestazioni e programmi.
“Sarebbe molto grave se non si procedesse neppure quest’anno all’deguamento del canone. Dico ‘neppure’ perché negli anni del nostro mandato l’adeguamento c’è stato solo nel 2007. Ricordo che nella legge l’adeguamento non è facoltativo ma obbligatorio”, ha sottolineato invece il presidente Claudio Petruccioli spiegando che “vale anche per la Rai ciò che vale, nella crisi, per tuttele aziende”. “È universale richiesta di sostengo e il governo ha dichiarato un impegno deciso ‘a favore di famiglie e imprese’. Il momento è tale per cui si giustificherebbero perfino agevolazioni particolari. Aggiungere alle difficoltà di mercato” ha concluso Petruccioli “una ulteriore contrazione delle entrate di qualche decina di euro di milioni di euro per mancato adeguamento del canone, potrebbe costituire per la Rai il colpo di grazia”. All’audizione erano presenti una decina di deputati e senatori della maggioranza che, a causa del voto in aula, si sono anche alternati. Mancava completamente l’opposizione (che non partecipa ai lavori da quando a presiedere la commissionè è il senatore Villari), eccetto il radicale Marco Beltrandi. “La nostra convocazione è stata decisa dall’ufficio di presidenza integrato dai rappresentati dei gruppi e noi non potevamo certo non venire”, ha aggiunto Petruccioli. “Avevamo detto che si poteva aspettare qualche mese, ma se la situazione di incertezza fosse proseguita non avremmo potuto sottrarci al dovere di fare quello che è negli interessi della Rai. E poiché questa situazione di stallo persiste, non escludo che possiamo procedere alle nomine”.
E a proposito di nomine e della questione Villari, al termine della riunione, il presidente della commissione ha reso noto che se sarà espulso dal gruppo dei senatori del Partito democratico “vorrà dire che mi sentirò un senatore del Pd in esilio”. Anche per questo Villari tiene duro: ha già convocato per mercoledì prossimo la commissione per il dibattito su quanto detto da Petruccioli e Cappon.
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Adesso la Commissione Ue sceglie di mettere tutto nero su bianco. L’ufficialità per tacere ogni polemica. “Se le autorità italiane dovessero insistere nel non cambiare le aliquote Iva sulla tv a pagamento, la commissione Ue dovrà aprire una procedura di infrazione”. Lo ha detto la portavoce Ue per il Fisco, Maria Assimakopoulou, sottolineando che le aliquote non possono essere diverse.
La portavoce ha confermato che nell’aprile 2007 è stato presentato un reclamo. In Italia, secondo la portavoce, “venivano applicati due tassi Iva per la tv pay per view” spiegando che “per alcuni erano del 10 per cento e per altri del 20 per cento”. “Abbiamo analizzato la situazione e in base alla direttiva gli Stati membri possono applicare un tasso Iva basso ma deve essere mantenuta la neutralità fiscale”, ha aggiunto la portavoce, precisando che “la Commissione non prende posizione sul fatto che il tasso sia del 10 o del 20 per cento, ma non è possibile applicare due tassi diversi”. “A questo punto il caso è chiuso” ha proseguito la portavoce. “Nel momento in cui le autorità ammettono che c’è un problema e informano che hanno preso una decisione per porvi rimedio il caso è chiuso”.
Ma non per Sky. La tv di Murdoch non si arrende e prosegue la sua battaglia a colpi di spot contro la decisione del governo Berlusconi di aumentare l’Iva dal 10 al 20%. Da questa mattina un nuovo promo informativo viene diffuso sui canali Sky con l’invito agli abbonati a scrivere una mail di protesta: nel mirino stavolta non più Palazzo Chigi ma il ministero dell’Economia. Il video, in due versioni, della durata di 30 e di 15 secondi, si apre con una serie di scritte che vanno a sovrapporsi. È una lista di prodotti che godono dell’Iva agevolata al 10%. Tra gli altri, francobolli, marionette, uova di struzzo, prodotti petroliferi, manifestazioni sportive, libri, tabacchi grezzi.
Il video ricostruisce anche brevemente la vicenda dell’Iva agevolata applicata alla pay tv, confutando la tesi di esponenti del Governo che sia stata introdotta dalla sinistra per favorire Sky, e si chiude con l’invito: “Se credete che la decisione di raddoppiare l’Iva sul vostro abbonamento Sky sia sbagliata scrivete una mail a portavoce at tesoro.it”. “Molti prodotti in Italia” è il testo del video “godono dell’Iva agevolata al 10% tra cui uova di struzzo, francobolli da collezione e tabacchi grezzi. Inoltre tutti i prodotti editoriali su carta stampata e il canone Rai godono di un’aliquota ancora più bassa. In Italia l’Iva agevolata al 10% per i servizi televisivi è stata introdotta nel 1995 dal governo Dini, ben otto anni prima che nascesse Sky”.
E pensare che anche l’ex premier Romano Prodi (tirato in ballo dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti) ha ricordato che, sul caso dell’Iva per Sky, “le sollecitazioni dell’Ue perché fosse risolta l’asimmetria delle aliquote Iva per le televisioni in Italia ci furono. Una posizione assolutamente condivisibile, tanto che ci impegnammo a provvedere” spiega in un’intervista confermando le dichiarazione del ministro Tremonti, “ma poi non entrammo mai nel merito”.
Il VIDEO con il nuovo spot di Sky contro il governo:
Il VIDEO servizio:
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Inizialmente Silvio Berlusconi aveva “gelato” i cronisti spiegando che lì, a Tirana, avrebbe parlato solo di “cose albanesi”. Poi però quando nella conferenza stampa con il suo omologo Sali Berisha, ha fatto irruzione il tema Iva-Sky, il presidente del Consiglio ha subito risposto. Attaccando “la sinistra che difende i ricchi”.
Eppure, il premier si era anche detto pronto alla marcia indietro: “Se la sinistra insiste perché si cambi questa norma, io la prendo in parola e sono assolutamente d’accordo, purché si rispettino le normative europee”. E con una nota sibillina aveva concluso: “La sinistra perderà la faccia perché aspetto di vedere cosa farà quando Tremonti spiegherà le azioni del suo agire”. E proprio il ministro dell’Economia, rivela: “Il rialzo? Non c’erano alternative, ce lo impone la Ue. C’è un carteggio tra la commissione Ue e il governo Prodi che prevede l’impegno del governo ad allineare le aliquote. L’impegno scadeva in questi giorni”.
Da Tirana Berlusconi è tornato così sulla polemica innescata dalla decisione del governo di aumentare l’Iva dal 10 al 20% per le pay-tv. Ovvero per Sky. Una decisione che ha fatto gridare Pd e Idv al conflitto di interessi e che ha scatenato una raffica di spot anti-governo sulle reti di Murdoch.
È lo stesso premier alla fine a precisa la posizione del governo sul caso Sky e a chiudere ad ogni ipotesi di revisione della norma inserita nellla manovra anti-crisi. Nessun dietrofront dunque e nessuna apertura alle proposte del Pd come invece era sembrato dalle dichiarazioni precedenti del premier. “Io ho detto testualmente” ha spiegato Berlusconi tornando sulle parole pronunciate in mattinata “che se la sinistra fosse seria dovrebbe insistere, per ottenere che per Sky si ritorni alla condizione di privilegio precedente, passare cioè dal 20% al 10% dell’Iva”. Ma “l’alternativa” ha proseguito “era di riportare l’Iva di tutti gli audiovisivi, Mediaset compresa, al 10%: quindi Tremonti ha rimediato a un privilegio indebito nei confronti di Sky. Io non c’entravo niente e la sinistra si è appalesata per quella che è”.
Dunque indietro non si torna, ribadisce Berlusconi: “Se poi la sinistra insiste è chiaro che siccome io” ha rilevato ironicamente “sono quello del conflitto d’interessi, faccio festa perchè tutte le tv private, provinciali e regionali, e tutti gli audiovisivi, quindi anche Mediaset avranno una riduzione dell’Iva che è quella che ha avuto indebitamente Sky in tutti questi anni”.
A stretto giro interviene anche proprio Tremonti. Per il ministro dell’Economia “non c’erano alternative” all’aumento dell’Iva su Sky poiché incombe una procedura da parte della Commissione Europea. Tremonti ha sottolineato come la “differenziazione delle aliquote per lo stesso servizio era al di fuori dell’ordinamento della Commissione” e come la questione sia stata fatta oggetto di una procedura d’infrazione da parte della Commissione Ue secondo cui “se hai un servizio, devi avere un’aliquota unica”. “È stata avviata quindi una procedura sul criterio che se il servizio è uno l’aliquota non può essere diversa”, ha proseguito Tremonti, aggiungendo: “Il termine per evitare le infrazioni scadeva in questi giorni e noi abbiamo dovuto rispettare l’impegno di allineare le aliquote”. “La Commissione ha ritenuto questa asimmetria fuori dal suo ordinamento e il Governo Prodi si era già impegnato ad eliminarla”, ha aggiunto il ministro, spiegando che invece di allineare tutto al 10% “noi abbiamo scelto di allineare tutti al 20%”. Tremonti ha osservato di non capire le critiche secondo cui “3 euro sulla carta acquisti sono un’elemosina mentre aggiungere 2 euro all’abbonamento Sky è una rapina”. A chi gli chiedeva perché non trovare una aliquota intermedia tra il 10 e il 20%, Tremonti ha risposto: “Non è che si fa la mediazione”, aggiungendo: “Se il Parlamento chiede di portare tutto al 10% ne discuteremo ma io preferisco dare i soldi a chi ne ha davvero bisogno”. “A me sembrava più giusto mettere tutto al 20%, ma se non ci fosse stata l’Europa io il provvedimento non l’avrei fatto perché ho altro a cui pensare”, ha concluso il ministro.
Che, dopo aver parlato con i giornalisti, ha consegnato loro un dossier contenente tutta la documentazione relativa al carteggio intercorso nei mesi scorsi tra il Governo e la Commissione europea. La questione nascerebbe, in base alle carte, il 18 ottobre 2007, quando la Commissione invia una missiva alla rappresentanza permanente dell’Italia a Bruxelles, chiedendo spiegazioni sul perché l’Iva ridotta al 10% venga applicata ai servizi di trasmissione televisiva forniti agli abbonati via cavo e via satellite e non anche alle trasmissioni pay-per-view, reputando il trattamento difforme non in linea con l’ordinamento comunitario. Con due diverse lettere di risposta, il ministero dell’Economia (il 25 gennaio 2008) e la Presidenza del Consiglio dei ministri (il 29 gennaio 2008) si impegnano ad allineare la normativa italiana con quella europea. L’amministrazione finanziaria, si legge nella seconda missiva, “rappresenta che, al più presto allineerà con legge l’ordinamento nazionale a quello comunitario, applicando la medesima aliquota per tutti i servizi, sia quelli fruibili attraverso canoni di abbonamento, sia quelli cosiddetti pay-per-view. Dell’avvenuto adeguamento verrà data tempestiva comunicazione alla Commissione”.
In serata Berlusconi, rientrato a Roma, rincara la dose e attacca ancora il Pd: “La sinistra deve andare a casa”, dice. Ma l’arrabbiatura del premier arriva anche sui media: nel mirino i direttori di Stampa e Corriere della Sera. ”Che vergogna… questi sono i personaggi della sinistra con cui abbiamo a che fare. Io Sky la capisco, ha avuto un privilegio, ma non capisco i giornali che invece di chiedersi come mai c’era un rapporto privilegiato nei confronti di Sky attaccano me, che vergogna! Direttori e politici dovrebbero tutti cambiare mestiere, andarsene a casa, Politici e direttori di questi giornali, come La Stampa e il Corriere dovrebbero cambiare mestiere”: così dice il premier parlando con i cronisti. ”Altro che conflitto di interesse e Berlusconi…”.
Il FORUM dei lettori: “Sky e Berlusconi: conflitto d’aritmetica“

Dall’abbassamento del canone Rai al rialzo graduale dell’Iva sulle pay tv. Passano da qui le mosse di governo e maggioranza sulle telecomunicazioni.
Del primo punto ha parlato il sottosegretario allo Sviluppo economico con delega alle Comunicazioni, Paolo Romani, intervenuto questa mattinaRadio 24. Il governo, ha detto Romani, sta pensando alla possibilità di abbassare il canone Rai e nello stesso tempo combattere l’evasione magari legandolo alla bolletta elettrica: “L’evasione media dal canone Rai è del 27% e purtroppo è un fenomeno molto più presente al Sud, con punte del 45% in alcune regioni, che al Nord. Di fatto il canone rischia di diventare una tassa regionale. Ho sottoposto perciò al presidente del Consiglio” ha annunciato il sottosegretario “l’ipotesi di studiare un meccanismo che ci consenta di abbassare, e di parecchio, il canone e di farlo pagare a tutti nella stessa misura”.
Una delle possibilità è appunto “l’abbinamento del canone alla bolletta elettrica: a quel punto” ha detto Romani “sta all’utente dimostrare che non ha la tv. Ma è possibile immaginare anche altri meccanismi per renderlo una tassa equa e pagata da tutti”.
Al dibattito su Radio 24 è intervenuto anche il senatore del Pd Marco Follini: “Non possiamo colpire la Rai” ha ammonito il responsabile del Pd per le politiche dell informazione, “cambiando le regole di punto in bianco. Si può discutere del canone, ma nell’ambito di una revisione generale delle fonti di finanziamento e degli indici di affollamento pubblicitario. Altrimenti rischia di rispuntare il conflitto di interessi se si colpisce la principale azienda che fa concorrenza a quelle del presidente del Consiglio”.
Poi Follini ha detto la sua anche sulla questione dell’Iva alle pay tv: “La norma contro Sky è assolutamente iniqua e dovremmo batterci con forza in Parlamento per cancellarla. Detto questo la campagna di Sky per se stessa mi è parsa sopra le righe”. E ancora: “Tradurre la potenza di fuoco della televisione in forza politica sta diventando un’abitudine del nostro Paese -conclude Follini- Resto convinto che questa cattiva abitudine non fa crescere una buona democrazia”.
Su questo fronte, intanto, da quanto si apprende, la maggioranza sta lavorando a un punto di mediazione sulla controversa partita dell’aumento dell’Iva. All’interno del Pdl e nel governo si sta infatti valutando l’ipotesi di scaglionare in tre anni l’aumento dell’aliquota. Secondo questa ipotesi, il decreto anti-crisi dovrebbe prevedere il passaggio dell’Iva dal 10 al 13% nel 2009, quindi al 17% nel 2010 per raggiungere il 20% nel 2011. Sarebbe questo il senso della gradualità degli aumenti cui ha fatto riferimento il vicepresidente del Senato, Domenico Nania: “Vorrei precisare che si tratta di un allineamento e di una riduzione di un privilegio fiscale di cui godevano le pay tv. In ogni caso in parlamento si può cercare di trovare una soluzione condivisa, magari procedendo gradualmente all’allineamento dell’Iva al 20%, scaglionandola nel tempo, invece che introdurla in un solo colpo”.
Come se non bastasse tutto il resto, aumenta anche il canone del telefono fisso. Mentre la concorrenza si affanna per accaparrarsi nuovi clienti giocando sulla libertà dal canone Telecom, l’ex monopolista delle telecomunicazioni fa un vero e proprio autogol: chiede all’Agcom , l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, di aumentare i costi fissi (circa due euro in più al mese), senza offrire in cambio alcun impegno concreto per migliorare l’efficienza della rete. Ma non è finita, i problemi riguardano anche i cellulari. L’azienda impone un costo troppo elevato delle tariffe di terminazione della telefonia mobile (quella parte di costi che l’operatore di chi chiama paga all’operatore di chi riceve la telefonata e che poi ricadono sulle tariffe finali), contravvenendo alla richiesta di tagli fatta del commissario europeo per le Comunicazioni, Viviane Reding.
In pratica, queste scelte di Telecom avranno notevoli ricadute sulle tasche dei consumatori. L’azienda telefonica incasserà oltre 300 milioni di euro l’anno in più grazie al ritocco del canone e circa 3 miliardi di euro per le tariffe di terminazione. Una strategia, forse, per ridurre almeno in parte il grosso debito dell’azienda.
Altroconsumo e altre associazioni del Cncu, il Consiglio nazionale consumatori e utenti, hanno promosso una petizione online contro l’aumento del canone residenziale, che in un solo giorno ha già raggiunto quasi 4 mila sottoscrizioni. All’Agcom e al Governo abbiamo chiesto anche di ridurre le tariffe di terminazione mobile, anomalia italiana che relega il nostro Paese all’angolo del panorama delle telecomunicazioni, inibendo l’apertura alla concorrenza nel settore.

Cari over 75 che state sguinzagliando figli e nipoti per presentare la domanda di esonero del canone Rai, fermatevi. Mettete pure il cuore in pace perché al momento per avere l’esenzione tanto decantata, pattuita in Finanziaria, non c’è nulla da fare. Perché per ora non c’è. Entro il 31 gennaio tutti devono pagare i 106 euro per l’abbonamento alla tv di Stato, come al solito, poi si vedrà , probabilmente in futuro sarà rimborsato (ma solo ad alcuni). Bisogna aspettare il decreto ministeriale di attuazione che stabilirà tempi e modalità . E quando uscirà il decreto? Come spiega benissimo il sito della Rai “non è possibile al momento fare alcuna previsione”. “Inviare la domanda non è vietato, [...] ma c’è il rischio che la domanda presentata prima del decreto, anche se inviata con posta raccomandata, non possa venire presa in considerazione”.
E comunque, cari over 75, purtroppo pochi (anzi, pochissimi) di voi potranno usufruire, anche a posteriori, dell’esonero. La normativa (art. 1, comma 132, legge finanziaria 2008) parla di una misura “nel limite massimo di 500.000 euro annui”. “Significa che l’esonero può essere concesso a poco meno di cinquemila persone, e questo a fronte di una popolazione over 75, secondo dati Istat, di cinque milioni: giusto l’1%,” dice Vincenzo Donvito, presidente nazionale dell’Aduc, associazione di consumatori e utenti che da tempo si batte per la totale abolizione del canone “e, visto che entro gennaio il canone va comunque pagato, si tratta di una vera e propria beffa, solo un’occasione per i proponenti per farsi belli”. E come saranno selezionati i quasi cinquemila aventi diritto? magari tramite un “chi arriva prima” come già visto per i permessi di soggiorno agli immigrati?
Il testo della legge, inoltre, restringe ancor di più la cerchia dei fortunati, precisando che il canone è abolito “per i soggetti di età pari o superiore a 75 anni e con un reddito proprio e del coniuge non superiore complessivamente a euro 516,46 per tredici mensilità , senza conviventi”, ed “esclusivamente per l’apparecchio televisivo ubicato nel luogo di residenza”.
In altre parole gli anziani non devono percepire nulla di più di una sola pensione minima, di quel minimo vitale. Né possono vivere con figli o badanti. “E se sono domiciliati in luogo diverso dalla residenza, o se hanno un computer o un cellulare di nuova generazione (apparecchi non televisivi, ma soggetti comunque alla tassa perché “atti o adattabili’ alla ricezione dei programmi TV) o semplicemente un videocitofono, dovranno continuare a pagare il canone” spiega Donvito.
Chi rientra in questi stringenti parametri alzi la mano…
E allora, tanto vale guardare gli spot Rai, con i giornalisti Bruno Vespa e Maria Luisi Busi, che ricordano di pagare il canone: