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C’è ancora vita nel deserto dell’Ostiense, a Roma. Dove sono finiti gli afgani della “buca”?

Tre ragazzini afgani che vivono nella "buca", all'Ostiense di Roma

Tre ragazzini afgani che vivono nella "buca", all'Ostiense di Roma

La Stazione Ostiense sembra una cattedrale in mezzo ad un esteso deserto. Sarà anche per questo che il quartiere è conosciuto come la Piramide.
La mattina c’è qualche passante che si trascina sui marciapiedi, con poca voglia di iniziare la giornata.
Bizzarro: ad attirare l’attenzione, sono le scritte colorate di un centro commerciale. Dall’esterno sembra abbandonato, ma all’interno due commessi puliscono il pavimento, circondati dagli addobbi natalizi. “Questo centro è penalizzato” dice la donna. “Perché i giornalisti vengono da queste parti a fare domande? Cosa c’è da dire ancora? Bisogna intervenire, e nessuno lo fa!”. Continua

Raduno Fn: polemiche e tensioni per il convegno dell’ultradestra a Milano

Roberto Fiore

Strade killer. Ecco dove, in Italia, si rischia di più la vita

incidente

Lo sballo del sabato sera, la droga, le bevute, le pasticche, i cocktail di sostanze strane, la musica a palla in auto, la velocità, l’imprudenza, le distrazioni… Tutto vero, questi sono gli ingredienti micidiali delle stragi sulle strade, soprattutto nei finesettimana. Ma quando un automobilista perfettamente sobrio ci rimette la pelle in pieno centro cittadino, perché andando al lavoro in moto finisce senza avvedersene dentro una buca grande come una conca? O quando su una statale un camion vola per decine di metri in una scarpata perché il guardrail di protezione era alto appena mezzo metro? O quando si ripetono incidenti su incidenti non solo nei sabati sera, ma tutta la settimana, in tutte le ore del giorno e della notte, sulle solite tangenziali, sui soliti svincoli, sugli stessi chilometri, sulle medesime strade?
Evidentemente in tutti quei casi lo sballo c’entra poco o nulla. “Vi siete mai chiesti come mai l’80 per cento degli “ubriachi” si schianta sempre sul 20 per cento delle tratte stradali?” domanda in modo un po’ provocatorio Angelo Artale, direttore generale della Finco, federazione confindustriale di materiali, impianti e costruzioni, che da un po’ di tempo ha fatto della sicurezza una specie di sua seconda ragione sociale.

Ebbene, perché? Per un motivo semplice: le strade italiane sono pericolose perché sono tra le peggio tenute d’Europa, quasi lasciate a se stesse, troppo spesso senza manutenzione, come fossero res nullius, cose di tutti e di nessuno, come i pesci del mare prima di essere pescati.
Da uno studio dell’Università Federico II di Napoli risulta che proprio le pessime condizioni delle vie di comunicazione sono una concausa degli incidenti in almeno il 40 per cento dei casi. In una risoluzione presentata il 12 febbraio alla commissione Lavori pubblici della Camera, e discussa l’11 marzo, il vicepresidente, Roberto Tortoli (Pdl), sostiene che in Italia c’è “una grave carenza nella manutenzione delle strade in generale e molte vie sono ancora distanti dagli standard minimi di sicurezza”.
Dalla consapevolezza alle decisioni, però, il passo è lungo, spesso i politici si distraggono e nelle strade prosegue la mattanza. In Parlamento sono state presentate 19 proposte per migliorare la sicurezza delle strade, però in nessuna si parla di manutenzione in modo organico e sistematico.
“Gli appalti sono calati del 60 per cento negli ultimi sei anni” informa Lino Setola, presidente della sezione barriere per la sicurezza stradale dell’associazione dei costruttori d’acciaio (Acai).
Un piano di interventi. Secondo rilevazioni dell’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici, nel 2007 (ultimo dato disponibile) per il miglioramento delle arterie nazionali sono stati impiegati appena 330 milioni di euro, per di più quasi tutti concentrati sui 20 mila chilometri gestiti dall’Anas. Per i 420 mila chilometri rimanenti (che diventano circa il doppio se si conteggiano le vie urbane e quelle di campagna) è stato speso poco o nulla. Sulle autostrade le cose vanno un po’ meglio perché per contratto i concessionari devono investire in manutenzione parte del ricavato dei pedaggi, anche se l’impressione prevalente è che, dopo la privatizzazione di un decennio fa, lo stato complessivo della rete sia assai peggiorato. Secondo l’ultimo rapporto di Automobile club (Aci) e Istat, ogni giorno sulle strade si verificano in media 633 incidenti in cui muoiono 14 persone e 893 rimangono ferite. I costi umani, economici e sociali sono altissimi, circa 30 miliardi di euro l’anno, e vanno dai costi sanitari alla mancata produzione delle persone decedute e degli infortunati, dai danni in senso stretto provocati dal sinistro alle invalidità, dalle spese per le assicurazioni ai costi giudiziari. “Per riportare le nostre strade a un livello decente, per metterle tutte in sicurezza ci vorrebbero 40 miliardi di euro” calcola Enrico Gelpi, presidente dell’Aci. Cifra enorme, anche se non da spendere tutta d’un colpo, perché gli interventi andrebbero innanzitutto concentrati sui “black point”, i tratti assassini (tabella a fianco), il resto diluito nel tempo, con programmi poliennali che darebbero una prospettiva di lavoro a 3 mila imprese medie e piccole con almeno 60 mila addetti.
I fondi non mancano. Una volta tanto, però, non sono i soldi il vero problema. Nonostante la coperta corta dei bilanci pubblici, i quattrini per le strade ci sarebbero, a saperli e a volerli trovare. Le fonti di finanziamento possibile sono almeno quattro. Prima di tutto ci sono i proventi delle multe comunali, 1,6 miliardi di euro nel 2007 (senza contare le contravvenzioni di Polizia e Carabinieri), con una crescita complessiva annua del 13 per cento e addirittura del 19 se si considerano solo i capoluoghi di provincia. In base all’articolo 208 del Codice della strada, almeno metà delle somme raccolte con le contravvenzioni dovrebbe tornare sulle strade in forma di investimenti in sicurezza e manutenzione, invece i Comuni che rispettano la regola sono come mosche bianche e i soldi magari li spendono per le sagre del fico fiorone. Quell’articolo, del resto, è come un cane senza denti, privo di sanzioni, e quindi i comuni inadempienti non rischiano nulla tranne, forse, il giudizio degli elettori al momento del voto.
Seconda fonte di finanziamento sono le tasse pagate ogni anno in totale dal sistema dell’automobile, dalle accise sulla benzina all’Iva sui ricambi, dalle imposte sui pedaggi delle autostrade al bollo. Un fiume di quattrini: secondo dati Anfia (Associazione dell’industria automobilistica), nel 2007 la pressione fiscale è salita a circa 80 miliardi di euro, 10 in più rispetto al 2002. Tutti quei soldi finiscono nel calderone indistinto della fiscalità generale, ma in futuro non sarebbe affatto irragionevole utilizzare almeno parte di quegli incassi per la manutenzione delle strade.
Terza fonte possibile per finanziare il miglioramento della rete nazionale: i risparmi ottenuti grazie alla lieve diminuzione del numero di incidenti che nel 2008 ha comportato minori spese di 3 miliardi di euro per lo Stato in termini di cure ai feriti, risarcimento per le vittime, pensioni di invalidità e assistenza ai disabili. La quarta fonte è l’utile dell’Inail (l’istituto per gli infortuni sul lavoro): 14 miliardi circa, almeno in parte utilizzabili per la manutenzione stradale, considerando che un numero notevole di sinistri avviene nel tragitto casa-ufficio o casa-fabbrica e viceversa, quindi assimilabile a un infortunio sul lavoro, almeno in senso lato.

All’estero per la manutenzione stradale si comportano in modo diverso. In Francia, per citare un caso a noi vicino, per la cura della rete investono 12 volte rispetto all’Italia. Da noi, 148 anni dopo il raggiungimento dell’unità e 63 anni dopo la nascita della Repubblica, manca perfino un catasto stradale nazionale. Di certo le strade non sono in carico al demanio, e non è del tutto chiara l’attribuzione delle competenze sulla sicurezza fra i vari ministeri (per esempio Infrastrutture, Interno, Welfare, Giustizia), mentre a livello locale né comuni né province iscrivono a bilancio il valore delle vie, con il risultato che manca un qualsiasi ancoraggio per un abbozzo di gestione economica del bene e quindi non si riescono a valutare costi e benefici, mentre le uscite per la manutenzione vengono considerate spese e non investimenti finalizzati alla sicurezza dei cittadini e alla conservazione di un patrimonio infrastrutturale fondamentale.
Il federalismo stradale voluto nel 2000 dal ministro Franco Bassanini (centrosinistra) non ha aiutato a fare chiarezza, anzi. Fino ad allora l’Anas gestiva circa 44 mila chilometri e la manutenzione bene o male la faceva, poi ha passato 24 mila chilometri alle regioni e la qualità delle strade è peggiorata sensibilmente, tanto che alcuni governatori, dopo avere ricevuto il pacco regalo, ora vorrebbero restituirlo al mittente.
Otto anni fa l’Europa lanciò l’obiettivo di dimezzare entro il 2010 il numero dei morti sulle strade. Francia, Paesi Bassi, Svezia, Portogallo si stanno avvicinando al traguardo. L’Italia resta lontana.
autostrade-incidenti

Morire davvero, morire per fiction. Tragedia sul set per uno stuntman torinese

Il luogo dove ieri morto Nicol Ricci, stuntman torinese, durante le riprese di una fiction RAI sugli incidenti sul lavoro
Doveva simulare un indicente mortale sul lavoro, per una fiction. Ma l’incidente è avvenuto davvero. La vittima è Nicolò Ricci, trent’anni, di Torino, uno dei più conosciuti stuntman italiani. Girando la scena, Ricci si è lasciato cadere nel vuoto da una decina di metri d’altezza ma ha battuto il capo contro la sporgenza di una impalcatura, appoggiata a una delle palazzine che costituivano la cittadella dell’acciaio della Falck di Sesto San Giovanni, alle porte di Milano. La Procura di Monza ha aperto un’inchiesta: l’ipotesi di reato, al momento contro ignoti, è omicidio colposo.
Un suo collega, lasciatosi cadere nel vuoto insieme a lui, è finito senza conseguenze sul lettino gonfiabile. Lui, invece, non s’è rialzato. La troupe si è immediatamente accorta della gravità della lesione e ha chiamato i soccorsi. Ricci è giunto in coma all’ospedale. I medici hanno dichiarato la morte cerebrale e chiesto (e ottenuto) alla famiglia l’autorizzazione per il prelievo degli organi. Ricci stava lavorando come controfigura a una puntata di una fiction per Rai Due, dal titolo provvisorio “Dem” (Dipartimento emergenza medica). Precedentemente era stata girata la stessa scena con il volo dei due stuntman dalla medesima altezza e non era successo nulla. Il regista ha chiesto la ripetizione della caduta mezz’ora dopo. Un bis fatale.

Eppure Ricci non era un novellino del mestiere: faceva lo stuntman da sette anni e lavorava per un’agenzia di Roma, la Cinestar, che fornisce controfigure alle produzioni tv.
Secondo un testimone, però, si sarebbe sbilanciato all’indietro al momento del lancio e questo errore gli sarebbe stato fatale: nella caduta ha battuto la testa contro un tubo dell’impalcatura. L’impatto con il tubo gli ha provocato un fortissimo trauma e una frattura al cranio. Soccorso dal 118 è stato trasportato in condizioni disperate all’ospedale Niguarda. I danni al cervello hanno provocato nel giro di poche ore la morte cerebrale, dichiarata intorno alle 20.30. I familiari hanno deciso di donare i suoi organi e nella notte è stato effettuato l’espianto. “Morire per due soldi: questo proprio non è possibile”, dicono i parenti e gli amici della vittima.

Ispirata al format spagnolo “Hospital Central”, la fiction è una serie in diciotto puntate che Alessandro Ippolito di Videomedia produce per Rai Fiction e attesa a settembre in prima serata sulla seconda rete Rai. Prendendo spunto da fatti di cronaca, racconta le vicissitudini personali e lavorative di un’equipe di quindici camici bianchi, tra medici e paramedici, che lavorano in un pronto soccorso di un immaginario grande ospedale pubblico milanese. Nel cast ci sono Rodolfo Corsato, Sergio Muniz, Milena Miconi, Antonella Fattori, Cesare Bocci, Max Pisu. Dietro la macchina da presa si alternano tre registi, Giampaolo Tescari, Lucio Gaudino e Carmine Elia.
La videocassetta con le riprese della caduta, insieme all’impalcatura e alle attrezzature del set, è stata sequestrata dalla polizia e dall’Asl, competenti per le indagini. In più ci sono i testimoni, una ventina. Gli inquirenti effettueranno inoltre nuovi accertamenti sulla struttura approntata per il set.
“Tutta la società è affranta e non si spiega come sia potuta avvenire la tragedia” dicono da Videomedia, il gruppo che produce la fiction. L’ufficio stampa fa sapere che “i set interni ed esterni sono organizzati in modo appropriato, con tutto il necessario per salvaguardare l’incolumità fisica della troupe e del cast”. L’azienda si dichiara infine “a completa disposizione della magistratura per le indagini”.

Un’installazione contro le morti bianche

Una campagna di comunicazione per far riflettere sul tema della sicurezza sul lavoro, andando a utilizzare luoghi fisici della città, luoghi storici e centrali di Lecce, per ribadire ancora una volta che si tratta di un affare che riguarda tutti. È l’obiettivo che si sono dati al Comune di Lecce. Dove la Cooperativa P.A.Z., nell’ambito del progetto Lavorare in Sicurezza - Un affare di tutti, ha presentato oggi alle ore 12 l’installazione che vedete in queste foto. Sono stati cioè poggiati sulle gradinate dell’anfiteatro romano, a partire dalle ore dieci, 235 caschi antinfortunistici a simboleggiare le morti sul lavoro in edilizia registrate nel 2007. Nell’anfiteatro è inoltre affisso un pannello di 6 metri per 3 sul tema degli infortuni sul lavoro. Infine, dal Sedile di Piazza Sant’Oronzo è stato calato un banner in pvc di 4 metri per 2, relativo alle morti nel settore dell’edilizia.
Della sicurezza sul lavoro si parla da giorni anche nei forum di Panorama.it. Voi quali suggerimenti dareste a chi ci governa? Come possiamo evitare che episodi del genere si ripetano e con questa terribile frequenza? Il dibattito è in corso.

In Italia più della metà dei cantieri edili è fuori legge. E in 5 mila lavorano in nero

Ispezione dei carabinieri in un cantiere edile
Dodici mesi di ispezioni, trentamila cantieri passati al setaccio, cinquemila lavoratori irregolari scoperti. A un anno dall’applicazione del “pacchetto sicurezza” sul lavoro, lanciato alla fine dell’agosto scorso dal ministro Cesare Damiano, ecco il bilancio. Un bilancio che ha portato non solamente a scoprire numerose irregolarità nella gestione del personale e delle misure di sicurezza sui luoghi di lavoro, ma che ha anche fatto entrare nelle casse dello Stato circa cento milioni di euro: una parte sotto forma di sanzioni, un’altra di contributi previdenziali pagati a Inail e Inps e mai versati prima.
Dal 31 agosto 2006 a oggi, dunque, i cantieri edili ispezionati in tutta Italia, in cui lavoravano complessivamente 43.076 aziende e oltre centomila dipendenti, sono stati 27.571. Un numero enorme rispetto a quelli degli anni scorsi, come enorme è stato il numero delle irregolarità riscontrate: oltre il 57 per cento delle imprese (che tradotto in valori assoluti significa 24.517) che avevano avuto i lavori in appalto è risultato fuori dalla legge. Tanto che in 2.224 casi gli ispettori del ministero del Lavoro hanno anche provveduto a chiudere i cantieri, perché oltre il 20 per cento dei lavoratori impiegati è risultato essere senza un contratto. Irregolarità che hanno fatto scattare le sanzioni previste dalla legge. Così nei dodici mesi presi in esame, quelle amministrative sono state 37.006, per un importo complessivo che supera i quaranta milioni di euro, mentre quelle penali si sono fermate a quota 26.854 con ammende pari a poco più di sedici milioni di euro.
Ma non di sole ispezioni e sanzioni è stata fatta la campagna di sicurezza lanciata dal ministero: importanti risultati sono arrivati anche dal punto di vista dei livelli occupazionali e da quelli contributivi. Dall’agosto 2006 i nuovi assunti nel settore edile sono stati 71.822, che hanno portato anche a un incremento di 43 milioni di euro di contributi previdenziali riscossi. “È stato un anno di lavoro proficuo” ha detto il ministro Damiano “che ha permesso di dimostrare che è positivo investire nel settore della lotta al lavoro nero perché permette di recuperare risorse e aumentare la legalità e la trasparenza”.

Il VIDEO servizio:

Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
 
 
 
 
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Il video del direttore, di Giorgio Mulè
L'arcitaliano, di Giuliano Ferrara
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Fatti & credenze, di Luca Ricolfi
Fuori Porta, di Bruno Vespa

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