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Undici giorni a Roma, dieci a Milano, otto a Napoli: tanto costerà nel 2009 agli automobilisti la sfida al traffico caotico fatto di code e rallentamenti nelle ore di punta. Lo fa sapere il Codacons sulla base di uno studio svolto nelle tre metropoli italiane. Continua
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L’unica cosa certa è che il decreto sul piano casa non ci sarà. Almeno non nel consiglio dei ministri di venerdì. Il governo prende tempo e apre un tavolo tecnico-politico con le Regioni. Non si tratta però di un rinvio sine die: la scadenza per trovare un’intesa è stata fissata a martedì. E, a fine giornata, Silvio Berlusconi addirittura rilancia.
La ricerca del dialogo con le Regioni, dice, “non è una frenata”, ma una confronto sullo “strumento” da adottare”; e comunque venerdì in Cdm “qualcosa ci sarà”. Così come il premier punta a misure con “effetti immediati” e avverte: “Le Regioni non possono sottrarsi perché sul piano casa in giro c’é un’aspettativa fantastica”; il problema, aggiunge, è che sono “gelose delle proprie competenze”. La strada per un’intesa, insomma, è molto più in salita di quanto non apparisse in mattinata.
Merito e metodo, comunque, saranno entrambi al centro della discussione. Anche se, dopo l’incontro con le Regioni, era sembrata tornare alla ribalta l’ipotesi di procedere con un provvedimento “cornice” che salvaguardi l’autonomia del territorio. “Vogliamo lavorare” aveva ribadito infatti più volte Berlusconi “in sintonia e in accordo con le istituzioni locali”.
Che si erano dette soddisfatte per il passo indietro. “Ora siamo sul binario giusto”, aveva commentato il presidente della Conferenza delle Regioni Vasco Errani, governatore emiliano. Disponibile al dialogo anche il Pd: “Hanno ritirato il decreto cementificazione” ha commentato nel pomeriggio il segretario Dario Franceschini “che avrebbe creato danni spaventosi. Ora si vuole dare un piano casa d’intesa con le Regioni e i Comuni per rilanciare l’edilizia? Noi siamo pronti a discutere, anche in Parlamento”. La mediazione era stata raggiunta nel corso di un confronto a Palazzo Chigi: un’ora e mezza di riunione, a metà della quale il presidente del Consiglio era sceso in sala stampa per parlare con i cronisti e spiegare la posizione del governo: “L’urgenza del piano c’é e resta - aveva detto - ma non è detto che il decreto sia lo strumento più opportuno”.
Messaggio distensivo e che segue anche la linea indicata dal Quirinale e quella auspicata dalla Lega, ma che ancora punta i fari sul Consiglio dei ministri di venerdì: “Ci sono 70 ore per trovare l’armonia con le Regioni”, aveva aggiunto infatti il Cavaliere. Tre quarti d’ora dopo, il ministro per gli Affari Regionali Raffaele Fitto, con a fianco Errani e il numero uno dell’Anci Leonardo Domenici, spiegano però che tutto è stato rinviato alla settimana successiva: “Due o tre giorni” rassicura il ministro “non sono determinanti. E’ molto più importante che si giunga ad una piattaforma comune”. Obiettivo che questa mattina era ancora lontano.
Regioni, province e comuni non hanno fatto mistero di aver ricevuto la bozza di decreto legge e di non apprezzarla: di fronte a un atteggiamento intransigente avrebbero manifestato altrettanta rigidità, fino a rischiare di creare il caos: “Stiamo cercando di lavorare per fare in modo che non ci possano essere contrasti o impugnazioni” aveva riconosciuto Berlusconi “alla Corte costituzionale”. Una eventualità che inoltre vanificherebbe completamente l’accelerazione impressa dal governo con il decreto legge.
Ostacolo al quale si somma l’altolà della Lega: “Ieri ho detto a Berlusconi” racconta il leader del Carroccio Umberto Bossi “che molte Regioni, come la Lombardia, hanno già un piano casa e quindi è meglio trovare un accordo con le Regioni per evitare scontri e Berlusconi ha aperto”. La discussione che si è aperta non fa però retrocedere il premier di un millimetro dalla convinzione che si tratti di un progetto giusto e urgente perché interessa gli italiani ed è in grado di aiutare l’economia del Paese: “Il provvedimento sulla casa” dice “riguarda quasi il 50% delle famiglie italiane”. E a sera, da Napoli, interviene di nuovo per chiarire che non vuol fare passi indietro.
Ma non solo. Il presidente del Consiglio rilancia anche un altro cavallo di battaglia, quello delle cosiddette “new town” e di cui il piano per l’edilizia popolare già messo a punto è il primo tassello: una promessa della campagna elettorale che ora vuole onorare. D’accordo anche le Regioni, che hanno convenuto la convocazione di un tavolo ad hoc.
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Intorno al piano casa scoppia e sale la polemica. La riunione della Conferenza unificata si preannuncia accesa, con i governatori che si presentano uniti nel dire no al decreto e Berlusconi pronto ad assicura che “il disegno circolato non è quello a cui avevo già lavorato”. Il premier ha spiegato ieri che il “decreto o ddl che sia, si fermerà alle case mono e bifamiliari e alle costruzioni da rifare dopo che queste saranno demolite” e non riguarderà “gli immobili urbani”.
Il presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani (governatore dell’Emilia Romagna), ha più volte sottolineato come il decreto abbia “chiari profili di incostituzionalità”, perchè rende immediatamente operative in tutta Italia norme di competenza concorrente delle Regioni. Il rischio, secondo Errani, è che si apra un conflitto istituzionale. Molte Regioni, quelle di centrosinistra, chiedono il ritiro del decreto e minacciano il ricorso alla Corte Costituzionale.
A confermare che il piano del Governo sia “solo una bozza”, ci pensa Raffaele Fitto. Il ministro per i rapporti con le Regioni, in due interviste ai quotidiani Il Messaggero e Libero, chiudendo la polemica su un presunto scontro tra il Governo e il Quirinale: “Io della lettera non so nulla. Di certo non c’è e non ci sarà alcun rischio di contrasto né con il Quirinale, né con i presidenti di Regione”. “Sono sicuro che troveremo un punto di convergenza”, dice il ministro, che avverte: “Non ha proprio senso andare allo scontro”.
Fin qui le polemiche. A spulciare invece tra le cifre ci ha pensato la Cgia: con il progetto del governo dovrebbero essere creati 745.000 nuovi posti di lavoro. Secondo gli artigiani di Mestre, dunque, l’impatto occupazionale dovuto all’applicazione del piano casa potrebbe creare, chiaramente in più anni, almeno 745.000 nuovi addetti. E uno su tre potrebbe essere straniero dal momento che il settore delle costruzioni è ad alta concentrazione di lavoratori non italiani.
Nei giorni scorsi la Cgia di Mestre ha infatti stimato che l’applicazione su tutto il territorio nazionale del provvedimento allo studio del Governo in materia di ristrutturazione ed ampliamenti dell’edilizia residenziale privata dovrebbe dar origine ad un giro di affari di 79 miliardi di euro. “Partendo da questo assunto” si legge in una nota - si è analizzata la serie storica della produttività per addetto del settore casa e di tutta la filiera registrata negli ultimi anni arrivando a stimare, alla luce del nuovo impatto economico, nuovi addetti per 745.000 unità”.
Quali professionalità saranno richieste? “In primo luogo” commenta Giuseppe Bortolussi della Cgia “sono muratori semplici, capi cantiere e progettisti nella misura complessiva di 350mila unità. In secondo luogo gli installatori di impianti elettrici per circa 104.000 unita’ e a seguire gli idraulici con altri 79.000 nuovi posti di lavoro. Altri 69.000 saranno figure generiche e 27.000 unità riguarderanno sia gli imbianchini e posatori di vetrate sia gli installatori generici (come i bruciatoristi)”.
Essendo il settore delle costruzioni ad alta concentrazione di lavoratori non italiani, “ipotizziamo”, prosegue la Cgia “che almeno un terzo di questi 745.000 nuovi posti di lavoro saranno occupati da maestranze straniere. Sia chiaro” precisa Bortolussi “la nostra stima è stata realizzata presupponendo che tutte le Regioni italiane adotteranno questo provvedimento e che le nuove assunzioni avverranno secondo le disposizioni di legge oggi in vigore”.
Ecco perché l’incontro di mercoledì è fondamentale. Ecco perché il governatore della Lombardia, Roberto Formigoni le ha tentate tutte, riuscendo a coivolgere il premier Berlusconi, il preseidente Errani e il sottosegretario Gianni Letta, in un fitto colloquio a bordo del Frecciarossa Milano-Roma…
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E mentre altrove e su altri temi lo scontro è durissimo, sul terreno del federalismo fiscale “sboccia” il dialogo tra Pdl e Pd. La prima mossa era stata l’astensione del Pd in Senato, oggi è stata la volta della Camera con il via libera alla mozione Franceschini. Anche da parte dell’esecutivo e della maggioranza. In attesa del voto generale alla Camera e della possibile nuova astensione dei democratici.
Con 491 voti favorevoli, nessun contrario e con la sola astensione dell’Udc (33 deputati) Montecitorio ha approvato la mozione del segretario del Pd sulla situazione economica degli enti locali, che impegnano a rivedere il patto di stabilità interno. In pratica un allentamento dei vincoli di spesa. Dopo una riformulazione, il sottosegretario all’economia, Giuseppe Vegas, questa mattina aveva dato parere favorevole.
Il testo del Pd su cui viene dato parere favorevole impegna il governo, tra l’altro, “a definire gli interventi da adottare per ovviare alla grave situazione in cui versano i comuni e le province, assumendo nei tempi utili alla predisposizione dei bilanci di previsione per il 2010 iniziative normative urgenti di riordini della finanza locale volte a garantire l’autonomia finanziaria degli enti locali nel quadro della concreta attuazione del federalismo fiscale; a garantire l’integrale copertura del minor gettito derivante dall’abolizione dell’ici sulle abitazioni principali”. Il governo poi viene impegnato “ad adottare iniziative normative volte a superare, d’intesa con le autonomie locali, le criticità derivanti dall’applicazione del decreto legge anticrisi nella parte relativa al patto di stabilità interno, anche tenendo conto dei bilanci approvati; ad adottare iniziative per consentire l’utilizzo degli avanzi di amministrazione per la spesa in conto capitale, in particolare per lavori di medio importo realizzabili entro il 2009; ad adottare iniziative per escludere il più possibile dai saldi utili del patto di stabilità interno i pagamenti a residui concernenti spese per investimenti effettuati nei limiti delle disponibilità di cassa, a fronte di impegni regolarmente assunti ai sensi dell’articolo 183 del testo unico degli enti locali; a incentivare l’utilizzo del patrimonio immobiliare per sostenere la spesa in conto capitale ed abbattere il debito, in particolare, eliminando i vincoli che impediscono l’utilizzo dei proventi della vendita del patrimonio per finanziare la spesa per investimenti”.
Incassato il sì bipartisan, è lo stesso Dario Franceschini a frenare sull’atteggiamento dei democratici sul federalismo fiscale: “Non c’è nessun collegamento. Sono due cose distinte”, ha commentato il segretario del Pd, spiegando che il suo partito deciderà come votare sul ddl di delega al Governo dopo “una valutazione di merito sul provvedimento che faremo oggi nell’Assemblea del gruppo”. “Finalmente, dopo una lunga serie di no, è arrivato il sì della maggioranza a un problema sentito da tutti i comuni” esulta Franceschini. “Il governo ha capito che avevamo ragione e ha accolto la nostra mozione. Se seguiranno gli atti normativi conseguenti, come deve essere, saranno sbloccati 14,5 miliardi di crediti verso le imprese: gli enti locali hanno le risorse per pagare i lavori eseguiti, ma non potevano farlo a causa dei vincoli del patto di stabilità interno” che grazie alla mozione Pd ora dovrà essere allentato. Non solo: “Potranno ripartire migliaia di cantieri, immediatamente apribili, per 4,5 miliardi di euro in cui lavoreranno principalmente le piccole imprese”.
di Antonio Rossitto
Ormai lo chiamano mestamente “il chilometro 131″. Era il 1975: a Roma Benigno Zaccagnini veniva eletto segretario della Dc, a Londra nascevano i Sex Pistols e in Basilicata il Monte Sirino franava sulla Salerno-Reggio Calabria. La bretella provvisoria a doppia esse sta ancora lì, unico tratto dell’autostrada rimasto a una corsia.
Ma c’è ancora speranza. I lavori per risolvere l’inghippo sono partiti da qualche mese: 33 anni dopo. Nel mentre, al chilometro 131 si è visto di tutto: incidenti mortali, automobili ferme per giorni, lavori interminabili. Quanto è successo ai piedi del Sirino è l’esemplificazione di come possano diventare sciagurati i cantieri stradali in Italia. Appalti eterni, varianti fatte e rifatte, gallerie che si sbriciolano come biscotti. Così, da Nord a Sud, i disagi crescono: anno dopo anno, estate dopo estate. Per verificare, basta mettersi in macchina. E armarsi di pazienza.
Il viaggio parte da Milano, destinazione le spiagge liguri. L’intoppo arriva prima dell’uscita per Casei Gerola. Le corsie diventano due: a lato, da anni, si sta costruendo la terza. Venerdì sera, per attraversare questi 20 chilometri, ci vuole anche più di un’ora. Gli automobilisti si ritrovano in fila, imprecanti e iperagitati. Si voltano a destra, poi a sinistra: ruspe abbandonate, nessun operaio nei paraggi.
Una veduta diventata ormai abituale. Così come la domanda conseguente: perché in Italia servono tempi biblici per finire una corsia, perdipiù in pianura e in una zona poco abitata?
Sull’A7 (1) i lavori dovevano cominciare nel 2000. Sono partiti, invece, il 6 giugno del 2005. Il colossale ritardo si giustifica con il continuo ricambio dei vertici della Milano-Serravalle: ossequio ai furibondi scontri tra gli azionisti pubblici e il costruttore Marcellino Gavio. Sulla stessa autostrada, andando però verso il capoluogo lombardo, c’è il perenne inciampo di Bolzaneto: la galleria Montegalletto. Negli ultimi tre anni è rimasta chiusa a singhiozzo, prevalentemente di notte, causando disagi inenarrabili. Ora i lavori di consolidamento sono finiti. Ma partiranno quelli per aumentare l’altezza del tunnel. Un’odissea.
La stessa che sono costretti a patire gli automobilisti sull’Autosole (2). I guai cominciano dopo Bologna. Da Casalecchio a Sasso Marconi si prepara la terza corsia. Se ne parla da tempo immemore. Nel 1999 sembrava cosa fatta. Invece, approvato il progetto definitivo, è cominciato il calvario: 20 mesi per il parere del ministero dei Beni culturali, 11 per quello dell’Ambiente, 7 per il nuovo disegno, quasi tre anni per l’accordo tra Autostrade per l’Italia ed enti locali. Conclusione: i lavori sono partiti solo a maggio del 2006. “Purtroppo da noi le grandi opere hanno tempi lunghissimi” si giustifica Gennarino Tozzi, direttore dello Sviluppo rete per la società Autostrade. “I capricci di un comune minuscolo possono bloccare tutto per anni. E poi l’iter autorizzativo: estenuante…”. Simone Gamberini, sindaco di Casalecchio di Reno, obietta: “Per evitare lungaggini bastava prevedere le barriere antirumore fin dall’inizio”.
In Maremma ci si gingilla, invece, da vent’anni sulla Siena-Grosseto (3): la superstrada che dal Chianti porta, per dirne una, a Capalbio. Una vecchia strada a due corsie fu completata negli anni Settanta. Un percorso bizzarro. “Inizialmente si pensava a un tracciato lineare” racconta Sergio Bovicelli, assessore ai Trasporti della Provincia di Grosseto. “Poi il parroco di Civitella Marittima, stretto amico di Amintore Fanfani, ottenne che la superstrada passasse dal suo paesino. Servirono nuovi viadotti e gallerie e, ovviamente, un sacco di soldi in più”.
Poco tempo dopo l’inaugurazione ci si rese però conto che era già inadeguata: servivano due corsie per senso di marcia. I progettisti si rimisero all’opera. E gli anni passarono. “Solo che qui non ci sono stati ostacoli né da parte degli enti locali né dei privati” dice Bovicelli, un omone con baffi da zapatista e l’effigie di Che Guevara sul cellulare. L’Anas sostiene che, se lo Stato avesse elargito a dovere, la superstrada sarebbe finita da un pezzo. Sarà pure così, ma anche i lavori appaltati non è che procedano speditamente. Su 60 chilometri, ne restano da fare la metà. Per i primi 11 ci sono voluti quattro anni. A Roselle, nel 2004, venne trovata una villa romana. La sovrintendenza obbligò l’impresa a costruire un cavalcavia per tutelare il “bene prezioso”. Costò 10 milioni di euro. Utilità? Dubbia. “Più che una villa romana è un rudere di nessun pregio” schernisce Bovicelli.
Per i secondi 9 chilometri della superstrada sono serviti invece cinque anni: lo svincolo di Paganico costruito accanto a un fiumiciattolo. Al primo diluvio finì a catafascio: nuove planimetrie e altri soldi.
Quanto però a lire ed euro volatilizzati il primato indiscusso è della Salerno-Reggio Calabria (4), i 443 chilometri più sventurati d’Italia. Salvo imprevisti, alla fine, costerà 9 miliardi di euro. La ristrutturazione è cominciata nel 1998. Per conoscere la data in cui terminerà non basterebbero le sibille cumane al completo, che pure qui intorno, vicino al Lago d’Averno, si trovavano per oracolare. L’Anas però giura e spergiura che l’incubo avrà fine nel 2012. Intanto, anche quest’estate, i disagi saranno enormi: 62,5 chilometri a unica corsia, il doppio dell’anno scorso, sono la metafora di un Paese in cui rammodernare un’autostrada può diventare disperante.
C’è dunque il famigerato chilometro 131. Il vecchio percorso è diventato uno sgangherato slargo pendente a sinistra in cui stazionano i controllori dell’Anas. Arrivano su una Panda bianca nel tardo pomeriggio. Uno è pelato e fuma il sigaro. L’altro è tarchiato, con i capelli grigi: “La domenica pomeriggio qua è una tragedia” racconta. Snocciola l’elenco degli incidenti mortali: l’impiegato del ministero, la famiglia siciliana, la coppietta in vacanza. Dopo la frana del 1975, l’Anas ha fatto e rifatto almeno tre progetti per questo tratto, lungo 800 metri. Il penultimo nel 2001. “I lavori sono cominciati nel 2004″ spiega Antonio Filardi, sindaco di Nemoli. “Ma si sono fermati poco dopo. Il tracciato era sbagliato: il rischio idrogeologico restava”. Ricapitolando: il tratto era stato costruito nuovamente sulla stessa frana. Ora i lavori sono ripartiti, su un altro progetto ovviamente, lo scorso marzo. “Ci vorranno almeno 4 anni” ammette Filardi. “Ma sembra un miracolo vedere operai per qualche mese di seguito”. Visione non proprio frequente sulla Salerno-Reggio Calabria. Non si ha l’impressione che i lavori fervano. Tra Tarsia e Altomonte, per esempio, si viaggia a corsia unica per più di 10 chilometri. A lato il cantiere è deserto.
Di certo, non è facile rifare le strade in Calabria. La commissione parlamentare Antimafia ha ricostruito tutte le infiltrazioni della ’ndrangheta negli appalti. Ne è venuta fuori la mappa della spartizione: una rigida suddivisione, cosca per cosca, di come la criminalità controlla ogni centimetro d’asfalto.
Così va anche dall’altra parte della costa. La 106 Ionica (6) è l’angusta strada statale che arriva a Taranto: 491 chilometri, di cui appena 65 rifatti. Molti cantieri sono fermi. Partendo dal capoluogo reggino, a una sessantina di chilometri una brusca deviazione segnala i lavori per la variante di Palizzi (6). È lunga 5 chilometri. Quattro gallerie sono scavate. Ma della prima ormai resta poco. È crollata lo scorso dicembre: ci sono mucchi di sabbia e pietre sotto il tunnel, una fioca luce appesa in alto, tubi di gomma, arnesi arrugginiti.
Le indagini della procura reggina hanno chiarito le cause del cedimento. Il cemento era pessimo: acqua e sabbia in abbondanza, ma pochissimo calcestruzzo. Per i magistrati i lavori erano diretti dalla ’ndrangheta, tramite due società. Entrambe, secondo le indagini, dipendevano dalla cosca di Africo Nuovo, capeggiata da Giuseppe Morabito, “’u tiradrittu”, in carcere da 20 anni. Il cantiere è sotto sequestro, sorvegliato da due carabinieri. “Bisogna ripartire al più presto. Non deve finire come a Bova Marina, dove per qualche chilometro ci hanno messo 20 anni” dice Giovanni Nocera, sindaco di Palizzi, mentre da una collina indica avvilito pilastri che sorreggono aria e gallerie che sbucano sul niente.
A 70 chilometri e due ore di viaggio da Palizzi c’è Roccella Ionica, sovrastata da un bel castello medioevale. La 106 taglia in due il paese. In estate ci vuole anche un’ora per fare qualche chilometro. Pure qui l’Anas stava realizzando una variante lunga più di 8 chilometri. Un’altra saga dai contorni epici. I lavori cominciano nel 1985. Dieci anni dopo, una frana fa cedere una galleria. Comincia uno scaricabarile tra l’Anas e l’impresa durato un decennio. Nel 2006 si ricomincia. Ma dopo alcuni attentati, la magistratura sequestra tutto. Il sindaco Sisinio Zito, ex sottosegretario socialista in epoca craxiana, spiega: “I mafiosi fanno intendere: o le cose si fanno alle nostre condizioni o niente. E tutto si blocca. Una sconfitta inaccettabile per lo Stato. La magistratura si deve muovere. E l’Anas trovare nuove soluzioni”.
Un immobilismo che, passato lo stretto, i siciliani conoscono alla perfezione. Per vedere completata la Palermo-Messina ci sono voluti quarant’anni. Ma c’è poco da festeggiare. Prima dello svincolo di Castelbuono (7), una deviazione aggira la galleria Langenia. Il passaggio, lungo un chilometro, è sbarrato dal 26 aprile 2006, giorno in cui un autocarro ha preso fuoco. “I danni sono stati ridicoli, ma è già chiusa da oltre due anni” dice Mario Cicero, sindaco di Castelbuono. “I lavori non sono mai cominciati. In compenso però tre operai sono rimasti per mesi davanti all’ingresso della galleria tutto il giorno”. Il tunnel è abbandonato.
Qualche decina di chilometri più avanti, tra Milazzo e Rometta, da sette anni sono inservibili due gallerie. Due agenti della stradale stazionano nei dintorni: usano lo spazio sgombro per piazzarci l’autovelox. “Mai visto un operaio” dice il più vecchio, un cinquantenne barbuto e laconico.
Non va meglio in Val di Noto, terra di palazzi color oro e spiagge bianche. I lavori dell’autostrada Siracusa-Gela (8) sono iniziati quarant’anni fa. Ma sono stati completati appena una trentina di chilometri. E solo fino a Noto. La continuazione per Rosolini (8) è pronta dal 2006. Eviterebbe file di turisti indemoniati. Manca però l’illuminazione e la segnaletica che, nel mentre, si è scolorita. L’autostrada è gestita dal Consorzio per le autostrade siciliano (Cas), rimasto commissariato per sette anni, fino al 2007. Il nuovo consiglio d’amministrazione, ovviamente, annuncia incisività e solerzia. Il tratto però è stato sequestrato dalla magistratura: dopo tutta l’attesa, c’erano avvallamenti, fenditure e cedimenti sull’asfalto. Ora i lavori sono ripresi sotto la guida dei periti della procura. Finiranno a settembre, assicura il Cas. Allora le cose miglioreranno. Fino a un certo punto, però. Il progetto non ha mai contemplato di raggiungere il lembo più a sud d’Italia. “Fu una barzelletta” ricorda Fernando Cammisuli, sindaco di Portopalo e fresco membro del cda del Cas. “Nel 2000 l’Anas, durante i lavori, si rese conto di aver dimenticato lo svincolo per Pachino”.
In Italia però un rimedio si trova sempre. E la Sicilia, quanto a varianti in corso d’opera, non è mai stata seconda a nessuno. Alla provinciale per Pachino si arriverà dunque con una bretella. Costerà 21,4 milioni di euro. Una sbadataggine, ci mancherebbe. Ma piuttosto cara.
Dopo le pattuglie miste (tre mila uomini dell’esercito a fianco delle forze dell’ordine) per le strade in città, ora per controllare il rispetto delle norme nei cantieri ed evitare gli incidenti sul lavoro, il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, pensa di utilizzare i carabinieri nei cantieri e sta predisponendo un disegno di legge che dovrebbe essere pronto per settembre. “In risposta all’appello del presidente Napolitano per le morti bianche” dice La Russa in un’intervista al quotidiano la Sicilia “intendo irrobustire il controllo sui cantieri, sempre da parte dei carabinieri, con ispezioni a tappeto ma anche a campione”.
Il ministro non esclude che il progetto possa coinvolgere anche i soldati: “Penso a un nucleo di carabinieri, magari con i soldati al loro fianco, finalizzato a controlli a sorpresa. Ci vuole una presenza forte per invertire questa tendenza, chiamiamola culturale o di abitudine. Per me” dice il ministro “si tratta di un problema importante come quello della criminalità”. La Russa ipotizza il ricorso dei militari anche nei cantieri di lavoro per il Ponte sullo Stretto di Messina. “La zona è calda, i militari potrebbero essere utili”.
A oggi quanti sono i “controllori” del lavoro? E quante ispezioni effettuano?
Il Comando Carabinieri per la Tutela del Lavoro, alle dipendenze del Ministero del Lavoro, proprio per accertare violazioni in materia giuslavoristica e legislazione sociale, “sono circa 502 uomini” dice il colonnello Luciano Annicchiarico, comandante del reparto. 502 unità per 107 province, neanche una media di 5 a provincia. Accanto a loro sono preposti a controlli anche i funzionari e gli ispettori civili del Ministero del Lavoro, circa 3000 unità, e gli ispettori Asl. Numeri bassi, non in grado di controllare capillarmente tutto il “territorio aziendale” italiano. E infatti spesso capita che passino anche dieci anni tra un’ispezione e l’altra.
Il ministro, in qualità di reggente di An (dopo l’addio al partito da parte di Gianfranco Fini eletto presidente della Camera), è anche intervenuto sul dibattito Pdl in un’intervista pubblicata su il Riformista. “Il leader è Berlusconi, non necessariamente serve un segretario”, ha detto. E poi detta i tempi: “La tempistica ci porterà ragionevolmente a fare il congresso fondativo a febbraio”. “La leadership di Berlusconi non è in discussione” ha spiegato. “Non perché sia unto dal Signore, ma perché è stato riconosciuto dagli elettori. Tra l’altro Fini, in questa fase, non ambisce alla guida del Pdl, altrimenti non avrebbe fatto la scelta istituzionale”. E ancora: “Ci sarà sicuramente un gruppo dirigente ristretto, non necessariamente un segretario”. Ricordando la fondazione di An, La Russa dice: “A Fiuggi passammo dalla casa del padre a una nuova famiglia. Ora passiamo da una casa a una casa più grande”. Le parole d’ordine? “Identità nazionale, sicurezza, riforme e federalismo solidale”, conclude il Ministro.
Si muore di più sul lavoro (le ultime due vittime, questa mattina nei pressi di Merano: due operai di 27 e 28 anni sono rimasti intossicati dopo essere caduti in una cisterna di un centro di riciclaggio) o sulle strade che non a causa della criminalità o di episodi violenti.
I morti sul lavoro, infatti, sono quasi il doppio degli assassinati e i decessi sulle strade otto volte più degli omicidi. A lanciare l’allarme è il Censis, secondo il quale, tuttavia, “gran parte dell’attenzione pubblica si concentra sulla dimensione della sicurezza rispetto ai fenomeni di criminalità”.
Nel 2007, sono stati 1.170 i decessi per motivi di lavoro in Italia, di cui 609 per infortuni “stradali”, ovvero lungo il tragitto casa-lavoro (in itinere) o in strada durante l’esercizio dell’attività lavorativa. L’Italia, avverte il Censis, è di gran lunga il Paese europeo dove si muore di più sul lavoro. Se si escludono gli infortuni in itinere o comunque avvenuti in strada, non rilevati in modo omogeneo da tutti i Paesi europei, si contano 918 casi in Italia, 678 in Germania, 662 in Spagna, 593 in Francia (in questo caso il confronto è riferito al 2005).
I numeri crescono ancora se si considerano le vittime degli incidenti stradali. Nel 2006, in Italia, i decessi sulle strade sono stati 5.669, più che in Paesi anche più popolosi del nostro: Regno Unito (3.297), Francia (4.709) e Germania (5.091). Gli altri Paesi hanno fatto meglio di noi negli interventi tesi a ridurre i decessi sulle strade. Nel 1995 la Germania era ’maglia nerà in Europa, con 9.454 morti in incidenti stradali, ridotti a 7.503 già nel 2000, per poi diminuire ancora ai livelli attuali. In Francia, si è passati dagli 8.892 morti sulle strade nel 1995 agli 8.079 nel 2000, per poi registrare un ulteriore calo. La riduzione in Italia c’è stata (i morti erano 7.020 nel 1995, 6.649 nel 2000, fino agli attuali 5.669), ma non in maniera così rapida, sottolinea il Censis, tanto da diventare il Paese europeo in cui è più rischioso spostarsi sulle strade.
Mentre se si guarda agli omicidi, in Italia continuano a diminuire. In base ai dati delle fonti ufficiali disponibili elaborati dal Censis, sono passati da 1.042 casi nel 1995 a 818 nel 2000, fino a 663 nel 2006 (-36,4% in 11 anni). Sono molti di più negli altri grandi Paesi europei, dove pure si registra una tendenza alla riduzione: 879 casi in Francia (erano 1.336 nel 1995 e 1.051 nel 2000), 727 in Germania (erano 1.373 nel 1995 e 960 nel 2000), 901 casi nel Regno Unito (erano 909 nel 1995 e 1.002 nel 2000). Anche rispetto alle grandi capitali europee, nelle città italiane si registra un numero minore di omicidi. Nel 2006 a Roma si sono contati 30 casi, quasi come Parigi (29 omicidi, ma erano 102 nel 1995), 33 a Bruxelles, 35 ad Atene, 46 a Madrid, 50 a Berlino, 169 a Londra, che aveva toccato la punta massima (212 omicidi) nel 2003.
“Gran parte dell’impegno politico degli ultimi mesi è stato assorbito dall’obiettivo di garantire la sicurezza dei cittadini rispetto al rischio di subire crimini violenti”, osserva Giuseppe Roma, direttore generale del Censis, commentando i dati. “Tuttavia, se si amplia il concetto di incolumità personale” spiega “e si considerano i rischi maggiori di perdere la vita, risalta in maniera evidente la sfasatura tra pericoli reali e interventi concreti per fronteggiarli. Il luogo di lavoro e la strada mancano ancora di presidi efficaci per garantire la piena sicurezza dei cittadini, e spesso si pensa che perdere la vita in un incidente stradale sia una fatalità. I dati degli altri Paesi europei dimostrano che non è così”.
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“Strada da evitare per asfalto dissestato”: se esistesse un navigatore che dà indicazioni così, andrebbe a ruba. Ma qualcosa di simile c’è: un sito, aperto dalla Fondazione Ania, Associazione nazionale di imprese assicuratrici, che censisce i punti a rischio incidente per voragini, semafori malfunzionanti, segnaletica sbagliata, incroci pericolosi. In Italia sono migliaia.
Il sito, soprattutto nella settimana mondiale della sciurezza stradale (dal 23 al 29 aprile 2007), è già pieno di segnalazioni: uno squarcio lungo viale Diaz a Udine o sulla nazionale di Ranzanico; un incrocio pericoloso al km 153 nord della statale 16; segnaletica inesistente fra viale Lombardia e via Cavallotti a Monza, cartelli sbagliati a Oglianico (Torino)…
La mappa arriva fino alle autostrade, dove sono frequenti i guard-rail danneggiati.
A forte interattività, il sito si nutre ovviamente delle segnalazioni e delle denunce da parte di motociclisti e di automoblisti: bastano solo mandare un’email o fare una telefonata al numero 800433.466. L’idea è creare un database per la raccolta e la consultazione dei punti critici delle strade italiane. Ci pensa poi la Fondazione a girare le segnalazioni agli enti competenti.
Operazione meritoria, ma per ora senza esiti positvi: visto che a fronte i centinaia di segnalazioni, i casi risolti sono una manciata.