Archivio per il tag “Caos”
- Tags: Amia, Caos, Diego-Cammarata, Guido-Bertolaso, immondizia, Palermo, Raffaele-Lombardo, rifiuti, Sicilia, sottosegreario, vertice
-

Per affrontare l’emergenza rifiuti a Palermo, da giorni invasa da cumuli di spazzatura che non viene ritirata per un’agitazione dei netturbini, Comune, Prefettura e Regione hanno chiesto l’intervento di Esercito e Protezione civile.
Quindi in città, ecco arrivare Guido Berolaso, 59enne sottosegratario per l’emergenza rifiuti in Campania e, di fatto, per tutte le altre emergenze nazionali. Per adesso, il nuovo vertice alla presenza del sottosegretario terrà “un esame congiunto della situazione determinata dalla mancata raccolta dei rifiuti e l’individuazione degli interventi necessari a fronteggiare l’emergenza”.
Emergenza che sta montando di volume per le strade del capoluogo sicilano: i roghi di cassonetti hanno bruciato per tutta la notte, impegnando i vigili del fuoco in più di 50 interventi per domare gli incendi dei cumuli di pattume che invadono la città da venerdì scorso. Due giovani sono stati arrestati dai carabinieri nel quartiere Pallavicino, mentre buttavano il contenuto di bottiglia piena di liquido infiammabile su un grosso cumulo di rifiuti accatastati all’interno e nei pressi dei raccoglitori della spazzatura.
La raccolta dei rifiuti non avviene regolarmente da circa un settimana; da quando cioè i lavoratori dell’Amia si sono messi in agitazione: temono, dicono i sindacati, per il pagamento degli stipendi ma anche per il loro futuro. L’azienda municipale dell’igiene ambientale è, infatti, in grave crisi finanziaria e presenta un deficit di 150 milioni di euro benchè l’anno scorso l’amministrazione comunale guidata dal sindaco del Pdl Diego Cammarata abbia raddoppiato la Tarsu. In consiglio comunale il dibattito è quasi finito in rissa, con le opposizioni decisamente contrarie ad un ulteriore rincaro Tarsu del 35%. Alla fine il centrodestra ha dovuto arrendersi all´ostruzionismo dell’opposizione che aveva presentato 1.200 emendamenti.
Cosa potrà fare, in questa ingarbugliata situazione, Bertolaso, si vedrà; intanto i sindacati del gruppo Amia hanno confermato lo sciopero bianco del personale che rispetta in maniera rigorosa il regolamento che prevede la dotazione di particolari dispositivi di sicurezza. Secondo i sindacati al momento questi dispositivi non sarebbero garantiti per tutte le maestranze, per cui chi non è nelle condizioni di lavorare rimane a disposizione dell’azienda senza però espletare il servizio. Sono 2.700 i lavoratori del gruppo (1.800 Amia e 900 Amia Essemme), tra operatori ecologici, addetti alla raccolta dei rifiuti, autisti e personale in servizio nei mezzi di movimento nella discarica di Bellolampo.
Mentre Cammarata giudica “indecente” la situazione (”Credo che la cosa che dovrebbe preoccuparci tutti”, dice il sindaco “è la situazione igienica della città che continua a essere invasa, in modo intollerabile e indecente, dai rifiuti. E invece assisto da parte dei sindacati e dei lavoratori alla scelta di astenersi dal lavoro assumendo una posizione di grave irresponsabilità, e da parte delle opposizioni alla strumentalizzazione di una crisi economica e gestionale di Amia e di altre realtà del sistema delle partecipate del Comune le cui ragioni, legate a un eccessivo peso del costo del personale, sono da tempo a tutti ben chiare e note”), i sindacati confermano che solo chi sarà nelle condizioni di operare, e la verifica sarà fatta giorno per giorno, svolgerà le mansioni previste; gli altri rimarranno a disposizione in azienda. Dunque non è in programma nessuno sciopero né il blocco degli straordinari, ma solo il rispetto rigoroso delle norme di sicurezza che prevedono la dotazione di scarpe, tute, guanti, scope, mezzi meccanici e vari dispositivi a tutela degli operatori; ma l’azienda, secondo i sindacati Fp-Cgil, Fit-Cisl, Uiltrasporti, Fiadel, Ugl e Confisal, non sarebbe nelle condizioni di garantire il materiale. Il rispetto rigoroso del regolamento sta causando rallentamenti nel servizio di raccolta e di pulizia, con la conseguenza che in ogni angolo di strada ci sono cumuli di spazzatura. In molte zone della città i cassonetti sono stracolmi di rifiuti, con sacchetti e materiale di scarto che viene lasciato sui marciapiedi.
Ma l’emergenza rifiuti a Palermo sta acuendo anche l’attrito tra il presidente della Regione Sicilia e il Pdl. Per Raffaele Lombardo “A Palermo c’è una situazione delle aziende, comepresa quella che si occupa della raccolta dei rifiuti, che è totalmente insostenibile. Non so quante centinaia di assunzioni ha fatto quell’amministrazione alla vigilia di varie elezioni. Credo che ci sia un eccesso di personale, ma posso sbagliarmi”. Quindi, dice il governatore “se non si riforma il sistema della raccolta di rifiuti, rischiamo grosso. Sei mesi fa il governo” ha aggiunto Lombardo “ha consegnato all’Assemblea regionale siciliana un disegno di legge che aspetta di essere approvato. Mi auguro che, anche a seguito di questa emergenza palermitana, il primo punto da trattare in assemblea, piuttosto che giochicchiare con le mozioni di censura nei confronti delle persone che lavorano sodo e che non vanno a giocare a poker, sia quello di approvare il disegno di legge”.

Non accetta domande, perché forse non ha tutte le risposte. Non le ha o non le vuole dare, per opportunità politica, per il bene del partito, perché Uolter è buono dentro.
Di fatto l’addio dell’ex segretario del Pd, da oggi deputato semplice Veltroni, è un vero e proprio comizio di commiato, davanti ai vertici del partito, nella sala Adriano di piazza Di Pietra.
Intervento amaro (qui il VIDEO da RaiNews24), pieno di rimpianti e speranze frustate: specchio dei 16 mesi più difficili della sua vita politica al vertice del partito. Nonostante dica di lasciare “sereno e senza sbattere la porta” il suo discorso è pieno di rammarico.
“Sognavo un partito nuovo e aperto. Non ce l’ho fatta e chiedo scusa per questo. Sento di non aver corrisposto alla spinta di innovazione”. Tutto ciò è accaduto per un motivo, precisa, “ho seguito un riflesso antico che io considero un valore: il tentativo di tenere tutti uniti. Anche se poi, come spesso succede, non ci si riesce”. E sul futuro apre ai giovani: “Penso che il passaggio dei prossimi giorni si dovrà accompagnare all’avanzare di forze e energie nuove, ad esperienze legate ai territori e ai nostri amministratori”.
Il ricordo più bello? La manifestazione del 25 ottobre con le bandiere del Pd che sventolavano, simbolo della consapevolezza della gente dell’identità democratica, che a volte è mancata nella classe dirigente del partito. “Lascio” dice “senza sbattere la porta». Le dimissioni sono state una «scelta giusta per mettere al riparo il Pd da ulteriori logoramenti. Perché serve un nuovo clima per costruire quella solidarietà” interna che é necessaria al progetto del Pd. “A chi viene dopo di me” chiude Veltroni “non chiedetegli con l’orologio in mano di ottenere dei risultati. Un grande progetto politico si misura nel tempo”. Veltroni biasima proprio quella “sindrome di logoramento” che ha portato a “bruciare molte leadership nel centrosinistra. Liberiamoci dalla logica che ci ha portati in sei anni a cambiare sei o sette leadership, mentre Berlusconi, se vincesse o perdesse, è rimasto al suo posto. Questa logica ci ha fatto male perché ha trasmesso un’idea di precarietà”. Agli avversari interni la promessa: “Non farò agli altri quello che è stato fatto a me”.
Ce n’è anche per Berlusconi, l’ex leader dei democratici. “Berlusconi ha vinto la battaglia dell’egemonia perché con i suoi mezzi ha stravolto il sistema dei valori e ha costruito un sistema di disvalori contro i quali bisogna combattere con coraggio” si lascia sfuggire. L’ultimo attacco all’avversario che, insieme ai contrasti interni, l’ha affossato: “Berlusconi ha stravolto i valori e costruito un sistema di disvalori contro i quali bisogna combattere con coraggio, va fatto un lavoro profondo nella società. Dire queste cose non è anti-berlusconismo, ma è esercizio della critica che in democrazia è un valore”.
Poi rivendica i suoi successi: “La vocazione maggioritaria del Pd è la cosa a cui tengo di più”. Per Veltroni, l’obiettivo del Pd deve essere “conquistare la maggioranza dei consensi”, una cosa che finora non è mai accaduta neanche quando si sono vinte le elezioni. Un obiettivo da raggiungere “ovviamente non solo con il Pd, ma certamente con una maggioranza riformista. Il Pd non deve essere il vinavil che tiene incollate cose diverse”. Poi una sferzata al centrosinistra: “Bisogna eliminare i personalismi, basta con la sinistra salottiera e giustizialista, la sinistra dev’essere capace di recuperare il giusto rapporto con la vita reale dei cittadini. Serve più solidarietà tra di noi”. Fa degli esempi del “masochismo” del Pd: “Se a un congresso di destra si attacca la sinistra si attirano consensi. E se a un congresso di sinistra si attacca la sinistra si attirano consensi. Bisogna stroncare questo meccanismo. Tornare a essere orgogliosi dei valori che ci tengono uniti”. Quindi un messaggio a come si fa l’opposizione: “Serve un’opposizione riformista. Non serve urlare. Bisogna preparare un’alternativa, cambiare le regole del gioco. Essere anche duri, ma essere riformisti. Che sono sempre stati l’obiettivo dei conservatori”. Quindi sul futuro si lascia sfuggire un: “Annaffiate e amate questa pianta. Non bisogna tornare indietro o il sogno svanisce”. Confermando il proprio impegno: “Da una posizione molto discreta cercherò di dare una mano al progetto del Pd, che è stato la speranza e il sogno politico della mia vita perseguito con tetragona coerenza”.
Si va verso la conclusione: e Veltroni, esperto homo mediaticus, chiude con un classico: i ringraziiamenti. Che vanno alle persone che “nessuno cosnosce”, ovvero gli uomini della sua scorta: “Questa mattina ho scritto una lettera al prefetto per chiedergli di togliermi la scorta”, ha detto, usando parole affettuose anche per gli uomini del suo staff. Poi: “Ringrazio Dario Franceschini per la sua lealtà e solidarietà, che sono virtù rare in un uomo politico”, ovvero quella capacità “per cui anche se non si è d’accordo su qualcosa alla fine si dicono le stesse cose e si condividono le idee di fondo”. E ancora, ecco i grazie al capo dello Stato Giorgio Napolitano, gli ex presidenti della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e Carlo Azeglio Ciampi ma anche i presidenti di Camera e Senato Gianfranco Fini e Renato Schifani “per la correttezza dimostrata in questi mesi”.
Per quanto lo riguarda, Veltroni assicura che darà il suo contributo ma da una “posizione assolutamente discreta”. In realtà, dopo 30 anni ai vertici della politica, dice di voler guardare oltre: “Comincia per me un tempo nuovo”, annuncia l’ex sindaco di Roma che lascia intravedere un’esperienza in Africa: “Si è spesso ironizzato” dice “ma l’Africa è un luogo naturale per chi ha una coscienza civile e ora ho la possibilità di scoprirlo”.
Sono le 12 passate quando Veltroni chiude la sua storia da segretario Pd: “Ho chiesto a Dario (Franceschini, il suo vice, ndr) di assumere le responsabilità di questo momento nella speranza che si possa dare rapidamente certezza; ma poi, senza concitazione, si deve svolgere un congresso con una vera discussione politica, non imbrigliata”: questa la rotta che Walter Veltroni indica.
E infatti: “Il coordinamento ha deciso di dare corso agli adempimenti statutari e, quindi, convocare per sabato l’assemblea costituente, che o eleggerà un nuovo segretario, oppure aprirà il percorso congressuale, come previsto dallo statuto”. Così il portavoce del Pd Andrea Orlando, al termine della riunione del coordinamento. Dunque, per ora, nessuna proposta ufficiale da parte del vertice del partito, ma restano in piedi sia l’ipotesi di eleggere un segretario pro tempore fino alle europee e quindi al congresso di ottobre, sia di aprire la fase congressuale e, nel frattempo, il partito sarebbe retto da una sorta di direttorio collegiale. Orlando specifica che “la decisione sarà presa dopo la riunione dei segretario regionali che si terrà nelle prossime ore. A breve saranno riuniti anche i segretari provinciali del Pd”. È certo, conclude Orlando che “andremo all’assemblea costituente con una proposta che però prima passerà dalla conferenza dei segretari regionali”.
Il VIDEO servizio:
Pd nel caos dopo l’addio di Veltroni. Per la nuova leadership chi scegliereste?

Kennedy e Berlinguer, le figurine Panini e l’Unità, le camice botton down e l’Africa, il “ma anche” e Facebook. Chi non riconoscerebbe da questi indizi il profilo di Walter Veltroni? Il segretario dimissionario del Pd, in trent’anni di onorata carriera, si è costruito un’immagine molto forte ed è stato un grande “sdoganatore” di miti che riempissero il cuore della sinistra orfana delle ideologie e delle vecchie icone.
Di fronte al crollo del muro di Berlino e al naufragio definitivo del socialismo realizzato, il giovane Walter (già leader dei giovani del Pci quando era segretario Enrico Berlinguer) si è rimboccato le maniche e ha cercato di immaginare nuove strade su cui far marciare il popolo della sinistra. Veltroni, forse già prima di Berlusconi, ha intuito la dimensione emozionale della politica, legata al mondo della comunicazione.
Nella società postmoderna con sempre meno fabbriche e operai e sempre più precari e lavoratori intellettuali, è stato Veltroni a immaginare le battaglie contro la proliferazione degli spot nei film in tv (”non si interrompe un’emozione”); e per cementare la fedeltà dei lettori dell’Unità, giornale del quale è stato direttore a metà degli anni ‘90, potevano servire anche le ristampe degli album dei calciatori offerti in allegato.
Le sue idee un pò eretiche (voleva il Partito democratico con Prodi quando pensare a uno scioglimento dei Ds era una bestemmia) e il modo di presentarle (con certe frasi un pò enigmatiche, come “si poteva stare nel Pci senza essere comunisti”) gli sono costate l’ostilità di una fetta consistente del suo partito d’origine.
La competizione con Massimo D’Alema, al di là delle differenze di carattere, è stata soprattutto uno scontro tra due diversi modi di interpretare la funzione del partito dei riformisti. Se D’Alema è sempre stato favorevole alle alleanze, Veltroni (in questo paradossalmente più “comunista” del suo antagonista) ha sempre avuto in mente l’idea di un partito “egemone”, in grado di fare il pieno dei voti di tutti i progressisti, come il partito democratico negli Usa: di qui il suo amore per i Kennedy e lo slogan elettorale ricalcato sullo “Yes we can” di Obama.
Oggi però, Veltroni rischia di passare alla storia come il segretario delle sconfitte. La prima volta nel 2001, quando i Ds da lui guidati batterono tutti i record negativi finendo a un misero 16,6%. La seconda, in circostanze tutte nuove, alle politiche del 2008, seguita dalle due batoste in Abruzzo e in Sardegna.
Certo non pensava di arrivare lì quando il 27 giugno 2007 l’ex sindaco di Roma, si candidava alla segreteria del Pd, con un discorso al Lingotto di Torino. Per Veltroni, il partito sarà la forza riformista che l’Italia non ha mai avuto; tra le righe c’è già la rottura con la sinistra.
24 agosto 2007: Veltroni avverte gli alleati, il suo Pd andrà al voto da solo se non sarà possibile concludere un’alleanza politicamente omogenea. 14 ottobre 2007: primarie del Pd, Veltroni ottiene il 75,81 per cento. “Già oggi penso che siamo il primo partito italiano. Ora dobbiamo andare avanti”. 30 novembre 2007: Veltroni e Berlusconi trovano vari punti di convergenza in un incontro sulla legge elettorale, per un nuovo bipolarismo.
10 febbraio 2008: A Spello, in Umbria, Veltroni lancia la campagna del Pd. “Si può fare” è lo slogan che ricalca lo “Yes, we can” di Obama. Il segretario conferma che l’Unione è finita. Il 13 febbraio, conclude accordo per l’apparentamento con l’Idv di Di Pietro, il 21 febbraio intesa sulle candidature dei radicali nel Pd.
Il primo aprile 2008: in un comizio a Frosinone, Veltroni afferma che “a novembre eravamo sotto di 22 punti, ora siamo lì lì”, come dimostra il nervosismo del “leader dello schieramento a noi avverso”, come chiama Berlusconi per tutta la campagna elettorale.
13-14 aprile 2008: il Pd perde le elezioni: Veltroni rivendica “una grande rimonta” e promette un’ opposizione “riformista” e “di responsabilità nazionale”. 14 maggio 2008: Dibattito sulla fiducia alla Camera, Veltroni promette “un’opposizione civile e non pregiudiziale”; Berlusconi risponde che non ci sarà alcun rifiuto pregiudiziale alle proposte del Pd. 15 maggio 2008: alla direzione del Pd, Veltroni, difende le sue scelte ed in particolare la rottura con la sinistra radicale. “Indietro non si torna”. 20 giugno 2008: aavanti all’assemblea del Pd, Veltroni conferma la rottura del dialogo con il governo e annuncia una manifestazione contro il governo per l’autunno. L’assemblea, cui partecipano 562 delegati su circa 2800 componenti, elegge la direzione del partito. Resta fuori Parisi.
25 ottobre 2008: Manifestazione al Circo Massimo a Roma, il Pd dichiara due milioni e mezzo di presenti. Per Veltroni, l’Italia è migliore della destra che la governa. 5 novembre 2008: Veltroni saluta la vittoria di Obama: “l’aria è cambiata”. 19 dicembre 2008: dopo la sconfitta in Abruzzo e le inchieste su diversi amministratori locali, Veltroni afferma alla direzione del partito che il Pd deve innovarsi profondamente, se non vuole soccombere. Per D’Alema, finora il Pd è un amalgama mal riuscito.
Epilogo il 17 febbraio 2009 - Veltroni mette a disposizione il mandato dopo la sconfitta in Sardegna; il coordinamento del partito gli chiede di restare, ma lui conferma le dimissioni.

Le dimissioni di Walter Veltroni dopo la disfatta elettorale in Sardegna possono essere interpretate in due modi: o come tentativo di bruciare sul tempo gli avversari interni, Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani su tutti, anticipando i tempi del congresso; oppure come una vera presa d’atto di un fallimento personale e politico. Cioè come il primo – e per molti indispensabile - passo verso una rifondazione ex novo del Partito democratico, della sinistra e dell’opposizone in generale.
Nel primo caso saremmo di fronte alla classica operazione di palazzo: un regolamento di conti interno ad una classe dirigente sempre più logora; una sorta di “crisi controllata”, ammesso che sia ancora possibile. Nel secondo caso Veltroni, abbandonando definitivamente la scena, provocherebbe l’azzeramento anche dei vertici a lui ostili, aprendo ad una dirigenza e ad una formula di partito tutti da inventare. Crisi al buio, insomma.
Di certo è che la decisione di confermare le dimissioni ha spiazzato la nomenklatura del Pd, che puntava e punta ad una soluzione di transito: commissariamento del segretario fino alle Europee di giugno, e poi sostituzione con il ticket Bersani-Bindi. Intendiamoci: nessuno, neppure nei dintorni di D’Alema, si illude che questa operazione possa rivelarsi vincente. Servirebbe però nelle intenzioni a trasmutare il Partito democratico in una riedizione dell’Ulivo, stringendo alleanze con l’estrema sinistra ed aprendo all’Udc, il tutto in attesa delle Politiche 2013. E magari sperando che da qui a quattro anni qualche volto nuovo, spendibile come leader, salti fuori. Soprattutto, nella mente di Bersani e D’Alema, la soluzione-ponte dovrebbe mettere in sicurezza il nocciolo duro degli ex Ds, dall’apparato al patrimonio.
Veltroni, sempre più convinto che ci sia una fronda cospicua che gli rema contro, sembra preferire giocarsi il tutto per tutto. O affrontare un congresso a viso aperto, oppure affondare assieme ai compagni-nemici.
Né la prima né la seconda ipotesi tengono però conto della realtà, che a sinistra si è messa a correre e rotolare molto più velocemente dei calcoli del quartier generale romano.
La periferia è in piena rivolta. Ventiquattrore prima della sconfitta in Sardegna, un segnale più piccolo ma altrettanto significativo era venuto da Firenze, dove il 34 enne Matteo Renzi, proveniente dalla Margherita, ha vinto le primarie per la candidatura a sindaco, scombinando il meccanismo ideato da Veltroni e assecondato da D’Alema. Renzi ha infatti battuto sonoramente i due avversari diessini, guarda caso un veltroniano (Lapo Pistelli) e un dalemiano (Michele Ventura). Eppure questo trentenne non è un absolute beginner: a 29 anni era stato eletto presidente della provincia.
Quanti Renzi ci sono in giro per l’Italia, desiderosi di mandare al diavolo i vertici del Pd e i loro diktat? Sicuramente molti più di quanto pensino i Veltroni e i D’Alema nel chiuso delle loro trame romane. Accanto a questa generazione ancora da scoprire, ci sono poi gli amministratori in carica che non ne possono più di ciò che si decide al vertice. Sergio Chiamparino e Mercedes Bresso a Torino, Massimo Cacciari a Venezia, lo stesso Sergio Cofferati a Bologna, in attesa di ritirarsi a vita privata.
Anche Renato Soru era partito con l’idea di dare dalla Sardegna l’assalto al vertice, sconfessando un’ala del partito, indicendo elezioni anticipate, sopportando a stento i big nazionali nella campagna elettorale. Ma soprattutto Soru aveva fatto capire le proprie ambizioni acquistando l’Unità, una iniziativa non propriamente imprenditoriale. La sua doveva essere assieme una ribellione e un takeover sul Pd. Ha fallito anche lui in entrambi i casi.
Altra variabile a rischio nell’orizzonte Democratico: finora la guerra ha visto protagonisti Veltroni e D’Alema, ma non bisogna dimenticare la sempre più marcata insofferenza di Francesco Rutelli e della sua pattuglia di moderati, compreso Enrico Letta. Una scissione della ex Margherita non è affatto da escludere, anche se c’è da chiedersi dove andrebbero questi transfughi. Probabilmente cercherebbero un’alleanza con l’Udc. Ma il cuore e i voti del partito di Pier Ferdinando Casini sono a destra; e infatti l’Udc vince solo quando è alleato con il Pdl.
La scissione resta tuttavia nell’ordine delle cose possibili; anzi probabili. La Margherita verso il centro; gli ex Ds e qualche cattolico di sinistra di nuovo assieme a ciò che resta di Rifondazione, dei Verdi, e alla Cgil. La certificazione del fallimento del Pd e la nascita di due minoranze, politiche e sociali.
Nel mezzo, tutto ciò che Veltroni ha fatto e disfatto dal discorso del Lingotto del giugno 2007 ad oggi. Una sconfitta elettorale prevedibile, e nessuno l’ha imputata all’ex segretario. Ma dopo l’alleanza con Antonio Di Pietro, il ritorno all’antiberlusconismo d’antan, gli appelli contro il “regime” e le piazze in difesa della Costituzione. I giri di valzer con la Cgil. Soprattutto il non aver proposto ricette credibili sulle due priorità degli italiani: l’economia e la sicurezza.
Il risultato è che l’Italia è in pratica l’unico paese occidentale privo di fatto di una opposizione; l’unico anche in cui – nel mezzo della burrasca economica – il governo continui ad aumentare i consensi. Mentre a sinistra, e perfino nel centrodestra, c’è chi riabilita Romano Prodi.
Come fallimento non è di pococonto, per chi aveva promesso una sinistra riformista e si era impegnato a rompere i ponti con il passato. Eppure Veltroni, con una lunga opposizione davanti, avrebbe avuto tutto il tempo di dedicarsi al suo progetto di due anni fa. Non che D’Alema sarebbe stato meglio di lui. E infatti il Pd riparte praticamente da zero.
Come un computer incapace di funzionare, deve essere completamente resettato. Con la perdita di tutti i dati.
Il VIDEO servizio:

Non ci ha ripensato: dimissioni confermate. Walter Veltroni saluta e se ne va.
Non sarà più lui il segretrario del Partito democratico (e la curiosità è che prima del sito del Pd, a dichiararlo ex è stata Wikipedia).
Sono passati 16 mesi dalla sua discesa in campo al Lingotto di Torino, quando rinunciò al suo buen retiro in Africa per dedicarsi a costruire un nuovo partito, sulle ceneri di Ds e Dl. Sedci mesi difficili, duri, in salita. Culminati nella rinuncia e essere (e fare) la sintesi delle divesre anime diessine e margheritine, cattoliche e laiche, della sua compagine.
Logorato dai contrasti interni, dalle spinte in avanti, dalle personalità forti (non sono pochi a vedere in questo “calvario” lo stesso percorso sofferente che fu di Romano Prodi), Veltroni ha detto basta: non sarà più lui il segretrario del Partito democratico. Ha detto addio davanti al coordinamento che è tornato a riunirsi nella sede di Sant’Andrea delle Fratte.
Il Pd nasce ufficialmente il 14 ottobre 2007: in tre milioni incoronano l’ex sindaco di Roma a segretario con il 75% dei voti. Nell’aprile 2008 il primo, impegnativo, banco di prova. E la prima sconfitta: le elezioni politiche, consegnano la vittoria a Silvio Berlusconi e al Pdl. Ed è lì che il leader comincia ad avvertire i primi scricchiolii interni: sono in molti a contestare quella che lui chiama la “vocazione maggioritaria”, cioè la strategia solitaria di andare soli al voto: non si allea con nessuno (tranne che con l’Idv di Antonio Pietro, altro errore che tanti gli rinfacciano), imbarca una pattuglia di radicali e mette nel cassetto l’alleanza con la sinistra radicale. Ma l’urna non premia il Pd.
Da lì, via alla débâcle: il Pd non riesce più a invertire la rotta, 5 sconfitte su 5 tornate elettorali. Nell’aprile 2008 le elezioni regionali e amministrative danno la vittoria al centrodestra. Sempre nell’aprile 2008 le elezioni regionali e amministrative danno la vittoria al centrodestra che strappa al centrosinistra la regione Friuli Venezia Giulia, la provincia di Foggia ed i comuni di Roma e Brescia (il centrosinistra strappa al centrodestra solo i comuni di Vicenza e Sondrio). Nel giugno 2008 il centrodestra fa cappotto alle provinciali siciliane (le province di Enna, Siracusa e Caltanissetta passano dal centrosinistra al centrodestra). Nel dicembre 2008 è la volta della regione Abruzzo. Infine ieri il risultato della Sardegna. Nel mezzo un solo momento per sorridere (davanti ai 2 milioni di elettori del Circo Massimo) e tante (troppe) polemiche sulle questioni etiche, sulle alleanze, sui temi (bio)etici.
Stamattina dalle colonne dell’Unità (”ironia” della sorte: il quotidiano è di Soru) arriva una durissima sentenza: “Il Pd ha toccato il fondo”. E allora, stop. Addio: “Dopo una discussione di diverse ore il segretario del Pd, Walter Veltroni, ha deciso di mantenere l’orientamento di questa mattina e di rassegnare le dimissioni da segretario nazionale del Partito democratico”, ha confermato il portavoce del partito Andrea Orlando leggendo una nota al termine della riunione del coordinamento. Orlando ha aggiunto che mercoledì il segretario spiegherà le motivazioni che lo hanno portato a questa scelta e che tocca ora al vicesegretario del partito Dario Franceschini gestire la delicatissima fase della transizione, di concero con gli organismi dirigenti, sulla base del regolamento statutario.
L’ipotesi di lasciare erar stata messa sul tavolo dal leader nella mattinata di martedì, al coordinamento del partito (presenti tra gli altri Pier Luigi Bersani, Enrico Letta, Rosy Bindi, Piero Fassino e i capigruppo di Camera e Senato Antonello Soro e Anna Finocchiaro) dedicato alla sconfitta elettorale del centrosinistra in Sardegna.
Veltroni avrebbe aperto la riunione spiegando che se il partito è da tempo dilaniato da divisioni e fibrillazioni interne è perché le critiche si concentrano sulla linea politica da lui scelta e sulla sua persona, dunque se “per molti sono un problema” avrebbe detto Veltroni “Mi assumo le responsabilità mie e non. Basta farsi del male, mi dimetto per salvare il progetto al quale ho sempre creduto. Io sono pronto ad andarmene per il bene del partito”. Dichiarazioni ribadite nella sessione pomeridiana del vertice, nonostante il no venuto dai vertici del partito.
Alle argomentazioni dell’ormai ex segretario tutti i membri del coordinamento avrebbero replicato spiegando l’inopportunità di lasciare il partito senza una guida durante una campagna elettorale ed appuntamenti decisivi. Ma, soprattutto, raccontano, tutti al coordinamento avrebbero fatto una assunzione corale di responsabilità. Il primo ad intervenire è stato Pierluigi Bersani (che qualche giorno fa aveva annunciato di voler sfidare Walter al congresso), che ha ribadito la sua lealtà al partito e al progetto, dicendosi pronto a proseguire su questa strada ed anche lui ha rifiutato l’idea che le responsabilità della situazione dipendano dal solo segretario. Poi, ecco le parole del capogruppo del Pd alla Camera Antonello Soro: “Rispetto la decisione di Veltroni che considero un atto di generosità verso il partito. Lui spiegherà le sue ragioni e il mio personale convincimento è che il Pd deve essere molto grato a Veltroni per la sua conduzione”.
Ora il Pd dovrà convocare in tempi rapidi la direzione nazionale, organismo politico del partito. Anche se le bocche restano cucite, le facce un po’ tese e le braccia allargate in segno di “Non dico nulla, non ho nulla da dire”.
Finita l’era del “Si può fare”, è tutto scrivere quello che faranno ora in Largo del Nazareno.
Gli ultimi commenti