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Solo per aver ricordato la lapalissiana verità che “il potere resta maschio” le hanno dato della “agnosa”. Chi: i maschi? No, le femmine. E tutte di rango. Figuriamoci di cosa avrebbero accusato Mara Carfagna (Pdl), ministro delle Pari opportunità, se invece avesse detto che il potere è, sì, maschio, ma l’invidia resta femmina.
E dire che il ministro, complice anche il clima natalizio, era stato molto carino con le sue sorelle di sesso. Tanto da sottolineare: “Le donne sanno aprirsi al dialogo con più garbo, ma a parlare di riforme sono i vertici dei partiti, composti da maschi“. Continua
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“Eat the rich!”, “Mangia il ricco!”, cantava la band londinese dei Motorhead nel 1987. Vent’anni dopo, in piena crisi economica, quel ritornello è diventato un manifesto politico capace di mettere d’accordo soggetti sino a pochi anni fa distanti, dai giovani no global agli operai sull’orlo del licenziamento. Il neonato movimento ha esordito al G20 di Londra squarciando l’aplomb della City.
Ma il nuovo corso alle barricate in stile G8 genovese preferisce altre forme di lotta. In Francia e Belgio gli operai hanno scelto la via del “bossknapping”, il sequestro dei capi, per riaprire trattative o bloccare i licenziamenti. Un modello di conflitto che preoccupa più delle violenze di piazza, scatenate da frange minoritarie. Il Sole 24 ore, quotidiano di proprietà della Confindustria, ha inquadrato il nuovo fantasma che si aggira per l’Europa: “Il ribellismo diffuso può assumere venature populistiche e tendere a saltare le stesse organizzazioni sindacali”.
Il segretario della Cgil Guglielmo Epifani non esclude fenomeni di emulazione: “Io vedo problemi se venissero messi in discussione, dopo la cassa integrazione, i posti di lavoro”. Un campanello d’allarme che sulla rete ha suscitato un tam-tam di soddisfazione nei siti più radicali, dove uno dei documenti più “allegati” è “Mangiati il ricco!”, sottotitolo: “L’anticapitalismo è all’ordine del giorno”.
Questo clima non viene sottovalutato. Gli 007 dell’Aisi (Agenzia informazioni e sicurezza interna, l’ex Sisde) da settimane riattivano contatti o ne cercano di nuovi dentro le fabbriche per capire l’aria che tira. “In Italia i problemi potrebbero arrivare in autunno” prevede un funzionario. Alla sezione Anticrimine dei carabinieri di Roma gli investigatori seguono una pista concreta. Le intercettazioni telefoniche raccontano che qualcuno sta cercando di infettare la protesta operaia.
Il rischio più temuto è che qualche gruppo eversivo in cerca di consenso possa organizzare sequestri lampo come facevano le Brigate rosse negli anni 70. “Il comparto più in fermento è quello dell’auto. È lì che si concentra la nostra attenzione” precisa un investigatore.
Il 25 febbraio, a Piobesi, nella cintura torinese, è stato preso in ostaggio il capo del personale della Olimpia, azienda tessile del gruppo Benetton, dopo la conferma di 143 licenziamenti.
Giorgio Airaudo, segretario della Fiom torinese, vede nero: “Nella nostra provincia a luglio la Iveco e la New Holland toccheranno le 40 settimane di cassa integrazione e dopo poco potrebbero scattare gli esuberi. Di fronte ai licenziamenti non si può escludere una drammatizzazione del conflitto”. Anche perché su 170 mila metalmeccanici in provincia di Torino 58 mila sono in cassa integrazione.
Nel resto d’Italia a marzo il ricorso a questo ammortizzatore è cresciuto del 925 per cento rispetto allo stesso periodo del 2008. Numeri che potrebbero mettere a rischio la pace sociale. “In verità, la radicalizzazione c’è già” prosegue Airaudo. “Il blocco delle merci, i picchetti davanti ai cancelli e le assemblee permanenti sono forme di lotta già attuate in numerosi stabilimenti”.
Vivono giornate tese anche i lavoratori della Lombardia. Per esempio all’Omnia, azienda leader nel settore dei call center: il 1° aprile una cinquantina di dipendenti è scesa in cortile e ha costretto l’amministratore delegato a partecipare a un’assemblea straordinaria. I giornali hanno parlato di sequestro. Nell’hinterland milanese sono molte le iniziative di lotta, dai dipendenti della Nokia a quelli della Metalli preziosi, all’Innse, praticamente in autogestione da giugno. In questo clima il 4 aprile si sono riuniti a Sesto San Giovanni un’ottantina di lavoratori “combattivi” (come si autodefiniscono) in rappresentanza di una ventina di fabbriche. Quali?
L’elenco è il termometro del disagio operaio: Fiat Sata di Melfi, Alfa e Avio di Pomigliano d’Arco, Jabil di Cassina de’ Pecchi, Cabind della Valsusa, Fiat New Holland di Modena, oltre a Falck, Italtractor, Terim, Mangiarotti Nuclear, Innse. I convenuti hanno un obiettivo: fondare un nuovo soggetto politico capace di ingrassare nella pancia della crisi. Sul web www.asloperaicontro.org) si trova il resoconto dell’incontro: “Il Partito operaio nasce ed esiste dove nascono le resistenze operaie contro i padroni”. L’esempio è quello della “Innse di Milano, dove 50 operai stanno lottando da più di 10 mesi con una determinazione incredibile per difendere il lavoro e la loro fabbrica”.
Anche la Francia fa scuola, in particolare le tute blu della Continental: “All’annuncio di chiusura della loro fabbrica hanno reagito, hanno fatto il processo ai loro manager, condannandoli alla pena di morte per alto tradimento e impiccandoli immediatamente, per adesso soltanto simbolicamente con due fantocci”.
Sul web torna di moda la lotta di classe e la ribellione coinvolge anche l’esercito di riserva dei precari, la fascia di lavoratori più debole e indecifrabile, meno sindacalizzata e controllabile. “Non si possono escludere azioni estreme dettate dalla disperazione, soprattutto in mancanza di risposte da parte di governi e amministrazioni locali” avverte Carmela Bonvino, responsabile del settore precariato delle Rappresentanze sindacali di base. “Noi proviamo a organizzare il dissenso in forme legali, però l’attenzione dei mass media per episodi come i sequestri potrebbe far scegliere ai lavoratori scorciatoie controproducenti”.
Per capire l’umore basta consultare i siti marxisti Il pane e le rose o Autprol.org, che per esempio ospita il comunicato di protesta dei giornalisti della free-press confindustriale 24 minuti. Gli investigatori monitorano anche battaglie e documenti dei precari più qualificati, nel campo della ricerca scientifica e della protezione ambientale.
“Questa è una rivolta popolare non coordinata, spontanea. E molto pericolosa” ha avvertito nei giorni scorsi il sociologo francese Jean-Paul Fitoussi, rispolverando il termine conflitto di classe. In questo clima gli investigatori, dai carabinieri del Ros agli 007, temono una saldatura fra la protesta genuina e qualche cattivo maestro che aspira a cavalcarla.
Nel Torinese gli investigatori tengono sotto osservazione l’area anarco-insurrezionalista. Due settimane fa, dalle frequenze di Radio blackout, uno dei portavoce degli squatter piemontesi ha inneggiato al sequestro dei manager.
Per gli inquirenti i nuovi aspiranti ideologi non ragionano più per compartimenti stagni e fanno proselitismo in realtà anche diversissime. Lo confermano inchieste recenti. Per esempio due anni fa è stato “disarticolato” dagli inquirenti milanesi il Partito comunista politico-militare, presunta formazione terroristica che aveva infiltrato con i suoi esponenti sia il sindacato (Vincenzo Sisi, delegato della Cgil, aveva un kalashnikov in giardino) sia i centri sociali. Qualche fiancheggiatore e molti simpatizzanti sono liberi e continuano il lavoro di propaganda in tutti i settori, dal pubblico impiego al precariato. A febbraio, sette presunti neobrigatisti hanno espresso “vicinanza e solidarietà”, dopo gli scontri con la polizia, “agli operai Fiat di Pomigliano, così come a tutte quelle situazioni che lottando non intendono subire passive gli effetti della crisi del capitalismo”.
Ma i cattivi maestri secondo gli investigatori non sono solo in cella. Qualcuno fa il giornalista. Come Paolo Persichetti, ex brigatista condannato a 22 anni e sei mesi di carcere per concorso nell’omicidio del generale Licio Giorgeri: in Francia, dove è fuggito nel 1991, ha insegnato sociologia politica, oggi scrive sul quotidiano comunista Liberazione e ironizza sul passato. Il “bossknapping”? “La Fiat non ne serba un buon ricordo” annota. “Le azioni non “ortodosse” di francesi e belgi, seppur concepite all’interno di una strategia ancora difensiva, riscontrano consensi e successi. Una lezione utile”.
Interpellato da Panorama, Persichetti dice: “In Francia queste pratiche non vengono considerate eversive e sono accettate dall’opinione pubblica”. In Italia spaventano… “Da noi la lotta armata ha raggiunto livelli sconosciuti in Francia, lasciando in eredità la cultura dell’emergenza e la demonizzazione del conflitto. Lo Stato deve capire che quella stagione è chiusa”. Tuttavia, chi legge i suoi articoli non ha questa sensazione. Una “lezione” di cui forse non c’era bisogno.
Ha solo 30 anni ma è un capo assoluto, è nato a Siderno (Reggio Calabria), risiede a Kaarst, nella Renania-Westfalia, e lì è titolare di due pizzerie. Si chiama Giovanni Strangio, da San Luca, Aspromonte reggino, trovato in un appartamento ad Amsterdam con un milione di euro e arrestato, dopo due anni e mezzo di latitanza, ricercato perchè sospettato di essere tra gli autori della strage di Duisburg.
Prima dell’omicidio delle sei persone, davanti al ristorante “Da Bruno” della città tedesca nel Ferragosto di due anni fa, di Giovanni Strangio neanche si parlava. Non era tra quelli più in vista nella geografia mafiosa della locride, anche se era cugino di Maria Strangio, la donna uccisa a Natale del 2006 a San Luca, episodio che gli inquirenti datano come quello della nuova partenza della sanguinosa strage tra i due gruppi criminali aspromontani.
Già in concomitanza con il funerale di Maria Strangio, Giovanni Strangio era stato arrestato dalla Polizia perchè trovato in possesso di una pistola. Ed in carcere era rimasto fino a giugno del 2007. Ma veniva considerato un ‘picciottò di taglia piccola. Poi più niente.
Di lui si erano perse le tracce in Calabria, ma l’8 agosto 2007 Strangio era stato segnalato in Germania. Il 10 aveva affittato un’automobile, una Renault Clio nera. Auto centrale ai fini dell’indagine condotta dalla Polizia tedesca e da quella italiana sull’agguato di metà agosto.
Per ricollegare la mattanza di Duisburg al nome di Giovanni Strangio passarono, in realtà, poche ore. A Kaarst venne, infatti, perquisita la sua abitazione: lui non c’era, ma alla Polizia tedesca era apparsa subito un’abitazione abbandonata in tutta fretta e, del resto, l’identikit diffuso poche ore dopo la strage lasciava pochi dubbi. Quel testimone che racconta alla Polizia di avere visto una persona allontanarsi dal ristorante “Da Bruno” alla guida di un’automobile nera e a forte velocità sembrava essere in tutto e per tutto come la descrizione di Giovanni Strangio.
Lui è un giovane dal cognome pesante, cugino di un altro Strangio, Sebastiano, entrambi considerati i capi della cosca denominata “Iancu”, tra le più radicate e pericolose di San Luca. “Nel corso degli anni - dice la polizia - la cosca ha acquisito un considerevole potere carismatico in forza del vincolo associativo che lega elementi socialmente pericolosi”.
Quando ad agosto 2007 viene emesso il provvedimento contro Giovanni Strangio all’inizio ne nasce anche una querelle: l’ordine di arresto sembra valido solo per il territorio tedesco in quanto il giovane non ha alcuna pendenza penale in Italia. Ma i primi di settembre l’ordine di cattura viene internazionalizzato ed eseguibile dunque in qualsiasi Paese europeo. Da allora è stata caccia all’uomo. L’uomo dagli occhi blu e dai capelli scuri non si trovava, nè a San Luca e nè nella Renania. Era in una casa tra i canali di Amsterdam e lì lo hanno scovato gli uomini di Renato Cortese, il capo della Mobile di Reggio, l’uomo che scova i latitanti, che prima di Strangio aveva arrestato nientemeno che Bernardo Provenzano.
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Nel suo curriculum ha Bernardo Provenzano (l’11 aprile 2006: il suo successo più grande), Giuseppe De Stefano, Gioacchino Piromalli (e tutto il clan), Rocco Gallico, Achille Palmi. Li ha presi tutti Renato Cortese, lo specialista nella cattura dei latitanti (qui una sua intervista VIDEO). È il capo della Squadra mobile di Reggio Calabria che ha arrestato Giovanni Strangio. Quarantaquattro anni, originario di Santa Severina (Crotone), in polizia da oltre 20 anni, è stato a lungo a Palermo, dove ha diretto la Squadra mobile. È passato poi al Servizio centrale operativo (Sco), incarico nel corso del quale ha arrestato Provenzano. Dopo l’arresto del boss di Cosa nostra, Cortese, promosso per meriti di servizio primo dirigente, nel 2007 è stato nominato dirigente della Squadra mobile di Reggio Calabria, dove ha coordinato le indagini sulla faida di San Luca e sulla strage di Duisburg del giorno di Ferragosto del 2007. “La determinazione e la caparbietà” ha detto Cortese, raccontando l’esperienza della cattura di Provenzano “sono essenziali per raggiungere un obiettivo. Alla fine vengono sempre premiati e non bisogna mai arrendersi davanti alle prime difficoltà”.
E anche nell cattura di Strangio queste armi hanno pagato: “Giovanni Strangio risiedeva in un quartiere ubicato a nord-est di Amsterdam. Poco dopo le 23.15 è iniziata l’operazione”, racconta Renato Cortese nel corso di una conferenza stampa stamattina a Reggio Calabria, presenti il questore ed il procuratore della repubblica, Santi Giuffrè e Giuseppe Pignatone.
“Nell’appartamento” ha proseguito Cortese “ha fatto irruzione la polizia olandese ed i nostri uomini. Dentro abbiamo individuato Giovanni Strangio, con la moglie e il figlio e uno dei suoi cognati, Francesco Romeo, latitante dal 1997. A loro siamo giunti ricucendo una serie infinita di elementi probatori, fino a chiarire, già nel dicembre 2007, il coinvolgimento di almeno 50 persone nella faida di San Luca. Tutto questo è stato anche possibile perché siamo riusciti a diventare un unico team investigativo insieme ai colleghi delle polizie tedesca e olandese. Abbiamo quindi sottoposto a vaglio investigativo centinaia di nomi, di targhe di auto e di bigliettini. Poi, dopo il 23 novembre 2008, dopo avere individuato Francesco Romeo lo abbiamo pedinato a lungo fino ad individuare l’appartamento in cui viveva ad Amsterdam e quindi abbiamo monitorato a lungo l’abitazione e finalmente dopo diversi giorni da lì usciva Giovanni Strangio. Si muoveva con cautela travisandosi con occhiali e cappellino e conducendo una vita assolutamente irreprensibile. Quando abbiamo avuto la certezza della sua identità ci siamo confrontati con la polizia olandese ed abbiamo agito di conseguenza. Voglio sottolineare che sono stati mesi di duri sacrifici di cui sono stati protagonisti gli uomini della squadra mobile da me diretti, tra i quali, il vicequestore Renato Panvino ed il commissario Francesco Stampecchia. Oggi, con l’arresto di Giovanni Strangio abbiamo fissato un punto fermo per la chiusura delle indagini sulla strage di Duisburg”.
Gli inquirenti hanno trovato in casa almeno un milione di euro in contanti. La rivelazione è venutadalla polizia di Duisburg durante una conferenza stampa tenuta venerdì mattina nella città tedesca. Oltre ai contanti, nell’appartamento di Amsterdam, al secondo piano di una palazzina con sette appartamenti in tutto, c’erano inoltre alcuni passaporti falsi e un apparecchio per realizzarli.
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Si è suicidato il boss Gaetano Lo Presti, fermato martedì dai carabinieri nell’ambito dell’operazione “Perseo” che ha portato in cella più di 90 persone. L’uomo, già condannato in passato per mafia, è stato trovato impiccato nel carcere di Pagliarelli a Palermo. La notizia è stata confermata da ambienti del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria i quali precisano che il suicida ha usato una cintura.
Gaetano Lo Presti, 52 anni, si era opposto alla ricostituzione della nuova Cupola mafiosa. Capomandamento di ‘Porta nuova’, era uno dei più importanti boss dell’inchiesta.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, Lo Presti, che si è impiccato con la sua cintura, probabilmente, dopo avere letto l’ordinanza che lo ha portato dietro le sbarre “ha assunto consapevolezza” di avere irritato il boss Totò Riina opponendosi alla ricostituzione di Cosa nostra, che tanto stava a cuore al capomafia arrestato nel gennaio del ‘93. La procura ha isposto l’autopsia.
Era proprio Lo Presti che aveva riunito il suoi “fedelissimi”, tra cui Massimo Mulé e Salvatore Milano, in una chiesa per opporsi a quanto deciso dagli avversari. Lo Presti era stato intercettato a lungo e le sue dichiarazioni sono contenute nel provvedimento di fermo che gli era stato notificato. L’uomo racconta, come si legge nelle intercettazioni, molti retroscena che riguardano la creazione della nuova commissione di Cosa Nostra e inconsapevolmente rivela agli investigatori i nomi degli altri boss coinvolti e le strategie che stavano portando avanti.