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carabinieri

Traffico di rifiuti e corruzione: in carcere il vicepresidente del Consiglio Regionale della Lombardia

Franco Nicoli Cristiani (Ansa)

Franco Nicoli Cristiani (Ansa)

Traffico organizzato di rifiuti illeciti e tangenti dal valore di milioni di euro. Con queste accuse sono finiti in carcere il vice presidente del Consiglio della Regione Lombardia, Franco Nicoli Cristiani, il coordinatore dello staff Arpa (Agenzia Regionale per la protezione dell’Ambiente) della Lombardia, Giuseppe Rotondaro e otto imprenditori del Gruppo Locatelli. Continua

Ubriaco mangia salviettine per ingannare l’etilometro

(Credits: Roberto Monaldo / LaPresse)

Controlli con l'etilometro (Credits: Roberto Monaldo / LaPresse)

Quando si è trovato davanti i Carabinieri per un normale controllo stradale non ha avuto dubbi. Un anno fa infatti gli avevano ritirato la patente perchè guidava in stato di ebbrezza. Così in pochi secondi, appena vista la paletta dell’alt, ha cercato una via d’uscita, una salvezza perchè anche quella sera aveva bevuto, e non poco. Continua

Parla Olindo: ridatemi Rosa e buttate via la chiave

Olindo Romano, condannato in primo grado all'ergastolo con la moglie Rosa

Olindo Romano, condannato in primo grado all

A parte la sua Rosa, quel che gli manca di più sono gli hamburger e le patatine. Lo stesso pasto che consumò l’11 dicembre 2006, la notte della strage di Erba: quella per cui è stato condannato all’ergastolo con la moglie. Olindo Romano, netturbino di 47 anni, ora vive sorvegliato a vista in una piccola cella della casa circondariale di Parma. La moglie Rosa Bazzi, sua complice secondo i magistrati, è reclusa 200 chilometri più a nord: nel carcere di Vercelli.
Il processo d’appello dovrebbe cominciare il prossimo gennaio. In questa intervista, la prima mai concessa, Olindo parla della sua detenzione, di quello che successe quella sera, delle indagini e del suo morboso rapporto con Rosa. Leggi l’intervista esclusiva a Olindo

Maroni studia come spostare i carabinieri dalla Difesa al Viminale

 Maroni e La Russa

Il progetto non è ancora nero su bianco ma sotto traccia gli schieramenti cominciano a prendere posizione. Da qualche mese il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, insiste sulla riforma della pubblica sicurezza, una revisione completa della legge 121 del 1981 che smilitarizzò la Polizia e che tuttora regola il coordinamento delle forze dell’ordine. “Attualizzarla, non stravolgerla” dice Maroni. Il suo sogno, mai espresso apertamente ma neanche smentito, è trasferire in futuro i Carabinieri dalla Difesa al Viminale, da cui già oggi dipendono per le funzioni di ordine pubblico.
L’obiettivo raggiungibile concretamente, per ora, è un coordinamento che eviti sprechi e garantisca più sicurezza alla cittadinanza. Comunque vada, sarà una rivoluzione. E Maroni ha anche indicato i tempi della riforma: due anni, cioè entro il trentennale della legge 121 che ricorrerà nel 2011. Un impegno che non sarà facile realizzare.
Il capo della Polizia, Antonio Manganelli, sta già lavorando a un progetto che rimoduli “le articolazioni territoriali delle forze di polizia a carattere generale”, Ps e Carabinieri, come lo stesso Maroni annunciò il 13 gennaio in Senato. Un lavoro lungo e diplomatico che al momento non prevede lo spostamento dell’Arma sotto il Viminale ma cerca di individuare il modo migliore per razionalizzare quanto esiste.
Certo non fu per caso che in gennaio Maroni inviò in Francia due dirigenti del suo ministero per studiare la “rivoluzione francese” attuata da Nicolas Sarkozy: lo spostamento della Gendarmeria, equivalente all’Arma dei carabinieri, alle dipendenze del ministero dell’Interno. Il gendarme resta militare pur prendendo ordini dal prefetto. Oltralpe, però, le sovrapposizioni italiane non ci sono, perché ai gendarmi sono affidati i centri minori e alla polizia le grandi città: proprio uno degli obiettivi del progetto redatto nel 1997 dall’allora sottosegretario all’Interno Giannicola Sinisi.
Idea irrealizzabile secondo Marco Minniti, responsabile del dipartimento sicurezza del Pd ed ex viceministro dell’Interno: “La divisione territoriale non è praticabile, sconvolgerebbe l’Italia” dice a Panorama. “Invece una rivisitazione profonda della legge 121 è indispensabile. Abbiamo cinque forze di polizia più quelle regionali, provinciali e locali. Così come nella legislatura guidata dal centrosinistra varammo con il centrodestra una riforma che pareva impossibile come quella dei servizi segreti, oggi possiamo arrivare a un risultato condiviso”.
Nell’audizione dinanzi alla commissione Antimafia del 2 aprile Maroni espose con chiarezza le sue preoccupazioni. Nei prossimi cinque anni diverse migliaia di poliziotti e carabinieri andranno in pensione e già oggi tutte le forze dell’ordine lamentano una carenza complessiva di circa 23 mila uomini. Anche se nel 2009 saranno arruolati 2.800 poliziotti e carabinieri, secondo il ministro sarà impossibile assumerne altri 20 mila nei prossimi 4 o 5 anni. E dunque va rivisto “il modello organizzativo che vede una sorta di competizione sul territorio” tra Ps e Arma, spesso causa di “diseconomie che devono essere superate”.
Impresa complicata, se solo si pensa che l’Italia è da tempo sottoposta a una procedura d’infrazione da parte dell’Ue per non avere ancora organizzato il 112 come numero unico per le emergenze: resta uno dei cinque centralini esistenti, mentre da anni è il numero unico d’emergenza in tutta Europa. E sembra altrettanto difficile unificare le sale operative, nonostante gli esperimenti positivi di centrali interconnesse come quelle di Trieste (dove una richiesta d’aiuto viene girata a chi è più vicino, compresi i vigili urbani) e di Rovigo.
Maroni sa che dovrà scontrarsi con interessi e abitudini consolidati, tuttavia non nasconde di avere studiato i modelli organizzativi di tutti i paesi europei che “vanno nel senso di una concentrazione delle forze di polizia, di un coordinamento stretto, dell’eliminazione di corpi esistenti per prevedere un sistema omogeneo e che funzioni”. Lo disse in maggio al forum delle polizie locali a Riva del Garda. Proprio la riforma delle polizie locali è considerata dal governo il passo successivo al decreto sicurezza già approvato, e su di essa concordano tutti, dal Pd al Pdl.
Nella maggioranza l’anima di An, storicamente vicina ai carabinieri, alza le antenne quando teme qualcosa di simile a un ridimensionamento dei loro poteri. A cominciare dal ministro della Difesa, Ignazio La Russa, che nel difendere i “suoi” carabinieri insiste anche lui sull’abbattimento dei costi e sul migliore coordinamento. “Le funzioni dell’Arma, che compirà 200 anni nel 2014, non si toccano” premette Filippo Ascierto, deputato di lungo corso, membro della commissione Difesa e maresciallo dei carabinieri, però “razionalizzare ed eliminare le sovrapposizioni è indispensabile”.
Recupero di efficienza e risparmi sono possibili perché secondo il ministro dell’Interno “non è più possibile avere presidi sul territorio che alle 8 di sera chiudono per carenza di personale”. Non è casuale il riferimento alle stazioni dei carabinieri, struttura decisiva nel controllo del territorio che va rafforzata anche secondo Filippo Saltamartini (Pdl), vicequestore aggiunto della Polizia e oggi senatore membro dell’Antimafia.
Raggiungere un migliore coordinamento significa anche definire un punto di mediazione. Ci sono zone con Polizia, Carabinieri e Finanza e altre prive di controllo: in molte aree toccherà probabilmente all’Arma riorganizzarsi, quasi come una doverosa disponibilità dopo avere ottenuto l’autonomia dall’Esercito diventando la quarta forza armata.
Nello stesso tempo gli ufficiali dei Carabinieri potrebbero essere destinati agli stessi incarichi dei prefetti senza per questo rinunciare alla carriera militare. “Un loro maggiore coinvolgimento ai vertici dell’ordine pubblico potrebbe essere un giusto riconoscimento” riflette ancora Minniti. “Perché non pensare in futuro a un carabiniere capo della Criminalpol?”.
Ipotesi, naturalmente. Certo che dal centrosinistra arrivano messaggi che incoraggiano Maroni ad andare avanti, tanto da far proporre a Minniti “un piano straordinario di controllo del territorio anche per decreto legge”. Come ha detto Maroni, ci sono tante idee e proposte diverse. Tra non molto arriverà il momento della sintesi.

Lotta alla mafia. Se Maroni scioglie il paese di La Russa

Volo ad alta quota per Maroni e La Russa

di Carlo Puca e Domenico Calabrò

Eccolo lì profilarsi veloce sul ring mediatico l’ennesimo cruento round del match permanente tra Roberto Maroni e Ignazio La Russa. Un pasticciaccio brutto: lo scioglimento per infiltrazioni mafiose, più che possibile, del consiglio comunale di Paternò.
Cittadina catanese abitata da circa 50 mila persone, Paternò è insieme con Milano la patria politica del titolare della Difesa. Qui Ignazio La Russa è nato. Qui è nato il fratello, l’europarlamentare Romano. E qui ancora (rim)piangono il patriarca, Antonino, segretario fascista nel 1942, fondatore della prima sezione del Msi in Sicilia e senatore per un altro ventennio, quello che va dal 1972 al 1992. Lì vicino, poi, il ministro trascorre le vacanze. Per la precisione a Ragalna, sull’Etna, dove nel giugno 2003, ad amicizia ancora intatta, favorì la nomina ad assessore di Daniela Santanchè, passata alla cronaca paesana per un unico evento mondano: il “Paese delle stelle”.
Insomma, proprio nel paese dei La Russa, dove Ignazio è leader indiscusso, amato e lodato pure dagli sconosciuti, Maroni potrebbe far detonare una piccola bomba atomica. A indagare sulla presunta infiltrazione mafiosa di Paternò furono dapprima i carabinieri. I benemeriti riferiscono in un’aula di tribunale già il 3 settembre 2007, ai tempi del governo Prodi, cioè quando La Russa non era ancora alla Difesa e dunque ministro delegato all’Arma.

Secondo i carabinieri a Paternò si registra “il superamento della tradizionale figura del politico o dell’imprenditore colluso, ma allo stesso tempo estraneo”. Per loro, invece, “col chiaro scopo di superare ogni compiacente mediazione, la mafia aveva occupato direttamente una poltrona“. Il 28 novembre 2008, insieme con altre 23 persone, viene arrestato l’assessore ai Servizi sociali Carmelo Frisenna, il candidato più votato al consiglio comunale nelle elezioni del maggio 2007. Di conseguenza arriva in municipio la cosiddetta commissione d’accesso interforze, incaricata dal ministero dell’Interno di accertare (su richiesta dell’ormai ex prefetto di Catania Giovanni Finazzo) i termini della infiltrazione mafiosa. La commissione ha prodotto una relazione, letta da Panorama, che è stata trasmessa dalla prefettura a Maroni nella prima settimana di agosto, dopo quattro mesi di verifica degli atti. I commissari sono partiti dall’arresto di Frisenna, indicato nella relazione come elemento organico alla cosca Santapaola-Ercolano, per giungere alle insistenti “raccomandazioni” che per conto del clan sarebbero state rivolte ai vari uffici e allo stesso sindaco. Fino a citare ulteriori episodi: dalle famiglie mafiose che ricevono contributi dal comune all’ex vigile urbano sospeso, reintegrato e infine condannato per mafia, che per premio (si fa per dire) ottiene il trasferimento ai servizi sociali. Con ruolo di dirigente. Nell’ordinanza che conferma l’arresto di Frisenna, allegata alla relazione della commissione d’accesso, il giudice per le indagini preliminari di Catania Antonino Fallone scrive: “Non possono non rilevarsi le inquietanti ombre circa la sussistenza di una ‘intesa’ tra gli amministratori del Comune di Paternò e gli esponenti della mafia locale, che perdura tuttora”.
Sussistono, aggiunge, “condizionamenti tali da prendere in seria considerazione lo scioglimento del consiglio comunale conseguente a fenomeni di infiltrazione e di condizionamento di tipo mafioso”.

Il gip registra “la totale infedeltà del Frisenna, stabilmente inserito nell’associazione mafiosa”, così da svolgere “la preminente mansione di tutelare gli interessi della “famiglia” all’interno del consiglio comunale di Paternò, gettando inevitabilmente pesanti ombre circa l’operato dell’intera amministrazione, con particolare riferimento al sindaco Giuseppe Failla (pronto anche a battaglie eclatatnti, la scorsa estate si fece riprendere in mutande per protestare contro l’emergenza rifiuti, qui il VIDEO) e agli assessori “Antonino Cosentino e Salvatore Torrisi, successivamente diventato assessore provinciale”. Sono tutti uomini del Pdl. E tutti si onorano, pubblicamente e a vario titolo, dell’amicizia di Ignazio La Russa. Non ricambiati, in verità, perché il ministro della Difesa vuol tenersi comprensibilmente alla larga da loro. Un’intercettazione, in particolare, appare emblematica.
Cosa nostra punta al controllo dello smaltimento dei rifiuti e Francesco Amantea, interlocutore dei clan di Paternò, spiega a un imprenditore considerato colluso, Rosario Sinatra, ciò che ha intenzione di dire agli amministratori locali: “Carmelino Frisullo deve essere il nostro portavoce, il mio orecchio e i miei occhi. Voi siete padroni a casa vostra. Ma tutto quello che fate a livello politico e di cui discutete deve passare da me. Perché a Paternò non vi faccio camminare più. Vi potete candidare centomila volte!”.

L’assoluta estraneità personale di La Russa è scontata. Ma la vicenda resta fastidiosa. A cominciare dal fatto che il nullaosta definitivo allo scioglimento del comune dovrebbe arrivare dal Consiglio dei ministri, in cui La Russa ha peso personale, oltre che per la rilevanza del suo ministero. D’altra parte il Viminale sembra deciso.
Negli uffici del ministero dell’Interno sottolineano che la lotta alla mafia si fa anche con severe misure sulle amministrazioni locali. Di destra come di sinistra. In teoria Paternò non potrebbe essere salvata nemmeno dalla nuova legge sulla sicurezza pubblica, datata 15 luglio 2009, che riduce i parametri della “mafiosità” ravvisabile. La stessa legge cui ha fatto seguito il “lodo Fondi”, il comune laziale al quale è stato per ora risparmiato lo scioglimento poiché, secondo la spiegazione di Silvio Berlusconi, “diversi ministri hanno fatto notare come nessun componente della giunta o del consiglio comunale sia stato toccato da un avviso di garanzia“.
Invece a Paternò v’è l’indagato, anzi l’arrestato. E pure tutto il resto.

La replica della “rossa” Brambilla: Macché saluto fascista

“Sono allibita. Mai fatto, né pensato alcun gesto apologetico verso il regime fascista, per cui non ho mai mostrato indulgenza e men che mai simpatia”.
Così il ministro per il turismo, la rossa (ma solo per il colore dei capelli, of courseMichela Vittoria Brambilla, ha replicato decisa alla polemica montata, con il passare dei giorni, sulla vicenda del presunto saluto fascista fatto dal ministro del Turismo Michela Vittoria Brambilla a Lecco alla festa dei carabinieri il 5 giugno scorso.
Lei era sul palco e la sua colpa è stata quella di… salutare il pubblico. Ma è stata sorpresa dal fotografo con il braccio alzato e subito qualcuno ha azzardato: il ministro fa il saluto romano.
Un affaire che ha fatto insorgere l’opposizione, che ha chiesto, attraverso alcuni esponenti del Pd, le dimissioni per apologia di fascismo con preventivo chiarimento in sede istituzionale. “Una vergogna senza limiti”, aveva spiegato il capogruppo in Commissione Attività produttive della Camera Andrea Lulli: “l’onorevole Brambilla non faccia finta di non capire”. Il filmato che la ritrae alla festa dei carabinieri di Lecco “non lascia dubbi e mostra chiaramente il ministro del Turismo fare il saluto romano alla fine dell’esecuzione dell’inno nazionale”.
Molto dura, come al solito, la presa di posizione di Beppe Grillo, che sul suo blog così scrive: “Littoria Brambilla ha prestato giuramento alla Repubblica e alla Costituzione come ministro. Per coerenza, durante la festa dei Carabinieri a Lecco, dopo l’Inno di Mameli, ha fatto il saluto romano. Si è fatta prendere dall’entusiasmo. I Carabinieri, benemeriti per aver arrestato a suo tempo Mussolini su ordine del Re, non l’hanno imprigionata per vilipendio alla Repubblica aggravato dalla carica istituzionale. Littoria ogni mattina si guarda allo specchio e si chiede: ‘Chi è la ministra più bella del Reame?’. Lo specchio non risponde, ma lei sa in cuor suo di essere solo la seconda classificata dopo la Carfagna e prima della Gelmini”.
“Ma davvero” ha sottolineato il ministro replicando a tutti “qualcuno in buona fede può pensare che un fermo immagine con la mano alzata, come ne esistono di Berlusconi e D’Alema, di Obama e di Fini, di Bertinotti e Cossiga, possa farmi passare per un ‘ministro che fa il saluto romano?’”.
E soprattutto: “Perchè mai avrei dovuto esibirmi pubblicamente in un gesto tanto condannabile quanto ingiustificato, appena nominata ministro, senza che mai, dico mai, in passato vi siano tracce di miei atteggiamenti, anche velati, in questo senso?”. Quindi, il chiarimento finale: “mai fatto, nè pensato di fare alcun gesto apologetico del regime fascista verso cui non ho mai mostrato indulgenza e men che meno simpatia”.

Il VIDEO  della festa dei carabinieri il 5 giugno scorso:

Passero cade dal nido: soccorso e salvato dai Carabinieri

Hanno trovato un passerotto sull’asfalto e lo hanno raccolto salvandolo da morte certa. Protagonisti dell’episodio tre carabinieri che ieri pomeriggio erano in servizio di ordine pubblico per una manifestazione organizzata da insegnanti e studenti in via Ripamonti, davanti al provveditorato di Milano, per protestare contro le riforme del ministo dell’Istruzione Mariastella Gelmini. I militari, dopo aver passato più di due ore a tenere d’occhio i manifestanti, che ogni tanto lanciavano qualche insulto al loro indirizzo, hanno terminato il servizio. Mentre stavano andando via hanno visto sull’asfato l’uccellino. Cinguettante e vispo, ma troppo piccolo per spiccare il volo e tornare al nido da cui era caduto. I tre militari non si sono persi d’animo e dovendo ritornare in servizio, hanno fermato una cronista, anche lei lì per la manifestazione, per trovare una sistemazione al passero. Alla fine la soluzione più valida è stata quella di portare l’animaletto all’Ente protezione animali. I carabinieri hanno recuperato una scatola di cartone, l’hanno bucata per far passare l’aria e vi hanno posato il volatile, prima di consegnarlo alla cronista perche’ lo portasse all’Enpa. Qui i veterinari hanno fatto sapere che quando l’uccellino sarà in grado di alimentarsi da solo verra’ lasciato libero nel centro WWF di Vanzago. (AGI)

Sventato sexyricatto azzurro a Oddo. Tentato da due poliziotti

Massimo Oddo

Certo più avvezzo ai trucchi degli attaccanti che a quelli degli estorsori, Massimo Oddo, 33 anni, terzino destro del Bayern Monaco (in prestito dal Milan), nonché testimonial di Dolce & Gabbana, c’è cascato in pieno. È stato abbordato da un’avvenente fanciulla, una soubrette svizzero-tedesca, e poi paparazzato da un complice in un residence di Monaco.

Quelle foto, una ventina, dovevano servire per ricattare il calciatore (anche se, secondo l’avvocato di Oddo, Andrea Schietti, quelle fotografie erano insignificanti e comunque assolutamente non idonee a incrinare l’unità familiare). Contattato a Monaco, al campione del mondo 2006 è stata offerta l’alternativa: pagare 150 mila euro oppure vedere le foto “compromettenti ” pubblicate sui giornali. Quando Oddo ha rifiutato, la banda non si è persa d’animo. S’è spostata in Italia, a Milano, dove abita la moglie del terzino, Claudia Crivelli, che qualche anno addietro fu complice di Scherzi a parte simulando un finto tradimento con un amico del marito che fece andare in bestia il calciatore.
Alla signora Oddo è stato chiesto un appuntamento per una comunicazione importante e, quando le sono state mostrate le foto, non ha tradito emozione, anzi, è riuscita a ottenere uno “sconto”: 40 mila euro anziché i 150 mila chiesti al marito. Era una finta: Massimo e Claudia si sono diretti dai carabinieri della compagnia Duomo di Milano e d’intesa con il maggiore Giovanni Pellegrino hanno concordato un appuntamento con gli estorsori per chiudere la vicenda con lo scambio foto-denaro. L’appuntamento era in un bar di corso Garibaldi a Milano, dove Oddo si è presentato in tuta e valigetta con 40 mila euro che erano stati fotocopiati dai carabinieri.
All’appuntamento si sono presentati anche i militari dell’Arma in borghese che hanno documentato lo scambio con una telecamera. Poi sono intervenuti, quando l’estorsore ha raggiunto il collega su un’auto poco lontano, recuperando i soldi e catturando i due. La vera sorpresa è stata quando si è scoperto che i due arrestati sono agenti della Polizia di Stato: Stefano Ricci, 43 anni, già sospeso dal servizio, e Cristiano Tomaino, 40 anni (ora agli arresti domiciliari), entrambi di La Spezia dove lavoravano presso il Centro nautico e sommozzatori.

(Domenico Calabrò)

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