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Caritas
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Il mondo del volontariato sul web non è efficace e non riesce a dialogare con i giovani. Lo dice una ricerca del gruppo di lavoro della dell’Università degli studi di Udine, coordinato da Francesco Pira, docente di Comunicazione sociale e pubblica e Relazioni pubbliche. Il rapporto ha preso in considerazione 23 siti, divisi per otto aree tematiche: pubblica assistenza, volontariato, tutela dell’ambiente, protezione animali, donazione del sangue, economia sociale, tutela dei minori e diritti umani. Di questi soltanto sei sono risultati accessibili: Wwf, Fare Verde, Altro Mercato, Banca Etica, Unicef, Emergency e Telefono Azzurro, che però ha soltanto la possibilità dell’ascolto audio di alcuni contenuti.
“Rispetto alla rilevazione del 2006″, spiega il professor Pira, “è cambiato pochissimo e le critiche che avevamo mosso non sono state raccolte. Non sono aumentati gli investimenti”. Alcuni miglioramenti ci sono stati, soprattutto nelle pagine di Wwf, Altro Mercato, Nessuno Tocchi Caino ed Emergency. Ma l’unica novità viene da Green Peace che trasferisce su You Tube le immagini di alcune attività importanti. Emercgency ha mantenuto alti gli standard dei contenuti, mentre Avis, Fratres e Caritas hanno compiuto piccoli passi in avanti. Nell’insieme, però, il lavoro svolto non è soddisfacente. Secondo Pira questo accade perché “il mondo del volontariato non si fida della rete e forse preferisce concentrarsi in attività sui territori. Ma le due cose non sono incompatibili. C’è un forte bisogno di trovare sul web risposte a quesiti che magari tantissime donne e uomini, ragazze e ragazzi mai riuscirebbero a porre di persona ma potrebbero invece farlo attraverso una mail o un sms”. Scarsa anche l’attenzione per le fasce deboli: “L’accessibilità per i non vedenti, gli ipovedenti e le persone che non fanno uso degli arti è quasi nulla. Non c’è, come abbiamo già detto in passato, nessun obbligo di legge al contrario che per i portali pubblici, ma rimane quello etico-morale”, sottolinea Pira.
Insomma, a fronte di una richiesta sempre maggiore degli utenti (soprattutto giovanissimi), le associazioni italiane non riescono a dare risposte soddisfacenti e non sanno utilizzare il mezzo più immediato a loro disposizione: internet. “Anche perché”, dicono dall’università di Udine, “il volontariato a differenza della politica, delle istituzioni e delle imprese non ha utilizzato e non utilizza per implementare i contenuti i laureati in Relazioni pubbliche o Scienze della comunicazione che hanno il giusto know how per lavorare a questi progetti”.
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Se la libera circolazione dei lavoratori è uno dei concetti chiave dell’integrazione europea, la realtà dei fatti rispecchia perfettamente le intenzioni. L’Europa è ormai stabilmente abitata da cittadini provenienti da altri paesi, comunitari e non. Secondo il dossier Caritas -Migrantes sull’immigrazione gli immigrati con cittadinanza straniera, infatti, sono circa 28 milioni, ma salgono a 50 se si considerano anche quelli che nel frattempo hanno acquistato la cittadinanza. In Italia i dati sono sorprendenti: con 3 milioni 690 mila stranieri regolari siamo secondo Paese di immigrazione, nella UE, dopo la Germania e “pari merito” con la Spagna. Gli extracomunitari sono la metà: su 10 immigrati 5 sono europei (in particolare più di mezzo milione proviene dalla Romania e quasi 100mila dalla Polonia), 4 sono suddivisi tra africani e asiatici e 1 è americano (sudamericano, con più probabilità). Negli ultimi due anni la crescita in Italia è stata davvero corposa, dovuta alla domanda di manodopera delle industrie e delle famiglie (540mila domande), i ricongiungimenti familiari (quasi 100mila) e le nuove nascite tra gli immigrati (60mila).
Mentre l’Europa è caratterizzata da una concentrazione dell’immigrazione in alcune regioni o città, ad esempio Parigi accoglie il 40% di tutti gli stranieri in Francia, e Londra un terzo di quelli presenti in Gran Bretagna, in Italia gli stranieri si distribuiscono molto di più: un quinto degli immigrati vive tra Roma e Milano, sei su dieci sono al nord, ma anche il sud tende ad aumentare la sua quota.
Anche se l’immigrazione regolare è consistente, gli italiani sembrano preoccupati soltanto degli irregolari, che sono anche quelli su cui gravano più denunce penali: i cittadini stranieri incidono per quasi un quarto sulle denunce penali e per oltre un terzo sulle presenze in carcere, ma gli irregolari in determinati reati sono implicati anche in 4 casi su 5 (lo sfruttamento della prostituzione, l’estorsione, il contrabbando e la ricettazione). Per gli stranieri in posizione regolare le denunce si pongono invece negli stessi termini degli italiani.
E agli stranieri l’Italia piace? Incontrano grandi difficoltà nel lavoro, ma ancor di più nella ricerca di una casa: più della metà dei proprietari non vuole affittare a immigrati. Però, a sentire le interviste, il modo di vivere, la cucina, la bellezza e il clima si direbbero impareggiabili.
Guarda la GALLERY sugli ultimi drammatici sbarchi in Sicilia e Calabria . Il VIDEO servizio:

Di Pietrangelo Buttafuoco
Signore un po’ vistose raccolte in preghiera. Gigliola è la più curata: è la sciantosa. Con lei c’è Mela, poi Rosaria, e altre ancora che, insomma, “sono uomini che hanno deciso di diventare donne” spiega Anna Dolei, sociologa. Alcuni sono operati, altri no. “Donne che altro sistema di sopravvivenza non hanno avuto che il meretricio” dice padre Valerio Di Trapani, il responsabile della Caritas.
La chiesa si trova in piazza Cappellini a Catania, è la parrocchia del Crocifisso della buona morte. Il contesto è fin troppo evocativo, a prendersi cura di queste donne pensionate dalla prostituzione sono le suore di Madre Teresa di Calcutta, ma non c’è una sceneggiatura di Pedro Almodóvar. Siamo nel cuore di San Berillo (il quartiere a luci rosse della città erotica e letteraria di Vitaliano Brancati ieri e di Ottavio Cappellani oggi), nel cuore del centro storico, dove queste signore in età non troveranno più posto perché “la bonifica” è in atto.
C’era una volta il quartiere a luci rosse, e neppure tanto tempo fa, forse sono ancora attive le vecchie case, come quella di Nedda Rassu, quella di Mattia Abramo o la Fargione, e in quelle “persiane sempre chiuse” c’erano le divine: la Smith, così chiamata per assonanza con la pistola, e la Martinelli, bella come Elsa, ma travestito come le altre.
E la bonifica che porta illuminazione dove c’era solo oscurità, fognature dove c’era solo il pantano delle deiezioni, con la speculazione edilizia che centuplica i prezzi di questi palazzi, solleva l’urgenza: “Sono rimaste solo le più anziane e le più indifese, come si possono riciclare le professioniste del sesso, vecchietti che sanno solo fare ricotta?”.
Cambiare vita ha un prezzo, precipitare nella povertà estrema: “Come salvare queste creature, tutta povera gente senza nessuno al mondo?” è la domanda che si è posto Nino Strano, senatore di An, per tanti versi un dandy, “eterosessuale attento ai problemi dei gay” dice di sé, che ha immediatamente aiutato padre Valerio e forse ha anche trovato la soluzione. “Ho coinvolto Paolo Colianni, l’assessore per la Famiglia, ma anche Rossana Interlandi, l’assessore per Territorio e ambiente. Con un corso finanziato dalla regione insegniamo loro un nuovo mestiere e ci adoperiamo per inserirle nella società”.
Trasformare i transgender in badanti, per esempio. “Questa settimana abbiamo iniziato alla Caritas un corso di primo soccorso. Accanto a questo” spiega padre Valerio “ci adoperiamo affinché queste donne abbiano una formazione professionale e imparino le nozioni di assistenza: come si sposta un anziano nel suo letto, come si curano le piaghe, come si tengono puliti. Non sarà solo una cooperativa di transessuali, non sarà un altro ghetto di genere. Vogliamo restituirle alla società e non più come emarginate, ma accanto al prossimo e vicine a Dio”.
Troppo ambiguo, spiega ancora padre Valerio, “vedere un prete in faccende di prostitute. Se non ci fosse la presenza dell’Altissimo, non lo farei. Tutto è nato sulla base di incontri in parrocchia con la parola di Dio, e sarà per questo che toglieranno il loro abito da prostitute”.
E gli abiti muliebri? “Purché non sia un abito di seduzione, né di provocazione. Se poi donne si sentono…”.

Un esercito, ma senza armi e senza divisa. E senza diritti, né previdenza sociale, né documenti. Nel nostro Paese le badanti, quelle che in termini sindacali si chiamano assistenti familiari, sono 713.938: quasi un milione di lavoratrici che si prende cura degli oltre 11 milioni di anziani italiani. Un “esercito della salvezza”.
Donne che hanno un identikit ben preciso, che è stato tracciato nei mesi scorsi dall’Università di Padova e dalla “Fondazione Leone Moressa” di Mestre: secondo la ricerca dell’Ateneo patavino le badanti che lavorano in Italia hanno un’età compresa tra i quaranta e i cinquanta anni, sono sposate e hanno un alto grado di scolarizzazione. Il 40 per cento di esse è in possesso di un diploma di scuola superiore mentre ben il 18 per cento ha una laurea, spesso in medicina, o una formazione da infermiera professionale.
Il quadro del settore è stato dipinto dall’Istituto per la ricerca sociale e dalla Caritas Ambrosiana, che hanno elaborato su base statistica i numeri e i dati raccolti a livello nazionale dagli sportelli per l’immigrazione sparsi nelle venti regioni italiane. Dati che raccontano come in molti casi queste donne, che arrivano in prevalenza dai Paesi dell’Est Europa, sono sottopagate e senza documenti in regola. Secondo Irs e Caritas, infatti, solamente il 36,7 per cento delle badanti ha un contratto di lavoro, un permesso di soggiorno e una situazione previdenziale che le permetterà o permetterebbe di avere una pensione. Il 21,4 per cento ha sì i documenti per poter risiedere in Italia senza paura dell’espulsione ma lavora in nero, con stipendi che non superano gli ottocento euro mensili. La stragrande maggioranza di queste donne, però, vive una vita da clandestina: il 41,8 per cento è senza documenti, senza contratto e senza assistenza di alcun tipo.
La colpa, secondo l’istituto di ricerca, è anche degli oneri che la legge impone a chi voglia assumere un’assistente familiare: negli anni scorsi assicurare una donna e versarle i contributi costava, insieme con la retribuzione, un massimo di 898 euro al mese. Ma con il nuovo contratto di lavoro, le spese sono cresciute, fino a toccare i 1.268 euro ogni trenta giorni. Tanto che sono sempre di più gli anziani che non possono permettersi un’assistenza domiciliare: per questo nei giorni scorsi la Cgil ha chiesto aiuti economici alle famiglie e a chi abbia bisogno di una badante. Per spezzare il cerchio del lavoro nero.
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dopo il terremoto
Il ventisei settembre del 1997 alle 2.34 la terra nel centro dell’Italia trema. Poche ore più tardi, alle 11.42, la terra trema un’altra volta. Da allora per oltre un anno, altre 300 scosse di assestamento.
Gli abitanti di Umbria e Marche si apprestano a rivivere gli eventi catastrofici che 10 anni fa hanno messo in ginocchio Nocera Umbra, Colfiorito (comune di Foligno), Gualdo Tadino, Assisi, le province di Camerino e Urbino.
Undici morti, 22mila sfollati e danni ingenti al patrimonio artistico umbro-marchigiano a cominciare dal crollo della Basilica superiore di San Francesco d’Assisi, (in cui morirono due esponenti della soprintendenza e due frati francescani rimasti schiacciati dalle macerie proprio mentre verificavano i danni di una delle scosse precedenti) come rivelano queste immagini a cui è impossibile abituarsi.
Oggi la Basilica più famosa al mondo è tornata al suo antico splendore, continua ad attrarre turisti migliaia di turisti ogni giorno, ma fu riaperta al pubblico già nel 2000 . Mentre esperti restauratori ricostruivano pezzo per pezzo i 130 metri quadri di affreschi di Giotto crollati, gli sfollati lasciavano i container: chi ritornando nelle vecchie case ristrutturate, chi prendendo nuovi alloggi. “Sono soddisfatto dei risultati” commenta Donatello Tinti, sindaco di Nocera, uno dei comuni più colpiti dal terremoto. “Il nostro paese è stato evacuato per il 90% (8mila persone). Oggi il 78% della popolazione ha già un proprio alloggio e la torre simbolo è stata recuperata. Resta da ristrutturare una parte del centro storico, ma nei container per fortuna da anni non c’è più nessuno”. Secondo Tinti, la ricostruzione non ha innescato una moltiplicazione dei costi: 8 erano i miliardi di euro assegnati all’Umbria (altri 4 miliardi sono andati alle Marche), e a tanto si è fermato l’ammontare delle spese.
Un grande aiuto, soprattutto morale, all’indomani del sisma, è arrivato dalle organizzazioni no profit: mentre la protezione civile allestiva gli alloggi di fortuna e la Croce rossa si occupava dell’assistenza sanitaria, la Caritas assieme a 20 mila volontari, è intervenuta costruendo centri di aggregazione (sale per il gioco, per la messa e per le assemblee) e attivando gruppi ricreativi (teatro, pittura e altre attività) che hanno aiutato a ridare il sorriso ai senza tetto. “Da quella bella esperienza”, spiega Vittorio Nozza, il direttore della Caritas italiana che allora era il delegato della Lombardia nel campo di Colfiorito, “in Umbria sono nate delle case di carità permanenti destinate ad accogliere gli sfollati di tutto il mondo: dai tossicodipendenti, alle persone di strada, ai rifugiati del Kosovo”. Il lavoro svolto dai delegati della Caritas che in alcuni casi si è protratto fino al 2002, verrà ripercorso in occasione di un convegno che si terrà sabato 22 settembre proprio a Nocera Umbra.
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dopo la ricostruzione