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Il ministro dell'agricoltura Luca Zaia candidato del centrodestra alla regione Veneto
Altro che calata dei barbari leghisti sul Canal (quasi ex) Galan grande. Dipingere Luca Zaia come il vichingo usurpatore della poltrona del “doge” Giancarlo Galan rischia di diventare un boomerang in mano agli avversari. Alle accuse di inadeguatezza sparategli dal Pd, dall’Udc e dallo stesso Galan (Pdl), il ministro dell’Agricoltura, candidato alla presidenza del Veneto dalla Lega e dal Pdl, risponde con il suo vangelo. Il vangelo secondo Luca. La pista delle sacrestie di questa religiosa terra è importante per la conquista di Palazzo Balbi da parte del primo doge in camicia verde. È la curva più pericolosa per la gara del sorpasso, ingaggiata dal Carroccio con gli alleati del centrodestra sulla via del Veneto. Continua

Umberto Bossi, 68 anni, con il figlio Renzo, 21
Ve lo immaginate Massimo D’Alema presentarsi a un vertice del Pd con il figlio Francesco, o Gianfranco Fini a una riunione alla Camera con la primogenita Giuliana? E Silvio Berlusconi arrivare con il figlio Luigi a un summit del Pdl? Fantapolitica.
L’accusa più tenera sarebbe di familismo. Ma c’è un’eccezione: “re Umberto di Padania”. Come un monarca d’altri tempi che si tiene sempre accanto il delfino, Umberto Bossi riesce a piazzare il secondogenito Renzo nei momenti cruciali. Continua

Non si fermano gli sbarchi a Lampedusa (alle prime luci dell’alba, un gommone con quasi 60 clandestini a bordo è stato soccorso da un pattugliatore della Guardia di Finanza a circa 10 miglia a Sud di Lampedusa. A bordo è stato trovato un salvagente maltese). E continuano le polemiche.
Sia quelle legate alle lentezze di Bruxelles e per le politiche adottate dal governo maltese. Sia quelle, tutte in campo italiano, tra Santa Sede e Lega Nord.
Le alte gerarchie ecclesistiche - dopo le dure prese di posizione all’indomani della tragedia degli oltre 70 migranti morti nel Canale di Sicilia - non risparmiano critiche nei confronti delle nuove norme sul reato di clandestinità e i vertici del Carroccio ribattono con accuse di “comunismo”.
A prendere parte al duello (tutto verbale, ovviamente) sono in quattro. Da una parte, il botta e risposta ministro Calderoli-Monsignor Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio per i Migranti; dall’altra lo scontro Agostino Marchetto- Roberto Cota (il primo, segretario del suddetto Pontificio consiglio che bolla il reato di clandestinità come “Legge ideologica”; il secondo, capogruppo della Lega alla Camera, che risponde a muso duro: “Non si inventi comandamenti”).
La polemica Caderoli-Monsignor Vegliò
Il primo scontro parte da qui: le parole del ministro Roberto Calderoli sono “inaccettabili e offensive, quasi che io sia responsabile della morte di tanti poveri esseri umani inghiottiti dalle acque del Mediterraneo”, risponde in una dichiarazione diffusa alla stampa l’arcivescovo Vegliò per replicare al ministro per la Semplificazione, secondo cui il presule aveva pronunciato parole che “non sono quelle del Vaticano e della Cei”. “Al riguardo, con tutto il rispetto possibile e per amore di verità, vorrei asserire che: come capo dicastero ho il grande onore di fare dichiarazioni a nome della Santa Sede. Forse il signor ministro aveva in mente altre situazioni o si riferiva a qualcun altro”. In un’intervista alla Radio Vaticana del 22 agosto, ripresa poi dall’Osservatore Romano del giorno successivo, il presule aveva fatto sentire la sua voce sulla tragedia del Canale di Sicilia in cui sarebbero morti 73 eritrei, ribadendo il diritto all’accoglienza e al soccorso per i migranti irregolari che cercano di raggiungere le nostre coste.
“La mia dichiarazione” concluce il presule “partiva solo da un fatto concreto, tragico: la morte di tante persone, senza accuse, ma chiamando tutti alla propria responsabilità”.
Ma, difendendo la linea del governo per combattere l’immigrazione clandestina, il ministro leghista aveva detto che “solo un messaggio chiaro” poteva fermare viaggi “non della speranza ma della disperazione, che, purtroppo, hanno portato a morire, nelle acque del canale di Sicilia, tanti, partiti anche sulla base dei messaggi dell’opposizione o di monsignor Vegliò”. Oggi il ministro replica così: “Non si deve sentire accusato, ma piuttosto riflettere sul fatto che la sua uscita dà l’impressione di un conflitto e di tensioni interni alla Chiesa. C’è da domandarsi se i tempi della risposta siano i tempi della Chiesa o piuttosto una reazione al consenso ricevuto da me al meeting di Rimini. Per parte mia, da credente, sono da sempre attento solo alle parole e agli insegnamenti del Santo Padre”.
Botta e risposta fra Cota e monsignor Marchetto
Il “secondo round” tra Carroccio e Vaticano ruota intorno a un intervento pubblicato sulla rivista giuridica online statunitense Jurist di monsignor Agostino Marchetto, segretario del pontificio consiglio per i Migranti e gli Itineranti, in cui torna a criticare duramente il pacchetto sicurezza approvato dal governo. La nuova legge italiana sull’immigrazione che ha “ristretto le norme legate all’immigrazione irregolare e ha trasformato la migrazione irregolare in un reato penale” rappresenta “un peccato originale” nella legislazione sull’immigrazione. L’introduzione del reato di clandestinità, aggiunge Marchetto, “ha significative ripercussioni nella vita concreta del migrante e della sua famiglia“. Tra queste ripercussioni il vescovo ricorda la “difficoltà di trovare un alloggio” o “di inviare le rimesse nei Paesi di origine”. Le nuove norme sull’immigrazione introdotte con il pacchetto sicurezza inoltre “non sono a favore della famiglia”, prosegue mons. Marchetto, convinto che la nuova legislazione italiana in materia di immigrazione comporti ripercussioni importanti sulla vita familiare dei migranti.
E allora la replica di Cota: “Le dichiarazioni di monsignor Marchetto sono a titolo personale” ribatte il capogruppo della Lega alla Camera, “espressione di un pregiudizio politico e non hanno nulla di religioso. Chi parla così sono i soliti che qualcuno definisce cattocomunisti e che in realtà hanno perso il ‘catto’ e sono comunisti. Del resto, con tutto il rispetto, monsignor Marchetto si sta esercitando nell’invenzione di comandamenti senza averne l’autorita”.
E La Russa fa il pompiere
Tenta il ruolo di pompiere, il ministro della Difesa, Ignazio La Russa che getta acqua sul fuoco delle poloemiche e commenta così le polemiche sorte a seguito della tragedia in mare dei migranti eritrei: “Ho grande rispetto per la Chiesa. Capisco la missione della Chiesa, che è quella della carità alla quale mi inchino, che deve essere esercitata nei confronti di tutti. Ma poi c’è una missione diversa che è di chi ha il dovere, prima che il diritto, di far rispettare la legge e appartiene alla politica e alle istituzioni”.

Arriva alle 10 e mezzo puntuale: capelli corti, un po’ di barba, orecchino al lobo sinistro, polo verde e jeans, scarpe da barca. Saluta come i più giovani, con la mano che si chiude a pugno sull’altra all’altezza del petto. Sale in macchina, una Volvo, accende la radio. È Radio popolare. “Sì, ascolto molto anche Radio 24, e Radio Padania naturalmente”. Si sintonizza subito sulle frequenze dell’emittente leghista. Poi preme il tasto che passa al compact disc. È Fabrizio De André. “Non vorrete mica chiedermi perché ascolto De André, spero”.
Inizia così la giornata di Panorama in compagnia di Matteo Salvini (qui il sito ufficiale). Un sabato qualunque alle calcagna di un politico non qualunque. Uno che divide come pochi: ogni volta che apre bocca, specialmente in questi ultimi tempi, viene fuori un quarantotto. Suscita simpatia, ammirazione, empatia. Ma in egual misura genera astio, biasimo, malevolenza. Come, per esempio, quando ha proposto vagoni delle metropolitane riservati ai milanesi. Oppure, da ultimo, quando su Youtube è comparso un filmato (qui il VIDEO incriminato) in cui intonava coretti da stadio contro i tifosi napoletani. Tanti hanno chiesto il suo scalpo. Lui si è dimesso dal Parlamento, ma solo perché è stato eletto a Strasburgo. Doveva scegliere e ha scelto.
Il resto è questo racconto dietro le quinte per provare a capire qualcosa di più di un uomo di 37 anni con due passioni viscerali: la politica e il Milan. Per toccare con mano, al di là del personaggio, il fenomeno Lega nord sul territorio. Un radicamento che si è cementato nel corso di questi ultimi anni e che rappresenta la vera essenza del partito. Le recenti elezioni amministrative ed europee lo hanno detto chiaro: la forza del Carroccio sta in tutti quegli amministratori locali, sindaci, consiglieri provinciali e regionali che fanno politica porta a porta. Che curano personalmente anche l’ultimo dei loro potenziali elettori.
Il Matteo Salvini che emerge da questa giornata è prevalentemente questo. Potrebbe guidare a occhi chiusi tra le vie della zona ovest di Milano. Conosce ogni angolo, ogni negozio. Indica uno per uno quelli che votano per il suo partito. In via Paravia c’è una vecchia cascina del Comune in ristrutturazione. “Mi ha chiamato un gruppo di cittadini, sono imbufaliti. Vedono entrare e uscire da lì figuri di ogni genere”. Siamo vicino a San Siro: “Zona tranquilla, anche se qui comincia l’enclave islamica. C’è una scuola con 110 bambini di cui solo tre sono italiani” dice. C’è un gruppo di donne del quartiere, raccontano di gente che va e che viene, che scavalca la sera tardi ed esce la mattina presto.
Salvini chiama la Digos e insieme a sei agenti in borghese si butta dentro. Fra macerie e spazzatura di ogni genere trova un paio di romeni e di egiziani. Alla fine saluta gli abitanti della zona: “Lunedì farò un’interrogazione al ministro Altero Matteoli. Se non butti giù e ricostruisci, hai voglia a cacciare la gente. Il progetto è bloccato a Roma. Se non ci mandano i dané c’è poco da fare”.
Si va in via Rubens, negozio di articoli sportivi. Antonio, il proprietario, lo abbraccia: “Perché ti sei dimesso? Ho parlato con tutti, la Lega ci rimette almeno 10 mila voti. Stamattina mi chiedevano: ma è vero che se ne va? Uno mi ha detto: se se ne va lui, noi ci ritroviamo gli zingari dentro casa”. Salvini gli spiega la scelta. E l’uomo: “Però hai dato l’8 per mille ai preti”. “No, allo Stato”. “Ma va’ che sei diventato culo e camicia coi preti!”.
Salvini ha bisogno di una maglietta. “Una del Milan con scritto il mio nome dietro. La devo regalare a un tizio del Napoli club”. Il proprietario chiede se non sia meglio allora mettere il nome “Bossi”. “No, lascia perdere, il capo ogni tanto dice che è interista, poi milanista, poi atalantino. Mi sa che ha un po’ le idee confuse”. Antonio, il proprietario, se lo mangia con gli occhi. “Lui è così, pane al pane, vino al vino. E noi vogliamo questo. Tranquillizza la gente”.
Si va in un’autofficina, c’è da cambiare gli anabbaglianti che non funzionano. Un uomo gli mette un giornale sotto il naso, Cronaca qui. Lo apre, c’è un pezzo dal titolo “Separati e divorziati, le colpe dei politici”, con sotto una decina di foto formato tessera. Salvini scuote la testa: “Mi hanno messo tra Bondi e Frattini, compagnia poco edificante”. Ancora: “Ci manca solo che dicano che mi drogo e picchio gli anziani. Non se ne può più”.
Eccola dunque la trincea politica del giovane Salvini: Milano. La scelta di lasciare il Parlamento italiano per Strasburgo è stata fatta perché è lì che si giocheranno partite importanti per la sua città e per la Lega. “Il no alla Turchia è grande come una casa. Andremo a fare i guastatori di un ponte che qualcuno vorrebbe costruire tra l’Europa e quella che per noi è la morte dell’Europa”.
Poi c’è la grana Malpensa: “Combatteremo la lobby delle compagnie che hanno interesse a che non cambi nulla. Alla Sea il presidente Giuseppe Bonomi è fuori dalla grazia di Dio. Lui è uno tosto, anche se forse è juventino”.
Poche ore con Salvini e si capisce come almeno 11 mila milanesi (tante sono le preferenze raccolte in città alle elezioni europee) sentano forte la presenza di questo giovane cresciuto e tutt’altro che sprovveduto. Quando non è al Parlamento europeo è qui, fra la sua gente. Probabilmente li conosce tutti (o quasi) per nome e cognome. “Tanti mi dicono che quando hanno dovuto votare Letizia Moratti si sono turati il naso. Che ha in testa quella donna? Almeno poteva circondarsi di gente che sappia dov’è piazzale Corvetto o Loreto. Ma sia chiaro, se sarà il nostro candidato sindaco la voterò”.
Salvini arriva a casa della madre. Sopra, la sua cameretta ha un lettino piccolo. Ai muri collage di foto da quando era neonato a quando aveva 10 anni. Poster del Milan, soprattutto con i tre olandesi. Uno stemma delle Brigate rossonere e uno della Fossa dei leoni. Su una mensola, un libro di Giorgio Bocca: Il provinciale. “Leggo anche Tiziano Terzani e la letteratura dialettale milanese”. C’è una enciclopedia della musica. “Nella mia sfortunata carriera universitaria, ormai al 32° anno fuori corso in scienze storiche, almeno storia della musica l’avevo data”.
Squilla il cellulare: “Pronto… ciao Mario… Sì, ieri al secondo piano di via Bellerio, sai dove ci sono tutti quegli intellettuali, eri odiato. Ma questo è titolo di merito. Poi, qui lo dico e qui lo nego, Giancarlo Giorgetti rideva. Tranquillo, ci prendiamo le nostre soddisfazioni”. Mette giù. Era Borghezio? “Sì, colloquio riservato. Scazzi interni, antipatie varie”.
La giornata prosegue così, tra amici e giri per la città. Fino a sera, quando, in compagnia della sorella e della fidanzata, Salvini fa il giro delle feste della Lega in Brianza. Migliaia di persone all’aperto che ballano il liscio, bevono birra, mangiano salamelle e costine cotte sulla brace. Sembra di essere alle vecchie feste dell’Unità. Salvini è la star. Tutti lo cercano, lo abbracciano, lo incitano, gli chiedono di fare una foto insieme. Lui non si sottrae, ha una parola per ciascuno, a cominciare dai volontari impegnati nelle cucine.

Sale sul palco e parla per una decina di minuti. Prima a Brugherio poi ad Arcore. Sa toccare i tasti giusti: lavoro, sicurezza, immigrazione. Ricorda che pure il Vaticano ha nel suo codice penale il reato di immigrazione clandestina e invita il cardinale di Milano Dionigi Tettamanzi ad aprire le porte dell’arcivescovado per accogliere una cinquantina di rom. La gente approva e applaude.
Una giornata con Salvini e tocchi con mano quello che si legge nei manuali di scienze politiche: istanze della popolazione che nascono dal basso, un partito che le intercetta, le fa proprie e se ne fa portavoce in tutte le sedi istituzionali. E in fondo è questo che fa la Lega.
Le dichiarazioni su zingari e immigrati, ronde e quant’altro non sono sparate; sono le richieste che il popolo leghista fa ai propri rappresentanti e che loro trasformano in proposta politica. E in fondo è questo lo schema di partito che, soprattutto dopo le ultime elezioni, anche a sinistra cercano di riscoprire.
Chissà, forse anche la “Padania libera” che Salvini invoca nel chiudere il suo discorso sul palco della festa di Arcore è un’istanza della base leghista. “Non so quando, ma arriverà. Statene certi” dice Salvini e le sue parole sfumano sulle note del Va’ pensiero: “Oh mia patria, si bella è perduta…”.

“Il referendum non raggiungerà il quorum”. Per l’onorevole Roberto Cota, capogruppo della Lega Nord alla Camera, non ci sono dubbi. Lo ripete a tamburo battente: il referendum abrogatorio, che vuole introdurre il sistema maggioritario alla Camera e al Senato, non passerà. Le ultime vicende sembrano giocare a favore del Carroccioi: prima hanno ottenuto lo spostamento del voto dalla data delle europee al ballottaggio delle amministrative e ora godono dell’appoggio di Berlusconi che pur andandoa votare (sì) non si è impegnato nella campagna elettorale. Ma, forti delle loro ultime battaglie vinte, i leghisti sperano che la maggior parte degli italiani segua il loro consiglio: preferire alle urne una scampagnata fuori porta. O, nel caso in cui ci si vada per i ballottaggi, non ritirare le schede del referendum.
Onorevole Cota, la Lega punta sull’astensionismo in difesa del “Porcellum”, la legge elettorale scritta dal senatore Calderoli. Perché gli italiani dovrebbero andare al mare anziché votare?
L’astensione è una modalità dell’espressione dei cittadini sul referendum, prevista e garantita dalla costituzione: l’obiettivo è non far raggiungere il quorum (del 50% + 1, ndr). Noi invitiamo gli italiani a non andare a votare, perché se vincerà il sì, avremo una legge truffa: una lista con un solo voto in più delle altre guadagnerà il 55% dei seggi. È antidemocratico e sbagliato, anche se è stato presentato come qualcosa di democratico, come una conquista da parte del cittadino.
Che cosa rischia la Lega, se vince il sì?
Non rischia alcunché, perché sono convinto che il referendum non passerà.
Calderoli definì la legge da lui scritta “una porcata”. In molti la criticarono. Eppure, alle ultime elezioni questa legge elettorale ha garantito al Paese una maggioranza solida. Un “Porcellum” fortunato o efficace per davvero?
La casualità non centra: in realtà la legge Calderoli, al di là delle critiche spesso mosse da più parti, si è dimostrato il sistema più stabile e ha avuto, tra gli altri, il merito di semplificare il quadro politico italiano.
Ma se rimane il “Porcellum” non ci sarà il rischio di governi deboli in futuro, quando per esempio non ci sarà più un politico come Berlusconi in grado di compattare una coalizione?
Non credo. Ciò non toglie che in futuro non si possa mettere in discussione la legge elettorale attualmente in vigore, ma non certo in questo momento. Oggi non è una priorità per il paese: abbiamo un Governo forte e una maggioranza in grado di fare le riforme. Quando sarà il momento opportuno ne discuteremo e non mi stanco a ripeterlo: solo quando sarà approvata la riforma costituzionale. Prima viene il Senato federale e poi una nuova legge elettorale. Farlo ora è sbagliato e sarebbe soltanto una riforma a pezzi e bocconi.
La Germania è uno stato federale e il suo sistema piace anche all’Udc e a D’Alema. Dopo il “Mattarellum”, il “Vassallum” e il “Porcellum”, anche voi siete a favore di un “Tedescum”?
Tutti usano i modelli elettorali come formule chimiche, come se dovessero risolvere i problemi di un paese. Invece prima si farà la riforma costituzionale e poi, in base ad essa, si ritoccherà la legge elettorale. Oggi la legge elettorale non è tra le priorità del paese, che ha una maggioranza in grado di governare.
E allora parliamo della maggioranza: Fini ha detto che andrà a votare e voterà “sì”. Gli ex di An vi vogliono fare fuori?
Fini andrà a votare, perché ha firmato la presentazione di questo Referendum, ma ormai sono in pochi a sostenerlo. Confondere la stabilità con la mancanza di pluralismo è un ragionamento che non tiene. Il Pdl, con la presa di posizione di Berlusconi, è ormai per la non partecipazione e anche Cicchitto di recente si è espresso per il non voto. Di Pietro prima aveva detto di sì, ora è per il no, e anche all’interno del Pd c’è una fronda anti-consultazione.
Avete conquistato l’appoggio del Cavaliere. Si riformerà un asse del Nord contro un asse del Sud appoggiato dagli ex di An?
Inutile dare spiegazioni di cose che non esistono e, sinceramente, queste dietrologie non mi convincono. L’unica certezza è che questo referendum non passerà e che il Governo porterà avanti le riforme. Fini, d’altro canto, anche se a noi non compete dirlo, troverà sicuramente il suo spazio all’interno del Pdl.
E se invece passerà il “sì”?
Siccome non si raggiungerà il quorum, andremo avanti con le riforme e con l’attuazione del federalismo fiscale.
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di Paola Sacchi
Se amate Samba pa ti, la canzone di Carlos Santana, non vi resta che passare un’oretta in compagnia del ministro dell’Agricoltura, il leghista Luca Zaia, nella scuola enologica di Conegliano. Qui riceve ogni lunedì. Ospiti, ma anche telefonate a raffica segnalate appunto dalla suoneria di Samba pa ti. Zaia però non gioca affatto.
Anche tutto il resto della settimana la canzone di Santana continua a suonare in continuazione sul suo telefonino.
“Parlo con tutti, sì, rispondo direttamente io. Questo è un dovere da leghista. Il partito del popolo siamo noi”.
Dietro “Carlos SanZaia” c’è un imperativo categorico della Lega: stare in mezzo alla gente, anzi non sembrare neppure politici, ma trovare sempre una risposta a tutte le richieste. Un modello vincente che ha portato il Carroccio in Veneto a un soffio dal sorpasso. Che ha fatto tremare il governatore Giancarlo Galan e tutto il Pdl. C’è in Veneto un tris d’assi padano che non mollerà finché la Lega non avrà ottenuto la regione. E che, come ha fatto il sindaco di Verona, Flavio Tosi, ha rilanciato chiedendone anche un’altra, preferibilmente la Lombardia. Oltre a Tosi, consolato da Verona, dove la Lega è diventata pure in città il primo partito, c’è il tandem dei quarantenni trevigiani Zaia e Franco Manzato: anche grazie a loro in provincia di Treviso c’è stato il sorpasso al Pdl. Se Zaia è rock, anzi rock latino come la musica di Santana, Manzato, definito il nuovo Zaia perché ne ha preso il posto alla regione come vice di Galan, è lento.
Ma per lento si intende riflessivo: Manzato è laureato in filosofia, tesi sulla violenza del linguaggio nazista. Lo chiamano “lo stratega”. In questi anni, mentre Zaia galoppava, Manzato studiava dietro le quinte modi e tempi del sorpasso del “Lion”, simbolo della Liga veneta, la madre di tutte le leghe. Mentre Zaia andava a tenere comizi anche sulle balle nei fienili, Manzato, barba e pizzetto, faceva nascere la prima scuola quadri della Lega: la Frattocchie verde è a Padova, in un convento benedettino. Ora ha 600 iscritti, attraverso lezioni di storia, economia politica e aziendale ha sfornato decine di amministratori veneti. Zaia andava a Bruxelles a difendere i prodotti italiani, a combattere la battaglia sulle quote latte e conquistava consensi anche in Sicilia per il sostegno alla pesca del tonno.
Manzato intanto commissionava alla Swg uno studio per capire dove dovevano correggersi per diventare una vera Lega di governo. “Da quello studio, commissionato nove anni fa, emerge ora che siamo ritenuti il partito di governo più affidabile. Lo dice il 60 per cento degli interpellati”.
È così che, via via, lo stratega con il pizzetto e il “ministro del popolo” hanno consolidato rapporti con le associazioni di categoria, dalla Cna alla Cia (sempre state vicine alla sinistra), come pure con la grande imprenditoria. Il modello veneto “ha sdoganato definitivamente la Lega come partito di governo” riassume Zaia con Panorana.
Egli è di casa fra gli industriali trevigiani. Mario Moretti Polegato, re delle scarpe Geox, è ritenuto di simpatie padane. Così come l’imprenditore informatico Riccardo Donadon, che con la sua E-Tree è definito il Bill Gates del Veneto.
Partito interclassista ma organizzato sul modello del vecchio Pci. Anche per certi risultati bulgari ottenuti. Forse, anziché parlare di Oppeano, rende di più l’idea definire questo comune di 9 mila abitanti Oppeanograd.
Il sindaco trentenne Alessandro Montagnoli ha sbaragliato tutti con oltre il 75 per cento: correva contro il Pdl, il Pd e Rifondazione messi insieme. Quanto alla struttura, si parte come nel Pci dalle sezioni per arrivare in cima alla piramide. Ma qui le regole sono più leniniste. Ci sono la tessera da sostenitore e quella militante che da diritto al voto: arrivarci non e facile. C’e poi, oltre alla capillarita della presenza sul territorio, quella degli incontri. Tosi ricorda che ne sono stati fatti anche 20 a settimana e quattro-cinque al giorno, con giri nei mercati la mattina (ci va regolarmente anche Tosi), un paio di happy hour leghisti nella tarda mattinata e in serata. Poi i gazebo, ogni fine settimana.

E se telefona un tizio che ha problemi per un bar in Lombardia, che con il suo comune non c’entra nulla, la segreteria ha l’ordine di aiutarlo. “Li ho allevati io: Tosi, Zaia, Manzato, Federico Bricolo, veronese, capogruppo al Senato, e gente sveglia, pragmatica”, dice orgoglioso il segretario della Liga veneta Giampaolo Gobbo. Segretario-pater familias, cultore della storia della Serenessima, e l’unico che non e voluto mai andare a Roma: “Sono un vero autonomista”.
Governa Treviso insieme allo “Sceriffo “, il prosindaco Giancarlo Gentilini. Ne è il volto pacioso. Ogni domenica Gobbo sta in un gazebo. “Li le persone fanno richieste, espongono problemi. Sono i nostri sondaggi, quelli veri” dicono il segretario di Venezia Corrado Callegari e Francesca Zaccariotto, che e arrivata al ballottaggio per la Provincia di Venezia. Un risultato impensabile: “Venezia era la nostra Emilia rossa”. Sorpasso della Lega sul Pdl anche in provincia di Vicenza. “Siamo stati penalizzati dalle europee” sostiene Manuela Dal Lago, ex presidente della provincia e vicecapogruppo alla Camera.
Ma nel suo ufficio a qualcuno scappa una battuta in dialetto: “El ne ga ciava”. Sarebbe: Berlusconi promettendoci il Veneto ci ha fregati. Comunque la Lega va sempre piu oltre la linea del Po. Non e piu solo Lega Nord? Tosi: “No, non e più solo il partito del Nord.
I VIDEO da YouTube sul raduno di Pontida del 14 giugno 2009:
Pontida 2009 Umberto Bossi inizia il suo discorso
Parte del discorso del Ministro Maroni
Tra gli stand del Carroccio:

Alla borsa della politica si classifica come un investimento di medio-lungo termine. Alle elezioni europee conta di “prendere qualche voto in più rispetto alle politiche”. Pier Ferdinando Casini, azionista di maggioranza dell’Udc, guarda fiducioso l’andamento del suo titolo sui listini elettorali. E in questa intervista con Panorama svela le future strategie di collocamento.
Lei è stato presidente della Camera. Oggi al suo posto c’è Gianfranco Fini che tuona contro le leggi ispirate da principi religiosi. Il cattolico Casini che ne pensa?
Penso che Fini abbia un’esigenza di visibilità, come hanno tutti i presidenti della Camera, l’avevo anch’io. Nel suo caso è accentuata dal fatto che il suo partito è diventato quello di Silvio Berlusconi. Non mi scandalizzo per il fatto che intervenga spesso, non lo biasimo neanche. Mi dispiace però che affronti con una disinvoltura eccessiva temi etici che riguardano la sensibilità molto forte di persone e gruppi presenti anche in Parlamento. Il suo richiamo allo Stato etico era fuori luogo e quello alle leggi costruite su precetti religiosi è lunare. La laicità dello Stato è un dato di fatto, ma mi pare che Fini pensi a uno Stato laico in cui non c’è spazio né per Dio né per la religione. È un laicismo di stato che nemmeno Nicolas Sarkozy in Francia più accetta. Noi abbiamo sostenuto in campagna elettorale, contrariamente al Pdl e al Pd, che i temi eticamente sensibili non potevano restare fuori dalla campagna elettorale, sono temi che riguardano la vita e la morte delle persone. I fatti ci hanno dato ragione.
Quelle di Fini sono parole che possono innescare una crisi di rapporti tra Stato e Chiesa?
Non penso che quelle parole siano prese così sul serio oltretevere, dove capiscono perfettamente chi determina oggi la politica italiana. Usare questi temi per farsi una campagna personale francamente è sbagliato. Lo dico con amicizia verso Fini, in molte occasioni condivido le sue esternazioni: quando dice, per esempio, che non si può fare la campagna elettorale sulla pelle degli immigrati. Bene, allora non si può fare neppure sulla pelle della Chiesa e dei cattolici.
Questi sono temi che fanno parte del patrimonio ideale del centrodestra. È un elettorato che per l’Udc è ancora un riferimento?
Più che un elettorato di centrodestra, c’è un elettorato ampio di centro che guarda prevalentemente a destra. Tutti hanno capito che le ragioni che ci hanno portato a dire no all’omologazione nel partito unico di Berlusconi sono valide e non pretestuose. La stessa metodologia con cui è nato e vive il Pdl è emblematica: non è un partito, è Berlusconi. Faccio due esempi. Uno, il rapporto con la Lega. Ho sempre detto che questa formula di governo avrebbe di fatto dato alla Lega la golden share della maggioranza. E non ci siamo sbagliati: dal federalismo alle quote latte, all’immigrazione, è la Lega che detta i temi della politica italiana. Secondo, il Pdl ha proposto di levare le preferenze al Parlamento europeo, noi siamo dall’altra parte. Noi vogliamo le preferenze e le vogliamo anche nella legge elettorale nazionale. Restituire la politica al cittadino significa fargli scegliere i parlamentari.
Lei si è allontanato da Berlusconi ma si sente ancora vicino all’elettorato di centrodestra?
Ho un’idea diversa della politica rispetto a quella di Berlusconi. Non mi sono personalmente né allontanato né avvicinato. Con Silvio ho sempre un buon rapporto personale, però io ho un’idea diversa del futuro del Paese: non vedo bene il bipartitismo, né l’uomo solo al comando, e ho un’idea diversa del Parlamento. Mi interessano tutti i moderati, ovunque si collochino. Il Paese deve essere guidato, non solo eccitato negli istinti e negli umori. Con il popolo del centrodestra c’è un dialogo oggi e ci sarà anche domani.
Facciamo un gioco: lei è Berlusconi e il Pdl è la nuova Dc…
No, per me non…
È un gioco di ruolo: applicherebbe la teoria democristiana del doppio forno al Pdl? Metto il pane in cottura non solo nel forno della Lega ma anche in quello dell’Udc?
Per il Pdl sarebbe più conveniente, per l’Udc non ho uno ma 100 dubbi. Saremmo utilizzati come tappabuchi e questa oggi non può essere la nostra strategia.
Una condizione per tornare a collaborare in futuro con Berlusconi?
Il futuro lo scopriremo solo vivendo. Credo che il Pdl dovrebbe valorizzare molti nostri atteggiamenti di responsabilità: sul lodo Alfano ci siamo astenuti, abbiamo votato sì per i rifiuti di Napoli, rifiutiamo il giustizialismo e sui temi del nucleare abbiamo votato a favore del governo. E adesso lanceremo altre palle: quoziente familiare, liberalizzazioni dei servizi pubblici locali. L’Udc ha pagato il prezzo della perdita del potere, ma oggi non siamo delle vedove, non cerchiamo il potere, cerchiamo di dare un nuovo assetto alla politica italiana.
Quanto tempo avete?
Abbiamo tempo, c’è una legislatura, siamo all’opposizione. Con il Pdl il discorso più serio ora è solo uno: cercare di costruire da posizioni diverse un equilibrio, una risposta chiara sui temi della politica italiana. Così rispettiamo i nostri elettori e anche quelli del Pdl.
Non volete governare, né cogovernare, ma volete contribuire alle scelte del governo.
Vogliamo che il governo capisca che nell’opposizione non ci sono solo sfascisti o l’opposizione che fa Dario Franceschini con il sì al referendum, ma un’opposizione responsabile che quando si tratta di lavorare al bene del Paese lo fa senza cercare posti di potere.
Dopo le europee arrivano le regionali. Con chi vi alleate?
Valuteremo caso per caso. Lo schema delle alleanze esclusive è finito. E non facciamo scelte di convenienza: andiamo nell’85 per cento delle province da soli. Stiamo scalando l’Everest senza gli scarponi.
I sondaggi dicono che Lega e Idv faranno il pieno di voti. Entrerà in crisi lo schema politico?
No, perché c’è uno sbarramento serio che consente la presenza di cinque, sei partiti al massimo. Ma le elezioni bocceranno il bipartitismo perché la crescita della Lega, di Di Pietro e, spero, dell’Udc determinerà il fatto che palesemente il bipartitismo in Italia non c’è. Così verrà bocciata non solo l’idea del Pdl, ma anche l’idea di un Pd che porta solamente a essere l’opposizione di comodo di Berlusconi. Infine, la Lega si gonfierà come una rana. È la conseguenza della politica di Berlusconi: il voto di protesta prima o poi si estingue (pensi al fenomeno Le Pen in Francia), ma la Lega è stata messa in condizione di essere di lotta e di governo, contesta il sistema ma nello stesso tempo ci sta dentro. È una posizione troppo comoda.
Qualche anno fa si parlava del patto dei cinquantenni. C’è Casini, c’è Fini, c’è Giulio Tremonti, non c’è più Walter Veltroni. Lei ha un partito, Fini non lo ha più e Tremonti difficilmente lo avrà. Si sente in prima fila per la leadership futura del Paese o no?
Io cerco di fare una politica seria e spero che il Paese prima o poi mi dia ragione. Detto questo, non è che uno si sveglia al mattino e dice voglio fare il leader. Devono crearsi le condizioni e per fortuna non sono un uomo accecato dalle mie ambizioni.
Voterebbe Berlusconi al Quirinale?
Oggi come oggi no.
Perché?
Al Quirinale c’è Giorgio Napolitano e ci vuole una persona con un identikit super partes. E, francamente, tutto si può dire tranne che Berlusconi sia super partes.
Il giorno in cui Berlusconi dovesse uscire dall’arena politica, l’establishment tornerebbe a giocare un ruolo chiave nella politica. Qual è il suo rapporto con i poteri forti?
I poteri forti non ci sono più, sono tutti deboli. Sarà la gente a decidere. E l’establishment va con chi vince.
Passata la crisi le banche torneranno a giocare il risiko politico…
I banchieri vanno a votare alle primarie del Pd e poi scodinzolano dietro a Tremonti. Hanno uno stomaco con notevoli capacità di adattamento.
Lei pensa ancora a un sistema elettorale alla tedesca?
No, oggi è una pia illusione. Finiremo per votare con la stessa legge elettorale con cui si è votato nel passato, non considero il Porcellum nefasto, spero di vincere la battaglia per introdurre le preferenze.
Lei mi sembra il gatto che gioca con il topo.
Perché?
Non pensa più a un centro mobile, non pensa sia possibile una riforma elettorale, mi pare che lei stia puntando a un’opa futura sul centrodestra.
Non addentriamoci nel gossip della politica.
Cerco di dare una prospettiva logica alle sue risposte.
E allora è chiaro che stiamo investendo sul futuro. Consiglio a tutti di comprare azioni dell’Udc al fixing della politica perché siamo destinati a crescere.
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di Paola Sacchi
Non è esattamente un Gran Torino in versione leghista. Il sindaco veneto di Cittadella, e deputato per il Carroccio, Massimo Bitonci non è come Clint Eastwood, che nel film è l’ultimo bianco in guerra contro gli orientali che hanno invaso il quartiere. Bitonci è un campione della guerra allo straniero clandestino, la sua ordinanza antisbandati (niente residenza senza una soglia minima di reddito) gli ha fatto piovere addosso una caterva di accuse di razzismo, xenofobia e quant’altro. Ma proprio nei confronti di un’extracomunitaria Bitonci ha un debito di riconoscenza: se non fosse stato per Maria, la collaboratrice domestica moldava che da anni tiene le chiavi di casa sua, il sindaco antisbandati non avrebbe più ritrovato l’adorato bastardino di nome Gigio. “Senza di lui i miei figli erano disperati. Maria per giorni fece ricerche finché lo ritrovò” racconta Bitonci a Panorama. Precisa: “Maria è sempre stata in regola. D’altronde tra gli immigrati ci sono quelli che come lei vogliono integrarsi e quelli che vengono qui per delinquere. È solo questi ultimi che non vogliamo”.
Sentimenti condivisi, come dimostra quel che è accaduto a Oppeano, 8 mila anime (di cui oltre 1.000 stranieri), vicino a Verona. Qui è capitato che una famiglia di romeni abbia chiesto al sindaco in camicia verde di fare da padrino a un battesimo. “In 15 anni da sindaco mai nessuno me l’aveva chiesto” riferisce, ancora un po’ sorpreso, Alessandro Montagnoli, che è anche deputato del Carroccio.
Dunque c’è un cuore leghista che batte per gli immigrati? Non proprio. Ricorrenti sono le uscite provenienti dalla pancia dei lumbard che sparano nel mucchio. Tanto più a ridosso delle elezioni. Se anni fa Erminio Boso, detto Obelix per la mole, invitava a prender loro le impronte dei piedi e a rispedirli a casa con gli Hercules dell’Esercito, ora il parlamentare e vicesegretario della Lega lombarda Matteo Salvini ha riproposto una vecchia ricetta di Mario Borghezio: vagoni riservati per i milanesi. E solo pochi anni fa il ministro della Semplificazione normativa Roberto Calderoli non resistette in tv allo sfizio di definire la giornalista palestinese Rula Jebreal “una signora abbronzata”. Esternazioni che non hanno mai fatto la felicità dello stesso leader della Lega Umberto Bossi.
Che i leghisti fossero accompagnati da una certa fama lo sapeva bene anche Sofia, 43 anni, peruviana, da anni badante di Angela, madre del deputato ligure Giacomo Chiappori, leghista verace, uno nel cuore del Senatùr, leader di Alleanza federalista, cioè il Carroccio lato Sud. Racconta scherzandoci sopra lo stesso Chiappori: “Sofia ignorava il mio incarico. Quando mi vide a Tele Imperia tutto incravattato e vestito di verde, a momenti le prendeva un colpo. E sorpresa mi chiese se io fossi davvero un dirigente leghista. Sì, era proprio sorpresa, perché i rapporti che abbiamo con lei cozzavano con l’immagine esterna che si dà della Lega. Lei è da sempre una di famiglia. Non c’è domenica, Pasqua o Natale che non sia invitata”.
Anche Chiappori puntualizza: “Vi dovete mettere bene in testa che noi non siamo razzisti. Vogliamo chi rispetta le nostre regole, chi non butta i crocefissi nel cesso e paga le tasse. Come le due imprese edili di marocchini che operano a Villa Faraldi, il piccolo comune di cui sono sindaco. Quello sì che è un esempio di integrazione. La differenza, quindi, è tra chi si comporta bene e chi si comporta male”.
La stessa linea Maginot tracciata da Gianni Fava, deputato e coordinatore leghista del Centro-Sud. Quando era sindaco di Pomponesco, nel Mantovano, decise di “scommettere su Mohammed, un marocchino che mi dette più di una prova di volersi integrare”. Per Fava “uno diverso dai suoi connazionali che andavano in giro con le mogli piene di lividi per le botte prese. Lui, invece, con la moglie andava al bar, un rapporto alla pari: per un laico come me questo è un test fondamentale”. Mohammed, attraverso regolari graduatorie (”Per lui applicai la riserva” dice Fava), ottenne casa e lavoro.
Anche Manuela Dal Lago, ex presidente della Provincia di Vicenza, vicecapogruppo a Montecitorio, racconta di aver dato una mano a un’albanese a trovare lavoro come infermiera: “Era onesta e perbene e decisi di aiutarla”.
Ma ora che le regole sono più rigide e i respingimenti dei clandestini, secondo il provvedimento sicurezza, vessillo della Lega, avvengono via mare, potranno ripetersi queste storie di integrazione? Angelo Alessandri, presidente federale del Carroccio e candidato sindaco a Reggio Emilia, ricorda che il premier socialista spagnolo José Luis Zapatero “è ancora più duro di noi”. Poi una battuta sferzante: “Si vede che i comunisti scemi stanno solo in Italia”. Alessandri nella sua campagna elettorale a Reggio ha come sostenitori anche due albanesi. “Uno dei due, Altin Alla, da 12 anni in città” sottolinea Alessandri “è fidanzato con Isabella Rossi dei giovani padani”.
Albanese è anche Entela Melani, che, come riferisce il giornale online Varese news, da domestica di una famiglia leghista varesina è diventata candidata del Carroccio al Comune di Golasecca, nella Padania profonda. Chissà se un giorno si candiderà anche Maria, la cameriera romena che lavora nell’agriturismo dello zio del deputato Maurizio Fugatti, segretario leghista del Trentino. Racconta: “Ogni volta mi saluta con un “Viva la Lega””.
Sorpresa finale, anche in casa del cattivissimo Salvini c’è stata una badante straniera: “Rosa, peruviana, accudiva mia nonna morta 4 anni fa. L’avevamo trovata tramite la parrocchia”. Ha mai redarguito le sue intemperanze? “Scherza? Semmai, avveniva il contrario. Era imbufalita con i connazionali che nel parco sotto casa di notte sporcavano, schiamazzavano e facevano molto altro. Diceva che questa gente rovinava soprattutto l’immagine delle persone perbene come lei. E quando non ne poteva più gridava: “Questi cacciateli via tutti, qui siete troppo tolleranti””.
Si Salvi(ni) chi può.