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di Paola Sacchi
Non è esattamente un Gran Torino in versione leghista. Il sindaco veneto di Cittadella, e deputato per il Carroccio, Massimo Bitonci non è come Clint Eastwood, che nel film è l’ultimo bianco in guerra contro gli orientali che hanno invaso il quartiere. Bitonci è un campione della guerra allo straniero clandestino, la sua ordinanza antisbandati (niente residenza senza una soglia minima di reddito) gli ha fatto piovere addosso una caterva di accuse di razzismo, xenofobia e quant’altro. Ma proprio nei confronti di un’extracomunitaria Bitonci ha un debito di riconoscenza: se non fosse stato per Maria, la collaboratrice domestica moldava che da anni tiene le chiavi di casa sua, il sindaco antisbandati non avrebbe più ritrovato l’adorato bastardino di nome Gigio. “Senza di lui i miei figli erano disperati. Maria per giorni fece ricerche finché lo ritrovò” racconta Bitonci a Panorama. Precisa: “Maria è sempre stata in regola. D’altronde tra gli immigrati ci sono quelli che come lei vogliono integrarsi e quelli che vengono qui per delinquere. È solo questi ultimi che non vogliamo”.
Sentimenti condivisi, come dimostra quel che è accaduto a Oppeano, 8 mila anime (di cui oltre 1.000 stranieri), vicino a Verona. Qui è capitato che una famiglia di romeni abbia chiesto al sindaco in camicia verde di fare da padrino a un battesimo. “In 15 anni da sindaco mai nessuno me l’aveva chiesto” riferisce, ancora un po’ sorpreso, Alessandro Montagnoli, che è anche deputato del Carroccio.
Dunque c’è un cuore leghista che batte per gli immigrati? Non proprio. Ricorrenti sono le uscite provenienti dalla pancia dei lumbard che sparano nel mucchio. Tanto più a ridosso delle elezioni. Se anni fa Erminio Boso, detto Obelix per la mole, invitava a prender loro le impronte dei piedi e a rispedirli a casa con gli Hercules dell’Esercito, ora il parlamentare e vicesegretario della Lega lombarda Matteo Salvini ha riproposto una vecchia ricetta di Mario Borghezio: vagoni riservati per i milanesi. E solo pochi anni fa il ministro della Semplificazione normativa Roberto Calderoli non resistette in tv allo sfizio di definire la giornalista palestinese Rula Jebreal “una signora abbronzata”. Esternazioni che non hanno mai fatto la felicità dello stesso leader della Lega Umberto Bossi.
Che i leghisti fossero accompagnati da una certa fama lo sapeva bene anche Sofia, 43 anni, peruviana, da anni badante di Angela, madre del deputato ligure Giacomo Chiappori, leghista verace, uno nel cuore del Senatùr, leader di Alleanza federalista, cioè il Carroccio lato Sud. Racconta scherzandoci sopra lo stesso Chiappori: “Sofia ignorava il mio incarico. Quando mi vide a Tele Imperia tutto incravattato e vestito di verde, a momenti le prendeva un colpo. E sorpresa mi chiese se io fossi davvero un dirigente leghista. Sì, era proprio sorpresa, perché i rapporti che abbiamo con lei cozzavano con l’immagine esterna che si dà della Lega. Lei è da sempre una di famiglia. Non c’è domenica, Pasqua o Natale che non sia invitata”.
Anche Chiappori puntualizza: “Vi dovete mettere bene in testa che noi non siamo razzisti. Vogliamo chi rispetta le nostre regole, chi non butta i crocefissi nel cesso e paga le tasse. Come le due imprese edili di marocchini che operano a Villa Faraldi, il piccolo comune di cui sono sindaco. Quello sì che è un esempio di integrazione. La differenza, quindi, è tra chi si comporta bene e chi si comporta male”.
La stessa linea Maginot tracciata da Gianni Fava, deputato e coordinatore leghista del Centro-Sud. Quando era sindaco di Pomponesco, nel Mantovano, decise di “scommettere su Mohammed, un marocchino che mi dette più di una prova di volersi integrare”. Per Fava “uno diverso dai suoi connazionali che andavano in giro con le mogli piene di lividi per le botte prese. Lui, invece, con la moglie andava al bar, un rapporto alla pari: per un laico come me questo è un test fondamentale”. Mohammed, attraverso regolari graduatorie (”Per lui applicai la riserva” dice Fava), ottenne casa e lavoro.
Anche Manuela Dal Lago, ex presidente della Provincia di Vicenza, vicecapogruppo a Montecitorio, racconta di aver dato una mano a un’albanese a trovare lavoro come infermiera: “Era onesta e perbene e decisi di aiutarla”.
Ma ora che le regole sono più rigide e i respingimenti dei clandestini, secondo il provvedimento sicurezza, vessillo della Lega, avvengono via mare, potranno ripetersi queste storie di integrazione? Angelo Alessandri, presidente federale del Carroccio e candidato sindaco a Reggio Emilia, ricorda che il premier socialista spagnolo José Luis Zapatero “è ancora più duro di noi”. Poi una battuta sferzante: “Si vede che i comunisti scemi stanno solo in Italia”. Alessandri nella sua campagna elettorale a Reggio ha come sostenitori anche due albanesi. “Uno dei due, Altin Alla, da 12 anni in città” sottolinea Alessandri “è fidanzato con Isabella Rossi dei giovani padani”.
Albanese è anche Entela Melani, che, come riferisce il giornale online Varese news, da domestica di una famiglia leghista varesina è diventata candidata del Carroccio al Comune di Golasecca, nella Padania profonda. Chissà se un giorno si candiderà anche Maria, la cameriera romena che lavora nell’agriturismo dello zio del deputato Maurizio Fugatti, segretario leghista del Trentino. Racconta: “Ogni volta mi saluta con un “Viva la Lega””.
Sorpresa finale, anche in casa del cattivissimo Salvini c’è stata una badante straniera: “Rosa, peruviana, accudiva mia nonna morta 4 anni fa. L’avevamo trovata tramite la parrocchia”. Ha mai redarguito le sue intemperanze? “Scherza? Semmai, avveniva il contrario. Era imbufalita con i connazionali che nel parco sotto casa di notte sporcavano, schiamazzavano e facevano molto altro. Diceva che questa gente rovinava soprattutto l’immagine delle persone perbene come lei. E quando non ne poteva più gridava: “Questi cacciateli via tutti, qui siete troppo tolleranti””.
Si Salvi(ni) chi può.
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Insorgono le toghe italiane. Contro il ministro delle Riforme per il Federalismo, nonché leader della Lega, Umberto Bossi. Tema: i pm eletti dal popolo.
L’idea, non nuova per il Carroccio, viene risbandierata, 48 ore fa , nel corso di un comizio elettorale a Mestre dal Senatùr: per lui la proposta del Carroccio di magistrati eletti a livello regionale è una scelta di democrazia: “Il prossimo passo dopo il federalismo” ha detto Bossi “è quello dell’elezione da parte dei popoli dei magistrati perché ogni popolo deve avere la propria possibilità di esprimersi”. L’esempio, per il leader leghista è quello elvetico: “Bisogna fare come con i cantoni in Svizzera” ha aggiunto “in Italia solo Roberto Castelli quando era ministro della Giustizia è riuscito a fare qualche cosa”.
Ma passano, appunto, due giorni, ed ecco la risposta dei magistrati. Per bocca del presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati Luca Palamara e del segretario dell’associazione Giuseppe Cascini. “Magistrati eletti? Così si calpesta la Costituzione e non si garantisce l’indipendenza della magistratura dal potere politico a garanzia dei cittadini”, dice il primo. “La Costituzione italiana è una cosa molto seria e non dovrebbe mai essere affrontata con battute estemporanee”, dichiara il secondo all’Adnkronos.
Cascini sottolinea inoltre come il sistema di accesso in magistratura italiano “è previsto dalla Costituzione ed è un sistema tra i migliori nel mondo per le garanzie che offre in termini di professionalità e indipendenza; mentre non credo” aggiunge “he lo stesso possa dirsi con riferimento ad altre funzioni di nomina elettiva”. Gli fa eco Palamara: la proposta di Bossi “non tiene conto di quanto previsto dalla Costituzione per realizzare la più ampia professionalità e indipendenza della magistratura a garanzia dei cittadini. Cioè” spiega “tramite la previsione di un concorso selettivo e non tramite una elezione popolare che, inevitabilmente, comporterebbe una politicizzazione della nomina e quindi del potere giudiziario». Palamara poi aggiunge: “È vero che ci sono sistemi che prevedono l’elezione dei magistrati direttamente dal popolo, come in America per quanto riguarda i Pm distrettuali, ma deve considerarsi che siamo di fronte a sistemi completamente diversi da quello nostro e che di conseguenza rendono impossibile prendere singoli pezzi di un sistema e trasportarli in un altro”. In questo modo, secondo il presidente dell’Anm “inevitabilmente avremmo un pubblico ministero espressione di una singola parte e quindi quella garanzia di indipendenza andrebbe persa. La funzione giudiziaria non può dipendere dalla provenienza regionale di un magistrato”.
Ancora più netto il giudizio del togato di Unicost al Csm, Fabio Roia: “Non si capisce il senso della proposta di Bossi, alla luce dei principi costituzionali e delle opinioni culturali che vogliono i magistrati non politicizzati”. Roia sottolinea come avere dei magistrati su elezione popolare comporterebbe una “manifestazione del consenso e dunque una politicizzazione delle toghe all’eccesso. A mio parere in contraddizione a ciò che questa parte politica ha sostenuto finora, contraria ad una magistratura politicizzata”.
Possibilista, invece Niccolò Ghedini, deputato del Pdl e legale del premier Silvio Berlusconi, che spiega all’Adnkronos: “È un’idea percorribile, ma va valutata con attenzione”. La proposta di Umberto Bossi di eleggere i pm come in Svizzera e negli States, dice Ghedini, è già prevista dal ddl sulla giustizia e bisogna verificarne la fattibilità nel rispetto della Costituzione. Il parlamentare azzurro getta acqua sul fuoco (”Non è una riforma che spaventa ed è un argomento come gli altri, non mi sembra nemmeno il più urgente”) e replica così al segretario dell’Associazione nazionale dei magistrati: “Soltanto l’Anm arroccata sui privilegi della casta si può preoccupare”. Anche se, ribadisce: “Bisogna verificare la possibilità di un intervento a Costituzione vigente. Oppure” aggiunge “occorre trovare l’accordo di tutto il Parlamento e verificare se c’è la necessità effettiva di fare una riforma costituzionale sul punto in questione”.
Pm eletti dal popolo? Per il ministro Umberto Bossi è una scelta di democrazia. Per i magistrati dell’Anm: “Così si calpesta la Costituzione”. Voi con chi state?

Non leggi italiano, niente cittadinanza. Non è lo slogan di una campagna pubblicitaria.
È il riassunto di quanto successo nel cuore della provincia orobica, a Caravaggio: paesone (meta di pellegrinaggio mariano e considerato comune natale di Michelangelo Merisi) governato da una giunta del Carroccio.
E la frase se l’è sentita dire un egiziano di 36 anni, che si è recato nel Municipio della Bassa Bergamasca per giurare fedeltà alla Costituzione italiana, ultimo, fondamentale passaggio per ottenere la cittadinanza.
A pronunciarla, dopo attento esame, il sindaco leghista. Che ha inviato l’(ancora) immigrato a ripresentarsi per il giurameto sulla Carta, quando avrà imparato la nostra lingua.
Già, perché quando il primo cittadino, Giuseppe Prevedini, gli ha consegnato la formula, lui - che da tempo vive a Caravaggio ed è sposato con una donna bergamasca - ha ammesso di non saper leggere la nostra lingua. Il sindaco, come scrive L’Eco di Bergamo che ha raccontato l’episodio, lo ha dunque rispedito a casa: rimandato e invitato, come uno studente mpreparato, a “tornare la prossima volta”. “Chiedere la cittadinanza significa abbracciare i valori e la cultura del nostro Paese” dice il sindaco Prevedini. “Questo non si può fare senza saper leggere l’italiano o senza perlomeno aver imparato a memoria il giuramento. Una persona che conosce solo l’arabo non può sapere quali sono i suoi diritti e i suoi doveri in Italia”.
L’immigrato, che avrebbe dovuto ottenere la cittadinanza italiana, aveva già ricevuto il decreto di concessione dal ministero dell’Interno. Per diventare italiano a tutti gli effetti, gli mancava però il giuramento. Ma il sindaco resta irremovibile: anche se la legge non prevede la conoscenza della lingua come requisito fondamentale per l’ ottenimento della cittadinanza, Prevedini non ha alcuna intenzione di concedergliela, almeno finché non abbia imparato a leggere: “Qui funziona così” ha aggiunto “se non gli sta bene, può sempre andare a Roma e giurare davanti al Presidente della Repubblica”.
All’egiziano non resta dunque altra soluzione che imparare l’italiano. Dovrà farlo però entro il tempo che gli rimane, prima della scadenza del decreto di concessione del Governo, che dura in tutto sei mesi. Altrimenti dovrà ripetere la trafila daccapo.

“Tra dieci anni i milanesi saranno minoranza e finiremo per riservare loro dei posti sul metrò come si faceva per i mutilati e gli invalidi di guerra, intanto chiediamo all’Atm la possibilità di riservare una o due carrozze alle donne, italiane e no, viste le centinaia di denunce di aggressioni, palpeggiamenti, insulti,apprezzamenti pesanti che le donne subiscono ogni giorno”: Matteo Salvini, classe ‘73, onorevole leghista e candidato alle europee, con la sua proposta ha scatenato oggi una valanga di reazioni critiche.
A partire da quella del segretario del Pd, Dario Franceschini: “L’odierna proposta del leghista Salvini di riservare ai milanesi dei posti a sedere sulla metro e sugli autobus conferma la giustezza delle critiche al ddl sicurezza, accostato alle leggi razziali del 1938“. Per seguire con una vera e propria valanga proveniente anche dai colleghi di maggioranza del partito di Umberto Bossi. “Mi appello al sindaco: butti fuori la Lega dalla giunta”, taglia corto il capogruppo del Pd a palazzo Marino, Pierfrancesco Majorino. Che affonda il colpo: “Si tratta di una proposta da Ku Klux Klan che istiga al razzismo e alla violenza. Salvini per quattro preferenze contribuisce ad alimentare il clima dell’odio di fronte al quale non si può che rispondere sbattendo la porta”. E a censurare l’idea c’è anche Aldo Brandirali, del Pdl: “L’unico modo per applicare la proposta del deputato è mettere stelle sul petto, di diversi colori, a seconda della razza”. Il sindaco di Milano Letizia Moratti ha assicurato che la sicurezza dei mezzi pubblici è già garantita. “A Milano servono più agenti per la sicurezza e non le sparate di Salvini”, ha detto il presidente della Provincia Filippo Penati.
Sorpreso ma non troppo, Matteo Salvini, che, interpellato dall’Ansa, ha fornito una propria versione sull’accaduto, definendo “una battuta, una provocazione” l’ipotesi di destinare delle vetture ai soli milanesi. “Mai parlato di vetture destinate agli extracomunitari, sfido chiunque a dire il contrario!” ha detto. “Stamani piuttosto, rispetto alle giuste lamentele espresse dalla nostra candidata alle provinciali Raffaella Piccinni, che ha ricordato come le donne non possano più sentirsi sicure su alcune linee dei mezzi pubblici a Milano, causa l’invadenza e la maleducazione di molti extracomunitari che non hanno alcun rispetto delle donne, cosa verificabile da chiunque prenda un mezzo pubblico e abbia gli occhi per vedere, ho proposto di riservare dei posti alle milanesi così come si faceva per gli invalidi di guerra e del lavoro. Perchè su alcune linee del metrò e dei bus il livello di insicurezza è così alto per i passeggeri che saremo costretti a chiedere a breve dei posti riservati per le persone per bene”.
Soddisfatta della sua proposta è Raffaella Piccinni - tassista, scrittrice, appassionata di gialli (ha una rubrica fissa su Milanonera Web Press) e adesso giovane candidata per la Lega alle provinciali milanesi: “ho chiesto vetture destinate alle donne e ciò ha rivelato la realtà. “Io faccio la tassista” ha spiegato “mi si è rotto il taxi e ho preso il metrò di sera: ho constatato che è un girone dantesco, zingari che sfruttano i bambini per chiedere l’elemosina, furti a raffica, donne in reale pericolo. Così stamattina ho detto che sarebbe bello fare un vagone per sole donne. Non ho proposto vagoni separati per extracomunitari, ma per donne”.
“Però” aggiunge “se la mia provocazione di chiedere carrozze per donne ha suscitato le solite reazioni con accuse di razzismo, che non stanno nè in cielo nè in terra, sono contenta. Perchè almeno per un giorno i signori di Palazzo escono dalle loro stanze ed entrano in contatto con la realtà.”. “Quanto al razzismo” conclude Piccinni, 35 anni leader del Sindacato autonomo dei tassisti professionisti “quello vero è quello dei politici italiani verso gli italiani”.
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Francia battuta. E senza andare ai rigori. L’Italia vince sui cugini d’Oltralpe, grazie alla… Lega.
È stata una battaglia del Carroccio, infatti, a porre un muro “all’invasione francese” nel cuore delle istituzioni: la buvette della Camera. Dal bar degli onorevoli è sparito il burro francese. Dopo “la segnalazione della Lega alla buvette della Camera è finalmente sbarcato il burro made in Italy”,. ha sottolineato in una nota il deputato Maurizio Fugatti (collegio del Trentino e capogruppo nella commissione Finanze). Che esulta: “Italia batte Francia 1-0″. Da oggi quindi via libera quindi alle tartine “patriottiche”.
“Negli ultimi giorni infatti” fa sapere l’onorevole leghista “chi intende consumare del burro si ritrova a disposizione burro rigorosamente italiano. Di questo saranno contenti i tanti produttori lattiero-caseari, che non stanno certo passando un momento felice sotto l’aspetto della redditivita’ del loro settore. Era quindi inaccettabile pensare che dentro la Camera dei Deputati venissero consumati prodotti lattierocaseari, come per esempio il burro, non italiani. I cugini d’Oltralpe, che si sono visti sostituire il loro burro francese col nostro locale, certo non saranno contenti. Ma ci pare che per quanto riguarda le auto, il governo di Sarkozy non si faccia tanti problemi a finanziare esclusivamente le case automobilistiche francesi, in barba a quelle italiane. Almeno sul burro” conclude Fugatti “alla Camera si sono fatti furbi e vale il principio della reciprocità”.
Ma la questione “non riguarda soltanto il burro” ha rilanciato il collega di partito Fabio Rainieri, parlamentare parmigiano “quanto invece tutte le produzioni agroalimentari. Dai formaggi ai prosciutti… Alla Camera e al Senato devono essere serviti prodotti delle nostre terre che non hanno nulla da invidiare a quelli attualmente presenti sul banco”.
A ironizzare sulla conquista leghista è il Pd. Che bacchetta i Lumbard proprio sulle auto: “Forse la Lega dovrebbe conservare lo stesso spirito polemico che riserva al burro della buvette per il parco macchine blu dei politici italiani”, ha commentato Roberto Giachetti. “Considerata la grave crisi che sta vivendo il nostro mercato automobilistico, il governo potrebbe fare qualcosa di più rispetto al farsi fotografare solo in occasione della promozione della nuova auto nazionale di turno”, ha aggiunto, “potrebbe spingersi più in là e scegliere di utilizzare auto blu delle nostre case automobilistiche”.

Gongola Umberto Bossi, incassando il trionfo della “sua” Lega. Già, perché se l’Italia ha scelto il Cavaliere, il Nord ha scelto il Carroccio. Anzi, è stato letteralmente invaso dalla valanga leghista: un vero e proprio botto, che raddoppiando i voti delle scorsa tornata elettorale (al Senato e alla Camera arriva oltre l’8%: eleggendo 22 dei 166 senatori e 47 deputati dei seggi conquistati dal centrodestra), conferma come non si possano, almeno al Nord, vincere le elezioni senza fare i conti con i Lumbard.
E allora gongola il Senatùr ma sgombra subito il campo sul futuro, sul rapporto con il Pdl. “Manterremo i patti con Berlusconi”. E aggiunge ancora: “Forza Italia non sarà nostro ostaggio”. Nella sede della Lega, in via Bellerio, a Milano, la soddisfazione è palpabile e l’analisi del voto è netta: “La gente vuole un Paese diverso, che funzioni meglio. La Lega è stata votata dai lavoratori”, dice Bossi, anticipando l’analisi dei politologi e di Fausto Bertinotti, che paga proprio lo scollamento tra la sinistra e gli operai.
Ma non si ferma qui l’Umberto: “Non è possibile che i nostri sindaci debbano andare con il cappello in mano a Roma per chiedere i soldi”, butta lì al Tg1. Gli elettori della Lega, dice, chiedono “un Paese più democratico e federalista”. Il fatto che l’85% degli elettori italiani abbia votato per le due maggiori formazioni politiche in corsa, Pd e Pdl, cambia lo scenario politico per il leader della Lega. “Noi” ha detto a favore di telecamera “abbiamo la volontà di cambiare il Paese. Berlusconi viene trascinato dalla Lega al governo e quindi questo dimostra che la Lega ha quella forza politica che porta avanti avanti la volontà popolare e questo è il vero dato politico di queste elezioni”.
Ormai sentendosi insediato nel futuro esecutivo, Bossi dice chiaro e tondo anche questo: la battaglia per Malpensa e Alitalia va avanti, non solo per fini elettoralistici ma per la difesa del grande hub centrale per lo sviluppo economico della Lombardia e del Nord. Messaggio duplice: e per il governo ormai alla fine anche dell’ordinaria amministrazione e per Air France-Klm: “Come si fa a chiudere un aeroporto costato così tanto? Nel tempo si troverà sicuramente un vettore che prenderà il posto di Alitalia”, ha detto. “Ma Alitalia deve dare il tempo per poterla sostituire”, ha aggiunto.
Per decidere invece se costruire il Ponte sullo Stretto di Messina occorre una consultazione popolare tra gli abitanti dell’isola, spiega Bossi. Che risponde così a chi gli chiede se il Carroccio è favorevole a questa grande opera: “Serve un confronto con gli alleati ma io dico che per tagliare la testa al toro in Sicilia bisognerebbe fare un referendum per vedere che cosa vogliono”.
I padani, infine, quello che vogliono lo sanno. E lo hanno detto, continua il Senatùr, con un messaggio forte e chiaro: “bisogna fare le riforme perché cominciamo a perdere la pazienza, dobbiamo partire da lì, dalla volontà popolare”. Bossi ha parlato di “riforme per la libertà del Nord” perché “è un Paese vergognosamente centralista”. Alla domanda su chi gli è stato più vicino in questa campagna elettorale, Bossi replica “Rosy Mauro”, la leader del sindacato padano che lo ha seguito in tutte le tappe della sua campagna elettorale.
Bossi era arrivato nel pomeriggio in via Bellerio, e con un sorriso largo e stringendo il pugno, in segno di forza, aveva salutato così i suoi collaboratori transitando da un corridoio fra il suo studio e la stanza dove si trovano Roberto Calderoli, Roberto Maroni, Giancarlo Giorgetti e altri dirigenti della Lega. “La Lega è forte…” aveva detto. Preannuncio di una vittoria voluta e annunciata.
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L’annuncio dato a Ponte di Legno dal leader della Lega Umberto Bossi di voler attuare uno sciopero fiscale, anticipato dalle parole di qualche giorno fa del vicepresidente del Senato Roberto Calderoli (”dietro l’angolo c’è uno sciopero fiscale, che nemmeno il buon Dio potrà fermare”) è l’ultimo in ordine di tempo su un argomento che ha spesso tenuto banco negli ultimi anni. Bossi lo usò per la prima volta già nel 1992. Ma in quell’occasione non fu il solo, visto che una minaccia analoga arrivò da un esponente di Rifondazione Comunista.
Ecco una breve cronologia delle affermazioni più significative da allora:
- 26 AGO 1992: Uno “sciopero fiscale contro il governo Amato” viene preannunciato dal leader di Rc Sergio Garavini, in un articolo su Liberazione. Garavini scrive: “occorre battersi per la revoca di buona parte dei provvedimenti economici adottati dal governo”. E si rivolge alla Cgil, al Pds, ai Verdi e alla Rete proponendo “il ricorso allo sciopero fiscale già praticato, con successo, in altri paesi”.
- 1 SET 1992: Il leader della Lega Nord, Umberto Bossi, in una intervista a Epoca rilancia i termini della mobilitazione della Lega in campo fiscale: tutti i contribuenti del nord vengono invitati a non pagare l’imposta straordinaria sugli immobili e i bolli per patenti e passaporti.
- 11 LUG 1993: In un comizio a Pontida Bossi afferma: “Se dopo l’approvazione della Finanziaria non saranno convocate nuove elezioni potremmo chiamare la gente ad uno sciopero fiscale generalizzato”. E il giorno dopo rincara la dose: “Lo sciopero fiscale è il mezzo costituzionale per imporre al governo di rispettare la Costituzione stessa”; aggiungendo: “la Lega considera una forma di improrogabile autodifesa la ’secessione fiscale”‘. L’allora presidente della Camera Giorgio Napolitano gli risponde: “naturalmente tutte le proteste sono legittime e ciascuno può avere le sue ragioni, ma diverso è trasgredire delle norme di carattere giuridico che hanno le loro radici in principi costituzionali”.
- 16 FEB 1997: Umberto Bossi, durante il suo intervento al Congresso del partito, afferma: “Se Prodi, D’Alema e la bicamerale non riconoscono subito il diritto all’autodeterminazione della Padania noi ci vediamo costretti allo sciopero fiscale”.
- 7 MAG 2006: Il leader della Cdl Silvio Berlusconi, parlando al Palalido a proposito della corsa al Quirinale, dice: “Non ci sentiamo rappresentati se non siamo nelle istituzioni. Non accetteremo di pagare le tasse. Faremo anche noi gli scioperi che hanno fatto loro. Faremo anche noi lo sciopero fiscale”. E aggiunge: “Questa ultima è una ipotesi da prendere in considerazione ove mai ci fosse un comportamento che ritenessimo negativo per il Paese da parte della sinistra”.
- 5 GIU 2007: il leader della Cdl Silvio Berlusconi, arrivato a Lucca per la campagna elettorale in vista dei ballottaggi, parla della necessità di un “gesto forte nei confronti di questo governo” come quello di “scendere in piazza contro la pressione fiscale”. Per quanto riguarda un vero e proprio sciopero fiscale aggiunge che “ce lo chiede la gente, ma noi siamo veri democratici”. Successivamente Berlusconi telefona in diretta al programma Ballarò su Rai Tre, per smentire di aver mai detto di volere lo sciopero fiscale nel suo comizio a Lucca: “Smettiamo di dire falsità perché non è pensabile che il signor Berlusconi, leader del principale partito italiano, possa aver detto una cosa così assurda”.
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Nella notte ferragostana di Ponte di Legno, dopo aver ricevuto l’abbraccio dei militanti che avevano gremito il palazzetto dello sport più per vedere lui che non le aspiranti Miss Padania, Umberto Bossi, a domanda su cosa succederà in autunno, ha replicato, convinto: “La gente vuol mandare via Prodi. Ci vuole qualcosa di forte: lo sciopero fiscale”. Cioè: non si pagano più le tasse? “Paghiamo alle Regioni invece che allo Stato”. E a chiudere: “Da Genova, Milano, Torino, partirà la ribellione fiscale”.
E giù un coro di commenti indignati, una serie infinita di “no”, provenienti sia da destra che da sinistra.
Ora, sospettare che il leader della Lega sia stato vittima di un colpo di sole o della tentazione di spararla grossa, non sarebbe giusto. Un po’ perché sui monti bresciani, abituale rifugio estivo del Senatùr, non si soffre la canicola romana. Un po’ perché lo stesso Bossi, pur ammettendo di non avere ancora parlato di questo agli alleati, fa intendere che il piano anti-tasse lo vorrebbe buttare sul tavolo dell’incontro a Lorenzago di Cadore, dove assieme a Giulio Tremonti, vicepresidente di Forza Italia e al coordinatore delle segreterie nazionali del Carroccio, Roberto Calderoli, si parlerà del programma della Cdl.
A dire il vero quello delle tasse è un tema mediaticamente e politicamente molto stringente: prima evocato, a inizio agosto, da Prodi che chiedeva alle oltre 25 mila parrocchie italiane di dare una mano al governo per recuperare l’evasione fiscale; poi riportato sotto i riflettori dalla “disavventura” di Valentino Rossi col Fisco italiano.
Ma per il Senatùr è un vecchio pallino. Un tormentone, un refrain, un cavallo di battaglia che ciclicamente il leader della Lega torna a montare.
Era l’inizio dell’estate del ‘92, il Carroccio aveva appena trionfato alle elezioni inviando a Roma 80 parlamentari, e nelle cinque paginette di storia/programma, stilate anche con l’aiuto del professor Gianfranco Miglio, era scritto: “Tutto il potere fiscale dovrà essere attribuito agli Stati regionali che amministreranno l’intero gettito, salvo riversare allo Stato federale una percentuale fissa per finanziare le attività di interesse generale”.
Sul finire di quell’estate, in un’intervista al settimanale Epoca, il leader della Lega incitò “tutti i contribuenti del Nord” a non pagare la tassa straordinaria sugli immobili e i superbolli su patenti e passaporti contenuti nella “stangata” del primo governo Amato. Nel ‘93, in un comizio a Pontida, il leader leghista minacciò: se dopo la Finanziaria “non saranno convocate nuove elezioni, potremmo chiamare la gente ad uno sciopero fiscale”, aggiungendo poi: “la Lega considera una forma di improrogabile autodifesa la secessione fiscale”. Di nuovo, nel 1997, tornato all’opposizione, Bossi annunciò che “se Prodi, D’Alema e la Bicamerale non riconoscono il diritto all’autodeterminazione della Padania, ci vedremo costretti allo sciopero fiscale”.
Insomma, più che una “battuta irricevibile” (come l’hanno definita gli alleati di An e Udc) quello dell’Umberto è un vero chiodo fisso. E infatti per gli amici di Forza Italia, che lo conoscono bene, Bossi non ha detto nulla di nuovo: “È il solito Senatùr”. Cioè? Come sempre ha fatto (e meglio di chiunque altro leader), anche stavolta Bossi ha fiutato l’insoddisfazione di una larga parte dell’opinione pubblica sulle richieste del governo in materia di fisco (basta leggere i commenti al forum di Panorama.it sul caso Rossi per farsene un’idea), in particolare dei ceti produttivi e dei piccoli imprenditori del Nord, che vedono il governo Prodi ostile. Un’idea che trova sostenitori anche in Forza Italia, che non a caso è rimasta più tranquilla di fronte all’esternazione bossiana. Osvaldo Napoli, vice responsabile Enti locali e membro del direttivo di Forza Italia alla Camera, parla “di tema cruciale posto da Umberto, nel modo che gli è più congeniale”. E ancora: “Soltanto la vocazione suicida può aver spinto alcuni degli alleati del centrodestra a crocifiggere le opinioni di Bossi”. Di queste esternazioni, lo stesso Cavaliere non è stato informato, ma non pare si sia risentito con l’alleato leghista, il più fedele. Potrebbe anzi considerare l’uscita del segretario del Carroccio propedeutica per la strategia d’attacco che metterà in atto in autunno.
Anche questo, uno schema del consolidato asse del Nord: Umberto spara, Silvio media e tenta di affondare il colpo. Doppio, stavolta: uno diretto al governo Prodi, l’altro contro An e Udc, per stanarli e saggiarne la fedeltà.