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I Casalesi in trasferta a Modena, cinque arresti

Polizia

Gomorra aveva messo radici in Emilia e i boss dettavano legge anche dal carcere. Lo scenario di dominio del clan dei Casalesi al di fuori dei confini di origine emerge da un’indagine della Dda di Bologna chiamata “Medusa”, che questa mattina ha portato in carcere cinque persone tra cui due agenti di polizia penitenziaria in servizio nel carcere di Modena.

Gli arresti sono la conclusione di un’indagine cominciata nel dicembre 2007 e condotta dalla polizia di Modena su alcuni componenti del clan dei Casalesi. Le accuse sono di vario tipo, aggravate dalla partecipazione alla associazione di stampo camorristico. Le indagini hanno scoperto l’infiltrazione di esponenti del clan in provincia di Modena, oltre che nel campo delle estorsioni anche nell’amministrazione pubblica e nella gestione di due circoli privati.

Secondo quanto è emerso, alcuni esponenti dei Casalesi detenuti nella Casa circondariale di Modena in regime di “alta sicurezza”, con la complicità dei due agenti di polizia penitenziaria arrestati, davano ordini e direttive per mantenere contatti all’esterno (con la provincia di Modena e con centri dell’Agro Aversano) e per gestire i circoli adibiti a sale da gioco, uno a Castelfranco Emilia ed uno a Carpi. Numerosi i sequestri e le perquisizioni eseguiti nell’ambito dell’operazione.

Le indagini hanno anche fatto emergere minacce di rappresaglie nei confronti del magistrato di sorveglianza di Modena che non aveva concesso i permessi premio richiesti dai camorristi in carcere. Lo si deduce dalle intercettazioni: “Non ne vuole sapere proprio dei Casalesi… eppure lo dobbiamo buttare con la testa sotto, quello lo deve capire… deve passare quel guaio, deve passare quello…”, sono le frasi intercettate in cui gli affiliati parlavano del magistrato.

Sulla base di queste minacce al magistrato è stata assegnata una scorta. I due agenti della polizia penitenziaria arrestati (originari di Carinola e Caivano) facevano da tramite tra gli appartenenti al clan in carcere e gli altri affiliati e avrebbero mantenuto tutti i contatti con l’esterno per le necessità dei detenuti. I due avrebbero permesso l’accesso all’interno della struttura penitenziaria di persone mai autorizzate, che avevano colloqui proprio con i detenuti affiliati ai Casalesi.

I camorristi in questo modo dirigevano le loro attività all’esterno. In alcune occasioni i due operatori avrebbero anche informato gli appartenenti al clan della possibilità di essere intercettati. I favori resi in carcere da uno dei due agenti della Penitenziaria - secondo l’inchiesta - erano stati pagati anche con la partecipazione alle quote di uno dei due circoli privati del Modenese che facevano capo ai Casalesi.

L’operazione, che ha portato anche a cinque denunce e al sequestro dei due club, è il risultato di circa un anno di indagini svolte dal Nucleo investigativo centrale della polizia penitenziaria di Roma e dalla Mobile di Modena, con la collaborazione del personale di polizia penitenziaria del carcere di Modena. Il procedimento penale, spiega una nota del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia, è uno stralcio di una più vasta e articolata indagine promossa dalla Dda di Napoli.

“L’ammazziamo e ci pigliamo un caffé”

Setola arrestato

“‘Na botta in faccia e via”. Ammazzare come in un videogioco. Con la stessa noncuranza. Giuseppe Setola e i componenti della sua “paranza” criminale si preparavano agli omicidi. Ascoltando musica neomelodica, canticchiano e parlano delle prossime vittime. Poi gli spari dell’ultima strage. Le registrazioni dei dialoghi del killer camorrista arrestato mercoledì scorso con i suoi uomini sono state anticipate dai quotidiani.
Con una microspia nella macchina del boss, i carabinieri dell’antimafia di Caserta hanno potuto ascoltare “in diretta” l’esecuzione di un agguato. Agghiacciante, così come ciò che si sente prima.
Un concentrato di analfabetismo e disprezzo per la vita umana. Reso più surreale dalla “colonna sonora”, che mischia la canzone neomelodica e gli spari delle mitragliette. Un documento sonoro di 20 minuti, indizio schiacciante per il processo a Setola e ai componenti della sua squadra, una scheggia del clan dei Casalesi che, secondo le accuse, ha compiuto una ventina di omicidi nel corso dell’ultimo anno, inclusa la strage di immigrati a Castelvolturno.

La registrazione si riferisce all’ultimo agguato del gruppo, il 12 dicembre scorso a Trentola Ducenta, nel casertano, a due persone, Salvatore Orabona e Pietro Falcone, usciti indenni dalla pioggia di colpi di Ak 47 e pistole calibro 9 sparati contro il portone e le finestre della casa da Setola e compagni. Nello stesso paese dove un mese dopo “Peppe a’ puttana” si arrenderà dopo l’ennesima fuga riuscita, nelle fogne. Oggi Setola è stato trasferito in carcere a Milano nel carcere di massima sicurezza di Opera a Milano. Dove si trova anche Francesco Schiavone, detto “Sandokan”, storico boss di Casal di Principe.
”Ma noi quando arriviamo là chi vogliamo colpire? Tutti e due, dobbiamo uccidere tutti e due, ‘na botta in faccia e via”, è uno dei dialoghi intercettati in auto prima della missione di morte. Portato a termine un agguato, in un’altra circostanza, ecco che uno dei sicari dice: ”mannaggia, ho finito il caricatore. Vabbè, ora andiamoci a prendere un caffe”’.
Ma non sempre i sicari riescono nel loro intento e così si scatena la rabbia: ”Siamo andati là a portargli i dolci e quello non è sceso. Se anche fosse Gesù Cristo, l’ammo appiccià a costo di andarci di notte”. ”Vai, vai. L’abbiamo ucciso come un infame…”, dice uno degli intercettati e giù la canzone: ”Tu sei zucchero per me, dolce, dolce, dolce…”.

Setola beffa i carabinieri. Il ras dei Casalesi in fuga nelle fogne

Setola sfugge alla cattura
Carabinieri perlustrano i cunicoli da cui è fuggito Giuseppe Setola

Il super latitante Giuseppe Setola, esponente di spicco del clan camorristico dei Casalesi, è fuggito ancora. Per pochi attimi è riuscito a sfuggire al blitz dei carabinieri dileguandosi attraverso un cunicolo che porta alle fogne. La via di fuga era stata scavata sotto il suo covo in via San Giuseppe Cottolengo, a Trentola Ducenta, nel Casertano.

Setola si nascondeva in un’abitazione all’interno di un cortile condominiale composta da bagno, camera e cucinino. Il latitante si è accorto dell’arrivo dei militari dell’Arma ed è fuggito attraverso una botola nel cortile che dà nella rete fognaria, botola occultata da una Mini Minor parcheggiata sopra.

I carabinieri del comando provinciale di Caserta hanno però fermato la moglie del boss, Stefania Martinelli, anche lei sfuggita in passato alla cattura. Setola, 38 anni, considerato il mandante e anche esecutore della strage di Castelvolturno, è inserito nell’elenco dei ricercati di massima pericolosità del ministero dell’Interno. È accusato - si legge - di “associazione per delinquere di tipo mafioso, omicidio e altro”.

Le notizie che di lui hanno fornito i pentiti lo descrivono come un capo sanguinario, alla guida di un gruppo di fuoco pronto a seminare il terrore in chi non accetta le sue leggi. Di sicuro, Giuseppe Setola è una vera e propria primula rossa della camorra, inseguito da polizia e carabinieri più volte arrivati ad un soffio dalla sua cattura. È già accaduto in precedenza che Setola abbia evitato le manette in occasione di operazioni condotte dalle forze dell’ordine. È irreperibile dalla primavera dell’anno scorso: si trovava agli arresti domiciliari ottenuti grazie ad un certificato medico con il quale erano stati attestati gravi problemi alla vista tanto da farlo considerare quasi cieco e da non consentire la sua detenzione. Nonostante questo, come hanno riferito i collaboratori di giustizia Oreste Spagnuolo ed Emilio Caterino, si era messo alla guida di una moto per partecipare all’esecuzione di alcuni omicidi.

Castelvolturno, il luogo della sparatoria
La strage di Castelvolturno

Guarda la GALLERY del covo e della fuga

Saviano icona web. Quando la solidarietà diventa una gara online

Roberto Saviano a Matrix
Prima le rivelazioni (poi ritrattate) di un pentito che ha rivelato (e poi smentito) l’esistenza di un piano per uccidere lui e la sua scorta. Quindi l’annuncio shock dello scrittore: “Andrò via dall’Italia, almeno per un periodo e poi si vedrà. Voglio riprendermi la mia vita. Ho soltanto ventotto anni!”.
E poi? Adesso è tutto un coro (trasversale, che si alza da ogni direzione: da destra e da sinistra, rarissimo e apprezzabile caso di mozione bipartisan) di solidarietà, amicizia, vicinanza.
Nell’ordine: ci sono proposte di insignire con la cittadinanza onoraria sia al Comune di Scandicci, sia presso l’amministrazione di Gianni Alemanno, sindaco della Capitale. Canale 5 ha annunciato che riproporrà venerdì 17 sera, in una fascia di massimo ascolto, la puntata di Matrix con il colloquio tra Enrico Mentana e Saviano “per l’alto valore civile della testimonianza dell’autore di Gomorra”. Non è finita: Salman Rushdie, a suo tempo colpito a suo tempo da una “fatwa” dell’Iran per i suoi scritti, da Parigi si è preoccupato di avvertire che “Saviano corre un pericolo terribile e dovrà scegliere molto prudentemente il suo luogo di destinazione se lascerà l’Italia”. E ancora: “Saviano non deve sentirsi solo, la Cgil conferma il suo impegno in prima linea: il prossimo 19 novembre” fa sapere la segretaria confederale della Cgil, con delega al Mezzogiorno, Vera Lamonica, “proprio a Casal di Principe, organizzeremo una grande iniziativa di massa che ponga al centro i temi del lavoro, dell’economia e della legalità”.
Un altro segnale: la riunione che la commissione cultura della Camera potrebbe tenere a Casal di Principe: “Un gesto di forte valenza simbolica”, lo ha definito il deputato dell’Idv Giuseppe Giulietti che ha formulato la proposta insieme a Fabio Granata del Pdl, riscuotendo l’assenso del presidente della Camera Gianfranco Fini.

Da aggiungere: a Roma, alla Casa della memoria, per tutta la giornata del 21 ottobre verrà letto ad alta voce il best seller Gomorra; un’altra lettura si terrà ad Orvieto il 25 e il 26 ottobre per la Notte bianca di Resistenza e Solidarietà con Roberto Saviano. In radio, sono molti gli ascoltatori di Fahrenheit, il programma di Radiotre, che si sono prenotati per la staffetta di lettura integrale di Gomorra fissata anche questa per il 21 ottobre. Sostegno anche dal mondo del calcio: i tifosi granata della curva Primavera attendono l’ok delle autorità per esporre il loro striscione “Saviano uno di noi”, durante Torino-Cagliari di domenica.

Ma non ci sono solo politici (di tutti gli schieramenti) o rappresentanti delle istituzioni. Anche la gente comune cerca in tutti i modi di contattare e mandare messaggi allo scrittore napoletano. Ma, vivendo Saviano appartato e sotto scorta, l’unico modo per avvicinarlo è il web. E infatti: “Ciao Roberto, non mollare, anche se comprendo la tua sofferenza, la tua soltudine e la tua voglia di andare via da questo paese a volte così poco civile” scrive Raffaello sul profilo Facebook di Saviano. “Continuerai ad avere la nostra stima, la nostra fiducia e la nostra gratitudine se te ne andrai e ovunque tu sarai! Hai squarciato il velo… prenditi cura di te! La tua rabbia è anche la nostra!”, dice invece Michela.
La mobilitazione è così vasta che i ragazzi dello staff che gestisce il profilo Facebook di Saviano hanno dovuto cercare di porre un limite alle richieste di amicizia: il suo profilo è stato letteralmente preso d’assalto da chi voleva manifestargli la sua solidarietà o lasciare anche solo un pensiero, una riflessione.
Nelle stesse ore si sono moltiplicati anche i gruppi dedicati allo scrittore campano che hanno proposto ogni sorta di iniziativa: “Nessuno tocchi Saviano”, che ha raggiunto già più di 13.000 membri, ha raccolto le firme dei membri per inviare un appello al Presidente della Repubblica in difesa di Saviano, mentre il gruppo “Proponiamo Roberto Saviano per il premio Nobel per la Pace” rende esplicito il proprio scopo fin dal nome.
Ingorgo anche sulla pagina di Saviano sul rivale di Fb: MySPace. Quasi si fosse aperta una “gara” tra i due siti a chi dà maggiore spazio agli amici dello scrittore partenopeo. E infatti anche qui: pagine e pagine di commenti, saluti, abbracci (virtuali). E infine quell’immagine dello scrittore, ricostruita mediante la composizione ed il ritocco di circa mille foto di cittadini di Caserta che hanno voluto contribuire offrendo il proprio volto per il progetto “Una foto per Saviano”, commissionato dall’Amministrazione Provinciale.
Da che parte stia la Rete, insomma, pare abbastanza chiaro: Saviano per molti è ormai un simbolo in carne e ossa della legalità. Anche se lui stesso proprio da Mentana ha detto di volersi (e doversi) considerare “solo uno scrittore”. Forse perché, come ha ricordato anche il ministro dell’Interno Maroni, in visita a Napoli: “La lotta alla criminalità la fanno polizia, magistratura, imprenditori, che sono in prima linea“, invitando Saviano a non lasciare l’Italia. Forse perché come diceva Brecht: “Beato il Paese che non ha bisogno di eroi”.

Di fatto, semplice scrittore o eroe antimafia, Saviano è diventato un’icona da salvaguardare. E oltre all’importanza della mobilitazione “cultural-internettiana” tocca allo Stato il dovere di proteggerlo. Concretamente.

Il VIDEO di Youtube della puntata di Matrix:

La resa di Saviano: “Lascio l’Italia. Rivoglio la mia vita”

 Roberto Saviano e la sua scorta

Roberto Saviano lascia. Chiede una pausa. Molla, almeno per un po’. Reclama il diritto a vivere. L’autore di Gomorra, annuncia a Repubblica la sua decisione: “Andrò via dall’Italia, almeno per un periodo e poi si vedrà. Penso di aver diritto a una pausa. Ho pensato, in questo tempo, che cedere alla tentazione di indietreggiare non fosse una gran buona idea, non fosse soprattutto intelligente. Ho creduto che fosse assai stupido, oltre che indecente, rinunciare a se stessi, lasciarsi piegare da uomini di niente, gente che disprezzi per quel che pensa, per come agisce, per come vive, per quel che è nella più intima delle fibre ma, in questo momento, non vedo alcuna ragione per ostinarmi a vivere in questo modo, come prigioniero di me stesso, del mio libro, del mio successo. ‘Fanculo il successo”.
Saviano ha ventinove anni (così riporta il profilo su MySpace) e da due vive sotto scorta. Minacciato dalla Camorra in seguito al “rumore” che il suo libro ha suscitato in tutto il mondo. “Voglio una vita”, dice ora, dopo che dal pentito Schiavone è arrivato la rivelazione che il clan dei Casalesi avrebbe pronto un piano per ucciderlo (insieme alla scorta) entro Natale. “Voglio una casa. Voglio innamorarmi, bere una birra in pubblico, andare in libreria e scegliermi un libro leggendo la quarta di copertina. Voglio passeggiare, prendere il sole, camminare sotto la pioggia, incontrare senza paura e senza spaventarla mia madre. Voglio avere intorno i miei amici e poter ridere e non dover parlare di me, sempre di me come se fossi un malato terminale e loro fossero alle prese con una visita noiosa eppure inevitabile. Cazzo, ho soltanto ventotto anni!”.

“E voglio ancora scrivere, scrivere, scrivere perché - spiega Saviano - è quella la mia passione e la mia resistenza e io, per scrivere, ho bisogno di affondare le mani nella realtà, strofinarmela addosso, sentirne l’odore e il sudore e non vivere, come sterilizzato in una camera iperbarica, dentro una caserma dei carabinieri, oggi qui, domani lontano duecento chilometri, spostato come un pacco senza sapere che cosa è successo o può succedere. In uno stato di smarrimento e precarietà perenni che mi impedisce di pensare, di riflettere, di concentrarmi, quale che sia la cosa da fare. A volte mi sorprendo a pensare queste parole: rivoglio indietro la mia vita. Me le ripeto una a una, silenziosamente, tra me”.
“In privato sono diventato una persona non bella” rivela “diffidente al di là di ogni ragionevolezza”. E se ritiene di aver ottenuto l’attenzione sul tema della camorra con il suo libro come mai era accaduto prima, l’autore di Gomorra ha deciso di andare via anche per la solitudine in cui è costretto a vivere: “Nemmeno una casa vogliono affittarmi a Napoli, appena sanno chi sarà il nuovo inquilino” dicono che “sono dispiaciuti assai ma non possono” e gli amici mi hanno detto “ora basta, non ne possiamo più di difendere te e il tuo maledetto libro”.
Consapevole dell’odio che suscita, Saviano: “Lo sento come un cattivo odore, non è necessario che ascolti le loro intercettazioni e confessioni”. Ma nonostante tutto sa che le sue parole hanno dato l’avvio ad una mobilitazione “la strage dei ghanesi a Castel Volturno ha costretto il governo” scrive “a un impegno paragonabile soltanto alla risposta a Cosa Nostra dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, non pensavo che soltanto un libro potesse provocare questo terremoto”.

Il VIDEO servizio:

I Casalesi colpiscono ancora: ucciso parente di un pentito

Una sfida allo Stato. I camorristi casalesi non sono finiti, e lo dimostrano con l’unico linguaggio che conoscono, quello della violenza. Stanislao Cantelli, 60 anni, zio del collaboratore di giustizia Luigi Diana, è stato ucciso questa mattina all’interno di un circolo ricreativo in Corso Umberto I, una strada centrale del comune da due giorni pattugliato anche dai parà della folgore. Secondo la prima ricostruzione due sicari sono entrati nel locale e hanno sparato più volte a Cantelli, uccidendolo. Cantelli era seduto a un tavolo, stava giocando a carte. Sull’omicidio indagano i carabinieri e gli agenti della squadra mobile di Caserta. La firma dell’omicidio è scritta nei proiettili: calibro 9, quelli che i clan di Casal di Principe usano nelle loro spedizioni punitive.
La vittima era incensurata e in pensione da pochi mesi. Luigi Diana, suo parente, è uno dei pentiti chiave nelle indagini che hanno portato, tra l’altro, alla serie di arresti eseguiti negli ultimi giorni nell’ambito dell’inchiesta denominata “Spartacus 3″, che hanno decimato il clan di Francesco “Sandokan” Schiavone, in carcere da anni. E quest’agguato sembra proprio, più che una vendetta, una sfida aperta alle forze dell’ordine. Coi parà voluti da Maroni a pattugliare il casertano, è come se i criminali dicessero “Casal di Principe è ancora nostra”, a pochi giorni dagli arresti spettacolari degli uomini della “paranza” colpevole della strage di Castelvolturno (6 immigrati uccisi) e dal sequestro di beni e immobili per valore di 100 milioni di euro a danno di esponenti dei clan.

LEGGI ANCHE: Ai 500 parà anche il controllo di chi è agli arresti domiciliari

Blitz contro i casalesi, arrestati tre dei presunti killer di Castel Volturno

Castelvolturno, il luogo della sparatoria
Tre uomini ritenuti autori della catena di omicidi avvenuti a Castel Volturno, in provincia di Caserta, e la moglie del boss dei Casalesi Giuseppina Nappa, oltre ad altre 101 persone sono stati arrestati in due distinti blitz delle forze dell’ordine questa notte.
La polizia e la guardia di finanza hanno eseguito una maxioperazione che ha portato a 102 arresti su 107 destinatari inseriti nell’ordinanza di custodia cautelare richiesta dalla Dda di Napoli.

Nel blitz (in cui sono stati arrestati i tre uomini ritenuti responsabili della strage degli immigrati e di altri omicidi) sono state ritrovate anche armi con cui gli inquirenti ritengono sia stato messo in atto il disegno stragista. Armi che ora saranno esaminate per capire quali e quanti omicidi sono attribuibili ai tre che la polizia ritiene vicini alla fazione Bidognetti del clan dei Casalesi, riferisce una fonte giudiziaria. “Finisce in carcere tutto il clan Schiavone, tra capi e gregari dell’organizzazione criminale di Casal di Principe, egemone nella provincia casertana con diramazioni nazionali ed internazionali”, ha commentato il capo della squadra mobile di Caserta Rodolfo Ruperti.
Oltre alla moglie di Francesco Schiavone, detto Sandokan, capo storico del clan dei Casalesi, sono finiti in manette diversi esponenti della famiglia Schiavone. Tra i destinatari, ancora latitanti, ci sono nomi eccellenti, come Antonino Iovine, Mario Caterino e Nicola Panaro.
Intanto la Guardia di finanza sta procedendo, nel Casertano, nel Napoletano, nel basso Lazio ed in Toscana, al sequestro di beni mobili, immobili e società commerciali, riconducibili all’organizzazione camorristica, per un valore di oltre 100 milioni di euro, si legge in una nota della polizia.
La maxioperazione ha impegnato circa 500 agenti, tra squadra mobile di Caserta, Napoli, Salerno, Avellino, Benevento, Latina, Campobasso, Isernia, Frosinone e dei reparti prevenzione di Campania, Lazio, Lombardia, Piemonte, Veneto, Aosta, Lucania, Salento, Sicilia, Emilia Romagna, Toscana, Abruzzo e Calabria.

Castelvolturno, un fermo per la strage degli immigrati

Strage a Castelvolturno

Uno dei presunti responsabili della strage di giovedì sera a Castelvolturno è stato arrestato dalla squadra mobile della questura di Caserta. Si tratta di Alfonso Cesarano, di 29 anni. È stato catturato dalla polizia in casa dei genitori, a Baia Verde, la stessa località dove poco prima della strage di immigrati di colore era stato ucciso il titolare di una sala giochi. Cesarano è ritenuto vicino al clan dei Casalesi ed era già agli arresti domiciliari.

Strage, omicidio volontario aggravato dalle modalità mafiose, porto e detenzione illegale di armi da guerra: sono queste le ipotesi di reato contestate a Cesarano, il pregiudicato arrestato nell’abitazione dei genitori a Baia Verde di Castelvolturno. L’uomo è ritenuto uno dei responsabili dell’uccisione del titolare della sala giochi di Baia Verde, ucciso con una ventina di colpi di pistola di grosso calibro e kalashnikov e del successivo agguato nella sartoria gestita da immigrati del Ghana, nel corso del quale sono statti esplosi oltre 120 colpi e uccisi all’istante cinque extracomunitari ghanesi, della Liberia e del Togo, mentre un sesto è morto alcune ore dopo nell’ospedale di Pozzuoli. Un settimo immigrato, coinvolto nella sparatoria è ancora ricoverato al Cardarelli di Napoli.

Cesarano è stato arrestato dalla polizia nella villetta dei genitori, proprio di fronte alla sala giochi di Castelvolturno dove giovedì sera è stato ucciso Antonio Celiento ed è accusato di aver fatto parte del gruppo di fuoco che prima ha ammazzato l’italiano e poi, dopo 20 minuti, ha compiuto la strage dei sei immigrati. Associazione per delinquere di tipo camorristico, detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti, porto e detenzione illegale di armi: sono questi i precedenti penali dell’uomo. Secondo gli investigatori, l’arrestato è affiliato alla fazione del clan dei casalesi capeggiata da Francesco Bidognetti, detto “Cicciotto ’e mezzanotte”. Non è escluso, però, che Cesarano facesse parte del gruppo di affiliati all’organizzazione di Bidognetti che da tempo avrebbe scelto di operare in proprio, seminando terrore, con continui attentati a negozi e ditte e con omicidi di familiari di pentiti o di testimoni di giustizia. La strage di giovedì sera potrebbe rientrare nella scia di sangue che ha visto, tra le altre vittime, Umberto Bidognetti, il 2 maggio scorso, “colpevole” solo di essere il padre del pentito Domenico, e poi l’imprenditore Domenico Noviello, ucciso il 16 maggio con 22 colpi di pistola a Castelvolturno dopo aver denunciato i clan, e Michele Orsi, freddato il primo giugno.

Le forze dell’ordine hanno aumentato i presidi e i controlli sul territorio, anche dopo il pomeriggio di guerriglia che gli immigrati hanno messo in scena venerdì 19 settembre (ecco il VIDEO di Rainews24). Altre persone avrebbero subito controlli approfonditi nell’ambito della ricerca dei sicari della strage.
Ricerche e indagini che verranno intensificate anche grazie ai 400 uomini (150 poliziotti, 150 carabinieri e 100 finanzieri) delle forze dell’ordine inviati dal governo in provincia di Caserta per combattere la criminalità organizzata.

Il VIDEO servizio:

Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Io la penso così, di Giovanni Fasanella
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
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