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Torino, imprenditori e professionisti in fila per un “massaggio speciale”

Prostituzione

Il direttore del settore servizi integrati della Polizia Municipale, Marco Sgarbi, adesso smentisce che tra i clienti ci fossero anche calciatori. Ma il caso dei tre centri estetici di lusso chiusi perché offrivano prestazioni sessuali tiene banco nella Torino bene. Gli habitué infatti erano della borghesia medio alta, professionisti, imprenditori, dirigenti di banche, funzionari statali. E per qualche ora di sesso con giovani italiane e straniere pagavano fino a mille euro.

Le tre “case chiuse” scoperte dai vigili coordinati dal pm Cristina Bianconi dopo un anno di indagini erano tra le più note e frequentate della città. Per un “massaggio speciale” a Estetica 2000, Studio Monalisa e Manolia si formavano lunghe liste d’attesa. Sono state arrestate quattro donne, un’italiana, una cubana, una cinese e una moldava. Un quinto uomo, un moldavo di 34 anni, è ricercato. Sono accusati di induzione, sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione.

Le ragazze trovate all’interno dei centri, e non certo impegnate in trattamenti estetici, erano italiane, romene, moldave e cinesi, tra i 20 e i 30 anni. Molte di loro sono delle insospettabili, hanno dichiarato agli agenti che mariti e padri sono ignari di tutto e ora temono di essere scoperte. Le prove sono chiare: filmati, intercettazioni, testimonianze e le confessioni di una lucciola pentita che ha lavorato in tutte e tre le sedi. Le prime segnalazioni però sono arrivate dagli inquilini dei palazzi, stanchi del continuo via vai di clienti.

Prostituzione: il ministro Carfagna dice no ai quartieri a luci rosse

Una casa chiusa austriaca

Via le prostitute dalle strade, ma di case chiuse o di quartieri a luci rosse non se ne parla. In un’intervista a Panorama in edicola da venerdì 19 settembre, il ministro per le Pari opportunità, Mara Carfagna, è categorica: “Noi siamo un paese cattolico. Non sarebbe pensabile quello che avviene in alcune città europee”.
E aggiunge: “È importante chiarire che il disegno di legge, approvato dal Consiglio dei ministri, vieta la prostituzione in luoghi pubblici. Ognuno in casa propria fa ciò che vuole. Ma non saremo noi a creare dei ghetti. Non sarà il governo ad autorizzare quartieri a luci rosse. Anche per questioni di ordine pubblico e di decoro”. Poi risponde a chi, come Daniela Santanchè, lancia l’idea delle cooperative autogestite dalle prostitute: “Non è un aspetto che ci interessa regolamentare. Il governo ora si pone il problema di eliminare questo scempio dalle strade, per salvaguardare i cittadini e anche le lucciole costrette a vendere il proprio corpo”.
E con la sinistra (per esempio Livia Turco che l’accusa di aver dato vita ad un regolamento perbenista e ipocrita), taglia corto: “Non accetto critiche da chi ha governato per anni senza mai tentare di risolvere il problema”.

Prostituirsi non sarà reato e nemmeno rivolgersi al sesso mercenario. Ma non lo si potrà fare più per strada. Siete d’accordo con le misure il contenuto del ddl Carfagna?

Prostituzione, Santanché: “Riaprire le case chiuse. Subito un referendum”

Prostitute sulla via Salaria a Roma.
Partita come candidato premier della Destra, non ha raggiunto il traguardo del Parlamento. Eppure Daniela Santanchè non ha smesso le sue battaglie. L’ultima? Una proposta che, e lei lo sa, “dividerà il Paese”: una richiesta referendaria (con tanto di sito web per aderire all’iniziativa), depositata insieme a un comitato promotore tutto al femminile, per l’abolizione della legge Merlin e la conseguente riapertura in Italia delel case chiuse. In particolare, la raccolta di firme per il referendum popolare chiede di abolire i primi due articoli della legge del 1958 che vieta “l’esercizio di case di prostituzione nel territorio dello stato e nei territorio sottoposti all’amministrazione di autorità italiane” e che prescrive che “le case, i quartieri e qualsiasi luogo chiuso dove si esercita la prostituzione, dichiarati locali di meretricio, dovranno essere chiusi”.
Il perché Santanché lo spiega, lanciando una provocazione: “A cinquant’anni dalla sua nascita la legge Merlin non può essere considerata un tabù. Questa è una battaglia doverosa per il nostro Paese, non è una battaglia di parte o di partito ma è una battaglia del popolo, di tutti gli italiani che sono stufi di avere sotto le loro case questo spettacolo e di tutte le donne che sono stufe di questa nuova forma di schiavitù, che vede molte minorenni e quasi sempre cittadine non italiane, sul cui corpo campano sfruttatori che guadagnano fino a 10-15 mila euro al mese”.
A dare ragione, a metà, alla portavoce de La Destra è Enrico La Loggia che all’Adnkronos dice: “Il problema c’è e va affrontato seriamente”, ma “sono perplesso” sulla soluzione prospettata anche se “bene ha fatto la Santanché a porre questo problema”. Non nasconde il suo scetticismo il centrista Mario Baccini: “Tutte le proposte vanno bene, non entro nel merito… Ma il problema di fondo è che la politica deve mettere in moto tutti i sistemi idonei a prevenire lo sfruttamento delle donne, del corpo usato come una cosa”.
Intanto in Parlamento, dall’inizio della sedicesima legislatura, sono otto le proposte di legge sulla prostituzione: cinque alla camera e tre al Senato. Il Pdl ne ha depositate quattro, 3 sono della Lega, una del Pd. In alcuni dei provvedimenti di legge a prevalere è la filosofia del pugno di ferro, come nella proposta presentata dal deputato del Pdl Tommaso Foti, secondo il quale “le proposte volte a riaprire le case chiuse non sono da prendere in considerazione. Oggi si tratta di promuovere una iniziativa legislativa” aggiunge Foti” che combatta seriamente la prostituzione attraverso norme di tipo repressivo. Repressione che, oltre a perseguire e punire veramente lo sfruttamento, impedisca non solo a chi pratica la prostituzione, ma anche ai clienti che la alimentano, il perpetrarsi dello spettacolo degradante ‘della strada’”.
Nella scorsa legislatura le proposte di legge sulla prostituzione erano state 13. E avevano spaccato il Parlamento tra ‘legalizzazione’ e tolleranza zero.
Anche tra le file del centrosinistra c’era chi prevedeva addirittura il carcere per i clienti delle prostitute, come il trentanovenne bolognese Alessandro Naccarato, convinto sostenitore di una battaglia senza quartiere contro la prostituzione. Il parlamentare ulivista alla sua prima legislatura proponeva che divenisse fuorilegge sia l’esercizio della prostituzione in luoghi pubblici o aperti al pubblico, sia la richiesta di prestazioni sessuali in cambio di denaro.
Le sanzioni pecuniarie arrivavano, nella proposta di Naccarato, fino a 5mila euro per entrambi i ‘contraenti’, e per il cliente c’era anche il sequestro dell’auto per 3 mesi. La mano si faceva più pesante se il cliente aveva a che fare con una minorenne o con una persona extracomunitaria non in regola: carcere da uno a tre anni e fino a 50mila euro di multa.
La prostituzione, propone la senatrice del Pd Donatella Poretti, sia riconosciuta some attività lavorativa e come tale sia tassata. Ma chi esercita deve rispettare precise norme igieniche e sottoporsi a controlli sanitari. Inoltre, sono indispensabili regole di sicurezza per i locali in cui si esercita.

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Prostituzione a Milano: se perfino l’autobus s’accosta alla lucciola

[i](Credits: Cristina Bassi)[/i]

di Cristina Bassi e Saverio Grimaldi

Milano, le 2 di una domenica notte di fine agosto. Viale Lunigiana è quasi deserto. Un autobus dell’Atm, con la scritta “fuori servizio”, si accosta alla ragazza. L’autista le domanda quanto vuole. Lilly, rumena, 22 anni, capelli corvini lunghi raccolti, chiede 30 euro. Per il tranviere a fine turno sono troppi. Lei, questa volta, sembra quasi sollevata. “Succede spesso che si fermino con l’autobus”, dice. “Poi ti portano in un parcheggio”. Adesso che la Romania è in Europa, continua Lilly, è tutto più semplice. “I poliziotti non ti possono fare più nulla”. Da quando è in Italia, solo due mesi, è stata portata in Questura per i controlli già tre volte. “Lavoro anche ad agosto. C’è poca gente, ma sono riuscita a fare più di 4 mila euro”. Da mandare ai suoi due bambini, rimasti nel suo Paese.

Il marciapiede è lontano dai dibattiti sulla riapertura delle case chiuse e dalle polemiche sulle multe ai clienti. Dopo la pausa estiva sulla strada si torna a lavorare a pieno ritmo. “Non c’è ancora il pienone dei mesi invernali”, spiega una prostituta di viale Brianza. “Molte ragazze sono ancora nelle località di villeggiatura”. I marciapiedi di viale Abruzzi e via dei Mille, due zone di solito molto affollate, sono quasi vuoti. Anche se i clienti non mancano: basta aspettare anche solo un minuto in viale Marche accanto a una bionda vestita di bianco e si fermano quattro auto.

[i](Credits: Cristina Bassi)[/i]

Se si allarga un po’ il giro però, tra mezzanotte e le 2.30, è facile ricostruire la mappa del sesso a pagamento. Alla faccia di chi parla di quartieri a luci rosse, a Milano si sono già spartiti la città. Piazzale Lagosta, via Pola e viale Restelli sono da sempre il terreno dei transessuali sudamericani. Tra la stazione Centrale, via Vitruvio, Loreto e via Porpora lavorano le ragazze dell’Est, spesso sono giovanissime. In piazza Trento ci sono tre romeni, magri e con la faccia da ragazzini. I loro clienti sono tutti uomini.
Risalendo la circonvallazione esterna, da viale Cassala, a viale Bezzi, fino a piazzale Lotto le prostitute sono ovunque. Viale Monza e viale Fulvio Testi sono la meta di chi cerca i viados o lucciole italiane un po’ attempate. In zona San Siro, su via Salmoiraghi, la prospettiva cambia a seconda del lato della strada. Su quello sinistro ci sono le ventenni dell’Est, con minigonna, stivali e seno bene in vista. Su quello destro cinque o sei donne cinesi. Gonna sotto al ginocchio e camicetta accollata, dimostrano una quarantina d’anni.

[i](Credits: Cristina Bassi)[/i]

Francesca, transessuale brasiliano 23enne, è a Milano da cinque anni. In Questura ci è finito decine di volte, “ma ho la cittadinanza”, spiega. Sulla strada infatti ha trovato l’amore. Si è sposato con una donna che ha un figlio di otto anni e “batte” due isolati distante da lei. “Da quando ci sono io a casa”, continua Francesca che al di là del look da donne garantisce bicipiti poderosi su un fisico da 190 centimetri, “non succede più che i clienti la picchino o che la rapinino”. In piazzale Lagosta i prezzi sono intorno ai 50 euro, un trans riesce a fare anche 10 mila euro nei mesi caldi, che per il “settore” sono dicembre e gennaio. I clienti di Francesca sono spesso coppie. “Ma succede sempre di più che le donne poi tornino da me da sole…”

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Prostituzione: cinquant’anni di chiacchiere non spengono le luci rosse

L’idea dell’assessore di Bologna, Libero Mancuso, un ex magistrato, di creare zone isolate in cui convogliare, a rotazione, la prostituzione fa riaccendere le polemiche a distanza di quarantasette anni dalla chiusura delle case di tolleranza.
Di decennio in decennio si sono avvicendate le proposte, si sono succeduti scontri, battaglie civili e politiche, anche nel tentativo di cambiare la legge che aveva chiuso definitivamente l’epoca delle case di tolleranza.

La legge che in Italia regola “il mestiere più antico del mondo” ha cioè quasi cinquant’anni e prende il nome dalla senatrice socialista Tina Merlin. Fu approvata per consentire all’Italia di entrare nelle Nazioni Unite che chiedevano di abolire la prostituzione di Stato. Così, il progetto diventò legge con il parere contrario di missini e monarchici. A mezzanotte del 20 settembre 1958 la legge sbarrò le porte di 560 “case”, sopravvissute di un’industria che, nel pieno dell’attività, in Italia fatturava più di 14 miliardi con 730 imprese, 400 imprenditori, 2 o 3 mila lavoratrici.
La legge abrogava le disposizioni emanate dal governo Crispi nel dicembre del 1883 e puniva il reato di sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione. Non configurava, però, la prostituzione come reato. Di conseguenza, chi la esercitava non poteva essere schedato, facendo venir meno la schedatura sanitaria. La paura di malattie veneree, e i pregiudizi dell’opinione pubblica spinsero diversi parlamentari a presentare molti progetti di modifica alla Merlin. Verso la fine degli anni ‘80 la pornostar Ilona Staller, eletta in parlamento nel 1987 nelle fila dei radicali, propose di istituire “Parchi e alberghi dell’amore”, ipotesi ripresa dell’onorevole socialdemocratico Antonio Bruno (Psdi), che prevedeva delle “colline dell’amore” al posto delle case, gestite direttamente dalle donne che avrebbero dovuto pagare i contributi allo Stato così da accedere a regolare pensione, assistenza e previdenza.
Nel 1991, una indagine Doxa rilevò che il 67 per cento degli intervistati era favorevole al ripristino delle case chiuse gestite dallo Stato. Nel 1997, un sondaggio affermava che l’80 per cento degli italiani era d’accordo sul riaprire le case di tolleranza.
Innumerevoli, in quarant’anni, le proposte di modifica o abrogazione della Merlin. Nel 1986 fu il Partito monarchico a chiederne l’abolizione. Nel 1997 arrivò la proposta della Federcasalinghe per una “prostituzione autogestita”, esercitata solo da maggiorenni “nelle proprie abitazioni e in luoghi chiusi”, con pagamento delle tasse e obbligo di controlli medici periodici.
Nel 1998 fu Viviana Beccalossi, vicepresidente del Consiglio regionale della Lombardia, che per contenere la diffusione dell’Aids propose una legge per riapertura delle case chiuse. Nel 2000, l’allora ministro del Tesoro Giuliano Amato propose di punire i clienti delle prostitute e non permettere, in particolare, a “chi va con le minorenni” di farla “franca”, perché “è complice del reato di schiavitù”. Poco tempo dopo seguì la proposta dell’allora ministro della Solidarietà sociale, Livia Turco: riformare la Merlin “permettendo l’esercizio della prostituzione all’interno delle case, magari nell’ambito di un esercizio cooperativo delle donne nella gestione” e destinare “alcuni spazi delle città alla prostituzione per dare una risposta di sicurezza ai cittadini”.
L’ultimo disegno di legge sul tema è del governo Berlusconi, nel 2002, a firma dei ministri Prestigiacomo, Bossi e Fini ma è rimasto incagliato tra i rami del Parlamento e non è mai stato trasformato in legge. Il provvedimento vietava l’esercizio della prostituzione in luoghi pubblici e aperti al pubblico (tipo le strade), stabiliva multe sia per i clienti che per chi si prostituisce (a meno che non dimostri di essere in realtà vittima di un racket), diceva no agli Eros center, ma ammetteva la possibilità di esercitare il “mestiere” nei condomini, trasformati così in veri e propri “casini”.
Iniziative choc sono giunte anche dai sacerdoti: nel 1999 a Genova don Andrea Gallo propose di considerare le prostitute come lavoratrici autonome, di favorire la formazione di cooperative fra loro e di concentrarle tutte in zone a luci rosse.
La questione è stata affrontata infine nel quadro dei “patti per la sicurezza” siglati dal ministero dell’Interno con i sindaci di alcune grandi città (Milano, Torino, Roma, Napoli, Venezia) ma i “primi cittadini” sono sempre più convinti che sul fenomeno serva una strategia più articolata e pianificata a livello nazionale.

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