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Ormai è allarme. Le polemiche tra il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, e il sindaco, Massimo Cialente (Pd), hanno sancito ciò che gli aquilani sapevano. Nonostante l’encomiabile impegno della Protezione civile sono ancora da risolvere giganteschi problemi. Perché, a quattro mesi dal terremoto del 6 aprile che ha distrutto L’Aquila e il suo circondario, il nodo non sono le casette antisismiche in costruzione che, fra settembre e dicembre, ospiteranno circa 14 mila persone. Il punto è la sistemazione degli altri aquilani.
L’emergenza è tale che per trovare analogie bisogna risalire ai terremoti del Settecento o a quelli di Messina e della Marsica di un secolo fa.
I numeri
Sono ancora 47.208 gli sfollati assistiti dalla Protezione civile, di cui 19.973 in 137 tendopoli e 27.235 in alberghi e case sulla costa. A essi vanno sommate le migliaia di aquilani che si sono sistemati autonomamente altrove. Le casette antisismiche, pronte per i primi 3 mila cittadini entro settembre, non saranno sufficienti per le famiglie con abitazione inagibile che secondo il sindaco Cialente sono 12.547.
In realtà , le effettive esigenze si conosceranno intorno a Ferragosto, visto che il censimento è durato fino al 10 di questo mese. Le abitazioni potrebbero essere assegnate applicando la graduatoria a punti approvata dal consiglio comunale. Durante il censimento gli aquilani hanno potuto scegliere fra trasferirsi nelle casette in costruzione, farsi ospitare da parenti o amici, andare in affitto a spese della Protezione civile. Titti Postiglione, capo della sala operativa della Protezione civile, comunque garantisce: “Daremo un tetto a tutti quelli che hanno una casa inagibile e stiamo valutando la requisizione di appartamenti e alberghi anche nei comuni circostanti, oppure la concessione di un contributo per l’autonoma sistemazione”. Di requisizioni si parla nell’ordinanza del 30 luglio e non si esclude l’uso della caserma della Finanza a Coppito. Molti appartamenti sfitti, però, sono danneggiati.
L’Associazione costruttori ne ha promessi 500 in tempi rapidi e agli imprenditori vengono concessi 30 mila euro per miglioramenti antisismici sugli edifici quasi ultimati e, forse, su quelli pronti e invenduti. Gli altri comuni del cratere sismico avranno invece casette in legno a un piano: in 18 dei 49 comuni interessati fra agosto e settembre saranno montate le prime 1.300 (su un totale di 2.300), mentre in quattro località attorno all’Aquila si stanno costruendo 298 case in legno donate da vari enti.
Ricostruzione in ritardo
Tuttavia, per le abitazioni poco danneggiate è tutto fermo. Bertolaso si è lamentato dell’immobilismo dopo le ordinanze di giugno, nonostante la possibilità per i cittadini di incaricare un’impresa. “Non si può pretendere che faccia tutto la Protezione civile” si è sfogato. In realtà incertezza prima e contraddizioni normative poi hanno frenato i terremotati. Il nuovo prezziario della regione è ufficiale dall’8 luglio e le linee guida per applicare le ordinanze sono state pubblicate sulla Gazzetta ufficiale il 27 luglio. Postiglione ammette: “Ci sono stati ritardi vari ed è comprensibile perfino l’inerzia di chi ha subito un terremoto del genere. Però si potevano avere progetti pronti da presentare appena emanate le linee guida”. Peccato che queste contraddicano l’ordinanza chiedendo al cittadino di presentare “documenti attestanti l’avvenuto pagamento delle fatture”. Un equivoco chiarito soltanto con una nota del 2 agosto. Anche la gran parte delle case più o meno agibili (il 68,4 per cento) richiede lavori, quasi tutte della durata di alcuni mesi. È il nucleo decisivo per la ripresa della vita in città , ma i ritardi rendono improbo l’impegno delle famiglie in vista della riapertura delle scuole il 21 settembre e dell’università . Nell’ateneo, su 14 mila studenti fuori sede, 1.700 hanno risposto a un questionario dell’Unione degli universitari. Il risultato: il 4 per cento non tornerà e il 43 per cento lo farà solo se ci saranno alloggi disponibili. A molti pare indispensabile, dunque, che il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, intervenga in prima persona. Se non si accelerano fondi, pratiche e lavori l’inverno troverà un capoluogo di regione semideserto. Gli appelli si moltiplicano: il presidente della provincia, Stefania Pezzopane (Pd), sollecita un incontro fra tutte le autorità interessate perché “la ricostruzione vera è un argomento purtroppo non ancora affrontato”; e lo stesso fa il presidente dell’Ordine provinciale degli ingegneri, Paolo De Santis, “perché in questa situazione la ricostruzione non partirà neppure a Natale”.
I costi
La sola ricostruzione leggera dovrebbe costare tra 250 e 300 milioni. “Finora L’Aquila ha ricevuto dalla Protezione civile 20 milioni, più altri 10 per i puntellamenti” dice Cialente. Postiglione ribatte che gli altri soldi arriveranno con gli stati di avanzamento dei lavori. Il sindaco si farà prestare tecnici da altri comuni e assicura che saranno smaltite “fino a 400 pratiche al giorno su circa 10 mila relative alla ricostruzione leggera”.
Per questa vale il silenzio-assenso dopo 30 giorni. Sull’effettiva disponibilità dei fondi, però, circolano dubbi. Il decreto Abruzzo del 28 aprile assegna 700 milioni tra 2009 e 2010 al progetto case, le abitazioni antisismiche. Come mai, allora, la Protezione civile annuncia che sui 74,6 milioni raccolti finora con le donazioni 40 saranno destinati proprio a quel progetto?

Il centro storico
Il cuore della città è inagibile al 78 per cento. Il piano di ricostruzione, di competenza del sindaco, è agli inizi mentre le scosse di assestamento sbriciolano le case e un patrimonio di 1.900 edifici vincolati. Secondo il segretario della Uil beni culturali, Gianfranco Cerasoli, il direttore regionale ai beni culturali, Anna Maria Reggiani, e il vicecommissario delegato, Luciano Marchetti, “operano a proprio rischio perché mettono in sicurezza senza avere i fondi e le imprese reclamano i pagamenti”.
Il danno ai beni culturali è calcolato in 3 miliardi, ma dei 50 milioni annunciati dal ministro Sandro Bondi stanno cominciando ad arrivare poche gocce. Marchetti: “Hanno deliberato i primi 2 milioni, a breve arriverà qualcos’altro. Siamo a 3 milioni di debiti e, tra noi e il comune, abbiamo messo in sicurezza il 20 per cento degli immobili“.
Per ricostruire il centro storico si prevedono almeno cinque anni. Inoltre, sono ancora pochissime le adozioni di monumenti da parte degli stati intervenuti al G8.
Strani furti
A dispetto di un’eccellente attività di soccorso, all’Aquila si sono verificati furti nella zona rossa alla quale si può accedere solo se scortati. Il titolare di un’enoteca a pochi passi dalla prefettura ha trovato vuoto il suo deposito di vini: 20 mila euro di danni. Il questore, Filippo Piritore, non esclude qualche “mela marcia: è inevitabile che i primi sospetti siano diretti verso alcuni soccorritori” ammette con Panorama. “La squadra mobile ha avviato controlli sui mezzi che sono entrati o che entrano nella zona rossa, pur con imbarazzo. E su quei furti qualche traccia c’è”.
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Guarda nei GRAFICI: il piano di ricostruzione. Lo SPECIALE di Panorama.it
Donne, vecchi e bambini: ci vorrebbero loro per lo schiaffo in mondovisione a Silvio Berlusconi e per far saltare i preparativi del G8 che portera a luglio i grandi della Terra fra i senzatetto d’Abruzzo. Donne, vecchi e bambini, gente tignosa, mossa dalla disperazione di chi ha perso tutto e che ora, proprio ora, macina rabbia sotto le tende degli sfollati, dimenticati da tutti. I progetti semplici, ambiziosi, vengono coltivati in silenzio.
Nella tendopoli il piano assume forma, profondita nei cuori dei piu impazienti, che vengono individuati, scelti, fatti amici. In breve, si vogliono trasformare i giorni di Barack Obama, del G8, dall’8 al 10 luglio nei luoghi violati dal cataclisma, in un happening incalzante di contestazioni, in una tomba mediatica internazionale per il premier; proteste da far alzare un muro d’odio che isoli il governo e imbarazzi le cancellerie dei paesi amici. L’allarme arriva dall’Aisi, gli 007 del generale Giorgio Piccirillo che stanno occupandosi di mettere in sicurezza il vertice.
Hanno scoperto che l’attivita di proselitismo viene portata avanti da un gruppo di 15-20 persone. Si sono “infiltrate ” tra i volontari civili, aiutano la popolazione abruzzese ad affrontare la quotidianita negli accampamenti e cercano di individuare chi potrebbe partecipare all’iniziativa. L’obiettivo e quindi fomentare proteste, magari persino disordini, non da parte dei “movimenti”, dei gruppi internazionali contro la globalizzazione, con azioni di guerriglia urbana che gia aveva caratterizzato i black bloc a Genova, ma sollevando i terremotati contro il premier. Lo scarto di rilevanza mediatico e evidente: le azioni di protesta da parte dell’antagonismo vedrebbero una reazione fredda dei leader dei paesi, che reagirebbero ritenendo l’azione contro il G8 e non contro il primo organizzatore.
Se invece fossero gruppi di senzatetto ad accusare il governo di disattendere le promesse fatte, di non avviare i trasferimenti nei prefabbricati nei tempi previsti, insomma se Silvio Berlusconi venisse accusato dai terremotati di aver non solo illuso la povera gente ma anche mentito, l’impatto sarebbe micidiale sotto i riflettori in tutto il mondo. L’abile mossa di portare i grandi del pianeta nelle miserie lasciate dall’onda tellurica si trasformerebbe cosi in un boomerang dagli effetti imprevedibili. Questi “finti” volontari, sempre secondo quanto raccolto dagli 007, starebbero diffondendo false notizie per creare incertezza. La prima e che l’agenda definita dalla Protezione civile e dal governo per assicurare alle famiglie un tetto entro Natale non verrebbe rispettata.
Percio ogni disguido, ogni ritardo, ogni nomina rinviata, a iniziare dalla scelta dei subcommissari, viene enfatizzato per radicalizzare i malumori. E inoltre evidente che proprio gli errori e le lacune di Genova, che provocarono qualche graffio all’allora capo della Polizia Gianni De Gennaro (oggi a capo del dipartimento delle informazioni per la sicurezza, che coordina Aisi e Aise), possono evitare gli errori del passato con un’operazione di prevenzione e isolamento da artificieri del dissenso pilotato.
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I tempi sono strettissimi. Dopo la pioggia primaverile incombe il caldo estivo e il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, ha un solo obiettivo: garantire un tetto prima del freddo autunnale alle migliaia di aquilani costretti a vivere nelle tende dopo il terremoto del 6 aprile.
Gli edifici prefabbricati Alle 8 di giovedì 14 maggio i tecnici hanno preso possesso delle 20 aree individuate per la costruzione delle abitazioni provvisorie (vedere il riquadro a pagina 59) ed è così cominciato il conto alla rovescia. Una corsa contro il tempo che dovrebbe avere le seguenti tappe finali: entro la fine di settembre saranno pronte le prime abitazioni per circa 2.500 persone e altrettante di seguito ogni 15 giorni, per arrivare a circa 12.500. È ancora difficile stimare il numero esatto di persone che ne avranno bisogno, visto che i sopralluoghi per verificare l’agibilità o meno delle abitazioni si concluderanno all’inizio di giugno. E in quel momento, sperando che lo sciame sismico si attenui, chi può dovrebbe avere la forza di rientrare nella propria casa. Su 64.391 sfollati assistiti dalla Protezione civile, 31.422 sono ospitati nelle 170 tendopoli e gli altri in alberghi e case sulla costa adriatica.
Bertolaso per ora ha calcolato in circa 15 mila le persone da ospitare nei prefabbricati aggiungendo che “una parte della popolazione verrà sistemata negli appartamenti liberi presenti in città che verranno affittati dallo Stato, mentre chi troverà una sistemazione autonoma godrà di un contributo mensile”. Gian Michele Calvi, docente alla facoltà di ingegneria dell’Università di Pavia, è il referente della Protezione civile per il Progetto c.a.s.e. (complessi antisismici, sostenibili ed ecocompatibili) in qualità di presidente dell’Eucentre, il centro europeo di formazione e ricerca in ingegneria sismica. “Non conoscendo il numero di nuclei familiari da ospitare saremo molto flessibili” spiega a Panorama.
“Avremo appartamenti da 36, 55, 72 metri quadrati, ma anche più ampi utilizzando moduli di 4 mq. In 72 mq possono stare quattro persone in due camere da letto, due bagni e una zona giorno con cucina”. Calvi conosce bene le mille difficoltà e va dritto al cuore del problema: “I due elementi che non si possono discutere sono la sicurezza sismica e il tempo”. Sul primo punto le aree sono state scelte dopo indagini macrosismiche, di velocità di propagazione delle onde per vedere se ci fossero faglie, analisi idrogeologiche e facilità di connessione con viabilità , sistemi di fognature e condotte idriche. Riguardo alla realizzazione, prosegue l’ingegnere, “abbiamo bisogno di costruttori che siano in grado di consegnarci gli edifici chiavi in mano in 4 mesi, lavorando 2 mesi nei loro stabilimenti e altrettanti in loco”. Bertolaso ha parlato di prefabbricati in legno lamellare e calcestruzzo compresso su una piattaforma antisismica e l’individuazione delle aziende dipenderà dalla garanzia di rispetto dei tempi. Spiega infatti Calvi: “Se prendessimo tutti i produttori di case in legno del Trentino-Alto Adige, nei tempi che indichiamo ci fornirebbero 300 abitazioni, mentre ce ne servono 4.500.
Perciò entro pochissimi giorni emaneremo un bando aperto nel quale non indicheremo un determinato numero di abitazioni bensì quante abitazioni dovranno essere costruite in 4 mesi chiavi in mano”. Come riuscirci? La soluzione potrebbe essere un’associazione di imprese, perché quasi tutte le aziende specializzate in tecnologie per il montaggio veloce non sono abituate a fornire anche serramenti, impianti elettrici e altro, lavori che possono invece compiere semplici imprese edili. “Le offerte dovranno arrivarci entro la fine di maggio, così mentre procederemo all’aggiudicazione cominceremo con gli scavi”. Il primo mese è quello che preoccupa di più Calvi: “Una volta partiti non ci fermeremo più”. Vediamo un po’ di numeri e la tabella di marcia.
Per ora si ipotizzano 150 blocchi di edifici per altrettante piastre su cui costruire. Per ogni piastra si calcolano 80 abitanti, pari a 25-30 alloggi, per un totale di 12 mila persone. Dall’inizio di giugno in 15 giorni Calvi prevede di realizzare gli scavi sulle prime 30 piastre. Subito dopo verrà posta l’armatura delle fondazioni mentre cominceranno gli scavi su altre 30 piastre, e così via. Entro luglio (2 mesi) saranno pronti i primi 30 blocchi su cui potranno essere montate le abitazioni da consegnare entro settembre. Considerando la flessibilità nelle dimensioni, si arriverebbe a dare un tetto a 12.500 persone entro la fine di novembre, alla media di circa 2.500 ogni 2 settimane da fine settembre. In questo caso, sembra inevitabile che una parte di quei cittadini dovrà essere ospitata temporaneamente altrove in attesa del completamento degli edifici.
Già a metà ottobre la temperatura notturna cala sensibilmente e non si può restare in tenda.
Costi e finanziamenti Per la costruzione dei moduli abitativi il decreto legge sulla ricostruzione del 28 aprile stanzia 700 milioni di euro. Calvi stima un costo di 40 mila euro per abitante, al netto dell’iva. “Riuscire in quest’opera con i costi che stiamo prevedendo sarà un vero miracolo” commenta ancora l’ingegnere, che sottolinea il risparmio di una somma di oltre 100 milioni non facendo ricorso a general contractor e società di progettazione. Bertolaso emanerà un’ordinanza sulla costruzione di questi edifici provvisori dopo che il decreto legge sul terremoto sarà approvato dal Senato, mentre quella sulla ricostruzione vera e propria arriverà a fine giugno. La vera svolta è attesa per la prossima settimana. Dopo gli emendamenti presentati dal governo nella commissione Ambiente del Senato, martedì 19 l’aula vota la nuova versione del decreto legge che porta al 100 per cento il contributo pubblico per chi ricostruisce o ristruttura la propria casa danneggiata.
Altri provvedimenti riguarderanno i poteri del sindaco e del presidente della regione sulla ricostruzione del centro storico dell’Aquila e il ruolo della Fintecna. Il senatore Antonio D’Alì (Pdl), relatore e presidente della commissione, aveva già presentato propri emendamenti, che prevedono tra l’altro 10 milioni dal fondo Infrastrutture per consentire ai residenti nelle aree terremotate l’esenzione dal pedaggio autostradale per tutto il 2009 e 5 milioni per la messa in sicurezza degli immobili storico-artistici.
L’economia La ricostruzione passa anche attraverso la ripresa delle attività industriali, commerciali e agricole. Il presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia, e quello degli industriali abruzzesi, Calogero Marrollo, insistono nel chiedere che L’Aquila e il suo circondario siano dichiarati zona franca almeno per cinque anni. Ne deriverebbero vantaggi fiscali e incentivi finanziari tali da incoraggiare gli investimenti. Il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ha avviato i contatti con l’Ue. Nel frattempo la Cia, confederazione degli agricoltori, sta promuovendo i prodotti tipici aquilani e abruzzesi: fino al 2 giugno saranno in 50 mercati in tutta Italia.
Lo stesso farà la Confcommercio aquilana grazie alla Federdistribuzione, che copre quasi tutte le catene di supermercati, e alla disponibilità dei mercati ambulanti della Penisola. Un’analoga iniziativa è programmata a Madrid per il 30 maggio. L’Aquila, solo nel centro storico, ospitava oltre 900 commercianti.
Nella popolazione l’angoscia si mescola alla voglia di ricominciare. Un esempio? Nella tendopoli di Pizzoli, comune a 15 chilometri dall’Aquila, è attiva da giorni la raccolta differenziata porta a porta. Anzi, purtroppo, tenda a tenda.
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Il progetto per la rinascita dell’Abruzzo è già chiaro. “Entro 6 mesi verranno costruite delle case per 13 mila persone. Saranno spostate dalle tende perché non vogliamo le baraccopoli” afferma il premier Silvio Berlusconi, parlando dei provvedimenti per i terremotati dell’Abruzzo davanti all’assemblea dell’Ance. “Queste case” prosegue il Cavaliere “verranno costruite su 14-20 aree abitative nel verde”. Poi aggiunge: “Una volta che le case saranno ricostruite, i moduli abitativi diventeranno i nuovi campus universitari in modo tale che gli studenti avranno a disposizione non una stanza, ma un vero e proprio appartamento”.
“Credo che degli 8,7 miliardi stanziati per l’Abruzzo più di 7 siano da spendere nel campo delle costruzioni e dell’edilizia in generale”, precisa il presidente del Consiglio. “Stiamo anche lavorando affinché ci possa essere un intervento sul nostro patto di stabilità ” aggiunge “per quanto riguarda i comuni, per far destinare i risparmi all’edilizia”. Poi il premier aggiunge: “Lo stato interverrà per le abitazioni ricostruendo il 100% di ciò che la forza della natura ha tolto”.
Secondo la Ragioneria generale dello Stato, i 3,1 miliardi di euro previsti dal decreto ‘terremoto’ per la ricostruzione degli immobili danneggiati o distrutti dal sisma sono sufficienti, anche se dall’iniziale previsione di contributi massimi di 150.000 euro si provvederà alla copertura del 100 per cento del danno subito. Il fondo originariamente basta perché, spiega la Ragioneria Generale dello Stato, “il numero degli immobili da ricostruire è inferiore alle stime iniziali” e il costo per gli interventi di riparazione “sarà in molti casi inferiore alla quota di 150.000 euro”. E, quindi, sarà possibile una “ridistribuzione del fondo” già previsto.
In base ai primi dati, le case inagibili al termine delle verifiche saranno pari al 32 per cento del totale, vale a dire 21.773 su 72mila unità . Quelle danneggiate saranno invece 11.839. In totale le unità immobiliari inagibili ammonteranno, al termine delle verifiche, a 23.040, ma di queste 1.267 non sono a uso abitativo. Quelle danneggiate saranno pari a 12.528 (il 17,4% del totale), di cui a uso non abitativo sono 689.
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Il contributo per la ricostruzione e la riparazione delle case demolite dal terremoto coprirà per intero le spese necessarie. E’ quanto stabilisce un emendamento del governo al decreto legge per l’Abruzzo. “Il contributo di cui alla presente lettera è determinato in ogni caso in modo tale” si legge nel testo “da coprire integralmente le spese occorrenti per la riparazione, la ricostruzione o l’acquisto di un alloggio equivalente”.
Il governo ha presentato, in commissione Ambiente al Senato, un pacchetto di emendamenti al decreto legge per l’emergenza del terremoto. Le proposte di modifica a firma dell’esecutivo dovrebbero essere nove. La concessione dei contributi, anche “con le modalità del credito d’imposta e di finanziamenti agevolati garantiti dallo Stato”, è prevista per “la ricostruzione o riparazione di immobili adibiti ad abitazione considerata principale” si legge nel testo dell’emendamento, che in questa parte ricalca la versione originale del decreto legge “distrutti, dichiarati inagibili o danneggiati ovvero per l’acquisto di nuove abitazioni sostitutive dell’abitazione principale distrutta”.
Sul fonte giudiziario, nel mirino della Procura della Repubblica dell’Aquila, che indaga sulle responsabilità dei crolli e delle morti per il terremoto, figurano circa 80 persone - tra costruttori, progettisti, esecutori dei lavori e pubblici funzionari - che hanno concesso le autorizzazioni a costruire. Si tratta di coloro che compaiono nelle storie dei circa 150 edifici crollati, in molti dei quali ci sono state vittime. Ma anche se - come ha sottolineato ancora una volta il procuratore della repubblica, Alfredo Rossini - le indagini vanno avanti molto speditamente, la chiusura delle indagini preliminari non ci sarà prima del prossimo settembre, a causa della sospensione delle attività che ci sarà per un mese e mezzo dal primo agosto prossimo, ma il procuratore non ha escluso che prima ci sarà qualche interrogatorio. Oggi non ci sono stati sopralluoghi né audizioni di testimoni, ma sono state esaminate le carte. In particolare, è stata approfondita la questione dell’ospedale San Salvatore, dove sono tornati magistrati e tecnici, al fine di dissequestrare altri pezzi e favorire interventi di messa a norma. Inoltre, gli uomini della polizia giudiziaria hanno sequestrato altre schede di palazzi pubblici e privati, ossia screening sulla storia, la stabilità e gli interventi da fare.
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di Karen Rubin
Che cosa sia stato fatto in Abruzzo dal 1999, anno in cui fu preparato il dossier Barberi, a oggi non è un mistero. Per ripercorrere le tappe che dovevano portare alla messa in sicurezza degli edifici che sono miseramente crollati con il terremoto che ha scosso la regione la notte del 6 aprile basta parlare con l’ingegner Pierluigi Caputi. Sotto la sua direzione ai Lavori pubblici e alla Protezione civile si è svolta gran parte dell’indagine che ha censito gli edifici pubblici abruzzesi.
Il dossier regionale che seguì quello di Barberi aveva la stessa finalità ma interessò un numero di stabili maggiore del precedente. In tutti e due i casi si trattò di una schedatura in cui vennero riportate soltanto le lesioni osservabili a occhio nudo. Nessuna analisi approfondita sulla efficienza statica degli edifici a partire dalle fondazioni.
Il censimento non fu condotto dai tecnici della Protezione civile regionale bensì da una società privata, la Collabora, nel cui capitale entrarono prima la provincia e successivamente la regione. “Effettuammo i rilevamenti grazie all’opera di 50 squadre di tecnici formate da due uomini ciascuna. La nostra però era una società di servizi. Non potevamo fare alcuna verifica di agibilità perché i nostri tecnici non erano ingegneri. Riportarono la presenza di lesioni nelle schede senza fare alcuna valutazione di resistenza al rischio sismico” racconta Vittorio Ricciardi, che all’epoca dell’indagine era direttore generale e amministratore delegato della Collabora. “Il nostro era un lavoro di ricognizione e censimento degli edifici sul territorio al solo scopo di creare un’anagrafe dell’immobile”.
L’indagine iniziò nel 2002 e terminò nel 2005, furono individuati 1.400 edifici scolastici e 1.100 edifici strategici. Soltanto a quel punto sarebbe stato possibile procedere a verifiche che interessassero finalmente gli edifici pubblici in termini di stabilità e sicurezza.
“Alla regione spettava il compito di effettuare il censimento, che oltretutto fu inviato su supporto informatico a tutti i proprietari degli immobili. Spettava la programmazione delle risorse messe a disposizione dal dipartimento della Protezione civile nazionale e dalla stessa regione per le verifiche statiche successive. Delle verifiche e delle attività di messa in sicurezza la legge ha stabilito che a occuparsene siano i proprietari in prima persona” spiega Caputi.
Nel caso degli edifici scolastici, si tratta delle province per quanto riguarda gli istituti superiori e dei comuni per le scuole elementari e secondarie. “I primi fondi si resero disponibili a metà del 2005. Furono reperiti 5326 milioni di euro, una briciola rispetto alle esigenze” precisa l’ingegnere. Finanziamento, che a partire dal 2006, fu utilizzato per le verifiche di 180 edifici e 100 ponti. A oggi sembra che ne siano state svolte soltanto 70.
“Il cambiamento della normativa antisismica del 2003 ci creò il problema di formare ingegneri che fossero in grado di sottoporre gli edifici ad analisi sismica con le nuove norme vigenti” ricorda Caputi.
Pochi mesi dopo il crollo della scuola di San Giuliano di Puglia venivano fornite nuove indicazioni tecnico-normative per la costruzione o la verifica in zona sismica. Altri criteri, stavolta europei, definivano le azioni da utilizzare nei progetti, precisando da ultimo anche le caratteristiche dei materiali da mettere in opera. Una normativa che è stata prorogata a più riprese e che ancora non è entrata in vigore.
“L’intera attività di messa in sicurezza degli edifici e delle infrastrutture coinvolge una filiera che va dallo Stato alle amministrazioni regionali e provinciali. Manca la capacità delle amministrazioni di garantire, a questo fine, un flusso continuo di risorse nei bilanci dello Stato e degli enti locali. Manca la consapevolezza di quanto prevenire sia meglio che curare. Da queste mancanze si è generato il dramma di casa nostra” lamenta Caputi.
Fra gli edifici già verificati in base alle nuove norme c’è quello occupato dalla prefettura dell’Aquila. La scheda indicava una previsione di sicurezza pari al 30 per cento, dunque una soglia di rischio molto alta. Sarà la procura a indagare e decidere se il mancato consolidamento dell’edificio sia responsabilità dell’amministratore provinciale. “Non è un mistero per nessuno che i fondi a disposizione della regione non sono commisurabili alle esigenze. Agiamo privilegiando le urgenze. È ipocrita invocare gli interventi se non ci sono le risorse per attuarli” conclude amaro Caputi.
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L’Aquila e il suo tragico terremoto faranno finalmente partire la prevenzione? Gli esperti vivono con frustrazione questi momenti, uguali a quelli seguiti a ogni sisma senza che nessuno abbia ascoltato le loro indicazioni. Anche perché mezza Italia rischia di essere distrutta come il capoluogo abruzzese, se non si interviene.
Non si tratta di spicciolo allarmismo perché sono dati forniti da Franco Barberi, docente al Dipartimento di scienze geologiche dell’Università Roma Tre e presidente vicario della commissione grandi rischi della Protezione civile: “Le zone sismiche più pericolose coprono il 45 per cento del territorio e solo il 14 per cento degli edifici presenti in queste zone è stato costruito con criteri antisismici” spiega l’ex sottosegretario alla Protezione civile. Perciò “l’unico modo per difendersi dai terremoti è realizzare interventi antisismici di prevenzione sugli edifici vecchi, cioè costruiti prima della classificazione antisismica”, che risale al 1984.
Solo allora, 4 anni dopo il disastro dell’Irpinia, si cominciò a parlare di prevenzione. L’Italia venne divisa in tre zone a pericolosità decrescente, salite a quattro con l’aggiornamento della classificazione del 2003. Dopo la prima indagine di vulnerabilità sismica all’indomani delle scosse registrate in Garfagnana nel 1985, un punto fermo resta il corposo lavoro coordinato dall’allora sottosegretario Barberi e concluso nel 1999, che dice tutto nell’altrettanto corposo titolo: Censimento di vulnerabilità degli edifici pubblici, strategici e speciali nelle regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia e Sicilia. Il Gruppo nazionale difesa terremoti censì quasi 41.300 edifici nella parte d’Italia più a rischio. In Puglia venne valutata solo la provincia di Foggia e in Sicilia la parte orientale dell’isola. Nel 2000 seguì un censimento a campione dell’edilizia privata e nel 2001 quello sugli edifici monumentali. Il migliaio di pagine del 1999 fu inviato a tutti gli enti locali. Quanti amministratori l’hanno letto? Quanti si sono rimboccati le maniche?
Dallo studio si scopre che mediamente gli edifici pubblici in cemento armato sono più a rischio di quelli in muratura. “E più passa il tempo più si aggrava la situazione” spiega Barberi a Panorama. “Sugli edifici degli anni Cinquanta il problema riguarda la vita del cemento armato, a prescindere dalla qualità che spesso lascia a desiderare. Se ne stanno occupando tecnici a livello europeo. Le vecchie case in muratura reagiscono a un terremoto meglio dei primi edifici in cemento armato”.
Facciamo qualche esempio portando come paragone L’Aquila, la cui prefettura, ora distrutta, era in muratura e classificata a rischio medio-alto. A Napoli sono a rischio medio di vulnerabilità il Palazzo Reale in piazza del Plebiscito, il teatro San Carlo, due padiglioni dell’ospedale Cardarelli, la sede della divisione Ogaden dei carabinieri. Tutti in muratura. Tra quelli in cemento armato, sono a rischio alto la prefettura di via De Gasperi e decine di scuole, a rischio medio-alto gli ospedali Loreto Mare e Nuovo Pellegrini, le poste di via Matteotti e l’intendenza di finanza.
A Potenza sono a rischio alto o medio-alto quasi tutti i palazzi in cemento armato: scuole, questura, poste, carcere (costruito dopo il 1981), municipio, ospedale.
Solo nelle zone sismiche più pericolose classificate nel 1984 ci sono 7 milioni di abitazioni pari ad almeno 600 milioni di metri quadrati costruiti prima della classificazione sismica. Migliorare le strutture di abitazioni, edifici pubblici e monumenti in queste zone costerebbe circa 200 miliardi di euro. Una cifra solo apparentemente enorme visto che, aggiunge Barberi, “è appena il doppio del costo delle ricostruzioni post terremoto negli ultimi 40 anni”.
Interventi per la riduzione del rischio cominciarono con una legge toscana nel 1986 dopo il sisma in Garfagnana e con un accordo regione-Protezione civile. Quindi la Finanziaria 1998 stabilì il parziale recupero dell’iva e la detrazione fiscale del costo degli interventi, mentre un’ordinanza del ministro dell’Interno Giorgio Napolitano elencava i comuni a rischio. C’era anche San Giuliano di Puglia, in Molise, dove nel 2002 morirono 27 bambini nel crollo della loro scuola. Nella Sicilia orientale fra il 2000 e il 2001 la Protezione civile e la regione vararono il primo intervento sull’edilizia privata utilizzando 129 milioni di euro avanzati da una legge del 1991. Si arriva così, dopo il sisma in Molise, alla Finanziaria 2003 che stanziò 500 milioni per interventi sulle scuole e all’ordinanza del 2004 del capo della Protezione civile Guido Bertolaso: 200 milioni per indagini di vulnerabilità e messa a norma di edifici di importanza strategica da realizzarsi a cura di regioni e amministrazioni dello Stato.
Gocce nel mare, vista la situazione. A Reggio Calabria, mentre gli edifici in muratura censiti sono tutti a vulnerabilità medio-bassa o bassa (come il rettorato dell’università , molte scuole e alcuni plessi ospedalieri), sono invece a rischio alto o medio-alto quelli in cemento armato: facoltà di architettura, caserma della polizia stradale, ospedali, sedi dei vigili del fuoco e dell’Inps. A Crotone sono a rischio alto decine di scuole, il comando dei carabinieri, l’ospedale S. Giovanni di Dio, la questura, la capitaneria di porto, la nuova sede dei vigili del fuoco, costruita dopo il 1981. Tutti in cemento armato.
Né si può insistere sulla prevedibilità dei terremoti, pur se gli studi continuano. In un documento del 18 aprile, Warner Marzocchi dell’Istituto di geofisica e vulcanologia ha considerato gli elementi disponibili prima del sisma aquilano di magnitudo 5,8 della scala Richter del 6 aprile. La conclusione è che “la probabilità di un terremoto di magnitudo 5,5 o maggiore per il 6 aprile in tutta l’area era pari allo 0,01 per cento”.
A questo punto è bene distinguere le responsabilità private da quelle pubbliche. Dice Barberi: “Qualunque famiglia prima o poi decide di migliorare la propria abitazione: basterebbe spendere un po’ meno sulle maioliche e di più sulla struttura. Si impedirebbe il crollo in caso di sisma”.
Interventi raffinati costerebbero troppo. Per questo, nella riunione della commissione Grandi rischi del 22 aprile, Barberi ha proposto di fare subito “le cose più elementari e a basso costo, come le catene ai muri delle strutture in muratura o le tamponature in quelle in cemento armato”. Si dovrebbe cominciare dall’Abruzzo “estendendo i lavori alle zone dove gli studi ci dicono che è più probabile un forte terremoto nei prossimi 15 anni”.
Nelle tabelle, fornite da Franco Barberi, l’età degli edifici pubblici nelle sette aree a maggiore rischio sismico e lo stato di rischio degli edifici in cemento armato e in muratura secondo il rapporto del 1999.
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Anche i piemontesi hanno avuto la loro dose di paura quando, domenica 19 aprile, un terremoto di magnitudo 3,9 ha colpito la provincia di Cuneo. La scossa è stata avvertita chiaramente fino a Torino. Per fortuna non ci sono stati danni, ma le immagini del dramma abruzzese sono ormai negli occhi di tutti. E per un attimo il panico ha vinto tutti. Nelle periferie di Torino molti cittadini sono scesi per la strada, innumerevoli le telefonate ai vigili urbani. Poi, passati il pericolo e la paura, sono sorti dubbi, perplessità e tante, tante domande.
Eh sì, perché nella mappa della pericolosità sismica, disegnata dall’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (pubblicata più sotto), al Piemonte è stato assegnato un colore che dovrebbe ispirare serenità . È quasi bianco che contrasta con l’inquietante rosso fiamma di altre regioni, come l’Abruzzo, la Campania, la Calabria.
Grande è stata, dunque, la sorpresa. E molti i dubbi. A cominciare da quelli che riguardano l’attendibilità di questa mappa sismica. Ci dobbiamo credere? Non ci dobbiamo credere? Quale rischio corriamo davvero?
“Intanto chiariamo una cosa” dice a Panorama uno degli autori materiali di questo lavoro, Carlo Meletti: “la mappa indica la pericolosità e non il rischio sismico, cioè chiarisce che tipo di terremoto potrebbe avvenire, e con quale probabilità , nelle diverse zone d’Italia. Il rischio riguarda invece le conseguenze possibili di un sisma, cioè se ci potranno essere danni economici, materiali, feriti, morti o altro. Questo nella mappa non è previsto che ci sia”.
Ma appurato che il rischio è un’altra cosa, alla pericolosità che significato dobbiamo dare? Un italiano che vive in una zona a colore grigio-bianco può stare tranquillo di non incappare mai in un terremoto? La risposta è una sola, inequivocabile: no.
Nessuno può sentirsi al sicuro. E non perché la mappa sia sbagliata. Più semplicemente, come è chiarito nei documenti che accompagnano il disegno con i vari colori che indicano la pericolosità delle varie regioni, bisogna partire dal presupposto che tutta l’Italia è considerata zona sismica. Anzi, la zona più sismica d’Europa, come ha ricordato subito dopo il terremoto in Piemonte Enzo Boschi, presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia: “In Italia ogni anno si registrano 8 mila scosse di questa grandezza. Fa parte della realtà del Paese”.
Le aree più tranquille sono censite, dunque, come territori “a bassa pericolosità ” sismica. Ma questa è una categoria che nel linguaggio degli esperti significa ben altra cosa da quello che pensano i comuni mortali. La traduzione per tutti, che è bene tenere a mente, è la seguente: in quei territori vi possono essere terremoti fino a magnitudo 5, ma con una probabilità molto bassa. Nel caso del Piemonte, come ha chiarito lo stesso Boschi, “anche nel passato ci sono state sequenze sismiche di bassa magnitudo. Complessivamente è una regione a bassa pericolosità , ovvero non ci sono terremoti forti”.
Come dire: non bisogna cadere negli equivoci quando si legge la mappa sismica, tracciata nel 2004 e validata anche da un gruppo di esperti internazionali. Spiega Meletti: “Le stime vengono effettuate sulla base delle conoscenze scientifiche disponibili oggi, dalle faglie attive ai dati del catalogo dei terremoti. Sono stime di tipo probabilistico, non c’è la certezza. Si considerano delle serie temporali di terremoti e si fa una stima, lo ripeto, di tipo probabilistico. Noi diciamo quale può essere un terremoto probabile in un certo periodo di tempo. È un documento che guarda in avanti. Serve nel medio e nel lungo periodo, più che sul breve termine. Ed è stato fatto soprattutto per individuare le normative antisismiche”.

Traduzione brutale, ma concreta: dato che una casa in muratura dura più di 100 anni, la mappa serve tra l’altro a capire quante probabilità ci siano di incappare, in quella zona, in un terremoto forte, tale da rendere necessarie tecniche di costruzione straordinarie. E quando si parla di zona si indica uno dei 16 mila punti in cui è divisa la mappa, ciascuno distante dall’altro circa 5 chilometri.
Per avere indicazioni più ristrette non ci si deve rivolgere più all’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, bensì agli enti locali e alle regioni, che possono disegnare una cosiddetta microzonazione sismica in base alle linee guida stabilite appena poche settimane or sono in un accordo tra la Protezione civile e le regioni italiane.
Il Lazio, per esempio, ha appena svolto in collaborazione con l’Enea uno studio particolareggiato in base al quale alcuni quartieri della capitale, per esempio quelli più vicini ai Colli Albani, hanno un grado di pericolosità sismica ben diverso da altre zone di Roma.
Insomma, tutti gli italiani sono avvertiti: anche se la zona dove abitano risulta fuori dalle aree di maggior pericolo, nulla garantisce, neppure il colore rassicurante usato nelle mappe sismiche, che non possano prima o poi incappare in un terremoto.