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Caserta

Dai pizzini al maxicitofono. Ecco come il capo dei Casalesi comunicava con gli altri boss

Il superlatitante della camorra, Michele Zagaria, arrestato dalla polizia a Casapesenna  viene portato dai poliziotti fuori dalla Questura di Caserta, in Piazza Vanvitelli. ANSA/ FELICE DE MARTINO/AG. FRATTARI

Il superlatitante della camorra, Michele Zagaria, arrestato dalla polizia a Casapesenna viene portato dai poliziotti fuori dalla Questura di Caserta, in Piazza Vanvitelli. ANSA/ FELICE DE MARTINO/AG. FRATTARI

Come riescono i boss ad impartire gli ordini dai loro rifugi? Davanti alle storie di capi mafia latitanti per decenni è   un interrogativo ricorrente, uno di quelli che non è possibile non farsi. Bernardo Provenzano utilizzava gli ormai famosi “pizzini” che scriveva di suo pugno dal cascinale nel quale si nascondeva nelle campagne palermitane. Lui comunicava così con la moglie e con il resto del clan: pezzettini di carta, talvolta minuscoli e ripiegati più e più volte, dove annotava tutto dal cibo agli omicidi, dai saluti agli appalti da aggiudicarsi. Ma questo metodo che pur sempre gli ha permesso una latitanza lunghissima, a confronto di quello utilizzato da Capastorta - questo il nomignolo di Michele Zagaria - fa quasi sorridere. Il boss dei Casalesi  aveva infatti studiato e progettato un metodo molto più sofisticato: i citofoni. Anzi. Un maxi citofono. Continua

Tra Napoli e il Casertano torna lo spettro dell’emergenza rifiuti - Foto

Un cumulo di rifiuti nel quartiere Chiaia a Napoli

Un cumulo di rifiuti nel quartiere Chiaia a Napoli (ANSA/CIRO FUSCO)

(ANSA) - Torna lo spettro dell’emergenza rifiuti in numerosi centri del Casertano come a Napoli. Per ora sono diversi i cumuli presenti lungo le strade, ma non è ancora vero caos: la situazione rischia di diventare preoccupante nei prossimi giorni. Foto

Finti macellai e i dispiaceri della carne: la mappa italiana

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Centinaia e centinia di carcasse scarnificate. Come sul set di un film dell’orrore. Invece era tutto reale: i teschi e gli scheletri di pecore, capre, bovini e bufale mescolati al pellame e alle interiora, spuntavano ovunque.
La campagna intorno a Caivano, paesino della periferia nord di Napoli, era stata scelta da alcuni macellai abusivi come discarica a cielo aperto per la loro attività illecità. Continua

Nel Casertano bufale “dopate” per produrre più latte

Produzione delle mozzarelle di bufala

C’era l’ombra dei Casalesi anche dietro un traffico illecito di sostanze utilizzate nel Casertano per dopare le bufale, in modo da favorire la produzione di latte per le mozzarelle. Questo è ciò che emerge dall’indagine condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli e dai Nas che ha portato all’arresto di 19 persone, tra cui tre veterinari compiacenti.
A sottolineare il coinvolgimento del clan dei Casalesi, le dichiarazioni dei pentiti che hanno confermato le ipotesi investigative degli inquirenti. “L’intero traffico era gestito dal clan” ha affermato Franco Roberti, coordinatore della Dda di Napoli “mensilmente percepivano del denaro proveniente da questa attività”.
Sono state 47 le perquisizioni eseguite in provincia di Caserta, tra abitazioni e allevamenti bufalini: di questi 25 sono risultati coinvolti nel giro delle bufale dopate. Un giro “transnazionale” quello venuto alla luce, che coinvolge l’Italia, sede direttiva dei traffici illeciti, l’Albania, dove l’associazione criminale si riforniva di stupefacenti e farmaci, la Svizzera, dove altri componenti dell’organizzazione gestivano il traffico di somatotropina e la Corea, dove il farmaco, vietato in Europa, viene prodotto.
Agli animali veniva somministrata appunto la somatotropina, anche conosciuta come “ormone della crescita”, in grado di aumentare la produzione di latte fino al 20%. La somatotropina, sottolineano gli inquirenti, è una sostanza vietata in Europa, ma non in altri Paesi. I Nas rassicurano: non ci sono rischi per la salute. Come ha spiegato il procuratore capo Giovandomenico Lepore, gli arresti di oggi servono a mostrare ai cittadini che “la guardia non è mai abbassata e che i controlli sono continui”. Soprattutto, ha aggiunto, “non bisogna colpire nè penalizzare un tessuto economico” come quello della provincia di Caserta. Sono, infatti, quasi 2 mila gli allevamenti presenti in quel territorio, 47 quelli controllati e di questi solo 25 sono risultati coinvolti. Una sparuta minoranza, dunque, a fronte di una maggioranza di allevatori che lavora onestamente.
L’indagine condotta sulle bufale dopate nasce come “costola” di una precedente inchiesta che portò gli inquirenti a conoscenza della frode nelle competizioni sportive del settore ippico, attraverso la somministrazione ai cavalli di sostanze dopanti. Il proseguimento delle indagini ha evidenziato due traffici di sostanze illecite. Da un lato la somatotropina somministrata poi alle bufale, dall’altro ketamina, psichedelico dagli effetti più potenti derivanti dall’assunzione di Lsd, e olio di hashish, ottenuto dalla mistura di hashih e marijuana.
Maggiori controlli sull’intera filiera, dall’allevamento di bufale alla produzione di mozzarelle, sono stati chiesi da Legambiente, mentre la Confederazione italiana agricoltori (Cia) propone la sua ricetta: “Tolleranza zero” per chi sofistica ed inquina gli alimenti, continui e rafforzati controlli, indicazione d’origine in etichetta, dura lotta alle falsificazioni

Blitz anti-spaccio: decine di arresti, anche tra i Casalesi

Un'auto dei carabinieri

È scattata alle prime ore dell’alba una vasta operazione antidroga dei carabinieri nelle province di Caserta, Napoli e in altre località in Italia per arrestare 40 persone ritenute responsabili di associazione per delinquere finalizzata all’importazione, detenzione e spaccio di ingenti quantità di sostenze stupefacenti, aggravata dal metodo mafioso. Una decina di soggetti appartengono al clan del Casalesi.
L’operazione, che conclude una complessa attività d’indagine coordinata dalla Dda di Napoli, ha connsetito di individuare un gruppo che trafficava ingenti quantità di cocaina e hashish sul litorale domitio e in particolare nei comuni di Castel Volturnio, Mondragone e Giugliano in Campania. Nel corso delle indagini erano già stati sequestrati complessivamente 45 kg di sostanze stupefacenti, circa 10mila euro in contanti e titoli, oltre a fucili e pistole mitragliatrici, e tratte in arresto in flagranza di reato 26 persone.
L’operazione, denominata “Matriarca”, coordinata dalla Dda di Napoli, ha consentito di individuare un gruppo che trafficava cocaina e hashish sul litorale domitio e in particolare nei comuni di Castelvolturno, Mondragone e Giugliano in Campania.
Nel corso dell’indagine erano già stati sequestrati complessivamente 45 chili di sostanze stupefacenti e circa 10mila euro in contanti e titoli, nonché fucili e pistole mitragliatrici, ed erano state arrestate in flagranza di reato 26 persone.

Arrestato Setola, il boss dei Casalesi ai carabinieri: “Avete vinto”

Setola arrestato

Il latitante della camorra Giuseppe Setola è stato arrestato dai carabinieri del comando provinciale di Caserta a Mignano Montelungo, nel casertano. Proprio due giorni fa il boss dei Casalesi era riuscito a sfuggire alla cattura attraverso le fogne del suo covo segreto. Anche questa volta all’arrivo dei carabinieri Setola ha tentato la fuga sui tetti di un’abitazione del piccolo comune del Casertano, ai confini con il basso Lazio, dove si era rifugiato. Il boss era in una casa attigua ad una clinica privata, Villa Floria, ma non era ricoverato. Anche se aveva un polso fratturato in seguito alla rocambolesca fuga di due giorni fa.

Il boss della camorra era armato ed era insieme ad altre due persone, che sono state fermate. Quando si è reso conto che non c’era più nulla da fare, Setola ha alzato le mani in segno di resa e ha si è rivolto ai carabinieri, ammettendo: “Avete vinto voi”.

“È un gran momento per lo Stato”. Ha commentato all’Ansa il capo della Dda di Napoli, Franco Roberti. “Eravamo certi che era in una situazione di grande difficoltà”, ha aggiunto Roberti, “la sua cattura l’avevamo promessa a tutti i cittadini. Abbiamo mantenuto la promessa”. Roberti, di rientro da Roma, dice di aver provato, alla notizia, “una grande gioia, un grande senso di orgoglio, perché lo Stato ha funzionato, gli apparati di contrasto hanno funzionato”.

“Grandissima soddisfazione” è stata espressa anche dal ministro dell’Interno, Roberto Maroni. Si tratta, ha spiegato Maroni, “di un colpo durissimo inferto alla camorra”. Maroni ha quindi ringraziato la magistratura e le forze dell’ordine “che hanno lavorato intensamente per il conseguimento di questo importante risultato”.

Due giorni fa il boss Giuseppe Setola era sfuggito alla cattura, sempre da parte dei carabinieri, che avevano fatto irruzione nel suo rifugio a Trentola Ducenta (Caserta). Si era calato giù per una botola, in un cunicolo che portava alle fogne, facendola franca per la terza volta. Nella fuga, aveva rapinato una donna e si era impossessato di un’Alfa 145, ritrovata poi in serata a Lago Patria. Nella serata del 12 gennaio era stata arrestata la moglie, Stefania Martinelli, in casa al momento del blitz. L’arresto era scattato dopo un lungo interrogatorio in caserma.

La cattura di Setola
Giuseppe Setola al momento dell’arresto circondato dai carabinieri

Giuseppe Setola, 38 anni, era inserito tra i trenta ricercati più pericolosi d’Italia e ritenuto il capo dell’ala stragista del clan Bidognetti, affiliato alla cosca dei Casalesi. Inoltre è accusato di numerosi omicidi, tra cui l’agguato alla sartoria di Castelvolturno del 18 settembre scorso, nella quale furono uccisi sei immigrati del Ghana.

Questa mattina a Setola erano stati sequestrati beni per oltre 10 milioni di euro. Altri beni gli furono sequestrati il 29 settembre scorso. Quattro ville, tre appartamenti, un bar, una società di impiantistica, numerosi terreni in aree edificabili e appezzamenti agricoli nel comune di Casal di Principe (Caserta) sono stati inoltre sequestrati a familiari e prestanome del boss. L’operazione di polizia giudiziaria, coordinata dalla Dda di Napoli, è stata eseguita dalla Direzione investigativa antimafia di Napoli e dalla Guardia di Finanza di Marcianise (Caserta) con il supporto della polizia penitenziaria. I beni sequestrati risultano acquisiti con proventi di attività illecite, in particolare nel racket delle estorsioni e nel traffico di droga.

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Ai 500 parà anti camorra anche i controlli di chi è ai domiciliari

I militari della Folgore

“Io sono favorevole alle manifestazioni purché siano pacifiche e nei limiti della legge: non potrà succedere ciò che è successo con la precedente manifestazione a Castel Volturno. Nessuno può pensare di replicare quelle violenze”. È questa l’opinione del ministro dell’Interno Roberto Maroni parlando della manifestazione di solidarietà agli immigrati in programma sabato 4 ottobre a Caserta.
Accanto ai movimenti e agli immigrati che sfileranno per le strade della città, ci saranno anche i 500 paracadutisti pronti a scendere in campo nel casertano: impiegati per posti di blocco, controllo di chi è agli arresti domiciliari, presidio di esercizi commerciali a rischio, ricerca di armi.
È stato infatti firmato dal presidente della Repubblica il decreto che autorizza, fino al 31 dicembre, l’impiego di 500 militari per il controllo del territorio e, molto probabilmente già da sabato 4 ottobre, i parà della Folgore saranno operativi in pattugliamenti e check point anti-camorra. Dopo l’ennesimo scontro, mercoledì, tra i ministri dell’Interno e della Difesa proprio sul contingente di militari da schierare nel casertano, il punto di situazione è stato fatto dal Consiglio supremo di Difesa, che tra le altre questioni ha affrontato anche questa. I dissidi, più o meno “lessicali”, sono stati ricomposti: il decreto ha avuto il via libera del presidente Napolitano ed è stato pubblicato nella Gazzetta ufficiale.
Il provvedimento - che oltre alla firma del capo dello Stato porta quelle del premier Berlusconi, dei ministri Maroni, Alfano, La Russa, Brunetta e Tremonti - entra in vigore “il giorno stesso della sua pubblicazione” e prevede l’impiego dei militari fino al 31 dicembre, ma il termine potrà essere prorogato. Dunque, fin d’ora, i parà della Folgore sono a disposizione del prefetto di Caserta, Ezio Monaco, che dovrà disporne l’impiego.
I paracadutisti sono già da alcuni giorni a Caserta, dove alloggiano nella sede dell’Aeronautica, presso la reggia. Il loro compito - come ha spiegato il colonnello Aldo Zizzo, comandante del 186/o, in occasione della visita del ministro della Difesa La Russa - sarà quello di “garantire un costante e capillare controllo del territorio attraverso attività operative diversificate, in autonomia o insieme alle forze di polizia”. E dunque, “pattugliamenti a piedi e motorizzati” (i parà possono contare su 118 vicoli VM, 5 defender, 7 camion e un’ambulanza), “posti di controllo, vigilanza fissa ad obiettivi sensibili”. L’obiettivo finale è quello di “contrastare la criminalità e liberare da questi servizi di controllo diverse centinaia di unità delle forze dell’ordine”, che potranno così dedicarsi esclusivamente alle indagini. L’area di intervento è stata circoscritta all’ “agro aversano-domizio”, da Castel Volturno fino quasi ad Aversa.

Secondo voi è utile l’esercito per combattere la criminalità?

Far West nel Casertano. La firma della camorra, la rivolta degli immigrati

Castelvolturno, il luogo della sparatoria

I bossoli trovati a terra sono la conferma: l’agguato di Baia Verde e la sparatoria di Castelvolturno di ieri sera nel Casertano potrebbero avere la stessa matrice, quella della camorra.
Una strage che si conclude con sette morti e un ferito gravissimo. Una sequenza di fatti agghiaccianti: i sicari colpiscono a Baia Verde, uccidono un italiano, Antonio Celiento, 53 anni, ritenuto affiliato al clan degli Schiavone. Venti minuti dopo - “al secondo goal del Napoli”, riferisce qualcuno dei presenti - poco lontano, al km 43 della Domitiana, si uccide di nuovo: restano a terra tre ghanesi, un liberiano e un cittadino del Togo. Poi stamattina è morto nell’ospedale di Pozzuoli (Napoli), dove era stato ricoverato in gravissime condizioni, il sesto immigrato di origine africana (un cittadino liberiano).
Sul posto vengono trovati 84 bossoli, sono state utilizzate una pistola 9×21 e una mitraglietta 7.62; corrispondono a quelli trovati a Baia Verde, dove il corpo della prima vittima è stato crivellato con 20 colpi. Il riconoscimento avviene grazie alle persone che accorrono sul posto. Momenti di fortissima tensione: una folla di extracomunitari aggredisce le forze dell’ordine. Calci, pugni, spintoni, si ribalta un cassonetto dell’immondizia, insulti, maledizioni al grido di “italiani tutti bastardi”. Qualcuno collabora anche, però: testimoni raccontano alla polizia di aver visto un’auto dotata di lampeggiante, con quattro persone a bordo: i sicari avrebbero indossato dei giubbotti con la scritta carabinieri. In nottata viene ritrovata un’auto bruciata, fra Nola e Villa Literno, quasi irriconoscibile.
Obiettivo del commando erano certamente i tre uomini all’interno di un negozio - “Ob Ob exotic fashions” c’è scritto all’ingresso - al civico 1083: rivoli di sangue scorrono fra le macchine da cucire di una piccola sartoria a soqquadro, piena di stoffe e cotone colorato. Restano sotto i colpi anche un giovane a bordo di un’auto - non ha avuto neanche il tempo di levarsi la cintura di sicurezza - e un altro africano freddato a pochi passi dalla vettura. Sul posto arriva il coordinatore della Dda di Napoli Franco Roberti; la firma della camorra, nella terra dei Casalesi, è praticamente evidente, per gli inquirenti. Cento metri più in là inizia il comune di Napoli: la strage è avvenuta in un territorio popolato da extracomunitari - per lo più nigeriani e ghanesi - che portano avanti una fiorente attività di spaccio. Un rifiuto alla camorra, magari di fronte alla pretesa di una tangente supplementare, potrebbe aver innescato l’attrito fra extracomunitari e criminalità organizzata. Un mese fa c’era stato un primo avvertimento, raccontano gli investigatori: al vicequestore Luigi del Gaudio vengono in mente gli spari contro l’abitazione di un nigeriano conosciuto come Teddy. Tutto quello che è accaduto fra ieri sera e stanotte, però, nel Casertano, a molti sembra inedito; la strage di San Gennaro, nella terra di Gomorra, non ha precedenti: “Questo è il fatto più grave di un quadro di fatti assolutamente allarmanti commessi con metodo terroristico”, ha detto il direttore centrale dei servizi anticrimine Francesco Gratteri.

Il capo della polizia, Antonio Manganelli, ha tenuto costantemente informato il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, su quanto accaduto ieri a Caserta e sugli immediati sviluppi investigativi avviati dalle strutture di polizia presenti sul territorio. Questa mattina, per dare maggiore impulso alle indagini, il prefetto Manganelli ha inviato sul posto il direttore centrale anticrimine, Francesco Gratteri, e un pool di qualificati investigatori.

Intanto, sale la rabbia a Castelvolturno: alcuni immigrati, bastoni in mano, stanno frantumando le vetrine di alcuni negozi e rivoltando auto in mezzo alla strada, distruggendo vetri di altre vetture ferme. “Vogliamo giustizia” hanno urlato “non è vero che i nostri amici ammazzati spacciavano droga o erano camorristi. Sono state dette tutte cose false”.

Il VIDEO servizio:

Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
 
 
 
 
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