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Cassazione

Le postazioni di controllo della velocità attraverso autovelox devono essere “segnalate e ben visibili”. Lo sottolinea la Cassazione nella sentenza n.11131, con la quale è stato confermato il sequestro preventivo, disposto dal gip di Paola e confermato dal tribunale del Riesame di Cosenza, di 7 autovetture e di diversi apparecchi autovelox di proprietà di una società utilizzati per la rilevazione della velocità dei veicoli in transito nei comuni di Fiumefreddo Bruzio, Belmonte Calabro e Longobardi.
Secondo l’accusa, “le apparecchiature in questione erano state ben occultate in autovetture” in molti casi di proprietà del titolare della società, il quale “ricevendo un compenso parametrato su ogni verbale di infrazione per cui era riscossa la relativa sanzione, era interessato ad incrementare le riscossioni”.
La seconda sezione penale della Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso del legale rappresentante della società, rilevando che il tribunale del Riesame, nel confermare il sequestro, “sia pervenuto ad affermare la sussistenza del fumus del reato di truffa”.
La Corte di Cassazione ha confermato quanto da sempre sostenuto dal Codacons: gli autovelox vanno correttamente segnalati. “Con la decisione odierna” scrive in
una nota il Codacons, “la Cassazione ha stabilito che gli apparecchi devono essere segnalati agli automobilisti almeno 400 metri prima dal punto della loro collocazione. Altrimenti gli stessi autovelox possono venire sequestrati dall’autorita’ giudiziaria e i titolari della societa’ di rilevamento rischiano l’incriminazione per truffa.
“Si tratta di una sentenza sacrosanta” commenta il Presidente del Codacons Carlo Rienzi “perché limita il malcostume delle amministrazioni comunali di utilizzare tale strumento di controllo della velocità unicamente con lo scopo di fare cassa, e non con la finalità di garantire la sicurezza stradale. Ora”, conclude Rienzi, “i Comuni devono annullare d’ufficio tutte le contravvenzioni elevate da autovelox non segnalati almeno 400 metri prima. In caso contrario, si preannunciano migliaia di ricorsi, tutti accolti, da parte degli automobilisti, che potrebbero mettere in crisi le casse comunali”.

Per i blog e i forum su internet non valgono le regole che tutelano la libertà di stampa. E i giudici possono ordinare la rimozione di qualunque messaggio o intervento che sia “contrario al buon costume”.
Lo ha stabilito oggi la Cassazione, confermando il provvedimento del tribunale del riesame di Catania che aveva ordinato ad un’associazione di consumatori, l’Aduc, di eliminare dal forum del proprio sito messaggi giudicati offensivi. Con la sentenza 10535, i giudici della terza sezione penale della Suprema Corte, hanno precisato che “i nuovi mezzi di comunicazione e manifestazione del pensiero”, come blog e forum on line “non possono rientrare nel concetto di stampa”, ma potrebbero essere invece equiparati ad una bacheca.
Di conseguenza, dal momento che chiunque può lasciare messaggi, non si può impedire all’autorità giudiziaria di esercitare un controllo diretto. Per questa ragione il ricorso dell’Aduc è stato respinto.
La vicenda nasce a marzo dello scorso anno quando il sito dell’Aduc venne sequestrato dalla Procura di Catania per “vilipendio alla religione”. Il gip aveva rifiutato il dissequestro, concesso invece dal tribunale del riesame che aveva però ordinato all’associazione di eliminare per sempre i messaggi “incriminati”. Contro questo provvedimento l’Aduc aveva presentato ricorso in Cassazione ritenendo che la decisione violasse la libertà di espressione e di manifestazione del pensiero. Una tesi respinta però dalla Corte: il pensiero è libero, ma se diventa messaggio non può offendere nessuno.
Nella sentenza si legge che “i forum on-line sono una semplice area di discussione dove qualsiasi utente o gli utenti registrati sono liberi di esprimere il proprio pensiero, ma non per questo il forum resta sottoposto alle regole e agli obblighi cui è soggetta la stampa (come indicare un direttore responsabile per registrare la testata) o può giovarsi delle guarentigie in tema di sequestro che la Costituzione riserva solo alla stampa”.
Infatti, rilevano i giudici di piazza Cavour, “il semplice fatto che i messaggi e gli interventi siano visionabili da chiunque, o almeno da coloro che si siano registrati nel forum, non fa s’ che il forum stesso, assimilabile ad un gruppo di discussione, possa essere qualificato come un prodotto editoriale, o come un giornale on-line, o come una testata giornalistica informatica”. Pertanto, conclude la Cassazione, “i nuovi mezzi di comunicazione del proprio pensiero, quali newsletter, mailing-list, chat, blog, forum, messaggi istantanei e newsgroup, non possono tutti in blocco, solo perchè tali, essere inclusi nel concetto di stampa enunciato nell’articolo 21, comma 3 della Costituzione, prescindendo dalle caratteristiche specifiche di ciascuno di essi”.
Come ricostruisce la sentenza di Piazza Cavour, alcune delle frasi incriminate, oltre ad avere offeso la religione cattolica mediante il vilipendio dei suoi fedeli e dei suoi ministri, “avevano travalicato limiti del buon costume alludendo espressamente a pratiche pedofile dei sacerdoti per diffondere il sacro seme del Cattolicesimo”. Inutile il ricorso dell’Aduc che aveva contestato l’illegittimità del sequestro preventivo delle pagine web perchè l’offesa ad una confessione religiosa non è contraria al buon costume. Piazza Cavour ha respinto il ricorso e ha ricordato che “gli interventi dei partecipanti al forum on line non possono rientrare nell’ambito della nozione di stampa”.
Giro di vite della Cassazione sui media on line. Blog e forumf non hanno le stesse tutele della stampa e quindi possono subire sequestro con maggiore facilità. Secondo voi la sentenza è:

Lastra di ghiaccio, buca inaspettata, macchia d’olio? Per i motociclisti caduti su strade accidentate è arrivato il giorno della riscossa. La Cassazione ha ribaltato le decisioni dei giudici di merito che avevano “assolto” il comune di Roma dall’obbligo di risarcire un motociclista che si era fratturato un braccio scivolando su una macchia d’olio. Infatti, se la cattiva manutenzione delle strade provoca incidenti, i danni deve pagarli il Comune. Soprattutto quando l’amministrazione ha diviso in zone il territorio urbano e ha appaltato a diverse imprese i servizi di manutenzione.
Il monito della Suprema corte è rivolto alle amministrazioni soprattutto delle grandi città, dove il problema dello “stato di conservazione” delle strade è più grave e tutela non soltanto i conducenti dei mezzi a due ruote, ma anche agli automobilisti nel caso in cui le condizioni delle strade urbane provochino danni alla vettura o veri e propri incidenti. Nelle motivazioni della sentenza 1691 infatti, i giudici della terza sezione civile precisano che nei confronti delle amministrazioni comunali c’è una “presunzione di responsabilità per il danno causato dalle cose che si hanno in custodia” anche se si tratta di beni, come le strade, “oggetto di un uso generale e diretto da parte dei cittadini”.
Il caso di cui si è occupata piazza Cavour riguarda una motociclista che nel 1997 era scivolata su una macchia d’olio in via Damiano Chiesa, una strada nella zona della Balduina a Roma. In seguito alla caduta la donna aveva riportato “lesioni guaribili in 40 giorni”. Sia il tribunale sia la Corte d’appello della capitale avevano respinto il suo ricorso contro il comune per il risarcimento. Nel corso del giudizio di secondo grado, in particolare, l’amministrazione all’epoca guidata da Walter Veltroni si era “chiamata fuori” affermando che la rete viaria urbana era divisa in zone, ciascuna delle quali affidata per la manutenzione a diverse imprese. A questo proposito invece, la Corte ha precisato che “la suddivisione in zone comporta per il comune un maggiore grado di sorveglianza e controllo, con conseguente responsabilità per i danni cagionati”.
I giudici hanno infine aggiunto che l’impresa appaltatrice dei servizi di manutenzione “non può rispondere direttamente perché il contratto costituisce soltanto lo strumento tecnico per la realizzazione in concreto del compito istituzionale proprio dell’ente territoriale”. La Cassazione ha quindi annullato con rinvio la sentenza d’appello, indicando ai giudici che dovranno nuovamente valutare la richiesta di risarcimento, i criteri da seguire.

Sono arrivati in Cassazione due furgoni carichi di… 212 scatoloni. Con dentro le firme dei cittadini che chiedono il referendum per l’abolizione del cosiddetto “Lodo Alfano”, la legge del luglio scorso che sospende i processi in corso nei confronti delle quattro più alte cariche dello Stato.
A trasportarle, appunto, due furgoni tappezzati dai manifesti di Antonio Di Pietro. Due furgoni e una strana alleanza: quella tra l’Idv dell’ex pm e il Prc dPrci Paolo Ferrero.
I documenti, a quanto si è appreso da fonti dell’Italia dei valori, “sono almeno 850 mila, quindi dallo scrutinio della Cassazione non ci aspettiamo alcuna obbiezione sul raggiungimento del quorum delle 500 mila necessarie per andare alle urne”.
Il grosso delle firme è stato raccolto dal partito di Antonio Di Piero. Circa sessantamila, invece, sarebbero state raccolte dal Prc di Paolo Ferrero. Un contributo alla raccolta, molto modesto e non quantificato, è stato dato anche dalla sinistra democratica di Claudio Fava.
“Le firme che abbiamo raccolto contro il lodo Alfano non sono solo un fatto tecnico, ma un fatto politico importante, perché ci sono milioni di cittadini che dicono ‘no’ al governo che si fa le leggi per non farsi processare, e ’sì’ a una giustizia sociale uguale per tutti. Per questa ragione, noi dell’Idv, con il deposito di queste firme, apriamo l’anno 2009 con l’intenzione di fare opposizione chiara nel linguaggio e determinata nell’azione a questo governo Berlusconi che toglie ai poveri per dare ai ricchi”, ha scritto sul suo blog il leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro. “Pensiamo” annuncia in conclusione Di Pietro “che il tempo tecnico per il referendum sia per la primavera del 2010, ma da adesso al 2010 altri referendum saranno nel organizzati dall’Italia dei Valori, fra questi sicuramente l’abolizione dei finanziamenti ai partiti”.
Al deposito delle firme erano presenti, oltre ad Antonio Di Pietro anche numerosi parlamentari e senatori dell’Idv tra i quali Massimo Donadi, Elio Lannuti, Felice Belisario e Stefano Pedica. Per Rifondazione era presente il segretario Paolo Ferrero (insieme a Giovanni Russo Spena). Che commentando la consegna al Palazzo di Giustizia di Roma delle firme a sostegno del referendum ha detto: “la ritirata è finita”. “In questi mesi gli italiani sono scesi in piazza per la giustizia sociale” ha aggiunto Ferrero intrattenendosi con i giornalisti all’esterno della Cassazione “e con queste firme si potrà dire la propria anche sulla giustizia e le riforme istituzionali”.
Ma l’iniziativa delle firme non convincere gli (ex) alleati del Pd: “L’intento di eliminare una legge incostituzionale è giusto, lo strumento è sbagliato”, commenta il senatore e costituzionalista del Pd Stefano Ceccanti, perché “C’è già una causa pendente di fronte alla Corte Costituzionale. Quindi sembra precipitosa la strada del ricorso alla raccolta delle firme”.
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“Cercherò di ricominciare a vivere”. Queste le prime parole di Azouz Marzouk, padre e marito di due delle vittime della strage di Erba all’uscita dal carcere di Vigevano dove ha finito di scontare una pena a 13 mesi patteggiata per spaccio di droga. Azouz, che aveva accanto a sé i suoi legali, Roberto Tropenscovino e Renato Panzeri, ha detto che è sua intenzione rimanere in Italia “per avere giustizia per mia moglie, mio figlio, mia suocera, per Valeria Cherubini e per Mario Frigerio”. Quest’ultimo è l’unico sopravvissuto alla strage.
“Sono soddisfatto per l’ergastolo”, ha aggiunto in riferimento alla sentenza con la quale i suoi ex vicini di casa, Olindo Romano e Rosa Bazzi sono stati condannati all’ergastolo con tre anni di isolamento diurno per l’eccidio dell’11 dicembre del 2006. “Sono soddisfatto ancor di più per la loro separazione”, ha detto il tunisino. “Meno per quanto è successo dopo”.
Il riferimento alla possibilità di incontrarsi per i coniugi seppur in due carceri diverse. Uno dei suoi legali, Roberto Tropenscovino, ha spiegato che Azouz rimarrà in una località segreta, “lontano dalle telecamere” in attesa dell’udienza in Cassazione, che si terrà presumibilmente in primavera, a proposito della espulsione posta come condizione perché Azouz patteggiasse la pena. “In quella sede si deciderà la legittimità di questa sentenza di patteggiamento”. Azouz, giubbotto scuro, berretto di lana nero, aveva con sé il borsone con i suoi effetti personali. Si è poi allontanato a bordo dell’auto del suo avvocato.

A voler mettere una parola definitiva sul caso di Eluana, è il giudice della prima sezione civile della corte d’appello di Milano, Filippo Lamanna: “Il decreto (del luglio scorso, ndr) non ha bisogno di alcuna ulteriore certificazione di esecutività perchè la legge dice che tutte le volte che un provvedimento giudiziario non è più soggetto a impugnazione diventa definitivamente esecutivo”.
Sono parole dell’estensore della sentenza con cui Beppino Englaro era stato autorizzato a interrompere l’alimentazione e l’idratazione artificiali che da quasi 17 anni tengono in vita la figlia, in stato vegetativo permanente.
Il giudice ha spiegato che, nel caso specifico, il decreto del 9 luglio era già esecutivo e che, dopo il provvedimento dello scorso 11 novembre della Cassazione, che ha dichiarato inammissibile l’impugnazione della Procura Generale, è diventato definitivamente esecutivo. Comunque i legali di Englaro, ha precisato il magistrato, eventualmente possono chiedere alla cancelleria della Corte d’appello una attestazione che il provvedimento non è più soggetto a impugnazione e, di conseguenza, è esecutivo.
La precisazione del magistrato è una risposta indiretta al ministro della Salute, Maurizio Sacconi, che aveva diramato un atto di indirizzo per impedire di fatto alle strutture sanitarie private di praticare l’interruzione della idratazione e della nutrizione ai pazienti che si trovano in stato vegetativo. Un’azione, quella del ministro, che ha raccolto il plauso degli ambienti cattolici e delle forze politiche del centrodestra, ma che ha ricevuto critiche dal mondo laico e dai gruppi che si battono per i diritti civili. Lo stesso ministro è tornato ad intervenire dopo la diffusione delle parole di Lamanna da parte dei media, facendo presente che “certi comportamenti difformi da quei principi determinerebbero inadempienze con conseguenze immaginabili”.
Sacconi lo ha detto replicando da Bruxelles ai giornalisti gli chiedevano se la Casa di cura “Città Udine”, dove Eluana deve essere trasferita, rischia di perdere la convenzione con il servizio sanitario nazionale se esegue la sentenza della Cassazione per lo stop all’alimentazione forzata.
Infatti “Eluana Englaro morirà a Udine”, ha fatto sapere l’amministratore delegato della casa di cura , Claudio Riccobon. D’altronde la struttura si era detta disponibile ad “assistere” Eluana Englaro nel suo ultimo viaggio in Friuli, come auspicato dalla famiglia. L’iter però sembrava dover subire un altro, doloroso, stop: “Avevamo indetto la conferenza stampa per questa mattina” ha detto Riccobon “perché a quest’ora avrei confermato il ricovero della signora Englaro, affinché quanto stabilito dall Corte d’appello di Milano fosse messo in atto. Come sapete, così non è avvenuto”. Però: “Abbiamo sospeso temporaneamente l’iter, in attesa che i legali che tutelano Eluana Englaro e la sua famiglia dimostrino che l’incursione del ministro Maurizio Sacconi non intacca la validità del decreto della Corte d’appello di Milano e della Corte di Cassazione”.
L’ad della casa di Cura di Udine ha comunque riferito che “è già pronta una equipe di 20-25 professionisti, tutti esterni alla strutturà, per assistere Eluana. Una equipe” ha concluso “che lavorerà su base volontaria e gratuitamente”. “Non appena il provvedimento del ministro Maurizio Sacconi si rivelerà inefficace, come i legali della famiglia Englaro ritengono, Eluana sarà trasferita a Udine”, ha aggiunto Riccobon. Nella struttura convenzionata con il servizio sanitario regionale, “saranno quindi prestate le cure richieste per quell’accompagnamento decoroso, ha aggiunto, stabilito dalla Corte d’Appello di Milano”.
Eluana Englaro, secondo quanto si è appreso a Udine, potrebbe lasciare la clinica di Lecco già entro la fine di questa settimana. Il decorso alla casa di cura di Udine, secondo alcune previsioni, potrebbe durare circa quindici giorni. “Ora la questione è legale, o meglio giuridica. Noi confermiamo la nostra disponibilita’ ma in un percorso chiaro dal punto di vista legale. Saranno i legali della famiglia a decidere quando. Noi siamo pronti”.
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Discutine sul FORUM: “Eluana: illegale staccare il sondino. E ora?“
In Italia si stima siano tra le 2.000 e le 2.500 le persone che, come Eluana Englaro, sono in stato vegetativo persistente (come ha raccontato anche Panorama). In realtà, fare un censimento su questo fronte, non è semplice. E per avere un ordine di grandezza bisogna rifarsi agli ultimi dati ufficiali in materia, che emergono da un’indagine svolta nel 2005 da una commissione ad hoc istituita dal ministero della Salute.
Il documento finale prodotto al termine di lavori, condotti attraverso una proiezione su una serie di regioni campione, indicava appunto in 2.000-2.500 il numero di pazienti di questo tipo. L’incidenza e risulta compresa tra 3,5 e 5 pazienti in stato vegetativo ogni 100mila abitanti. Per curarli sono necessari 3-4 posti letto in strutture specializzate ogni 100mila abitanti. Secondo il rapporto, inoltre, il 40% dei casi deriva da malattie vascolari, il 21,7% da traumi e il resto da altre patologie. Ogni anno sono due-trecentomila sono le persone che entrano in coma per incidenti stradali o sul lavoro, per malattie o intossicazioni. Più di un terzo ne esce indenne, altri riportano danni più o meno gravi e per circa 500 di loro il coma evolve in stato vegetativo, che diventa persistente quando dura oltre 3 mesi.
Fra chi sopravvive ed esce dal coma, uno su 4 riporta gravi disabilità. In Italia, una persona su tre colpite dal coma ha un’età compresa fra 0 e 15 anni. Il 3% dei bambini rimane in coma oltre un mese. La maggior parte di questi piccoli pazienti riprende attività di coscienza, ma molti di loro manterranno gravi disabilità. In base alle stime disponibili più recenti, nel nostro Paese sono circa 700 i bambini in stato di coma vegetativo.

Un atto di indirizzo per le Regioni al fine di “garantire a qualunque persona diversamente abile il diritto alla nutrizione e idratazione” in tutte le strutture del Servizio sanitario nazionale. Il provvedimento è stato annunciato oggi nel corso di una conferenza stampa dal ministro del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali, Maurizio Sacconi.
L’iniziativa di Sacconi arriva nel giorno in cui da Udine arriva la notizia dell’esistenza di un protocollo di natura legale che stabilisce le modalita’ per l’esecusione a Udine della sentenza della Cassazione sul caso di Eluana Englaro. Secondo quanto anticipato dal Messaggero Veneto, il documento legale è stato concordato al termine di una serie di incontri, che si si sono svolti a Milano e Udine e che si sono conclusi nella giornata di ieri. Anche se dalla Casa di Cura Città di Udine è arrivata l’ennesima smentita di un imminente trasferimento della donna in stato vegetativo da 17 anni.
L’atto è stato firmato oggi stesso ed è “doveroso affinché tutto il Ssn” spiega Sacconi “si uniformi e garantisca a qualunque cittadino il diritto alla nutrizione e all’idratazione”. I riferimenti alla base di questo documento sono il parere del Comitato nazionale per la bioetica del 30 settembre 2005, la Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità approvata il 13 dicembre 2006, sottoscritta dall’Italia il 30 marzo 2007 e attualmente in corso di ratifica. E ovviamente l’articolo 32 della Costituzione italiana. L’unica possibilità per interrompere l’idratazione e l’alimentazione è che questi atti siano “rifiutati dallo stesso paziente in stato vegetativo. Cioè nel caso in cui l’organismo del malato rigetti queste misure. In ogni caso - continua Sacconi - la valutazione clinica resta affidata al medico”.
L’atto di indirizzo firmato oggi da Sacconi ricorda che “ciò che va garantito ai malati in stato vegetativo persistente è il sostentamento ordinario di base: la nutrizione e l’idratazione. Sia che siano fornite per vie naturali che per vie non naturali o artificiali. Infatti, la nutrizione e l’idratazione vanno considerati atti dovuti eticamente in quanto indispensabili per garantire le condizioni fisiologiche di base per vivere”. Questa regola recepisce in toto il parere del Cnb. Come pure la frase in cui si considera che “la sospensione di tali pratiche va valutata non come doverosa interruzione di accanimento terapeutico, ma piuttosto come una forma dal punto di vista umano e simbolico particolarmente crudele di abbandono del malato”.
Da queste frasi ne discende che, sempre in base all’atto del ministero del Welfare, la negazione della nutrizione e dell’alimentazione “può configurarsi come una discriminazione fondata su valutazioni della qualità della vita di una persona con grave disabilità e totalmente dipendente”. Per Sacconi le ragioni alla base di questo provvedimento sono “il dovere di uniformare gli atti all’interno delle strutture che operano per il Ssn, che devono essere omogenei in tutta Italia. In più, l’atto di indirizzo è uniformato” assicura “a criteri di laicità a cui non sono estranei i valori della centralità della persona”.
Ma per la famiglia di ELuana, l’atto di indirizzo del ministero della Salute: “Non vale niente, perchè la legge non la fa Sacconi”. È deluso e irritato il legale della famiglia Englaro, Vittorio Angiolini, nell’apprendere l’ultimo atto di una querelle che pare infinita, e che riapre la questione della morte di Eluana dopo che la sentenza della Cassazione, autorizzando il distacco del sondino, sembrava aver posto fine alla drammatica vicenda. “Un atto di indirizzo interrogativo” attacca Angiolini, “ma così non ha senso, o Sacconi ordina ai medici, come fanno i generali, di curare o non curare le persone o stia zitto. Mi sembra una cosa abnorme, i due precedenti citati (il parere del Comitato nazionale di bioetica e la convenzione dell’Onu sui diritti dei disabili) non c’entrano assolutamente niente con la nostra normativa. È un’uscita fuori dal seminato - conclude il legale - e mi stupisco di Sacconi che è una persona seria”.
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