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Casse

Profondo rosso in Vaticano, ma stavolta non è la porpora dei cardinali bensì il deficit dello stato più piccolo del mondo, vittima anch’esso della crisi economica: 15 milioni 313 mila euro il disavanzo della Città del Vaticano, 911 mila euro quello della Santa sede.
Per correre ai ripari il consiglio dei cardinali ha definito alcune linee di azione che Panorama è in grado di anticipare: valorizzazione del patrimonio immobiliare, revisione degli asset finanziari, blocco del turnover del personale, risparmi nei mass media.
In realtà il disavanzo sarebbe molto superiore, se nel consuntivo 2008 fossero state conteggiate le perdite relative ai corsi azionari e obbligazionari, investimenti in valuta e in oro che costituiscono circa un terzo del patrimonio della Sede apostolica (stimato in circa 1,4 miliardi di euro). Le perdite del 2008 si sommano al passivo dell’anno precedente, pari a oltre 9 milioni di euro.
Ma se la Provvidenza sembra avere abbandonato i sacri palazzi, ci pensano i cardinali a correre ai ripari. Con l’aiuto di consulenti internazionali, il consiglio dei 15 cardinali incaricati dei problemi organizzativi ed economici della Santa sede, presieduto da Tarcisio Bertone, ha disegnato le nuove strategie di azione.
Al primo posto c’è la rivalutazione del patrimonio immobiliare distribuito in Italia, Francia, Svizzera e Regno Unito. Il valore, sottostimato, del portafoglio immobiliare che fa capo all’Apsa (Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica) si aggira intorno ai 430 milioni di euro. Nel 2006 ha prodotto oltre 36 milioni di euro di ricavi a fronte di 18 milioni di euro di spese. Vanno poi aggiunti gli immobili della Congregazione “de Propaganda fide”, anch’essi molto sottostimati, pari a circa 53 milioni di euro (incluso il Palazzo di Valentino in piazza Mignanelli) e quelli dello Ior (l’Istituto per le opere di religione, la banca vaticana).
Sul fronte degli investimenti immobiliari si affaccia ora il Fondo pensioni per i dipendenti vaticani che costituisce ormai la terza realtà finanziaria della Santa sede, dopo l’Apsa e lo Ior. Il fondo acquisterà 12 filiali dell’Unicredit a Roma, per un valore di 60 milioni di euro, che verranno cedute in locazione allo stesso gruppo bancario. L’investimento ha ricevuto il plauso degli esperti, a differenza di un’altra operazione immobiliare, gestita dallo Ior, che ha sollevato forti dubbi. La banca vaticana ha venduto infatti due stabili alle spalle del lussuoso quartiere Coppedè a Roma, per un totale di 80 appartamenti, più negozi, box e seminterrati. Ciascun edificio è stato venduto a corpo per un ricavo totale di circa 50 milioni di euro incassati dallo Ior. La società che ha comprato gli edifici, però, ha messo in vendita i singoli appartamenti, con diritto di prelazione per gli inquilini. La cifra richiesta oscilla tra gli 1,2 e gli 1,5 milioni di euro ad appartamento, per un ricavo complessivo di oltre 100 milioni di euro, cioè più del doppio di quanto è stato pagato per l’acquisto.
Gli esperti si chiedono perché lo Ior non abbia trattato direttamente la vendita degli immobili e perché si sia accontentato di una cifra pari a metà del valore di mercato.
Sotto la lente del consiglio dei cardinali sono finiti anche gli investimenti in Francia. Tramite la società immobiliare Sopridex, il Vaticano avrebbe affittato a prezzi di favore appartamenti di pregio nel cuore di Parigi a politici come il ministro degli Esteri, Bernard Kouchner, e l’ex ministro della Cultura, Christine Albanel. Mentre a Roma, a seguito dell’aumento degli affitti, 200 inquilini del Vaticano sono stati sfrattati.
Il risanamento del bilancio passa anche per la revisione degli asset finanziari pari a circa 340 milioni di euro in contanti, 520 milioni di euro in titoli e azioni e 19 milioni di euro in oro. Le turbolenze dei mercati hanno penalizzato anche la Santa sede che paga inoltre la debolezza del dollaro Usa.
Per monitorare e gestire il portafoglio finanziario l’Apsa ha fatto una scelta nel segno della continuità e della professionalità , ma destinata a far discutere: ha chiamato Paolo Mennini, figlio di Luigi Mennini, già direttore dello Ior e coinvolto nel crac del Banco ambrosiano.
Pure il governatorato rivedrà il settore finanza: fino a oggi il portafoglio titoli era affidato a tre gestori esterni (Goldman Sachs, BlackRock e Ubs). D’ora in poi la gestione tornerà in seno al Vaticano, con l’aiuto di quattro consulenti: Ettore Gotti Tedeschi, Massimo Ponzellini, Pellegrino Capaldo e Carlo Fratta Pasini.
Come ogni altra multinazionale alle prese con la crisi, anche oltretevere ci si prepara a ridurre il personale. Negli ultimi due anni i dipendenti del governatorato sono cresciuti di 200 unità , fino a un totale di 1.894 lavoratori, quasi tutti laici. Decisamente troppi per il consiglio dei cardinali che ha chiesto di bloccare il turnover e ottimizzare le risorse.
Tagli in vista anche nei mass media, in particolare alla Radio Vaticana. L’emittente costa circa 20 milioni l’anno. Il direttore generale, padre Federico Lombardi, e quello amministrativo, Alberto Gasbarri, hanno presentato al consiglio dei cardinali il piano di contenimento dei costi dell’emittente, che entro il 2013 ridurrà il personale di 60 unità (grazie al blocco del turnover e all’uso del digitale) scendendo da 390 a 330 dipendenti. Mentre l’introduzione della pubblicità porterà alcune centinaia di migliaia di euro di ricavi. Nuovi investimenti sono invece previsti a partire dal 2009 per potenziare i servizi internet e intranet.
Preoccupa i cardinali il calo nella raccolta dell’Obolo di San Pietro (scesa da 101 milioni di dollari nel 2006 a 75 milioni nel 2008) e l’altrettanto consistente diminuzione del contributo delle diocesi alla Santa sede, passato da 24 a 20 milioni negli ultimi due anni. Insomma, si registra una drastica diminuzione delle offerte e dei contributi inviati alla Sede apostolica, legata forse anche all’uscita di scena del cardinale americano Edmund Casimir Szoka, che aveva solidi contatti con i donatori statunitensi.
Nulla di nuovo, almeno per il momento, ai vertici dello Ior: il presidente Angelo Caloia resta confermato fino al 2011.
I CONTI D’OLTRETEVERE
Le cifre che è hanno imposto nuove linee d’azione
15,3milioni di euro il disavanzo della Città del Vaticano.
911 mila euro quello della Santa sede.
1,4miliardi di euro patrimonio: complessivo della Sede apostolica.
430milioni di euro: portafoglio immobiliare che fa capo all’Apsa (Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica).
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di Stefano Brusadelli
Ironia della sorte (e della politica): sempre sprezzanti verso il primato del dio denaro, le forze italiane della sinistra radicale rischiano di chiudere bottega non perché mancano gli elettori (che peraltro negli ultimi tempi si sono ristretti), ma perché mancano i soldi. “La situazione” confessa a Panorama il tesoriere di Rifondazione, Sergio Boccadutri, “è drammatica. I soldi incassati alle elezioni del 2008 li abbiamo già tutti spesi per le europee. Dalle quali però, disgraziatamente, non ci arriveranno rimborsi”. E se il partito di Paolo Ferrero è alla canna del gas, sono preoccupanti anche le condizioni degli altri “nanetti” accampati alla sinistra del Pd, ossia i comunisti italiani di Oliviero Diliberto, Sinistra e libertà di Nichi Vendola, i Verdi di Grazia Francescato, i socialisti di Riccardo Nencini. L’incubo, per tutti, è rimanere senza più un soldo già nel 2010.
Per capire la situazione occorre ripassare il machiavello del finanziamento dei partiti (qui la Legge 3 giugno 1999, n. 157, qui le nuove norme per il finanziamento dei partiti europei). Che in verità sarebbe stato abolito da un referendum nel 1993, e che invece venne resuscitato 8 mesi dopo travestito da “rimborso “; con inganno anche lessicale, perché l’erogazione avviene senza bisogno di documentare le spese e dunque di finanziamento si tratta e non di rimborso. Le (ricche) torte a disposizione sono quattro: elezione della Camera, del Senato, elezioni europee e regionali. Per accedere alla spartizione delle prime due basta raggiungere l’1 per cento. Per la torta europea l’asticella è più in alto, sta al 4 per cento.
Ogni torta vale all’incirca 250 milioni di euro, e le fette, distribuite in rate annuali, sono proporzionali ai voti conseguiti. Va aggiunto che, grazie alla generosità che i partiti dimostrano sempre verso se stessi, i rimborsi per Camera e Senato vengono erogati per 5 anni anche nel caso la legislatura (come accadde a quella scorsa) duri di meno.
Il guaio per la sinistra radicale è che ormai colleziona un flop elettorale dietro l’altro. Alle politiche del 2008, tutti intruppati nella Sinistra arcobaleno, Rifondazione, Comunisti italiani, Verdi e Sinistra democratica (un gruppo di scissionisti ds guidato da Fabio Mussi) hanno raccolto un misero 3 per cento. Non sono quindi riusciti a eleggere né deputati né senatori (il che ha la sua importanza perché le trattenute sugli stipendi degli eletti sono un’importante voce di entrata), ma hanno almeno incassato i rimborsi; i quali però, divisi in quattro parti, si sono rivelati una miseria. Speravano di rifarsi alle europee succhiando voti al Pd e si erano baldanzosamente divisi in due squadre, ciascuna convinta di superare lo sbarramento del 4 per cento.
È andata male di nuovo: la Lista comunista (Prc e Pdci) si è fermata al 3,3 per cento mentre Sinistra e libertà (gli scissionisti del Prc capitanati da Nichi Vendola, Verdi, Socialisti e Sd) al 3,1. Niente eletti e, stavolta, zero finanziamento.
Con le banche che, non vedendo entrate certe per i prossimi anni, cominciano ad alzare i ponti levatoi. Conseguenza: crisi nera e rischio di finire l’ossigeno già l’anno prossimo, quando invece ci sarà da tirare fuori un mucchio di soldi per la campagna regionale. A viale del Policlinico, sede del Prc, girano cifre da brivido. La curva delle entrate è quella di un’azienda in crisi: 21 milioni di euro nel 2007, 15 nel 2008, 9,5 milioni nel 2009, 6,5 nel 2010, per finire a “zero euro” a partire dal 2011. Le uscite (mettendo da parte il buco di Liberazione, il quotidiano ufficiale) non scendono altrettanto velocemente: 13 milioni nel 2008, 10 milioni nel 2009 e altrettanti nel 2010. Quanto a Liberazione, le perdite ammontano, solo per il 2008, a 3 milioni. “Negli ultimi 5 anni ” si dispera Boccadutri “gli abbiamo dato 10 milioni: ora basta!”.
Come si fa ad andare avanti? La risposta è una drastica ristrutturazione, maneggiata con imbarazzo comprensibile da un partito che ha sempre condannato i licenziamenti fatti dagli altri. Per Liberazione è stato decretato il ridimensionamento: contratti di solidarietà per sei-otto giornalisti e cassa integrazione per tutti gli altri, una quarantina compresi i poligrafici. Ci si accontenterà di un giornale ridotto a quattro pagine. Ma saranno i dipendenti della direzione a dover subire i tagli più pesanti: dai 125 in organico, un’enormità , bisognerà scendere a non più di 40.
I lavoratori sono sul piede di guerra e minacciano azioni eclatanti. Il partito ha offerto 7 mila euro di buonuscita più una mensilità per ogni anno di anzianità . Finora nessuno ha accettato.
Dalle parti dei comunisti di Diliberto la situazione è meno allarmante solo perché i dipendenti sono solo una ventina. “Non ci saranno licenziamenti” dice il tesoriere Roberto Soffritti “ma chi va in pensione non verrà sostituito”. Il bilancio 2008 si è chiuso con un disavanzo leggero, “però i problemi arriveranno già dal consuntivo 2009″. Anche qui c’è un macigno, il settimanale La Rinascita della sinistra, con 15 tra giornalisti, grafici e amministrativi.
I vendoliani si salvano (per ora) solo perché molti dei funzionari che hanno fatto lo strappo dal Prc sono in carico ai sindacati, non esiste un giornale e nemmeno una sede. Il tesoriere, Francesco Ferrara, confida in una sottoscrizione tra militanti e simpatizzanti. Problemi seri, invece, in casa dei Verdi, dove oltre alle entrate è in calo anche il numero degli iscritti e il bilancio 2008 si è chiuso con 1 milione di disavanzo. L’amministratore, Marco Lion, annuncia il taglio di un organico già scheletrico: “Abbiamo sei dipendenti e quattro lavoratori a progetto: li dimezzeremo”. Tutti i soci di Sinistra e libertà possono almeno sperare che la vittoria di Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema al congresso Pd riapra le porte o del partito (è il caso di vendoliani e Sd) o almeno porti a una riedizione dell’Unione sotto il cui simbolo superare le future soglie di sbarramento. Ma Rifondazione e Pdci non possono nutrire neppure questa speranza.
(ha collaborato Vasco Pirri)
- Tags: Arcobaleno, Casse, elezioni, extraparlamentare, Liberazione, Manifesto, Paolo-Ferreo, Pdci, Piero-Sansonetti, Prc, rifondazione, Sd, Verdi
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di Paola Sacchi
Muoia, come direttore di Liberazione, Piero Sansonetti e con lui tutti i “filistei” della sinistra radicale? La messa in vendita del quotidiano di Rifondazione comunista, gonfio di debiti, rischia di essere l’inizio di una slavina che dal 2011 potrebbe seppellire l’intera sinistra extraparlamentare. Da Rifondazione ai Comunisti italiani, ai Verdi, a Sinistra democratica (gli scissionisti ex ds del Pd), i partiti e partitini spazzati via dal Parlamento dallo tsunami delle elezioni del 13 e 14 aprile, con i loro organi di informazione, sono a rischio di estinzione. Non è fantapolitica parlare di “2011 odissea della sinistra extraparlamentare”.
Sarà quella la deadline dei rimborsi pubblici di cui quei partiti continueranno a usufruire per aver partecipato alle elezioni del 2006. Altri fondi arriveranno per le elezioni del 2008 (anche se non si è rappresentati in Parlamento basta l’1 per cento di voti per avere i rimborsi elettorali), ma saranno briciole. I soldi, infatti, Rifondazione, Pdci, Verdi e Sinistra democratica se li dovranno spartire, visto che alle elezioni andarono sotto l’unico e sfortunato cartello Sinistra arcobaleno.
Intanto, non essendo più in Parlamento, addio anche al sostanzioso contributo che deputati e senatori versavano mensilmente al partito. Addio pure ai sontuosi uffici di Palazzo Madama e Montecitorio. Durante le riunioni della Sinistra democratica di Fabio Mussi e Claudio Fava spesso c’è chi si tappa il naso per il forte odore di kebab che aleggia nella spartana sede di via Merulana, al primo piano, proprio sopra la rosticceria esotica. Fulvia Bandoli e Luciano Pettinari, ex parlamentari della Sd, riconoscono: “Si è tornati all’antica abitudine di andare a a mangiare e dormire dai compagni quando siamo in trasferta”.
I viaggi sono quasi tutti in treno e rigorosamente in seconda classe sugli Eurostar. Paolo Cento, ex sottosegretario dei Verdi e storico leader ambientalista, va ancora in albergo, “ma in quelli di tre e anche di due stelle”. Ben sotto le sette dell’albergo milanese frequentato da Alfonso Pecoraro Scanio.
Franco Giordano, ex segretario di Rifondazione comunista, non ha più neanche l’ufficio. Ma questa è anche colpa della vita da separati in casa dentro Rifondazione comunista. Il neosegretario Paolo Ferrero e i suoi si sono riservati il più spazioso terzo piano. Giordano, l’ex capogruppo Gennaro Migliore, l’ex sottosegretario Patrizia Sentinelli, tutta l’area di Nichi Vendola insomma, stanno invece stipati in poche stanzette comuni al primo piano. Tavoli anche a rotazione.
Così come la cassa integrazione che Liberazione, per la prima volta in sciopero sotto le festività natalizie, aveva proposto insieme ai prepensionamenti nel piano presentato alla Fieg e alla Fnsi. Piano però bocciato da Ferrero, l’editore che ha osato lanciare la parola bomba della vendita, per disfarsi di Sansonetti e della sua linea, secondo il giornale. Per salvare il partito, che rischiava di essere travolto dal crac finanziario del quotidiano, secondo ambienti vicini a Ferrero. “Non si può continuare a dare un terzo del nostro bilancio al giornale: quest’anno 3,3 milioni di euro su 10 milioni. Così è il partito che rischia di morire”. Ribatte a Panorama Sansonetti (sostituito il 12 gennaio da Dino Greco): “Liberazione era l’unico organo vivente a sinistra, cercare di ucciderlo mi sembra una follia, un delitto”. Poi, una chiosa amara: “Ho sempre combattuto il potere economico in quanto capitalistico. Ora quello stesso potere lo devo subire dai comunisti”.
Intanto il valdese Ferrero ha introdotto misure calviniste. Dopo essersi tagliato lo stipendio (da 5.500 a 3.200 euro), e avere abbassato quelli dei membri della segreteria, ha messo nello statuto norme da brivido. Secondo le quali tutti gli eletti, dal Parlamento, se Rifondazione ci tornerà , alle amministrazioni locali, non dovranno percepire una quota che vada oltre 2.500 euro. Il resto? Tutto devoluto al partito. Tutto questo per scongiurare lo spettro di dover vendere i gioielli di famiglia: Rifondazione è proprietaria della palazzina di viale del Policlinico a Roma, dove ha la sede nazionale, e di altre sedi, soprattutto nel Centro-Nord ma anche al Sud. Queste potrebbero essere oggetto dell’attenzione dei vendoliani, se si arriverà a una scissione a febbraio, ancora prima delle elezioni europee, accelerata dalle vicende di Liberazione.
L’acquirente in pole position del quotidiano è l’editore di Left Luca Bonaccorsi. Lo stesso che già edita il giornale dei Verdi Notizie verdi. Legato mani e piedi alle sorti della legge sull’editoria invece Rinascita, il settimanale dei Comunisti italiani, diretto da Manuela Palermi. Che puntualizza: “La nostra per fortuna è una situazione ben diversa da quella di Liberazione. Ma se non arrivano più i fondi pubblici, chiudiamo”. Il crac lo rischia l’intero Pdci. “Con i soldi che abbiamo oggi possiamo andare avanti ancora per un anno” confidano dentro il partito.
Addio alla nuova sede, l’elegante palazzina a tre piani vicino alla Breccia di Porta Pia, finita sulle cronache prima delle elezioni per “i fax fruscianti, i telefoni allacciati, le maniglie lucidate, le stanze assegnate”. Il Pdci non l’ha più acquistata. E addio al progetto di un quotidiano. Ma il tosto Diliberto non demorde e i miltanti possono continuare a seguirne le gesta dalla web tv del Pdci.
Nell’odissea della sinistra extraparlamentare non poteva mancare l’ennesimo e sempre più acuto grido di dolore del Manifesto, in febbrile attesa per la legge sull’editoria. “Siamo passati da un diritto, quello cioè di avere contributi pubblici in quanto giornale retto da una cooperativa, alla grazia dal re, ovvero del premier” dice sferzante Valentino Parlato. “Forse siamo puniti proprio perché non abbiamo padroni” protestano in redazione. Lì, però, almeno non si rischia di essere messi in vendita.

di Romana Liuzzo
Le casse vuote e i cassonetti pieni. Solo da pochi giorni il Campidoglio e il palazzo dell’Ama (l’azienda municipalizzata di nettezza urbana di Roma) hanno adottato la raccolta differenziata. I ministeri ancora no. Questo la dice lunga sulla situazione di Roma, dove la produzione giornaliera di rifiuti è di 4.500 tonnellate.
“Dalla precedente giunta abbiano ereditato debiti per 650 milioni di euro. E un quadro desolante, oltre metà dei mezzi è in manutenzione e ci sono punte di assenteismo da 800 dipendenti al giorno” racconta a Panorama l’assessore capitolino all’Ambiente, Fabio De Lillo. L’assessore illustra in anteprima il progetto che, almeno sulla carta, dovrebbe evitare a Roma il collasso. “Sta partendo il porta a porta nei condomini. Due quartieri (Colli Aniene e Massimina) già sono a regime. Altre dieci zone cominceranno entro la fine dell’anno, con sponsor famosi: abbiamo ingaggiato alcuni calciatori della Roma e della Lazio per promuovere l’iniziativa”. Al momento i dati del Lazio preoccupano: le discariche sono in via di riempimento, tanto che il presidente della regione, Piero Marrazzo, ha messo nero su bianco che nel triennio 2009-2011 sarà “necessario prevedere un ampliamento di quelle esistenti o farne di nuove per consentire lo smaltimento di circa 5 milioni di tonnellate di immondizia”.
La situazione è già critica a Latina, Civitavecchia, Colleferro, Guidonia ed “entro breve l’emergenza toccherà Roma: quando sarà al completo Malagrotta, la più grande discarica d’Europa” come ha spiegato nei giorni scorsi l’assessore agli Enti locali della Regione Lazio, Donato Robilotta. Malagrotta nelle intenzioni del comune dovrà diventare entro la fine di novembre un gassificatore. In spiccioli, un impianto con tre linee, di cui due funzioneranno in coppia, mentre la terza sarà come una ruota di scorta. Tratterà oltre 180 mila tonnellate di combustibile da rifiuto (Cdr) all’anno ricavando vapore e quindi energia elettrica. All’inizio il gassificatore entrerà in funzione solo al 30 per cento, entro gennaio andrà a pieno regime. Intanto si stanno cercando due discariche, più piccole. Se l’emergenza a Napoli sembra risolta, la capitale e molte altre città italiane sono ancora lontane dal buon traguardo raggiunto, per esempio, da Torino. Il ministro per l’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, dice a Panorama: “La raccolta differenziata è uno degli elementi decisivi per la soluzione del problema rifiuti. L’emergenza napoletana ha posto alla ribalta nazionale, e purtroppo internazionale, le difficoltà della gestione di un settore complesso ma determinante”. Il ministero dell’Ambiente ritiene siano necessari due principali interventi: uno infrastrutturale con la costruzione di termovalorizzatori, l’altro culturale. “Nel primo caso sono le regioni a dovere vincere i localismi, sul secondo aspetto invece intendiamo spenderci nei prossimi anni con tenacia, perché se non passerà nel Paese la consapevolezza che la raccolta differenziata è un dovere civico, che non è facoltativa, se non si comprenderà che l’ambiente va difeso da ciascuno con i comportamenti quotidiani, dall’emergenza dei rifiuti non si potrà uscire”. Da qui la proposta del dicastero per l’Ambiente: “I costruttori di cucine dovrebbero progettare spazi in cui ci sia posto non più per un solo bidone ma per più contenitori, per la raccolta dei diversi materiali riciclabili”.
Guardando i dati Istat, nel capoluogo piemontese il 40 per cento dei cittadini divide diligentemente carta, vetro e plastica. Però fra i grandi comuni, per quanto riguarda la raccolta differenziata, in base all’ultima indagine sugli indicatori ambientali urbani risulta che solo Torino ha raggiunto l’obiettivo, seguita da Milano (35,2 per cento), Firenze (31,7 per cento), Bologna (30,5 per cento) e ultima Roma, con il 16,2 per cento. Per quanto riguarda i materiali, è la carta a essere più spesso separata (rappresenta il 38,5 per cento del totale); poco diffusa l’abitudine a dividere il vetro (8 per cento) e la plastica (5 per cento). Il sindaco di Roma Gianni Alemanno, che sulla questione rifiuti ha promesso un intervento immediato, sta preparando un protocollo per “coordinare comune e coverno anche sull’immondizia”. Il sottosegretario con delega al Turismo Michela Vittoria Brambilla, che ha anche il ruolo di occuparsi dell’immagine Italia nel mondo, mette in guardia: “A Roma purtroppo può accadere quello che è successo a Napoli. Il sindaco Alemanno ha ricevuto in eredità una situazione pesante per due motivi. Primo, perché Walter Veltroni, pur indebitando l’amministrazione comunale, non ha provveduto ad attrezzare la raccolta differenziata. Secondo, perché in questi lunghi anni di gestione della sinistra non si è adottata alcuna strategia (ampliamento delle discariche, termovalorizzatori) che potesse soddisfare le esigenze di una popolazione aumentata”.
E sui rifiuti c’è chi getta benzina sul fuoco. Critico nei confronti dell’Ama il presidente del primo municipio, Orlando Corsetti. Durante una seduta del “tavolo permanente’ per il centro storico non ha risparmiato colpi: “È arrivato il momento di lanciare un bando internazionale per la pulizia e il conferimento dei rifiuti nel municipio primo che dia spazio alla concorrenza che oggi non c’è”. Chiamato in causa, Franco Panzironi, amministratore delegato dell’Ama da agosto, riconosce di avere trovato l’azienda “in una situazione disastrosa”. Come invertire la tendenza? “Dovremmo gestire tutto il ciclo dei rifiuti, dall’inizio alla fine. In base a un vecchio accordo invece è un privato a occuparsi delle discariche. Questo non ci permette di avere fondi sufficienti”.
Un dato per tutti: a Madrid si spendono 300 milioni di euro l’anno per pulire le strade, a Roma i milioni scendono a 108. In pratica ogni quartiere, se va bene, viene pulito a fondo una sola volta al mese.