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Manifestanti bloccano i binari ferroviari
Da Modica - Ho 35 chilometri di autonomia nel serbatoio. Penso che mi basteranno solo per portare all’asilo mio figlio. O per andare a fare scorta di alimentari, sempre che sia ancora in tempo.
Vista da qui, da Modica, uno degli epicentri più caldi della protesta dei Forconi in Sicilia, l’Isola è, contemporaneamente, in rivolta e in ginocchio. La dozzina di distributori che circondano la città iblea sono vuoti, quindi chiusi. Le derrate alimentari sugli scaffali dei supermercati cominciano a scarseggiare: mancano latte, prodotti locali e, soprattutto, farina. Perché la gente, aspettandosi il peggio, si sta preparando a fare in casa pane e pasta.
I negozi del Polo Commerciale Naturale di Modica (la realtà commerciale più importante della Sicilia sud orientale), che attraversano una delle arterie verso il centro città e che alimentano l’economia del territorio, oggi hanno abbassato le serrande: per solidarietà , più o meno spontanea, nei confronti del Movimento. I danni economici stanno diventando insostenibili. Continua

ANSA/ORIETTA SCARDINO/GIUSEPPE DISTEFANO E LUCA BONACCORSI-ETNA WALK
L’aeroporto di Catania è stato chiuso tutta la notta per una nuova eruzione (la 17ma dall’inizio dell’anno) dell’Etna. Guarda i video dell’eruzione di stanotte e le immagini spettacolari delle ultime discese di lava.
Continua

Cari colleghi, volete soldi per le vostre ricerche? Allora pubblicate. Depurato dal burocratese, l’invito (qui la circolare in .pdf) è risuonato così tra le stanze dei 1.626 docenti dell’ateneo: un monito di significato rivoluzionario.
Perché continuare a dare i soldi in base ai feudi accademici?
Una classifica di merito per assegnare i finanziamenti dove s’è mai vista? E i meschini che non scrivono una riga da un decennio come faranno? E i poverini che verranno esposti al pubblico ludibrio? Il rettore dell’Università di Catania, Antonino Recca, 59 anni, capelli rossi e modi spicci, a tutte queste complicanze forse non pensava. L’aveva fatta facile lui: perché continuare a dare i soldi in base ai feudi accademici? Meglio una graduatoria, dunque: gli euro finiranno solo a chi li merita. Cioè a chi la ricerca la fa davvero. Prima ha praticamente obbligato tutti i docenti a inserire le loro pubblicazioni nel catalogo d’ateneo. Poi ha fatto mettere in fila i dati. E così, per la prima volta, parvenze di meritocrazia sono entrate in una delle più durevoli e impenitenti caste italiane. Purtroppo c’è stata una spiacevole conseguenza. Cosa hanno prodotto i professori negli ultimi cinque anni? Conta e riconta, è venuto fuori l’inevitabile: “L’acqua calda” sintetizza il rettore. Una sfilza di debolezze accademiche, punteggi modesti e un lungo elenco
di poco produttivi baroni.
Sono 255 i “non operativi”
I casi più eclatanti sono quelli che hanno un punteggio inferiore a 10. Tecnicamente li hanno definiti «non operativi». Vuol dire, in pratica, non aver pubblicato nulla, i pesi piuma della ricerca scientifica. Sono 255, di questi 187 vantano un poco decoroso 0.
Va bene, forse ci sarà pure qualche sbadato che da anni dimentica sistematicamente di inserire nella banca dati le proprie fatiche. Ma la sostanza cambia poco. I punteggi più bassi sono soprattutto nella facoltà di medicina: su 402 docenti 110, secondo il catalogo dell’ateneo, non hanno vergato una riga degna di essere ripresa da riviste scientifiche di importanza internazionale. Tra questi ci sono uno stuolo di ricercatori (e mai termine fu meno appropriato) e tanti grossi nomi della medicina etnea. Come Pietro Petriglieri, decano di anatomia umana. Oppure Eugenio Aguglia, titolare della cattedra di psichiatria. O Santa Salvo, ordinario di igiene generale, che riconosce: “Sa, io lavoro tutti i giorni. Partecipo a congressi, anche di alto livello, ma poi alle riviste non mando niente. Non ho mai avuto questa smania. Del resto, non ci sarebbe neppure niente di alto livello”.
Isidoro Di Carlo, 48 anni, ricercatore dal 1998, un barone non è mai diventato.
Però in graduatoria ha 304 punti. Se si esclude un operoso collega, tutti gli ordinari e gli associati della sua branca hanno meno titoli e pubblicazioni. Peggio: la stragrande maggioranza ha un peso scientifico non superiore a 50 punti. “Si parla sempre e solo di nepotismo accademico ” dice Di Carlo. “Ma mi sembra più grave che in Italia non esista alcun controllo. Ci sono professori che da vent’anni non scrivono niente. Liberi di non fare nulla e premiati economicamente, dato che lo stipendio aumenta con l’anzianità ”.
Graduatoria epocale
Di Carlo quest’anno per i suoi studi ha avuto più di 5 mila euro, il doppio dell’anno scorso. “Questa graduatoria è un fatto epocale, soprattutto per un ateneo abituato a gestire in sordina ogni questione di meritocrazia ” dice Di Carlo. Ricercatore da una vita è pure Giovanni Li Destri, 52 anni, 256 punti. Quattro anni fa presentò un ricorso al tar contro una collega, vincitrice di un concorso a cui aveva partecipato anche lui. L’istanza sintetizza: Li Destri era ricercatore da 12 anni, insegnava da 13 all’università e aveva 12 pubblicazioni su riviste internazionali. La collega, scrive l’avvocato Lucia Marino, non era ricercatrice, faceva lezione da un anno e contava su un’unica pubblicazione di rilievo. A chi e andata la cattedra di associato? A lei. E che punteggio ha nella graduatoria stilata quattro anni dopo? Sessantasei, un quarto del suo ex contendente.
Paragone tra prof. e presidi
I paragoni tra colleghi del resto sono inevitabili. “Ci sono persone che su quei dati ci hanno fatto pure gli istogrammi” ride Luigi Fortuna, preside da quattro anni di ingegneria, invidiatissimo con i suoi 1.078 punti. Verso i colleghi pero si mostra clemente: “Penso che una valutazione dignitosa non possa essere inferiore a 100. La ricerca e la nostra missione”. Vocazione che pero non sembrano avere i suoi colleghi a capo di altre facolta: oberati dagli impegni organizzativi, arrancano vistosamente.
Il preside di economia, Carmelo Butta, e fermo a 38. Quello di lingue, Nunzio Famoso, ha un 18. A scienze della formazione Febronia Elia racimola 17,50. La scarsita di pubblicazioni non impedisce dunque le scalate accademiche. Anche alle ultime elezioni per il rettorato, lo scorso aprile, alcuni candidati presentavano numeri non entusiasmanti. Zaira Dato, straordinario di composizione architettonica e urbana: 8 punti. O il neurochirurgo Vincenzo Albanese: 42. Alla fine, pero, e stato riconfermato Recca.
Che, all’inizio del secondo mandato, si e dato da fare per distribuire con maggior giudizio 5 milioni di fondi per la ricerca: “Prima non esisteva alcuno strumento di valutazione” spiega il rettore. “Ora, oltre alla qualita del progetto, pesano anche le pubblicazioni. La graduatoria e un fatto innovativo, su cui continueremo a lavorare. Abbiamo dato un segnale. Ma di certo non volevamo fare l’elenco dei piu bravi”.
Negli atenei manca ogni tipo di verifica
Il calcolo dei pesi scientifici ha avuto pero anche questo effetto collaterale. A scienze politiche sono 33 su 113 ad avere un punteggio inferiore a 10: quasi un terzo di tutti i professori. A giurisprudenza sono un quarto. A quota 0, per esempio, ci sono due ordinari di fama come Lucio Ricca e Salvatore Sambataro.
Ma anche uscendo dal limbo dei non classificati il quadro non migliora molto. Su 88 docenti solo otto hanno un punteggio superiore a 100. Scenario molto simile a quello di economia, dove solo 28 su 84 superano quota 50. Qui pero bisogna essere chiari: non e che altrove le cose vadano meglio. Negli atenei manca ogni tipo di verifica. E, di conseguenza, abbondano i fautori del minimo indispensabile. Del resto, perche dannarsi l’anima se poi lo stipendio arriva lo stesso? Considerazione a cui molte altre categorie non sono estranee. Ma che nel caso dell’universita italiana, ancora preda di feudali baronati, diventa ulteriore sintomo di un sistema malridotto.
Come lo è la storia del trentaduenne Mattia Frasca, facolta di ingegneria. Lui in graduatoria non e nemmeno entrato. Digitando il suo nome nella banca dati vengono fuori pero 172 pubblicazioni. Fatti due calcoli, equivalgono a 537 punti. Sarebbe il settimo tra i professori dell’ateneo. Invece e solo un precario che si danna per diventare ricercatore.
I NUMERI DELL’ATENEO
Le cifre più significative emerse dalla ricerca condotta dal rettore di Catania.
255 sono i professori dell’Università di Catania che, secondo la banca dati dell’ateneo, hanno pubblicato poco o niente gli ultimi 5 anni. 110 docenti su 402 a medicina hanno un punteggio inferiore a 10. Tra questi ci sono molti ordinari e associati. 8http://www.diees.unict.it/informazioni/persone/pagine_personali/index.php?prs=36. 33 docenti su 113, poco meno di un terzo, a scienze politiche hanno un punteggio inferiore a 10.
È grave una bambina di 4 anni aggredita da un cane lupo che l’ha azzannata a San Gregorio, nel Catanese. La piccola era con la madre, nel cortile di una ditta di costruzioni edili dove la donna lavora come impiegata. Il pastore tedesco, solitamente chiuso in un recinto, aveva giocato con la bambina in passato. Di notte viene liberato nel cortile per fare la guardia. Lei probabilmente non ne aveva paura, ma questa volta qualcosa è andato diversamente, sfiorando la tragedia. La bambina è all’ospedale Cannizzaro di Catania, ha ferite lacero contuse alla testa ed è ricoverata nel reparto di chirurgia plastica, dove è stata sottoposta a un intervento chirurgico. È cosciente e la prognosi è di 40 giorni, salvo complicazioni.
“Ha subìto traumi da strappamento superficiali al viso, al cuoio capelluto e al collo e non sono stati lesionati organi interni”, ha detto il chirurgo Pierfranco Soma. “Il decorso post-operatorio è regolare. L’unica preoccupazione sono le infezioni”. Soma è uno dei chirurghi che nei giorni scorsi si occupò della ragazza tedesca azzannata in tutto il corpo dai cani randagi nel Ragusano. “Non c’è paragone con le ferite inflitte a quella ragazza” ha specificato. Nello stesso ospedale è stata medicata nel Pronto Soccorso la madre 32enne della bambina, rimasta ferita lievemente nel tentativo di salvare la figlia dall’aggressione del cane. Quest’ultimo è stato sequestrato e affidato in custodia ai proprietari, allertando il servizio veterinario.
Maria Pia Scuto, 41 anni, uccisa a Catania
Il figlio voleva salvarlo. E voleva salvare anche le sue sorelline, che desiderava non venissero private anche del padre. Così si è autoaccusato della terribile morte della madre. Ma poi ha ritrattato. È il dramma nel dramma di questa ennesima storia di atroce violenza domestica. Vittima Maria Pia Scuto, 41 anni, uccisa con un cutter con cui è stata quasi decapitata e martoriata con diversi fendenti al corpo, nell’abitazione al settimo piano di un palazzo di via Costanzo, nel centro di Catania.
Ma poi il ragazzo ha ritrattato e infine il pm ha emesso contro il marito della vittima - Giuseppe Castro di 35 anni - un ordine di arresto per uxoricidio.
Intorno alle 15 il ragazzo, ribaltando la confessione del padre che in mattinata, dopo il delitto, aveva immediatamente avvisato la polizia e aveva ammesso le sue responsabilità , si era accollato tra le lacrime il delitto: non voleva che andasse in carcere, ha detto, e pensava alle sue sorelline che non riusciva a immaginare, dopo essere state strappate con violenza alla madre, lontane anche da quell’ormai unico genitore. Ha dato una ricostruzione lacunosa e tormentata dei fatti, fino a quando, davanti ai poliziotti ha ritrattato, spiegando che era stato proprio il papa’ a uccidere la mamma, praticamente sotto i suoi occhi. Versione confermata anche dalla suocera dell’uomo, sentita come testimone.
Il ragazzo è stato nuovamente ascoltato, ma questa volta alla presenza di uno psicologo. Il 35enne Giuseppe Castro è in carcere e per lui è scattato l’arresto perché colto in flagranza del reato di uxoricidio, in quanto la polizia è giunta sul posto pochi minuti dopo il delitto. L’uomo avrebbe usato in modo feroce il micidiale taglierino, fino a quasi decapitarla con un colpo secco alla gola. L’ennesima lite era scoppiata perché il marito, geloso, contestava alla coniuge che stava sempre al computer e che chattava con gli uomini. Il sostituto procuratore Salvatore Faro ha disposto il sequestro dei tre computer presenti in casa e li ha affidati alla polizia postale. L’uomo avrebbe colpito la donna al collo mentre questa era voltata verso il monitor, per poi accanirsi sul corpo ormai esanime, colpendo soprattutto alla schiena. Un’ipotesi che indebolirebbe la tesi del delitto d’impeto. Del coltello nessuna traccia: il presunto omicida ha detto di averlo gettato nel water. I poliziotti avrebbero trovato il figlio in ginocchio, accanto al corpo della madre, disperato, ma, sembrerebbe, con la forza sufficiente a provare, pur nel suo atterrito sgomento, a consolare il padre. L’uomo che, secondo gli investigatori, gli ha ucciso la madre, ma che ha tentato di scagionare.

È stato trovato il cadavere del fotografo tedesco 32enne Thomas Reichart, originario di Stoccarda, scomparso sabato pomeriggio. Era nella Valle del Bove, sull’Etna, a circa 2700 metri, nella zona degli Ornitos. Il suo corpo è stato individuato in corrispondenza dei camini lavici, dove sarebbe finito, si presume, dopo essere scivolato su una lastra di ghiaccio.
Il corpo del fotografo è stato trovato da una squadra del soccorso alpino della guardia di finanza di Nicolosi e da una guida alpina. Secondo i primi rilievi Reichart sarebbe precipipato scivolando su una lastra di ghiaccio, schiantandosi dopo contro una parete lavica. Il cadavere sarà portato prima al Rifugio Sapienza e successivamente all’obitorio dell’ospedale Garibaldi di Catania. Thomas Reichart viveva a Sindelfingen, a 15 chilometri da Stoccarda. Laureato in Biochimica nell’Università della città tedesca, amava viaggiare e documentare i suoi viaggi - aveva visitato 13 Paesi del mondo in tre continenti (come riporta il suo profilo su Flickr) - con centinaia di fotografie e video, che pubblicava nel suo sito Internet. Aveva la passione per i vulcani ma anche per le immersioni subacquee e la maratona. Era stato più volte sull’Etna e a Vulcano.
L’allarme per la sua scomparsa era stato lanciato da un ricercatore dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia di Catania, Boris Bhencke, che ha ricevuto dall’amico l’sms con il testo “Help, Thomas”, e dal gestore del Rifugio Sapienza da dove il tedesco si era messo in marcia per fotografare come altre volte l’eruzione dell’Etna.
Il cadavere del fotografo tedesco 32enne Thomas Reichart, originario di Stoccarda e scomparso sabato pomeriggio, era nella Valle del Bove. Potrebbe esser scivolato su una lastra di ghiaccio.
Guarda la GALLERY su Flickr di Thomas Reichart

Ventiquattro esponenti del clan Santapaola-Ercolano di Catania sono stati arrestati nell’ambito di una vasta inchiesta su intrecci tra mafia, imprenditoria e politica. I reati contestati sono di associazione mafiosa finalizzata a estorsioni, rapine, furti, al controllo di attività economiche e appalti e a ostacolare il libero esercizio del voto in occasione di competizioni elettorali.
L’inchiesta di Catania avrebbe fatto luce anche su una serie di tangenti imposte a imprenditori edili che erano costretti a comprare il cemento da imprese “amiche” della cosca. Le indagini dei carabinieri, durate due anni, avrebbero accertato anche i collegamenti tra la frangia del clan Santapaola che opera nella provincia e Cosa nostra di Catania. I provvedimenti restrittivi (nove dei quali notificati in carcere), da parte di oltre 200 militari dell’Arma, sono stati emessi dal gip Antonino Fallone su richiesta del procuratore aggiunto Giuseppe Gennaro e dei sostituti della Dna, Carmelo Petralia, e della Dda, Agata Santanocito.
Roberto Faro, 19 anni, e Giuseppe Salvia, 29, furono assassinati l’11 giugno del 2006 a Paternò perché erano due ladri non ‘inquadrati’ nelle cosche locali che avevano messo a segno dei furti di materiale edile e di carburanti in cantieri ‘tutelati’ da Cosa nostra. E’ quanto emerge dall’operazione ‘Padrini’ dei carabinieri di Catania. I sicari non esitarono a sparare contro gli obiettivi dell’agguato nonostante la presenza del figlio di Salvia, che allora aveva 7 anni, e che rimase gravemente ferito. Per quell’episodio sono indagate, tra mandanti ed esecutori, quattro persone, arrestate nei giorni successivi dai carabinieri: Salvatore Assinata, di 36 anni, figlio del presunto boss Domenico, Alfio Scuderi, di 35 anni, Giovanni Messina, di 44, e Benedetto Beato, di 26.
Durante i due anni di indagini sulla cosca gli investigatori hanno anche impedito una vendetta trasversale nei confronti di un proprio affiliato ‘colpevole’ di avere un fratello collaboratore di giustizia.
Ci sono anche la gestione di appalti, e servizi pubblici e presunte pressioni per impedire od ostacolare il libero esercizio del voto in occasione di consultazioni elettorali al centro dell’inchiesta Padrini della Procura della Repubblica di Catania. Secondo quanto si è appreso, gli episodi riguarderebbero un paese dell’hinterland etneo. Durante l’operazione i carabinieri del comando provinciale di Catania hanno eseguito, in esecuzione di un provvedimento del Gip Antonino Fallone, il sequestro preventivo di imprese edili e società di intermediazione finanzaria e i loro conti correnti bancari ritenute riconducibili a presunti appartenenti ala cosca.
Studenti universitari
Quanti diciottenni vorrebbero studiare in un paesino di 3.330 anime sulle Madonie, perso a 1.100 metri d’altezza e abitato per metà da ultracinquantenni? Tanti, si sono risposti gli insigni cattedratici dell’ateneo di Palermo riuniti attorno a un tavolo per decidere dove dislocare nuove sedi. E Petralia Sottana, uno dei posti più suggestivi e ameni dell’isola, sembrò a tutti una scelta azzeccatissima. Ritirati in un convento a qualche chilometro dall’abitato, frotte di neodiplomati avrebbero frequentato la facoltà di Scienze e tecnologie dei beni culturali.
Invece le previsioni si rivelarono inesatte: dopo cinque anni, gli iscritti sono appena 35. Pochi e votati al sacrificio: frequentano i laboratori a Palermo, per specializzarsi dovranno andare ad Agrigento e non sanno ancora quando comincerà quest’anno accademico. Giovani ammirevoli, come gli sforzi economici che il minuscolo comune delle Madonie ha sostenuto per la sua miniuniversità : 141.037 euro, che hanno cospicuamente contribuito al dissesto finanziario dell’amministrazione.
Un’iniziativa tutt’altro che sporadica: i tre atenei statali siciliani, quelli di Palermo, Messina e Catania, hanno 36 sedi distaccate. Non esiste ormai angolo dell’isola in cui la bulimia decentrativa non abbia colpito. Ci sono corsi in città d’arte come Cefalù e Noto. In paesi dell’entroterra come Nicosia e Piazza Armerina. In maleodoranti centri industriali come Priolo e Gela. I risultati sono disastrosi: manipoli di iscritti, enti locali sepolti dai debiti ed eccezionale morìa di facoltà . Con inverosimili casi limite, come quello delle due Petralie.
Considerando insoddisfacente l’offerta formativa a valle, nel 2006 l’Università di Palermo pensò infatti di estendersi a monte: una laurea in Scienze e tecnologie per l’ambiente e il turismo a Petralia Soprana. Un ciclo di studi sperimentale, con un innovativo metodo telematico. Non funzionò: i pochi pretendenti fecero desistere dalle intenzioni. Non andò meglio a Pantelleria, dove si ebbe la stessa idea e uguale scarsità di aspiranti.
Migliore sorte ha avuto invece Valorizzazione della Biodiversità a Castelbuono, 9 mila abitanti: attiva dal 2001, ha una cinquantina di studenti. Che però, assicurano in segreteria, «vengono un po’ da tutto il mondo». Facoltà di nicchia, quelle disseminate sulle Madonie: così tanto da raccogliere lo 0,2 per cento degli iscritti dell’ateneo.
Percentuale non risollevata neppure dalla vicina Termini Imerese, dove vivacchia Scienze geologiche per la protezione civile: 19 iscritti. Dopo attenta riflessione si è deciso, nei mesi scorsi, di non riattivare il primo anno. La laurea forma personale specializzato a intervenire nel caso di frane ed eruzioni vulcaniche. Bandite però le esercitazioni sul territorio, dato che la città è bagnata dal Tirreno.
Più attinente alle risorse locali è quindi l’Università del mare, nata nel 2004 a Campobello di Mazara, paesetto a qualche chilometro dalla costa. Dipende dal polo decentrato di Trapani: è una sede distaccata della sede distaccata. Esempio di devoluzione accademica all’ennesima potenza, piuttosto diffuso nell’isola. Le cose, però, promette il nuovo rettore di Palermo, Roberto Lagalla, dovranno cambiare: «Rivedere il sistema sarà uno dei miei primi atti» assicura «Ci sono modelli buoni, ma altri pessimi, molto costosi e senza alcuna vocazione territoriale».
Proposito di razionalizzazione condiviso anche dal magnifico rettore di Messina, Franco Tomasello, a capo di un ateneo che ha fatto dell’espansione territoriale uno dei suoi marchi distintivi. Perché limitarsi ai confini regionali, si sono chiesti a Messina? È seguito dunque lo sbarco in continente: non solo a Reggio Calabria, ma anche Locri, un centinaio di chilometri a nord dello stretto.
Notevole pure l’attività di colonizzazione a sud, che ha permesso di spingersi fino a Priolo, nel siracusano. In verità , non sono state disdegnate nemmeno le città più vicine, come Barcellona Pozzo di Gotto, che dista 37 chilometri: ha due corsi e circa 200 studenti. Una sede per cui si spese (e spese) nientemeno che il Parlamento, approvando nel 2003 una legge dal seguente titolo: «Interventi per l’espansione dell’università di Messina nelle città di Barcellona Pozzo di Gotto e di Milazzo». Non si trattò di quisquilie, ma di ben 7,5 milioni di euro da spalmare in tre anni. Primo firmatario fu il senatore del Popolo delle Libertà , Domenico Nania. Un aiuto disinteressato? Non proprio: il politico è di Barcellona, dove è sindaco il cugino Candeloro Nania. Unico requisito per avere il finanziamento: creare indirizzi particolarmente innovativi. E l’estro non mancò: nacquero così Mediazione culturale per l’integrazione multietnica e Scienze sociali per la cooperazione e lo sviluppo.
Nei corridoi della bella sede barcellonese una ventina di studenti attende l’inizio delle lezioni in Storia delle Dottrine politiche. Il professore, Dario Caroniti, insegna a Messina. Prima di infilare l’aula, spiega: «Il decentramento selvaggio è una delle cause del crollo delle università : serve solo ad aumentare cattedre e poltrone» sostiene. «Si assumono docenti a contratto: impiegati, assistenti sociali e insegnanti delle superiori. Mentre quelli di ruolo viaggiano malvolentieri: ci sono corsi che non partono per la mancanza di professori».
A Patti, 28 chilometri più a ovest, si rischia la stessa fine. Qui c’è Scienze giuridiche, foraggiata da curia e comune. I professori raccontano di non essere pagati da due anni per le difficoltà finanziarie dell’amministrazione. «Né le spese per le trasferte e nemmeno il costo della supplenza» specifica Emilia Calabrò, che insegna Diritto del lavoro. La raggiunge la collega a cui ha chiesto un passaggio per tornare nel capoluogo: ordinario a Messina, chiede l’anonimato: «Gli enti locali si stanno dissanguando. I sindaci promettono: “Daremo una laurea ai vostri figli! E le università , spinte da manie di grandezza, acconsentono. Ma le sedi distaccate costano». Si sistema i capelli biondi e, sarcastica, chiosa: «Converrebbe affittare due pulmann ogni giorno e portare i ragazzi avanti e indietro da Messina».
Un paradosso, ma solo fino a un certo punto. Sono molti i comuni siciliani che si sono svenati pur di garantire una facoltà sotto casa. Promesse che si sono rivelate onerosissime. Per questo il rettore della Kore di Enna, Salvo Andò, giura e spergiura che non delocalizzerà : «È un sistema che ha prodotto effetti perversi. Ci sono città che si sono indebitate all’inverosimile pur di fregiarsi di un corso» sostiene «Con i loro soldi si fa cassa e vengono banditi posti per docenti. Tutto a discapito della qualità ».
Pure il consorzio degli enti locali ennesi che finanzia la Kore è finito però nel tritacarne del dare e avere. L’ateneo di Catania lo ha citato in giudizio, chiedendo 20 milioni di euro di arretrati. Il problema è che il decentramento si paga, e pure tanto. Circa 5 milioni e mezzo di euro sono costate all’università etnea i due corsi di laurea in Scienze dell’amministrazione e quella in Economia aziendale attivate a Modica, nel ragusano. Il comune, che doveva farsi carico della spesa, per adesso ha pagato solo 378 mila euro.
A Comiso, dove tre anni fa è nato un corso in Informatica applicata, le cittadine del circondario si erano impegnate solennemente: i soldi li metteremo noi. E chi li ha visti? Catania ora reclama un milione di euro, e va avanti a decreti ingiuntivi. Ne valeva la pena? Forse no, visti i 113 iscritti. E a Caltagirone è stato fruttifero Progettazione e gestione di aree a verde, parchi e giardini? Inaugurato nel 2002 con la sponsorizzazione di provincia e comune, arranca vistosamente. Ha 74 studenti e 830 mila euro di passivo: 11 mila per ogni potenziale agronomo.
Un’espansione forsennata, guidata con mano ferma dall’ex rettore Ferdinando Latteri, in carica fino al 2006, poi deputato del Partito democratico e, a seguire, del Movimento per l’autonomia. I conti adesso li sta facendo il suo successore, Antonino Recca: «Quest’anno non attiveremo il primo anno in quattro sedi. Il decentramento è servito solo ad accontentare la politica locale e a distogliere fondi. Si sono giocate intere campagne elettorali su queste promesse. Il risultato, per noi, sono 40 milioni di debiti».
A dire il vero, non è l’unico lascito. L’università , negli anni passati, ha bandito decine di cattedre in corsi ora a rischio: 23 docenti di ruolo a Modica, 7 a Piazza Armerina, 5 a Comiso. Tutti professori che potrebbero dover rientrare a Catania.
La spesa per il personale, del resto, in alcuni casi è a dir poco scriteriata. Fortunatissimi, ad esempio, gli studenti di Scienze agrarie tropicali e subtropicali a Ragusa. Oltre a una stupefacente sede su un’altura della città , possono contare su insegnamenti quasi personalizzati. Per dirne una: le lezioni di Protezione delle colture tropicali e subtropicali le seguono in cinque. Non c’è da stupirsi: in tutto ci sono 220 iscritti. E i professori? Tra supplenti, a contratto e di ruolo si arriva a 62: ognuno segue in media 3,5 allievi. Meglio di una classe di recupero.
Insuperabile però la ventura dei 66 iscritti a Economia e gestione delle imprese agroalimentari: hanno 39 docenti che devono occuparsi di meno di due studenti a testa. E dove si trova questo meraviglioso esempio di decentramento a misura di giovane? A Nicosia: 15 mila abitanti, entroterra più profondo dell’isola. Un posto da lupi, eletto nel 2001 a splendido luogo di studio. L’Università di Catania ci ha già rimesso 1,3 milioni di euro. Eppure a questo affaccio accademico sui Nebrodi non riesce a rinunciare.
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