Leggi tutte le notizie su:
catania
Studenti universitari
Quanti diciottenni vorrebbero studiare in un paesino di 3.330 anime sulle Madonie, perso a 1.100 metri d’altezza e abitato per metà da ultracinquantenni? Tanti, si sono risposti gli insigni cattedratici dell’ateneo di Palermo riuniti attorno a un tavolo per decidere dove dislocare nuove sedi. E Petralia Sottana, uno dei posti più suggestivi e ameni dell’isola, sembrò a tutti una scelta azzeccatissima. Ritirati in un convento a qualche chilometro dall’abitato, frotte di neodiplomati avrebbero frequentato la facoltà di Scienze e tecnologie dei beni culturali.
Invece le previsioni si rivelarono inesatte: dopo cinque anni, gli iscritti sono appena 35. Pochi e votati al sacrificio: frequentano i laboratori a Palermo, per specializzarsi dovranno andare ad Agrigento e non sanno ancora quando comincerà quest’anno accademico. Giovani ammirevoli, come gli sforzi economici che il minuscolo comune delle Madonie ha sostenuto per la sua miniuniversità: 141.037 euro, che hanno cospicuamente contribuito al dissesto finanziario dell’amministrazione.
Un’iniziativa tutt’altro che sporadica: i tre atenei statali siciliani, quelli di Palermo, Messina e Catania, hanno 36 sedi distaccate. Non esiste ormai angolo dell’isola in cui la bulimia decentrativa non abbia colpito. Ci sono corsi in città d’arte come Cefalù e Noto. In paesi dell’entroterra come Nicosia e Piazza Armerina. In maleodoranti centri industriali come Priolo e Gela. I risultati sono disastrosi: manipoli di iscritti, enti locali sepolti dai debiti ed eccezionale morìa di facoltà. Con inverosimili casi limite, come quello delle due Petralie.
Considerando insoddisfacente l’offerta formativa a valle, nel 2006 l’Università di Palermo pensò infatti di estendersi a monte: una laurea in Scienze e tecnologie per l’ambiente e il turismo a Petralia Soprana. Un ciclo di studi sperimentale, con un innovativo metodo telematico. Non funzionò: i pochi pretendenti fecero desistere dalle intenzioni. Non andò meglio a Pantelleria, dove si ebbe la stessa idea e uguale scarsità di aspiranti.
Migliore sorte ha avuto invece Valorizzazione della Biodiversità a Castelbuono, 9 mila abitanti: attiva dal 2001, ha una cinquantina di studenti. Che però, assicurano in segreteria, «vengono un po’ da tutto il mondo». Facoltà di nicchia, quelle disseminate sulle Madonie: così tanto da raccogliere lo 0,2 per cento degli iscritti dell’ateneo.
Percentuale non risollevata neppure dalla vicina Termini Imerese, dove vivacchia Scienze geologiche per la protezione civile: 19 iscritti. Dopo attenta riflessione si è deciso, nei mesi scorsi, di non riattivare il primo anno. La laurea forma personale specializzato a intervenire nel caso di frane ed eruzioni vulcaniche. Bandite però le esercitazioni sul territorio, dato che la città è bagnata dal Tirreno.
Più attinente alle risorse locali è quindi l’Università del mare, nata nel 2004 a Campobello di Mazara, paesetto a qualche chilometro dalla costa. Dipende dal polo decentrato di Trapani: è una sede distaccata della sede distaccata. Esempio di devoluzione accademica all’ennesima potenza, piuttosto diffuso nell’isola. Le cose, però, promette il nuovo rettore di Palermo, Roberto Lagalla, dovranno cambiare: «Rivedere il sistema sarà uno dei miei primi atti» assicura «Ci sono modelli buoni, ma altri pessimi, molto costosi e senza alcuna vocazione territoriale».
Proposito di razionalizzazione condiviso anche dal magnifico rettore di Messina, Franco Tomasello, a capo di un ateneo che ha fatto dell’espansione territoriale uno dei suoi marchi distintivi. Perché limitarsi ai confini regionali, si sono chiesti a Messina? È seguito dunque lo sbarco in continente: non solo a Reggio Calabria, ma anche Locri, un centinaio di chilometri a nord dello stretto.
Notevole pure l’attività di colonizzazione a sud, che ha permesso di spingersi fino a Priolo, nel siracusano. In verità, non sono state disdegnate nemmeno le città più vicine, come Barcellona Pozzo di Gotto, che dista 37 chilometri: ha due corsi e circa 200 studenti. Una sede per cui si spese (e spese) nientemeno che il Parlamento, approvando nel 2003 una legge dal seguente titolo: «Interventi per l’espansione dell’università di Messina nelle città di Barcellona Pozzo di Gotto e di Milazzo». Non si trattò di quisquilie, ma di ben 7,5 milioni di euro da spalmare in tre anni. Primo firmatario fu il senatore del Popolo delle Libertà, Domenico Nania. Un aiuto disinteressato? Non proprio: il politico è di Barcellona, dove è sindaco il cugino Candeloro Nania. Unico requisito per avere il finanziamento: creare indirizzi particolarmente innovativi. E l’estro non mancò: nacquero così Mediazione culturale per l’integrazione multietnica e Scienze sociali per la cooperazione e lo sviluppo.
Nei corridoi della bella sede barcellonese una ventina di studenti attende l’inizio delle lezioni in Storia delle Dottrine politiche. Il professore, Dario Caroniti, insegna a Messina. Prima di infilare l’aula, spiega: «Il decentramento selvaggio è una delle cause del crollo delle università: serve solo ad aumentare cattedre e poltrone» sostiene. «Si assumono docenti a contratto: impiegati, assistenti sociali e insegnanti delle superiori. Mentre quelli di ruolo viaggiano malvolentieri: ci sono corsi che non partono per la mancanza di professori».
A Patti, 28 chilometri più a ovest, si rischia la stessa fine. Qui c’è Scienze giuridiche, foraggiata da curia e comune. I professori raccontano di non essere pagati da due anni per le difficoltà finanziarie dell’amministrazione. «Né le spese per le trasferte e nemmeno il costo della supplenza» specifica Emilia Calabrò, che insegna Diritto del lavoro. La raggiunge la collega a cui ha chiesto un passaggio per tornare nel capoluogo: ordinario a Messina, chiede l’anonimato: «Gli enti locali si stanno dissanguando. I sindaci promettono: “Daremo una laurea ai vostri figli! E le università, spinte da manie di grandezza, acconsentono. Ma le sedi distaccate costano». Si sistema i capelli biondi e, sarcastica, chiosa: «Converrebbe affittare due pulmann ogni giorno e portare i ragazzi avanti e indietro da Messina».
Un paradosso, ma solo fino a un certo punto. Sono molti i comuni siciliani che si sono svenati pur di garantire una facoltà sotto casa. Promesse che si sono rivelate onerosissime. Per questo il rettore della Kore di Enna, Salvo Andò, giura e spergiura che non delocalizzerà: «È un sistema che ha prodotto effetti perversi. Ci sono città che si sono indebitate all’inverosimile pur di fregiarsi di un corso» sostiene «Con i loro soldi si fa cassa e vengono banditi posti per docenti. Tutto a discapito della qualità».
Pure il consorzio degli enti locali ennesi che finanzia la Kore è finito però nel tritacarne del dare e avere. L’ateneo di Catania lo ha citato in giudizio, chiedendo 20 milioni di euro di arretrati. Il problema è che il decentramento si paga, e pure tanto. Circa 5 milioni e mezzo di euro sono costate all’università etnea i due corsi di laurea in Scienze dell’amministrazione e quella in Economia aziendale attivate a Modica, nel ragusano. Il comune, che doveva farsi carico della spesa, per adesso ha pagato solo 378 mila euro.
A Comiso, dove tre anni fa è nato un corso in Informatica applicata, le cittadine del circondario si erano impegnate solennemente: i soldi li metteremo noi. E chi li ha visti? Catania ora reclama un milione di euro, e va avanti a decreti ingiuntivi. Ne valeva la pena? Forse no, visti i 113 iscritti. E a Caltagirone è stato fruttifero Progettazione e gestione di aree a verde, parchi e giardini? Inaugurato nel 2002 con la sponsorizzazione di provincia e comune, arranca vistosamente. Ha 74 studenti e 830 mila euro di passivo: 11 mila per ogni potenziale agronomo.
Un’espansione forsennata, guidata con mano ferma dall’ex rettore Ferdinando Latteri, in carica fino al 2006, poi deputato del Partito democratico e, a seguire, del Movimento per l’autonomia. I conti adesso li sta facendo il suo successore, Antonino Recca: «Quest’anno non attiveremo il primo anno in quattro sedi. Il decentramento è servito solo ad accontentare la politica locale e a distogliere fondi. Si sono giocate intere campagne elettorali su queste promesse. Il risultato, per noi, sono 40 milioni di debiti».
A dire il vero, non è l’unico lascito. L’università, negli anni passati, ha bandito decine di cattedre in corsi ora a rischio: 23 docenti di ruolo a Modica, 7 a Piazza Armerina, 5 a Comiso. Tutti professori che potrebbero dover rientrare a Catania.
La spesa per il personale, del resto, in alcuni casi è a dir poco scriteriata. Fortunatissimi, ad esempio, gli studenti di Scienze agrarie tropicali e subtropicali a Ragusa. Oltre a una stupefacente sede su un’altura della città, possono contare su insegnamenti quasi personalizzati. Per dirne una: le lezioni di Protezione delle colture tropicali e subtropicali le seguono in cinque. Non c’è da stupirsi: in tutto ci sono 220 iscritti. E i professori? Tra supplenti, a contratto e di ruolo si arriva a 62: ognuno segue in media 3,5 allievi. Meglio di una classe di recupero.
Insuperabile però la ventura dei 66 iscritti a Economia e gestione delle imprese agroalimentari: hanno 39 docenti che devono occuparsi di meno di due studenti a testa. E dove si trova questo meraviglioso esempio di decentramento a misura di giovane? A Nicosia: 15 mila abitanti, entroterra più profondo dell’isola. Un posto da lupi, eletto nel 2001 a splendido luogo di studio. L’Università di Catania ci ha già rimesso 1,3 milioni di euro. Eppure a questo affaccio accademico sui Nebrodi non riesce a rinunciare.
Partecipa al FORUM

Festa a Catania per la supervincita da 100 milioni di euro realizzata centrando il 6 al Superenalotto. La schedina vincente è stata giocata nella ricevitoria “Giunta”, in via Mario Rapisarda, che si trova nella periferia della città, in un quartiere popolare. Centinaia di persone, subito dopo avere appreso la notizia, si sono radunate davanti al negozio. Proprio per la ressa, il titolare, Domenico Giunta, 54 anni, ha preferito non riaprire la ricevitoria. “Non so chi ha vinto” dice “ma spero tanto che si ricordi di noi”.
Il commerciante, che gestisce la rivendita di tabacchi da 14 anni, aggiunge di non avere idea di chi sia il vincitore.
“Nelle ultime settimane abbiamo raddoppiato il numero delle giocate, anche molti ragazzini hanno comprato le schede. Ha giocato così tanta gente che è impossibile dire chi sia il vincitore, ma spero tanto che questo si ricordi di noi e che gli abbiamo portato fortuna”. Davanti al negozio si sono viste scene di puro delirio: ragazzini che sfrecciavano sui motorini sventolando le bandiere rossoazzurre della squadra di calcio, automobilisti che suonavano i clacson, gente che stappava bottiglie di spumante abbracciandosi e ballando per la gioia.
Applausi e brindisi ieri sera anche fra titolari e clienti della Caffetteria 2000, il locale milanese con ricevitoria Sisal, dove è stato azzeccato il 5+1 da 3.757.199,25 euro. Appena si è sparsa la voce la gente è scesa in strada e i proprietari, di nuovo al lavoro per verificare gli estremi della giocata, hanno aperto le saracinesche mentre arrivavano anche giornalisti e telecamere.
Il locale, che si trova in via Varesina 35 alla periferia nord della città, appartiene da oltre 25 anni alla famiglia Scaringi, originaria di Trani (Bari): ora, con l’aiuto dei genitori Rita e Pasquale, la gestisce il figlio Domenico, detto Mimmo. “Siamo contenti - ha sottolineato Mimmo Scaringi” certo potevamo avere un 6, ma bisogna essere generosi anche con gli altri… Comunque a noi non spetta nulla semmai una mancia del giocatore”.
E voi, qualsiasi idea abbiate per spendere i 100 milioni, scrivetela sul nostro FORUM.
- Tags: bevande, carne, catania, cibo, confezioni, latte, melamina, pesce, punto-vendita, sequestro, supermarket, uova, verdure
-
Un supermarket con circa 900 chilogrammi di alimenti cinesi e 5,5 tonnellate di prodotti caseari scaduti è stato scoperto dalla guardia di finanza di Catania nel rione Lineri di Catania. Le Fiamme gialle hanno sequestrato due locali e denunciato quattro persone, due cinesi e due italiani.
I sigilli sono stati posti a due punti vendita attigui. Nel primo lavoravano i due orientali e vi sono stati trovati milk drink, caramelle White Rabbit, biscotti con tracce di melamina, confezioni di uova e verdure, bevande a base di latte, carni e pesce, tutto di origine asiatica, in cattivo stato di conservazione. Nell’altro punto vendita gli investigatori della guardia di finanza hanno trovato due catanesi, padre e figlio, che preparavano mozzarella con burro e altri preparati di latte scaduti da diversi anni.
Nella struttura sono stati sequestrati prodotti caseari scaduti, cagliata, burro, grassi vegetali e carciofini per un peso complessivo di 5.500 chilogrammi. All’operazione delle Fiamme gialle hanno collaborato medici e esperti dell’Asl 3 di Catania.
La pensione non bastava a fare fronte alle spese mediche per curare la moglie di 64 anni, gravemente malata, e per questo si sarebbe trasformato in spacciatore: si è giustificato così un pensionato di 67 anni, Michele Bonvegna, che è stato arrestato dalla Guardia di finanza di Catania per spaccio di sostanze stupefacenti.
Per “arrotondare” la pensione, secondo l’accusa, infatti, l’uomo vendeva marijuana nella centrale zona della “pescheria” e in particolare nella villa comunale Giovanni Pacini, cedendola anche a minorenni. Le indagini della squadra speciale del primo nucleo operativo delle Fiamme gialle erano state avviate dopo una serie di segnalazioni sulla presenza di uno spacciatore ai giardinetti, frequentati soprattutto da anziani, ma la sorpresa tra gli investigatori è stata tanta quanto hanno scoperto che la persona che cercavano era un anziano pensionato.
L’uomo è stato bloccato mentre trattava la vendita di marijuana con due giovani studenti, uno dei quali aveva in mano una banconota di 50 euro. Un particolare che ha insospettivo gli investigatori che si sono soffermati per seguire la scena: mentre il pensionato consegnava loro una “stecca” di droga, gli è scivolata di mano cadendo per terra. A quel punto i militari lo hanno bloccato.
In tasca l’uomo aveva altre sette dosi di sostanza stupefacente e altre 30 “stecche” sono state successivamente trovate nella sua auto. Ma il grosso della partita di droga è stata trovata nell’abitazione dell’anziano: complessivamente 7 chilogrammi, distribuiti in tre contenitori di vetro e in una busta di plastica nera, che sono stati sequestrati assieme a 820 euro ritenuti provento dello spaccio. Nella casa vive anche la moglie dell’uomo, una pensionata di 64 anni, che è stata indagata anche lei per spaccio di sostanze stupefacenti perché ritenuta complice del marito, ma non arrestata per le sue condizioni di salute ed è stata denunciata in stato di libertà.
Proprio lei ha spiegato ai militari della Guardia di finanza che la vendita di marijuana serviva loro a fare fronte alle cure costose alle quale si deve sottoporre e che con la pensione la coppia non arriva a fine mese. Una tesi che non ferma le indagini: gli investigatori, infatti, stanno cercando di individuare i canali di rifornimento dell’uomo.
E adesso che è un ragazzo libero (dalla scorsa mezzanotte, per scadenza dei termini di custodia cautelare), il suo primo appuntamento è stato con la stampa. Antonino Speziale, uno dei due giovani accusati di avere ucciso l’ispettore Filippo Raciti in occasione del derby Catania-Palermo del 2 febbraio 2007, questa mattina si è sottoposto al fuoco di fila delle domande dei cronisti.
Parla Speziale, incontrando i giornalisti nello studio del suo legale, l’avvocato Giuseppe Lipera, e dopo aver ribadito di “essere innocente e di non avere niente da temere”, butta lì anche il suo giudizio sull’ispettore Filippo Raciti. Che “era e resta un eroe, un servitore dello stato morto in servizio”.
“Mi dispiace per Raciti e la sua famiglia” ha aggiunto “suo marito era un eroe morto mentre faceva il suo lavoro, ma non sono stato io a ucciderlo”. Il giovane ha ribadito di “non avere mai visto le forze dell’ordine come rivali”. “Ho commesso degli errori” ha ammesso “ma per me i poliziotti sono padri di famiglia che fanno il loro lavoro come tanti altri”.
Ai tifosi Speziale ha lanciato un appello: “Chi va allo stadio non credo lo fa con l’intento di scatenare violenza” ha detto “ma quello che è accaduto è una brutta strada, bisogna stare attenti a non combinare guai”.
Con al fianco i legali e il padre Antonino ripercorre così la sua vicenda: “Del 2 febbraio dell’anno scorso ho ricordi molto labili, quello che è successo non lo ricordavo completamente, poi mi sono visto nel filmato. È vero, ho preso il sottolavello ma l’ho gettato in aria per togliermelo dalle mani e quando l’ho lanciato non c’erano esponenti delle forze dell’ordine”. Quel sottolavello con cui sarebbe stato ucciso l’ispettore Raciti. Tesi contestata, però, dal Ris di Parma che ha espresso “pesanti dubbi” sulla presunta arma che avrebbe ucciso il poliziotto.
Speziale ha parlato anche della sua esperienza in carcere e in un centro di recupero: “Sono cresciuto molto - ha detto - e sono maturato, perché adesso mi sento più sereno”. Sul suo futuro, il giovane ha detto di “non avere timore del parere della gente o dell’opinione pubblica perché sono innocente, e chi è innocente - ha osservato - non ha paura di niente”.
Tornerà in libertà nelle prossime ore Antonino Speziale, uno dei due giovani accusati di avere ucciso l’ispettore di polizia Filippo Raciti, durante il derby Catania-Palermo del 2 febbraio del 2007. Lo ha deciso, d’ufficio, la Corte d’Appello per i minorenni del capoluogo etneo per decorrenza dei termini della carcerazione preventiva.
Speziale era agli arresti domiciliari dall’11 luglio scorso, dopo che la Corte d’Appello aveva confermato la sua condanna per resistenza aggravata a pubblico ufficiale per gli scontri al Massimino, infliggendogli due anni di reclusione, con una riduzione di sei mesi rispetto alla sentenza di primo grado.
Speziale era stato
arrestato alcuni giorni dopo l’omicidio ed è rimasto in un centro di accoglienza per minorenni fino al 25 gennaio del 2008 quando il Tribunale per il riesame gli ha concesso gli arresti domiciliari in una comunità. Il processo per omicidio comincerà il prossimo 30 settembre davanti il Tribunale per i minorenni. Il 19 settembre ci sarà, davanti alla prima Corte d’assise di Catania, la prima udienza del processo all’altro imputato per il delitto Raciti: il 21enne Daniele Micale.
Sulla decisione dei giudici sono intervenuti i legali di Speziale, gli avvocati Giuseppe Lipera e Grazia Coco, spiegando che “l’ordinanza della Corte d’appello per i minorenni di Catania non era stata sollecitata dalla difesa, che non aveva presentato alcuna istanza”.
“Non ci siamo occupati solo di difendere il nostro assistito dalla errata ed ingiusta accusa di omicidio volontario dell’ispettore Filippo Raciti” aggiungono i due penalisti “o di assisterlo nel processo di resistenza a pubblico ufficiale, quella sì accusa giusta e legittima, ma, in tutta coscienza, abbiamo cercato di fare di più”.
“Ottenuti gli arresti domiciliari e visto come operava la comunità dove era stato assegnato” spiegano i legali di Speziale “non abbiamo più fatto una sola istanza, perchè il ragazzo era seguito al meglio e adesso a distanza di un anno e mezzo da quel tragico febbraio catanese i risultati si vedono”.
“Riteniamo ingiusta la celebrazione del processo che inizierà il prossimo 30 settembre” concludono i due penalisti “perchè consideriamo violate le disposizioni della Legge Pecorella, confidiamo che la Cassazione abbia modo di accogliere il nostro ricorso contro l’ordinanza del Gip che, nonostante l’annullamento senza rinvio del provvedimento di custodia cautelare, ha deciso il rinvio a giudizio”.
Comunque Antonino Speziale da domani sarà nuovamente libero ma non potrà tornare nello stadio Angelo Massimino, teatro della tragedia del 2 febbraio del 2007: per lui è stato attivato un Daspo di cinque anni. Per un lustro non potrà seguire eventi sportivi e quando il Catania giocherà in casa dovrà firmare in un commissariato di polizia un apposito registro, prima, durante e dopo la partita.
L’esercito dei morti viventi si è fermato a Catania. Ai piedi dell’Etna, dove 21mila di loro, sepolti da anni, qualcuno da decenni, continuavano a far incassare i loro medici di famiglia. Pagati per l’assistenza sanitaria a persone ormai defunte. La truffa ai danni del Servizio sanitario è stata scoperta dalla guardia di finanza del capoluogo etneo, grazie a controlli incrociati sui file di oltre un milione di cittadini. Secondo le Fiamme gialle il danno all’erario sarebbe di circa 4 milioni e 200 mila euro, solo per gli ultimi cinque anni. I dati delle indagini sono stati trasmessi al vaglio della Corte dei conti per le valutazione dei profili di responsabilita’ amministrativa per danno erariale, mentre si sta valutando l’ipotesi di profili di rilievo penale.I medici di famiglia incassano mensilmente circa 6 euro per ogni paziente assistito.
Gli accertamenti hanno permesso di scoprire che molti pazienti passati a miglior vita avrebbero goduto dell’assistenza medica per un periodo superiore a 35 anni, senza che nessuno si accorgesse della loro morte. Per le indagini i militari si sono avvalsi dei dati forniti dalla stessa Asl 3 relativi agli assistiti e quelli provenienti dai vari uffici Anagrafe dei Comuni della provincia.
- Tags: catania, Cgil, Cisl, cisterna, esalazioni, Giorgio Napolitano, lavoro, Maurizio-Sacconi, Mineo, morti-bianche, operaio, regole, sicurezza-sul-lavoro
-
Un piano straordinario che permetta di aumentare i controlli, la formazione e stabilire nuove regole per mettere fine alla tragedia delle morti sul lavoro.
Arrivando all’Auditorium Parco della Musica di Roma per l’assemblea di Confartigianato, il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, annuncia misure straordinarie dopo l’ennesima strage ieri nel catanese dove sei operai hanno perso la vita. “Ovviamente” aggiunge il titolare del Welfare “dovremo realizzare un’intesa tra Stato, Regioni e organizzazioni del lavoro per definire azioni concrete che servano a costruire un ambiente sicuro. Le regole da sole” ammonisce Sacconi - non sono sufficienti e devono essere sostenute da una più forte capacità ispettiva”. “C’è una carenza di mezzi e risorse” denuncia inoltre Sacconi “per quanto riguarda la formazione, la prevenzione e l’informazione. Moltissimi infortuni, infatti, sono determinati da errori comportamentali”. Per il ministro, dunque, “occorrono più investimenti pubblici e anche privati a questo scopo, da parte delle imprese e degli organismi bilaterali che sono promossi dalle organizzazioni dei lavoratori e delle imprese come il fondo per la formazione continua”.
Le regole a cui fa riferimento il minsitro sono probabilmente quelle contenute nel decreto legislativo sulla sicurezza, approvato lo scorso primo aprile, dopo un aspro scontro con Confindustria che lamentava come l’impianto della legge fosse “tutto spostato sulle sanzioni e non sulle regole”.
I sindacati sono d’accordo sulla formulazione del piano straordinario, chiedono però di non modificare il testo unico (qui il .pdf). “Quello che è accaduto in questa cisterna in provincia di Catania, a Molfetta e nelle stive delle navi sono infortuni che si possono evitare”, ha dichiarato Guglielmo Epifani, parlando della morte dei sei operai a Mineo: “Bisogna pretendere dalle imprese, dalle amministrazioni e dai lavoratori che si rispettino le norme della sicurezza: si deve insistere e pretendere tutte le misure di sicurezza e di prevenzione che sono necessarie”.
Anche Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl, chiede che venga colmata la lacuna culturale “della sicurezza, perché è evidente che c’è una scarsità”. Quanto ad un’eventuale revisione al testo unico, Bonanni ha affermato che “non è una sfida tra chi la pensa in un modo e chi in un altro: ci sono morti e a questi morti bisogna dare una risposta, ognuno abbassi la testa”.
E dopo l’ennesima strage di Mineo, lo stesso presidente della Repubblica Giorgio Napolitano - che più e più volte nel corso del suo mandato ha puntato l’indice contro la strage degli operai (una triste media di 3 al giorno, che mette all’Italia la maglia nera in Europa in quanto a sicurezza) - ha voluto far sentire la sua voce: “Questa ulteriore strage, quest’altro gravissimo episodio di carenza di tutele e di misure di prevenzione, da parte di soggetti pubblici e privati, ripropone l’imperativo assoluto di interventi e controlli stringenti per la sicurezza sul lavoro e per spezzare la drammatica catena di morti bianche”.
LEGGI ANCHE: La strage degli operai: 1.300 vittime l’anno Il dossier sugli infortuni. Partecipa al FORUM
Il VIDEO servizio: