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- Tags: bioetica, Camera, cattolici, Elio-Sgreccia, Gianfranco Fini, laicità, leggi, monsignore, Parlamento, Pd, pdl, religione, strappi, Udc
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La religione resti fuori dal Parlamento. Gianfranco Fini conclude la sua parabola laicista e dice chiaro e tondo che le leggi si devono fare senza il condizionamento dei “precetti di tipo religioso”. Una presa di posizione netta che chiude il cerchio dei suoi innumerevoli strappi di questo ultimo anno sui temi eticamente sensibili (dal testamento biologico alla fecondazione assistita alle coppie di fatto); e che mette in allarme la Chiesa, e, trasversalmente, la “rappresentanza” cattolica che siede sugli scranni parlamentari. Scoppia così un nuovo caso politico con uno scontro a distanza tra il presidente della Camera e le alte sfere ecclestiastiche, spalleggiate dall’Udc ma anche dalla componente cattolica del Pdl.
Occasione per l’ennesimo distinguo di Gianfranco Fini, un incontro con gli studenti di Monopoli sulla Costituzione, durante il quale si è affrontato il tema della bioetica. Il presidente della Camera ha risposto di buon grado puntualizzando che il Parlamento “deve fare le leggi non orientate da precetti di tipo religioso. Il dibattito sulla bioetica è complesso” ha rimarcato “e mi auguro che venga affrontato senza gli eccessi propagandistici che ci sono stati da entrambe le parti perché queste sono questioni nelle quali il dubbio prevale sulle certezze”.
Affermazioni che Monsignor Elio Sgreccia, presidente emerito della Pontificia Accademia della Vita, ha voluto subito esorcizzare: “La Chiesa cattolica non ha mai pensato di imporre al Parlamento italiano ‘precetti religiosi’”, ma “non tacerà sui temi di bioetica, che riguardano i diritti umani, i dettami costituzionali, la stessa razionalità umana e il bene comune”. E poi, non si tratta di “precetti religiosi” ha protestato il vescovo “ma di “argomenti basati sulla ragione e sul diritto”, e il fatto che “vengano portati avanti dal clero o da organismi cattolici non deve consentire a nessuno di considerarli come prodotto di una razionalità minore”. Ecco perché” è stata la conclusione battagliera di monsignor Sgreccia “tanto più forte faremo sentire la nostra voce”.
Da subito ha alzato i suoi decibel l’Udc che, con Luca Volonté, ha gridato contro “l’indegno attacco laicista” di Fini; un affondo che, ha accusato: “discrimina i credenti” come “nei totalitarismi neri del ‘900” e che aggredisce “la libertà e la dignità della chiesa”. Toni durissimi stemperati poi da Pier Ferdinando Casini, che ha definito “ovvie” le parole del presidente della Camera, ma ha anche plaudito a quanti in Parlamento si fanno paladini nelle battaglie sui “valori e sui principi che”, ha osservato, “ormai non hanno diritto di cittadinanza in politica”.
Sorpresa e irritazione nel Pdl. Maurizio Lupi, vicepresidente della Camera, ha detto che Fini “sbaglia e si pone su un piano di scontro ideologico molto lontano dalla laicità positiva da lui stesso evocata”. “Ognuno” ha tuonato “ha il diritto e il dovere di difendere ciò in cui crede. Sempre”. E Gaetano Quagliariello, vicepresidente del Pdl al Senato, ha bacchettato il presidente della Camera perché le sue affermazioni possono ingenerare “equivoci” evocando l’immagine di uno stato “teocratico” lontano dalla realtà. Eugenia Roccella, sottosegretario al Welfare con delega alle questioni di bioetica, ha detto che non vede leggi ispirate a precetti religiosi, e ha citato ad esempio la legge 40 che “é molto equilibrata.
Dal Duomo di Milano alla chiesa di San Lorenzo in Monluè: il 42 per cento delle parrocchie amborsiane ha un sito internet. Un record rispetto alla media nazionale rilevata dall’associazione Webcattolici, il 16 per cento su un totale di 26 parrocchie. Da anni il capoluogo lombardo è attento all’evoluzione della rete.
L’arcivescovo Dionigi Tettamanzi è stato uno dei primi a rivolgersi ai fedeli anche attraverso YouTube, frequentatissimo dai giovani: nell’ultimo video risponde alle domande sulla quarta catechesi. Un tentativo di apertura e di dialogo differente dal monologo del vescovo Richard Williamson, il prelato che ha negato l’esistenza delle camere a gas durante la Seconda guerra mondiale. Sollevando proteste soprattutto in Germania, dove il cancelliere tedesco Angela Merkel ha chiesto chiarimenti al Vaticano.
Internet diventa, quindi, una finestra che consente di portare alla luce questioni che altrimenti resterebbero sepolte in dibattiti per pochi addetti. Ma permette anche una comunicazione diretta con i fedeli: un interesse che cresce con le prospettive di una Chiesa 2.0. In particolare, il sito della Diocesi ambrosiana rivela anche una cittadella dei luoghi di culto online: gli utenti possono esplorare una mappa dell’intera Regione che riunisce un elenco delle parrocchie in ogni città (raggruppate per nome, decanata, zona pastorale o Provincia/Comune). Ogni scheda contiene una descrizione dei luoghi con informazioni sulla vita della comunità, gli orari delle messe, gli indirizzi di posta elettronica dei preti.
Il VIDEO dell’arcivescovo Dionigi Tettamanzi su YouTube

Sulla questione dell’introduzione in Italia della pillola abortiva arriva il parere del Vaticano. La Chiesa cattolica comprende il dramma di una ragazza che suo malgrado si trova incinta, ma condanna l’aborto in qualsiasi forma esso venga praticato, perché si uccide un essere innocente: lo afferma il cardinale Javier Lozano Barragan, “ministro” del Vaticano per la Salute, che, in vista dell’introduzione in Italia della pillola abortiva Ru486, sottolinea, inoltre, che non si tratta di un farmaco “innocente” per la salute delle donne.
“Per un verso si capisce molto bene la situazione ingombrante e imbarazzante di una ragazza che suo malgrado si trova incinta”, afferma il presidente del Pontificio consiglio per la Pastorale della salute . “Non è che non comprendiamo il problema. Così come comprendiamo cosa significa avere un figlio fuori dal matrimonio e tutte le difficoltà in cui si possono trovare le persone in questi casi. Sono drammi. Ma c’è anche una gerarchia dei drammi e il dramma maggiore è la morte, tanto più se inflitta ad una persona innocente come un figlio che deve nascere. Per questo motivo dobbiamo sempre dire, in modo forte e delicato al tempo stesso, che la vita viene prima di tutto il resto. L’aborto è uccidere, togliere la vita una persona innocente, perché, anche se nei primi momenti della sua esistenza, l’embrione è un essere umano con tutti i diritti”. La Ru486, più specificamente, rientra tra i farmaci che “non sono tanto innocenti per la salute delle donne che li assumono”, afferma il cardinale Barragan.
L’Aifa (l’agenzia italiana del farmaco, che a febbraio aveva già dato parere favorevole alla pillola) ha annunciato che entro la fine dell’anno questa pillola abortiva dovrebbe entrare in commercio in Italia e il sottosegretario al Welfare, Eugenia Roccella, denuncia che varie donne sono già morte per avere assunto questo farmaco. “Ad ogni modo l’aborto è sempre aborto, a casa o in clinica”, afferma il porporato.
La condanna della Ru486 è stato, peraltro, ribadito nel recente documento vaticano Dignitas personae, un’istruzione della Congregazione per la dottrina della fede vincolante per i fedeli cattolici. Anche la “pillola del giorno dopo”, peraltro, viene bocciata dall’ex Sant’Uffizio per la sua “intenzionalità abortiva”. “Il nocciolo di quel documento”, spiega ora Barragan, “non è un indicare ricettario morale o un tentativo di moralizzazione, ma ribadire che la vita è un dono d’amore che Dio vuole che si generi dove c’è amore, cioè all’interno del matrimonio unico e indissolubile”.
Ma non è solo il Vaticano a discutere dell’introduzione della pillola abortiva. Sulla questione ritornano anche i membri del governo. “La prossima somministrazione della pillola Ru486 in Italia impone a tutti il dovere di informare correttamente le donne italiane che intenderanno farne uso”: l’esortazione è del ministro della Gioventù, Giorgia Meloni. Il ministro sottolinea che si tratta “di un farmaco potenzialmente pericoloso per la loro salute, la cui vendita è stata autorizzata dall’agenzia farmaceutica in virtù di un accettabile rapporto costi-benefici purchè il suo impiego sia coerente con la legge 194 e purchè sia previsto esclusivamente in ambito ospedaliero. Ciò vuol dire che si è ritenuto questo farmaco non più pericoloso della tecnica normalmente usata per gli aborti, ma sempre di aborto si tratta”. Per questo Meloni si appella alle “ragazze italiane: non considerate la pillola Ru486 un anticoncezionale”, avverte, “perchè non lo è”.
Non mancano però proprio le critiche rivolte all’esecutivo da parte dell’opposizione. “Siamo profondamente delusi”, sottolinea il deputato Udc Luca Volontè, riferendosi al ministro della Salute Maurizio Sacconi e al sottosegretario Eugenia Roccella, “dall’incomprensibile inerzia del governo nei confronti della Ru486. Dopo sette mesi non solo l’esecutivo non è stato in grado di impedire l’introduzione della pillola abortiva ma anche la sospensione delle linee guida sulla legge 40 e i nuovi regolamenti per una più corretta applicazione della 194 sono rimasti lettera morta”.
Il VIDEO servizo:
di Stefano Brusadelli
Chi decide quando “staccare la spina”? “Parlerei più propriamente di sospensione di cura nei casi di accanimento. Nei casi controversi potrebbe decidere un collegio, composto dal fiduciario del paziente (ossia colui che in sede di testamento biologico è stato delegato per eseguirne le volontà), dal suo medico curante e da un altro medico, specialista della malattia a causa della quale il malato ha perso ogni speranza di guarigione”. È la soluzione che il presidente dei deputati del Pd, Antonello Soro (medico e cattolico), mette sul tavolo per provare a far quadrare il cerchio del dibattito sulla “fine vita”, una materia incendiaria per la politica.
In Senato, dove il dibattito è agli inizi, già si vedono le trincee scavate dagli opposti (e trasversali) schieramenti. Da una parte, vescovi in testa, chi ritiene che per staccare la spina non basti la volontà scritta del diretto interessato e che comunque respirazione artificiale, idratazione e alimentazione non possano in alcun caso essere sospesi. Dall’altra chi considera invece tali trattamenti sospendibili, al pari di qualsiasi altra terapia; e che condizione sufficiente per interromperli sia una volontà autografa e aggiornata del paziente. Il “lodo Soro” prende dall’uno (non basta il testamento biologico) e dall’altro: anche idratazione e flebo possono essere sospese, se si ravvisa accanimento terapeutico.
Che succede se non si raggiunge un accordo all’interno del collegio?
In caso di dubbio circa la definizione di accanimento terapeutico ci si può appellare al comitato etico che è previsto all’interno di ogni ospedale.
Secondo lei i medici hanno diritto a fare obiezione di coscienza sulla decisione di staccare la spina?
A mio parere sì: lo prevede tra l’altro il codice deontologico dei medici. A condizione, certo, che ci sia un altro medico in grado di dare corso alla decisione presa.
Il testamento biologico deve essere sottoscritto davanti a un notaio?
Non necessariamente, ma la dichiarazione deve possedere tutti i requisiti di autenticità e va riconfermato a una cadenza da stabilire, da un minimo di 2 a un massimo di 5 anni. È naturale che la volontà possa mutare con il mutare dell’età e delle condizioni di salute.
Molti cattolici sostengono che è contro natura sospendere l’idratazione a un essere umano, anche se non ha alcuna possibilità di salvarsi.
Bisogna vedere il caso specifico: talvolta attraverso l’idratazione si somministrano cocktail di farmaci, e questo può configurarsi come accanimento terapeutico. Sono convinto che la legge non possa pretendere di normare tutto al millimetro. L’ambizione della politica deve essere quella, stimolando un impegno ancora maggiore della comunità scientifica, di circoscrivere con sempre minore approssimazione i casi di accanimento; e valorizzare la responsabilità dei medici e la loro collaborazione con il fiduciario.
Se venisse varata una legge come quella che propone, lei si avvarrebbe del testamento biologico?
Sì, me ne avvarrei.
A che punto è il dibattito dentro il Pd?
Abbiamo costituito un comitato ristretto che deve varare un testo unificato da presentare poi agli altri gruppi. Ne fanno parte Umberto Veronesi, Ignazio Marino, Livia Turco, Paola Binetti, Daniele Bosone e Maria Antonietta Farina Coscioni. Come vede, ci sono sensibilità e culture diverse.
Il partito si è diviso sul caso di Eluana Englaro: cosa le fa pensare che ora si trovi un accordo?
Sono fiducioso, credo si stiano facendo passi in avanti. E sono un po’ stufo del conformismo per cui dentro il Pd il confronto viene dipinto come divisione, mentre dentro il Pdl viene dipinta come unità la mancanza di confronto. Pensa che sarà facile mettere d’accordo Giovanardi e Della Vedova?
Insisto: se dal comitato ristretto non esce un testo condiviso?
Sono ottimista ma, in ogni caso, i gruppi parlamentari adotteranno un loro testo. Se serve anche con un voto. L’ulteriore dissenso di alcuni potrà permanere e trasformarsi in un voto di coscienza ma questo non deve essere un punto di partenza semmai di arrivo.
Lei, da medico, staccherebbe la spina a Eluana?
Credo che non lo farei.
Antonello Soro, capogruppo del Pd alla Camera
C’è chi dice (lo fa Marco Follini dalle colonne dell’Unità) che il lutto (cioè la sconfitta alle scorse elezioni) non è stato ancora rielaborato dal gruppo dirigente del Pd. C’è chi teme (i cattolici ex Margherita) che dopo essere entrati in un partito, votato alla corsa solitaria per dire basta all’alleanza con socialisti e “rossi”, si ritrovino questi ultimi nella stessa formazione europea, nel Pse. E c’è chi, come Romano Prodi - che il Pd l’ha voluto e fondato (pagandone anche un prezzo altissimo) - sente di non poter/dover ritirare le sue dimissioni da presidente (onorario) del partito.
Insomma, non si respira una aria serena dalle parti del loft. Alla disperata ricerca di una collocazione a Strasburgo, dove sono due le grandi famiglie politiche: i socialisti, da un lato, i popolari dall’altro, Walter Veltroni non sa dove sedersi. E la questione non è solo “geografica”. L’anima cattolica del Pd non ne vuole sapere di andare a braccetto con Zapatero. Dunque la grana è tutt’altro che semplice.
Tanto che sullo sfondo, come paventato da un articolo di Famiglia Cristiana, qualcuno vede anche il rischio che, a soli 10 mesi dalle primarie, i due poli (Ds e Dl) tornino sui propri passi, scindendosi e dando quindi ragione a che diceva che il Pd stesse nascendo tramite fusione fredda. Ovvio che Veltroni faccia di tutto per evitare che ciò succeda. Un po’ per non passare alla storia come primo e ultimo segretario democratico. Un po’ perché per l’uomo del “ma anche”, non possono esserci rotture, divisioni e scismi nel proprio orizzonte politico.
L’ex sindaco anzi ipotizza (e sogna) uno scenario politico che, a livello europeo, riconosca “le caratteristiche, l’identità e l’originalità dell’esperienza del Pd”. Durante la conferenza stampa con Martin Schultz, a Napoli (nel corso di un meeting dei parlamentari europei del Pse) il segretario ha detto: “Il Pd sta fondendo culture ed identità diverse”, attraverso “un gigantesco lavoro di sintesi che è la forza del centrosinistra. Noi siamo un partito di centrosinistra e sentiamo il dovere di dialogare con le forze che operano nel campo del centrosinistra europeo”. E ancora: “La bellezza di questo dialogo avviato con Martin Schulz è proprio nel reciproco riconoscimento. Non so dove questo porterà, ma so che abbiamo scelto la strada giusta: è il tempo di una grande innovazione, non ho la presunzione di dire che la nostra strada è la migliore, abbiamo avuto un buon risultato alle elezioni, ma abbiamo perso e dobbiamo ancora crescere. Ma sento che è venuto il tempo di una profonda innovazione e credo che il dialogo tra il Pse e il Pd sia utile proprio per contribuire a questa generale innovazione”. Tradotto: nessuna divisione tra i gruppi, ma “tutti insieme” al parlamento di Straburgo. In quale gruppo? Si vedrà.
Anche perché, proprio in seno all’innovazione auspicata dal segretario democratico, il Pse potrebbe anche allargarsi (nel nome e negli scranni) per far posto tra le sue maglie alle truppe dei democratici italiani: “Noi esprimeremo che siamo il gruppo dei Socialdemocratici e anche delle altre forze progressiste in Europa”, spiega il capogruppo del Pse, Martin Schulz, nella conferenza stampa, dando così la disponibilità a “integrare” il nome del Pse per aprirsi a nuove forze ma a condizione che il termine socialista resti e non scompaia. La modifica, in realtà, sta nel solco del cambiamento dello statuto del Pse, che avvenne in Portogallo in occasione del congresso del partito e andrebbe proprio nella direzione delle richieste del vertice del Pd italiano. L’ipotesi era, ed è, quella di aggiungere l’aggettivo “democratico” fra socialista ed europeo. Se questo possa bastare a rendere digeribile l’approdo socialista ai margheritini, appunto, si vedrà.
Intanto il segretario boccia, senza mezzi termini, l’ipotesi di un congresso: “Se fosse messa in discussione l’idea di fondo del Pd e si volesse tornare a Ds, Dl e a 14 mila componenti, allora sì si dovrebbe fare un congresso”. E ancora, rincarando la dose: “Se ogni volta che ci sono opinioni diverse si dovesse fare un congresso, allora sarebbe un congresso quotidiano. Ma il congresso andrebbe fatto se fosse in gioco la questione di fondo. A me - avverte Veltroni - non si può chiedere nient’altro se non di fare il segretario del Pd. Se invece si tornasse indietro, allora si dovrebbe fare il congresso”.
A meno che, invece del congresso, il Pd non rispolveri quella “grande espressione di democrazia diretta” che sono le primarie: con queste i democratici sono nati, con le primarie potrebbero scegliere su quale poltrona europea sedersi. Prima che qualche loro componente la sposti, mandando il partito a gambe all’aria.
Ufficialmente la linea nel Pd è “si lavora per una posizione condivisa”. Ma in realtà le posizioni all’interno del loft restano molto lontane e “l’attivismo” del segretario Walter Veltroni mette in agitazione gli ex Dl sulla futura collocazione del partito nello scenario europeo.
Fioccano le iniziative e le acque restano agitate. Anche per la durissima presa di posizione di Famiglia cristiana, che invita il segretario democratico a scrollarsi di dosso l’ala radicale e laicista, altrimenti finirà per perdere una fetta dell’ala cattolica. Che secondo il settimanale dei paolini soffre di “mal di Pd” e sarebbe anche pronta allo “scisma”.
Da questo punto di vista, sarà anche un caso ma il 18 e il 19 giugno Francesco Rutelli, autore di una lettera non certo tenera in merito alla questione e promotore di una riunione stamane dei “coraggiosi”, farà da padrone di casa ai leader internazionali del Pde, proprio nella nuova sede del Pd, al largo del Nazareno. per capire le mosse dell’ex vicepremier, Veltroni ha incontrato faccia a faccia Rutelli: Tre quarti d’ora di colloquio al termine del quale il presidente del Copasir spiega: “La mia posizione non è volta a mettere veti, ma nessuno pensi ad un inglobamento nella famiglia socialista. Dobbiamo costruire le condizioni ambiziose per allargare il campo delle forze riformiste, non farne una discussione solo italiana. Come farlo è il tema dei prossimi mesi”.
Getta acqua sul fuoco delle polemiche Franco Marini: “Non c’è” il rischio di una “scissione”. Sì, riconosce l’ex presidente del Senato “c’è questa fibrillazione a volte inspiegabile, un’ansia, che pure è un problema. Ma non c’è uno che voglia tornare indietro e che sia in grado di proporre cose diverse. Quindi questo rischio non esiste”. Quanto alla collocazione europea, Marini afferma: “Questo è un problema serio e una soluzione va trovata. Sono anch’io per trovare una posizione nuova anche in Europa”. Tuttavia, avverte Marini, nessuno “utilizzi la questione della collocazione europea come strumento per mettere in difficoltà il partito, io questo non lo accetterei”.
Quasi a ristabilire il giusto equilibrio tra le scelte future, Veltroni nelle prossime ore parteciperà con Massimo D’Alema al meeting dei parlamentari del Pse, ma è difficile che l’appuntamento porti soluzioni per il Pd perché, è “l’offerta” del capogruppo Martin Schulz, “il Pse è pronto ad accogliere tutti gli eletti del Pd ma dove si debba collocare il Pd nel contesto europeo è una decisione che spetta democraticamente a questo partito”. Come a dire che quello che si poteva fare il Pse l’ha fatto e la grana è tutta in mano ai vertici del Pd. E siccome, come spiega il rutelliano Paolo Gentiloni, “il sentiero è stretto”, non sono pochi quelli che tra i democratici sospettano che il tema della collocazione europea, così come altri paletti alzati nei giorni scorsi da ulivisti e prodiani, “siano strumentali per ritrovare ruoli politici e posizionarsi in vista di qualcosa che per ora non si sa ancora bene dove porti”.
Il tema della collocazione europea si intreccia con la questione cattolica, tornata prepotentemente di attualità dopo l’editoriale di Famiglia Cristiana. Il settimanale cattolico non è stato certo tenero, con la leadership del Pd, paventando addirittura una uscita di ex Dl dal partito: “Una parte consistente dei deputati dell’ex Margherita” scrive il giornale “si sta interrogando sul perché della loro permanenza nel Pd, col rischio che possano prendere la stessa decisione degli elettori. Perché dovrebbero fare la ‘riserva indiana’ nel Pd? Oltre che minoranza, sarebbero minoritari e insignificanti. Chi ha più sentito Bobba o la Binetti?”. Insomma: “Veltroni ha tradito le attese dei cattolici”. E si fa condizionare troppo dai radicali.
Le reazioni del Pd non si fanno attendere. Secondo Antonello Soro, capogruppo dei democratici alla Camera, “non fa un buon servizio ai cattolici, di cui si dice portavoce, un giornale che si esprime con una tale faziosità”. L’omologa al Senato Anna Finocchiaro si dice stupita dalla durezza dei toni. Ma soprattutto, l’attacco del settimanale viene respinto con decisione dai cattolici del Pd. Luigi Zanda si dice “mortificato e addolorato per le anticipazioni di Famiglia cristiana sul Partito democratico e sul suo segretario”. Fioroni definisce l’editoriale “ingiusto e crudele”. E perfino Paola Binetti si smarca: “Il mio impegno è dentro il Pd”.

Cattolici in agitazione, nel Pd. I motivi? Tre (anzi, quattro, tenendo in conto anche il capitolo Panella-Bonino): due sondaggi pubblicati nel giro di altrettanti giorni hanno rilevato che il 50% dei cattolici praticanti vota il Pdl, contro il 30% orientato per il Pd. E poi l’ipotesi che il riconfermato premier spagnolo, Luis Zapatero, possa in qualche modo intervenire a sostegno di Walter Veltroni negli ultimi giorni della campagna elettorale. Cosa che potrebbe allontanare ulteriormente i credenti dal Pd.
Nei giorni scorsi, Repubblica ha pubblicato un sondaggio dello Demos, e curato da Ilvo Diamanti, in base al quale i cattolici che vanno a messa la domenica, preferiscono il Pdl: il 50% voterebbe per Berlusconi e solo il 30% Veltroni. Certo è una quota minoritaria dell’intero elettorato italiano (circa il 30%), ma è pur sempre significativo. Gli stessi dati contenuti nell’analisi de Il Sole 24 Ore che ha pubblicato un sondaggio Ipsos con la stessa fotografia.
E il Pd è quindi dovuto correre ai ripari. Il numero due del Pd, Dario Franceschini, incontrando il presidente della Cei Angelo Bagnasco, ha gettato acqua sul fuoco, ricordando la presenza nel Pd di parlamentari cattolici impegnati è “quantitativamente non paragonabile con nessuna forza politica italiana”. Insomma “la presenza dei radicali non può cambiare la natura del partito”. Ermete Realacci ricorda il Manifesto dei Valori del Pd in cui, accanto alla laicità dello Stato, si riconosce che la fede deve avere un ruolo pubblico e non solo privato. E poi sia il Pd che il mondo cattolico hanno in comune l’idea “di una società più unita e solidale”.
Più preoccupato Pierluigi Castagnetti, che chiede che il Pd “sin da subito dia delle rassicurazioni” al mondo cattolico, al quale Castagnetti fa una promessa da parte dei credenti impegnati nel partito: “Noi non ci dimenticheremo delle loro preoccupazioni e promettiamo che le gestiremo con lealtà e responsabilità”.
E qui ecco che entro in gioco un secondo elemento di preoccupazione è arrivato subito; non cessano i “boatos” secondo cui Zapatero potrebbe dare una mano a Veltroni nella fase finale della campagna elettorale. E “Zp” in Italia è conosciuto quasi unicamente per il matrimonio gay e la possibilità di dare in adozione i bambini alle coppie omosessuali. In effetti nei giorni scorsi Zapatero e Veltroni si sono sentiti telefonicamente, dopo la vittoria del primo alle elezioni spagnole. Nel colloqui era stata evocata la possibilità di un incontro tra i due: non certo un comizio di Zapatero in Italia, che sarebbe una sgrammaticatura istituzionale visto che è il capo di un governo straniero.
Naturalmente lo Zapatero a cui pensa Veltroni è quello che ha fatto fare alla Spagna in questi quattro anni la grande corsa che l’ha portata a superare l’Italia come reddito pro-capite (grazie, tra l’altro, al richiamo continuo alla flessibilità nel lavoro). E la Spagna è l’immagine di quel paese che cresce caro a Veltroni.
Ma anche solo l’idea fa venire i brividi a Castagnetti: “Non ne sento la necessità della sua presenza, anche perché Zapatero da noi non è conosciuto per la politica economica ma per le leggi radicali su temi etici discussi e controversi. E poi “la violenza della campagna elettorale finirebbe per trascinarci in una polemica con la destra che di danneggerebbe”.
“Non lo chiameremmo” spiega Realacci “per farci spiegare come risolvere i rapporti con la Chiesa! Per noi che vogliamo più Europa la Spagna di Zapatero è un partner essenziale. E poi rappresenta quell’elemento vitale che vorremmo far rinascere nella nostra Italia”.
Il dibattito continua, all’interno del partito veltroniano. Che pur non essendo una coalizione mostra di essere ben diviso tra varie anime sui temi etici e quelli “esteri”.

Equidistante dalle posizioni partitiche, la Chiesa non intende interferire nelle scelte degli elettori. Anche se, allo stesso tempo, auspica che le elezioni possano essere “un’occasione di crescita morale e civile”. A ricordarlo è il presidente della Conferenza episcopale italiana Angelo Bagnasco nella prolusione pronunciata oggi in occasione dell’apertura del Consiglio Episcopale Permanente. Tra gli auspici dei vescovi italiani, le larghe intese nel prossimo Parlamento per affrontare “le attese più urgenti” e i “problemi indilazionabili” della maggior parte della popolazione italiana: ovvero “l’aumento dei salari minimi, la difesa del potere d’acquisto delle pensioni, l’emergenza abitativa, la maggiore sicurezza nei posti di lavoro”.
Nelle prossime elezioni, i vescovi italiani non si schierano con nessun partito o movimento politico, ma richiamano i “valori fondamentali” della difesa della vita umana, in tutte le sue fasi, e della famiglia tradizionale. I cattolici - ha spiegato, citando papa Ratzinger - non possono “ritenere ogni idea o visione del mondo compatibile con la fede”.
A tale proposito, il presidente della Cei ha citato quanto indicato da Papa Ratzinger in un discorso alla Chiesa italiana a Verona. “Occorre fronteggiare, con pari determinazione e chiarezza di intenti, il rischio di scelte politiche e legislative che contraddicono” ha detto Bagnasco, riprendendo le parole di Benedetto XVI “fondamentali valori e principi antropologici ed etici radicati nella natura dell’essere umano, in particolare riguardo alla tutela della vita umana in tutte le sue fasi, dal concepimento alla morte naturale, e alla promozione della famiglia fondata sul matrimonio, evitando di introdurre nell’ordinamento pubblico altre forme di unione che contribuirebbero a destabilizzarla, oscurando il carattere peculiare e il suo insostituibile ruolo”.
I cattolici, ha ammonito il presidente della Cei sempre riferendosi alle indicazioni pontificie, non possono “ritenere ogni idea o visione del mondo compatibile con la fede”.