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Cavaliere

Fini-Casini: siamo una coppia di fatto

Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, con Pierferdinando Casini, in una foto di archivio | (Ansa)

Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, con Pierferdinando Casini, in una foto di archivio | (Ansa)

Par di vederli assieme davanti alla tv, tifare ansimanti per l’amato Bologna: Pier Ferdinando Casini a destra, Gianfranco Fini, manco a dirlo, schierato a sinistra. Il Gatto e la Volpe della politica italiana. È così vero che il miglior amico di Fini, il suo pastore tedesco, una volta addentò senza pietà il polpaccio del suddetto felino democristiano nella tana della Volpe. La quale fu senz’altro perfida nell’invito: lo sanno tutti che cani e gatti non vanno d’accordo. Continua

Berlusconi aggredito: la Procura chiede una perizia sui cerotti del Cavaliere

Il premier Berlusconi ferito in piazza Duomo

Il premier Berlusconi ferito in piazza Duomo

La visita (fiscale) avverrà nei prossimi giorni. Secondo il Giornale è fissata per il 25 gennaio. Dove? All’ospedale San Raffaele di Milano. Su cosa? Sul viso di Silvio Berlusconi. E servirà alla Procura di Milano per accertare la prognosi e l’eventuale esistenza di danni permanenti al volto del Cavaliere in seguito all’aggressore di Massimo Tartaglia in piazza Duomo, il 13 dicembre scorso. Continua

Casini, mano tesa al Cavaliere: permette un altro ballo?

Pier Ferdinando Casini, leader Udc

Pier Ferdinando Casini, leader Udc

“A chi vuole arruolarmi tra i congiurati contro Berlusconi, vorrei ricordare che le congiure si fanno nell’ombra, mentre io sono abituato a fare tutto alla luce del sole. Non ho mai utilizzato i voti presi insieme a Berlusconi per andare contro di lui. Sono lo stesso che nel 2008, negando l’appoggio dell’Udc al tentativo di un governo Marini che pure mi offriva un sistema elettorale alla tedesca, impedì la rottura del centrodestra e consentì di arrivare al voto anticipato che desiderava Berlusconi”.
Dopo giorni di contrapposizione durissima con il premier, culminata nella proposta di una sorta di “fronte democratico” contro il Cavaliere, Pier Ferdinando Casini affida a Panorama un nuovo messaggio: giriamo pagina, deponiamo le armi, apriamo la stagione del “doppio binario” per fare le riforme; anche nell’interesse di Silvio Berlusconi. Leggi l’intervista

Dal cavalletto in testa al souvenir sul volto. Sei anni di aggressioni al Cavaliere

Il premier Berlusconi ferito in piazza Duomo

Il premier Berlusconi ferito in piazza Duomo

Il presidente del Consiglio stava salutando i suoi sostenitori, dopo l’accalorato intervento in piazza del Duomo durante quello che si era annunciato come un secondo predellino. E che, invece, è passato alla storia come il giorno dell’aggressione a Berlusconi. Il giorno in cui le immagini del premier, col volto sanguinante e subito soccorso dalla scorta che lo ha portato all’ospedale, hanno fatto il giro del mondo (qui l’articolo del britannico Times).  Continua

Manovre contro Berlusconi: il Cavaliere alla resa dei conti

Il presidente del Consiglio, Sivio Berlsuconi | AP Photo/Gregorio Borgia

Il presidente del Consiglio, Sivio Berlsuconi | AP Photo/Gregorio Borgia

Povero Silvio? Stavolta non è il tormentone di Antonio Cornacchione, ma un’ipotesi, almeno secondo alcuni, neppure troppo remota. E non ci si riferisce (solo) al continuo logoramento a cui il premier si sente sottoposto: i quotidiani distinguo di Gianfranco Fini o gli attacchi di alcuni pm (a entrambe, il premier, durante l’ufficio di presidenza del Pdl di giovedì 26 ha risposto con fermezza: “Sul processo breve si ava avanti” e “Il partito decide su tutto a maggioranza, chi non si adegua è fuori“). Continua

Parla Bertinotti: Quanti operai regalati al Cav

Fausto Bertinotti in mezzo agli operai

di Stefano Brusadelli
“Oggi l’operaio è solo. Non sente più né la sinistra né il sindacato come la sua famiglia, all’interno della quale trovare identità e protezione. In questa nuova solitudine, che poi è diventata la stessa di tutti i cittadini italiani, l’operaio vota secondo la propria utilità. E nell’Italia di oggi, ahimè, capita che voti a destra”.
Fausto Bertinotti è nato in una casa di ringhiera alla periferia di Milano, verso Sesto San Giovanni. Il mondo degli operai è stato il suo liquido amniotico. Mitiche figure di operai come Emilio Pugno, Tino Pace, Pierino Caroli sono stati i suoi maestri. Dentro le fabbriche, da sindacalista, ha speso gran parte della sua vita. Vedere ora certificato da un sondaggio dell’Ipsos che tra gli operai le intenzioni di voto a favore del Pdl doppiano quelle per il Pd è un cruccio che si somma al dolore provocato dal naufragio della sua scommessa di sinistra anticapitalista. La spiegazione che di questo dato clamoroso l’ex presidente della Camera e leader di Rifondazione fornisce a Panorama è un viaggio negli ultimi 15 anni di vita italiana; e anche una disamina spietata degli errori compiuti dalla sinistra e dal sindacato.
Sorpreso di quel 43 per cento di operai che sarebbero pronti a votare per Silvio Berlusconi?
C’erano già i segni premonitori. Nel 1994 vidi un’inchiesta della Fiom di Brescia. Veniva fuori che moltissimi iscritti votavano per la Lega.
Segnale sottovalutato, allora.
Era l’avviso che un ciclo si andava chiudendo, e il primo segnale che stava iniziando la devastazione della sinistra. Perché bisogna sempre tenere presente che il voto degli operai a sinistra non è un dogma.
Affermazione forte, fatta da un leader della sinistra. Sembra un’autoassoluzione.
Ma è una realtà. Negli Usa il voto operaio è tradizionalmente diviso fra repubblicani e conservatori. E non dimentichiamoci il voto delle banlieue francesi che nel 2002 portò Jean-Marie Le Pen al ballottaggio contro Jacques Chirac, eliminando il candidato della sinistra, Lionel Jospin.
In Italia però è stato diverso…
In Italia abbiamo avuto il “trentennio glorioso”. E abbiano scambiato per un dato immodificabile quello che invece era solo un ciclo.
Trentennio glorioso?
Dal dopoguerra alla fine degli anni Novanta si sono verificate in Italia alcune condizioni straordinarie. Anzitutto, il primato dell’antifascismo non esaltava solo la Resistenza. Ponendo la Costituzione al centro di tutto, automaticamente metteva al centro del dibattito politico il tema del lavoro, che è scolpito nel primo comma dell’articolo 1. E di conseguenza assicurava centralità ai partiti di massa e ai sindacati. Poi funzionava una straordinaria rete organizzativa (dai circoli operai alle sezioni, alle parrocchie) che al momento del voto aveva il suo peso. E infine, c’erano l’Urss e il vecchio Pci.
Proprio lei è nostalgico dell’Urss e del Pci?
L’esistenza dell’Urss, a prescindere dal giudizio per me negativo su quel regime, teneva in piedi la sfida planetaria tra capitale e lavoro. E quanto al Pci, il suo scioglimento non ha portato alla nascita di una forza che facesse del lavoro, già sul piano lessicale, la sua ragione d’essere. Dalla crisi del Pci infatti non è nato un partito laburista o socialdemocratico, ma il Pd. Cioè un contenitore indistinto, tenuto insieme solo da una vaga idea di modernità.
Mettiamoci anche il sindacato.
Ci arrivo, certo. Il sindacato italiano era stato un esempio in tutta Europa: confederale, unitario, democratico, capace di straordinarie conquiste come lo Statuto dei lavoratori, il servizio sanitario nazionale, aumenti salariali per tutti.
Il sindacato di oggi ne è l’ombra?
Si è rotta l’unità sindacale, la concertazione ha significato il ridimensionamento del salario e della politica di redistribuzione, e anche la democrazia in fabbrica è finita: si veda l’accordo sulla nuova contrattazione, approvato senza una consultazione nei luoghi di lavoro.
Morale?
Morale: gli operai che sentivano di avere una doppia protezione dal sistema politico e dal sindacato, e che in cambio indirizzavano il voto verso la sinistra, adesso si sentono soli. E seguono la loro pancia, il vento. Subiscono, al pari di tutti, l’offensiva conservatrice che è in atto in tutto l’Occidente.
Sbagliando?
Secondo me sì, ma votano secondo un’utilità presunta che va rispettata. Senza più fiducia nel sindacato e nel partito, nella desertificazione della democrazia, scelgono come interlocutore chi governa, l’unico che a loro parere conti qualcosa.
Non è in fondo una rappresentazione esatta?
Credo che nel voto a Berlusconi ci sia qualcosa di diverso, io ci vedo una venatura populista. Il populismo è figlio della crisi della sinistra. Al conflitto fra destra e sinistra sostituisce un altro conflitto, tra “alto” e “basso”, dove l’alto sono le élite. È un gioco nel quale la destra italiana è maestra: basti pensare a Berlusconi, a Umberto Bossi, ad Antonio Di Pietro.
Vogliamo parlare anche della condizione delle periferie, dove la percezione di insicurezza è diventata acutissima?
Sì, questa è una seria difficoltà per la sinistra, che non può inseguire la destra sulla linea dell’inasprimento delle pene. Ma alle ronde esiste una risposta di segno opposto: è la ricostruzione, anzitutto nelle periferie, di una rete di presidi democratici che sono l’unico antidoto preventivo al disadattamento e alla violenza. Perché la sinistra non lo fa, invece di limitarsi a denunciare gli eccessi del governo?
E se tra i motivi dello spostamento del voto operaio verso il Pdl ci fosse anche la delusione per i governi di Romano Prodi?
Non c’è dubbio: i governi Prodi sono stati fallimentari. La sinistra, non solo in Italia, si era proposta come più capace della destra di sanare i guasti della globalizzazione. Questa promessa è stata tradita: non c’è stata redistribuzione della ricchezza, né delle posizioni sociali. Così la globalizzazione ha aumentato le diseguaglianze e ha prodotto la crisi.
Quanto ha pesato la televisione nel successo di Berlusconi tra gli operai?
Altro capitolo dolente. Mentre la tv commerciale imponeva anche in Rai modelli come il Grande fratello e i concorsi con premi in denaro dove il messaggio è “la mia vittoria coincide con la tua sconfitta”, ossia quanto di più devastante possa esistere per l’idea solidarista, i dirigenti della sinistra pensavano soprattutto a cronometrare i tempi concessi a loro nei vari telegiornali per confrontarli con quelli degli altri. Convinti che la vera questione fosse questa.
I media, effettivamente, hanno dimenticato la questione operaia.
Degli operai, sui media, si parla solo se accadono incidenti mortali sui luoghi di lavoro o se ci sono scontri all’interno del sindacato, come è successo con Gianni Rinaldini a Torino. Ma non nota come dallo stesso lessico del Pd sia ormai sparita una parola come padrone, una parola fondamentale per la cultura operaia?
Alla sinistra, e al centrosinistra, concede davvero poco…
Quell’inchiesta della Fiom di Brescia ha segnato l’inizio di un quindicennio devastante per la sinistra italiana. Dall’avere due sinistre non ne abbiamo più nemmeno una. Intorno all’idea di sinistra ormai non si costruisce più un popolo, un’identità, un senso comune.
Esito inevitabile?
No. È successo che con il miraggio di rappresentare tutti la sinistra ha finito con il non rappresentare veramente più nessuno. L’epilogo è il grottesco appello al voto utile del Pd contro le liste alla sua sinistra. Se si arriva a chiedere un voto solo per la sua presunta utilità rispetto a un altro, come si trattasse della pubblicità comparativa di una merce, è la fine della sinistra. Non ci stupiamo poi se a questo punto gli operai di voto ne scelgono un altro, che gli sembra ancora più utile.

Bossi l’anti tasse: siamo sicuri che sono tutti contrari?


Nella notte ferragostana di Ponte di Legno, dopo aver ricevuto l’abbraccio dei militanti che avevano gremito il palazzetto dello sport più per vedere lui che non le aspiranti Miss Padania, Umberto Bossi, a domanda su cosa succederà in autunno, ha replicato, convinto: “La gente vuol mandare via Prodi. Ci vuole qualcosa di forte: lo sciopero fiscale”. Cioè: non si pagano più le tasse? “Paghiamo alle Regioni invece che allo Stato”. E a chiudere: “Da Genova, Milano, Torino, partirà la ribellione fiscale”.
E giù un coro di commenti indignati, una serie infinita di “no”, provenienti sia da destra che da sinistra.
Ora, sospettare che il leader della Lega sia stato vittima di un colpo di sole o della tentazione di spararla grossa, non sarebbe giusto. Un po’ perché sui monti bresciani, abituale rifugio estivo del Senatùr, non si soffre la canicola romana. Un po’ perché lo stesso Bossi, pur ammettendo di non avere ancora parlato di questo agli alleati, fa intendere che il piano anti-tasse lo vorrebbe buttare sul tavolo dell’incontro a Lorenzago di Cadore, dove assieme a Giulio Tremonti, vicepresidente di Forza Italia e al coordinatore delle segreterie nazionali del Carroccio, Roberto Calderoli, si parlerà del programma della Cdl.
A dire il vero quello delle tasse è un tema mediaticamente e politicamente molto stringente: prima evocato, a inizio agosto, da Prodi che chiedeva alle oltre 25 mila parrocchie italiane di dare una mano al governo per recuperare l’evasione fiscale; poi riportato sotto i riflettori dalla “disavventura” di Valentino Rossi col Fisco italiano.
Ma per il Senatùr è un vecchio pallino. Un tormentone, un refrain, un cavallo di battaglia che ciclicamente il leader della Lega torna a montare.

Era l’inizio dell’estate del ‘92, il Carroccio aveva appena trionfato alle elezioni inviando a Roma 80 parlamentari, e nelle cinque paginette di storia/programma, stilate anche con l’aiuto del professor Gianfranco Miglio, era scritto: “Tutto il potere fiscale dovrà essere attribuito agli Stati regionali che amministreranno l’intero gettito, salvo riversare allo Stato federale una percentuale fissa per finanziare le attività di interesse generale”.
Sul finire di quell’estate, in un’intervista al settimanale Epoca, il leader della Lega incitò “tutti i contribuenti del Nord” a non pagare la tassa straordinaria sugli immobili e i superbolli su patenti e passaporti contenuti nella “stangata” del primo governo Amato. Nel ‘93, in un comizio a Pontida, il leader leghista minacciò: se dopo la Finanziaria “non saranno convocate nuove elezioni, potremmo chiamare la gente ad uno sciopero fiscale”, aggiungendo poi: “la Lega considera una forma di improrogabile autodifesa la secessione fiscale”. Di nuovo, nel 1997, tornato all’opposizione, Bossi annunciò che “se Prodi, D’Alema e la Bicamerale non riconoscono il diritto all’autodeterminazione della Padania, ci vedremo costretti allo sciopero fiscale”.

Insomma, più che una “battuta irricevibile” (come l’hanno definita gli alleati di An e Udc) quello dell’Umberto è un vero chiodo fisso. E infatti per gli amici di Forza Italia, che lo conoscono bene, Bossi non ha detto nulla di nuovo: “È il solito Senatùr”. Cioè? Come sempre ha fatto (e meglio di chiunque altro leader), anche stavolta Bossi ha fiutato l’insoddisfazione di una larga parte dell’opinione pubblica sulle richieste del governo in materia di fisco (basta leggere i commenti al forum di Panorama.it sul caso Rossi per farsene un’idea), in particolare dei ceti produttivi e dei piccoli imprenditori del Nord, che vedono il governo Prodi ostile. Un’idea che trova sostenitori anche in Forza Italia, che non a caso è rimasta più tranquilla di fronte all’esternazione bossiana. Osvaldo Napoli, vice responsabile Enti locali e membro del direttivo di Forza Italia alla Camera, parla “di tema cruciale posto da Umberto, nel modo che gli è più congeniale”. E ancora: “Soltanto la vocazione suicida può aver spinto alcuni degli alleati del centrodestra a crocifiggere le opinioni di Bossi”. Di queste esternazioni, lo stesso Cavaliere non è stato informato, ma non pare si sia risentito con l’alleato leghista, il più fedele. Potrebbe anzi considerare l’uscita del segretario del Carroccio propedeutica per la strategia d’attacco che metterà in atto in autunno.
Anche questo, uno schema del consolidato asse del Nord: Umberto spara, Silvio media e tenta di affondare il colpo. Doppio, stavolta: uno diretto al governo Prodi, l’altro contro An e Udc, per stanarli e saggiarne la fedeltà.

Berlusconi e la “sciura” Brambilla, la rossa che sconquassa la Cdl

Photo by Massimo Di Vita

C’è una rossa (naturale) che mette a soqquadro Forza Italia e anche, in generale, il centrodestra, ma che invece almeno per ora piace molto a Silvio Berlusconi.
Stavolta niente “bagattelle” stile villa Certosa: stiamo parlando di politica, addirittura di una futura possibile aspirante leader di FI, se non della Cdl. Quando il Cavaliere lo deciderà, ovviamente.
Si chiama Michela Vittoria Brambilla, è una quarantenne imprenditrice (trafilerie, servizi, allevamenti ittici a Lecco, e altro), animalista, presidente dei giovani della Confcommercio e da tempo nel mirino di Berlusconi. Il quale, da ultimo, l’ha designata alla guida dei Circoli della Libertà, una nuova forma associativa che guarda oltre a Forza Italia e che dovrebbe fare proseliti e voti sul territorio attraverso l’impegno volontario, il passaparola, i gazebi e iniziative mirate su singoli temi, dalle liberalizzazioni alle tasse alla famiglia. Qualcosa, è evidente, che scavalca l’organizzazione tradizionale, quella che ha a capo Sandro Bondi e Fabrizio Cicchitto, ma anche il partito strutturato per regioni - dove contano i governatori come Roberto Formigoni e Giancarlo Galan e potenti come Claudio Scajola. Ed infine i Circoli della Brambilla si sono affiancati a quelli del Buon governo da anni gestiti da Marcello Dell’Utri. Dovevano anzi assorbirli; senonché Dell’Utri ha appena inaugurato a Milano 130 nuovi circoli, guardandosi bene dal “conferirli” alla rossa Michela.
Ma la Brambilla è un tipo tosto, e nonostante una lontana comparsata ad una Miss Italia, è tutto fuorché un personaggio da rotocalco. Lavora a tempo pieno, va ai talk show (è spesso a Ballarò e da Bruno Vespa) , gira in lungo e in largo per l’Italia.
E, almeno per ora, Berlusconi sembra puntare su di lei. Prima le ha messo a disposizione il “motore azzurro”, una sorta di mega-coordinamento di idee, progetti, monitoraggio delle iniziative avversarie ubicato all’Eur, a Roma, nel quale lavorano alcune decine di giovani volontari. Ora, soprattutto, sta per nascere la Tv della libertà, un canale che si avvarrà di alcuni dei talenti storici di Mediaset, da Dede Cavalleri - l’organizzatrice del Tg5 - a Giorgio Medail.
A questo punto nei cerchi concentrici del potere berlusconiano è inevitabilmente scattato l’allarme, visto che quando si parla di televisione il Cavaliere notoriamente non scherza. Da tempo Berlusconi è alla ricerca di un nuovo modello per il suo partito, che funziona benissimo come macchina elettorale ma poi sfugge di mano nel potere locale o nella gestione quotidiana. Così come non fa mistero di volersi cercarsi un erede politico, ovviamente il più tardi possibile, e magari una donna. Si era parlato di Letizia Moratti, che ha ancora ottime chances: ma è un nome più spendibile per l’intero centrodestra, insomma andrebbe benissimo in un ticket con Gianfranco Fini.
I mugugni e gli scetticismi, appunto, si sprecano. Tutti ricordano la girandola di coordinatori al debutto di Forza Italia, nel ‘94: personaggi finiti rapidamente nel dimenticatoio. Ma allora si trattava di gestire una vittoria, con Berlusconi a Palazzo Chigi ed un partito che aveva alle spalle sono una breve cavalcate elettorale, la potenza mediatica di Publitalia e lo shock Cavaliere. Ora si tratta di attrezzarsi per un’opposizione più o meno lunga, e forse per il dopo Berlusconi. Mentre i partiti tradizionali piacciono sempre meno, in Italia e all’estero.
Come insegnano le vicende inglesi, francesi e, per non andare troppo lontano, la nascita del Partito democratico.

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