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di Mario Sechi
Allargare la coalizione e prepararsi a vincere le elezioni, ma soprattutto la sfida del governo. È questo il programma di Silvio Berlusconi. Il leader di un centrodestra ritrovato stringe i tempi, prepara la campagna elettorale e avverte gli alleati a non «commettere più gli errori del passato».
I 5 anni trascorsi a Palazzo Chigi sono un monito per tutti i segretari dei partiti dell’ex Cdl, nel centrodestra è arrivato il momento di lavorare ai programmi, la macchina organizzativa è in moto.
Alleanza nazionale ha già una nuova piattaforma politica, anticipata da Panorama, che sarà presentata a Milano di fronte a 2 mila delegati dal 3 al 5 febbraio. La Lega è in pista, letteralmente, sulla riapertura della questione settentrionale e farà della moratoria di 3 anni sul trasferimento delle rotte da Malpensa uno dei suoi cavalli di battaglia. Mentre l’Udc sta concentrando il suo lavoro sui temi della famiglia.
Per tutti l’emergenza da affrontare è quella economica, perché, se i sondaggi indicano un’affermazione consistente del centrodestra nella corsa elettorale, vincere la sfida del governo, in un momento di turbolenza dei mercati, non sarà facile. L’economia sta entrando in una fase molto critica: negli Stati Uniti si teme la recessione, in febbraio la Commissione europea rivedrà al ribasso le stime di crescita per il 2008-2009 e l’Italia è il fanalino di coda del Continente.
Tutte le previsioni sono pessime: il Fondo monetario internazionale stima la crescita del pil italiano nel 2008 all’1,3 per cento (vedere tabella in basso), l’Ocse all’1,2, Bankitalia all’1, la Confindustria allo 0,9. Gli effetti della crisi globale e le due Finanziarie recessive del governo Prodi si fanno sentire. La perdita di potere d’acquisto dei salari (e il conseguente forte rallentamento dei consumi), l’aumento dei prezzi delle materie prime (gas e petrolio alle stelle e beni primari come il pane e la bistecca a livelli da record) e il rialzo dei tassi sui mutui (con l’aumento delle sofferenze, su cui ha acceso un faro il governatore Mario Draghi) sono gli elementi del complicato scenario in cui si muoverà il prossimo governo.
«Recessione vuol dire fare una nuova manovra economica, di corsa» spiega Maurizio Sacconi a Panorama. Il senatore è uno degli esperti che sta lavorando con Berlusconi al programma di governo di Forza Italia. Si parte dalla valutazione delle due Finanziarie varate dall’esecutivo Prodi. Giudicate «non funzionali alla crescita, inutilmente distributive», rappresentano l’elemento sul quale scrivere la parola discontinuità . La formula sintetica del programma economico è in linea con le indicazioni di Bankitalia: abbassare le tasse, spingere gli investimenti e tagliare le spese improduttive.
Dove tagliare? Sacconi non si sottrae alla domanda: «Dobbiamo ridurre la spesa corrente e vi sono elementi ordinari e straordinari sui quali agire». Quali elementi straordinari? «Credo sia ora di dire che bisogna cancellare le province, così semplifichiamo anche la catena democratica».
Per agire occorre una ricognizione sulla spesa corrente e su questo punto c’è sintonia con l’Udc. Il partito di Pier Ferdinando Casini ha in corso l’elaborazione di un documento, un vero e proprio «spending review», che a breve vedrà la luce. «Siamo a buon punto» conferma a Panorama Gianluca Galletti, commercialista, dall’aprile scorso nuovo responsabile del dipartimento economico udc. «È uno studio sul bilancio dello Stato che punta alla riqualificazione della spesa pubblica. Al di là dei numeri, è un approccio filosofico diverso, non devono aumentare i volumi di spesa» spiega Galletti.
Controllo della spesa in parallelo significa mettere mano alla produttività del settore pubblico e Forza Italia ha una serie di provvedimenti in cantiere. Il primo, frutto del prezioso lavoro di Giulio Tremonti, punta a ricostruire i principi di gerarchia e responsabilità nella pubblica amministrazione, perché non si possono controllare i risultati nel settore pubblico senza «un superiore che riconosce il merito e il demerito» dice Sacconi.
Le tasse, pietra tombale del consenso sul governo Prodi, sono il tema ad alto voltaggio di qualsiasi programma, le soluzioni sono molteplici, ma tutte in questo momento convergono sulla diminuzione della pressione fiscale e l’ammorbidimento delle aliquote Irpef.
Per aiutare le imprese e i lavoratori Forza Italia proporrà la tassazione secca al 10 per cento di straordinari, premi e incentivi che vengono riconosciuti dalle aziende ai dipendenti. Sono parti di reddito fortemente penalizzate, fanno scattare l’aliquota marginale, tanto che «spesso non conviene neppure avere una promozione» chiosa Sacconi.
Croce con la matita rossa anche sulle «lenzuolate». I provvedimenti di Vincenzo Visco e Pierluigi Bersani non hanno avuto l’effetto sperato sui prezzi e le tariffe (paradosso: quelle dei taxi, nonostante le nuove licenze, a Roma sono aumentate), e se «il centrosinistra ha fatto cadere la bandiera delle liberalizzazioni, noi la raccoglieremo» commentano nel quartier generale di Forza Italia. Come? Riformare il settore delle grandi utility, i servizi e le telecomunicazioni dove «sono necessari imponenti investimenti».
Il centrista Galletti concorda («migliora i servizi al cittadino ed è a costo zero») perché ha un’esperienza diretta: è stato assessore al Bilancio a Bologna, con la giunta Guazzaloca, dove ha privatizzato la società di servizi Hera. Gli interventi su questi settori puntano a mitigare l’inflazione (con l’abbassamento delle tariffe, per effetto della concorrenza) e nello stesso tempo a riprendere la spesa per investimenti in alta tecnologia. Sul punto il senatore Rocco Buttiglione è netto: «Occorre un investimento sostenuto dallo Stato e deve essere accompagnato da una profonda riforma di scuola e università ».
Il terreno comune nel centrodestra è ampio. L’Udc infatti è pronta a sostenere un’idea chiave di Tremonti: meno tasse per le aziende che investono.
L’Udc ha nel suo dossier una revisione dello strumento dell’indice di equità familiare, Buttiglione conferma che il suo partito ha «un vasto programma di sgravi fiscali». Galletti spiega nel dettaglio: «Porterà un beneficio alle famiglie con figli e non discrimina tra lavoratori dipendenti e autonomi. Meglio aumentare gli assegni familiari, i contributi per i servizi e gli asili nido, piuttosto che spingere solo su una detassazione degli stipendi».
«Cento euro al mese di sgravi per tutti su ogni figlio, 300 euro per gli scaglioni di reddito più bassi» mette i numeri nero su bianco Buttiglione. Si guarda al modello francese, ma ci sarà da attendere la proposta della Cei, che con gli organizzatori del Family day ha promosso una raccolta di firme per un fisco a misura di famiglia che punta a un «sistema di deduzione dal reddito pari al reale costo di mantenimento di ogni soggetto a carico, sulla base di scale di equivalenza indipendenti dal reddito».
Problema numero uno del bilancio familiare la bolletta energetica: come si taglia? Vince la scuola realista e si profila una rivoluzione copernicana: i partiti del centrodestra sono pronti a sostenere la fine della moratoria sul nucleare. È l’abbattimento di un totem. Sarà una campagna elettorale atomica, in tutti i sensi.
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Il centrodestra, con l’eccezione dell’Udc, si ritrova compatto nel chiedere elezioni anticipate dopo il voto di sfiducia che ha disarcionato il governo di Romano Prodi.
”Bisogna andare al voto con l’attuale legge elettorale, senza tentennamenti”, dice Silvio Berlusconi, poco prima di accogliere i senatori azzurri a Palazzo Grazioli per congratularsi con loro. Il no a qualsiasi ipotesi di governi istituzionali o tecnici è netto: ”Non si facciano manovre di palazzo, tipo governi di transizione per riformare la legge elettorale” perché sarebbe ”una cosa assolutamente inutile”, anche in considerazione del fatto che il centrodestra avrà ”30 senatori in più”.
Il Cavaliere si assume il merito di aver previsto ”l’implosione” della maggioranza, negando di aver mai sperato nella ‘’spallata”. La sua gioia e tale che concede l’onore delle armi a Prodi: ”Sono spiacente per lui” e gli rivolgo un ‘’saluto rispettoso”, dice sottolineando di conoscere bene ”le difficoltà di tenere unita una coalizione di governo”. L’ex premier è cauto sull’atteggiamento che l’Udc avrà nelle consultazioni al Quirinale. A chi gli chiede se anche Casini chiederà il voto, Berlusconi si trincera dietro un ”chiedetelo a lui”. Poi, però, sottolinea come ”più del 50% dei partiti che rappresentano la maggioranza dei cittadini” sia per questa soluzione. La Cdl, sottolinea, ”è più viva che mai”. Il Cavaliere non esclude che l’Udeur di Clemente Mastella, vero artefice della caduta del governo, possa entrare nel Popolo della Liberta: ”Il Pdl è aperto a tutti”.
Che fra il Cavaliere e Gianfranco Fini fosse tornata la piena sintonia si era capito già nel pomeriggio, quando i due hanno passato oltre un’ora e mezza insieme a via del Plebiscito.
Davanti al grande televisore al plasma situato in una delle stanze della residenza-ufficio del Cavaliere a Roma, non hanno soltanto ascoltato e commentato il discorso di Prodi. I due, racconta chi era presente, hanno discusso anche di campagna elettorale. Segno che nel loro orizzonte c’è solo il voto.
E Fini, ricalcando la posizione del Cavaliere, lo dice chiaramente. ”Ora subito elezioni”, scandisce mentre in piazza brinda con lo stato maggiore del partito. Il suo più che un auspicio è una convinzione: ”Ho sentito le dichiarazioni di voto di tutta la sinistra e sparavano a zero soprattutto su Veltroni e sul Pd”. E adesso, aggiunge, ‘’si va dritti a votare”. Anche Fini, infatti, non vede altra strada se non quella delle urne. ”Questo - sottolinea l’ex ministro degli Esteri - non lo pensa solo An, ma dai colloqui che ho avuto con Berlusconi e Bossi, lo pensa anche il resto del centrodestra”.
In effetti anche dalle parti della Lega la musica non cambia.
Certo il Senatur è molto più prudente degli alleati. ”Questo è solo il primo tempo, vediamo cosa fa il presidente della Repubblica”, spiega in serata Umberto Bossi. E Roberto Calderoli rincara la cautela del suo leader: ”Ora niente facili entusiasmi perché da adesso dobbiamo impedire pasticci”.
”Napolitano - aggiunge chiamando in causa il capo dello Stato - dimostri di essere il presidente di tutti”.
E l’Udc? Casini affida il suo commento ad un criptico comunicato. ”Le contraddizioni emerse nel centrosinistra e l’impegno coerente dell’opposizione in Parlamento hanno portato alla fine di un Governo inviso alla maggior parte degli italiani”. Adesso, sottolinea il leader centrista, ”è necessario non sbagliare per evitare di trasformare le speranze in nuove delusioni”. Sembra la riproposizione di un’idea radicata nei centristi: con questa legge elettorale, anche il centrodestra potrebbe trovarsi negli stessi guai che ha travolto l’Unione e Prodi.
Si sa che l’Udc preferirebbe un governo di decantazione per cambiare il sistema elettorale e riformare le istituzioni. Ma, allo stesso momento, non intende certo fare barricate se gli altri alleati si opporranno. Questa, almeno, è la convinzione dentro Fi ed An. Ed anche fra i centristi, pur se sottovoce, si conferma questa lettura. Ecco perché in molti vedono nella fine di Prodi la rinascita della Cdl.

Non ammette repliche e bis il Cavaliere, quando si tratta del governo di Romano Prodi. “Al voto, al voto” è il coro che si sente ripetere nel centrodestra. Con Silvio Berlusconi che questa volta più che mai sente non solo profumo di elezioni di primavera ma anche quello della vittoria in pugno. E per questo boccia con fermezza qualsiasi ipotesi di governo di transizione e suona l’adunata per gli alleati.
La riforma elettorale e il dialogo con il centrosinistra sono archiviati come pure le polemiche all’interno della coalizione. “Credo che andremo alle elezioni e ci andremo con questa legge elettorale. Noi del blocco liberale staremo insieme tutti appassionatamente, come l’altra volta” dice il cavaliere da palazzo Grazioli, dopo che in mattinata a Milano aveva anche detto che Mastella avrebbe stretto un accordo con Casini (”potrebbero tornare insieme”). Un’ipotesi che però il suo portavoce Bonaiuti aveva prontamente ridimensionato: “Sono scenari prematuri: non se n’è certo parlato…”.
Ma si tratta di scenari futuri. Al momento c’è la preoccupazione che Prodi tiri fuori dal cilindro qualche alchimia. “Prodi è pervicacemente attaccato al potere. Mi aspetto ancora qualche escamotage” arringa Berlusconi che bocciato il governo istituzionale (”non credo sia una soluzione”) rilancia: “Bisogna tornare alle urne in primavera”. L’ex premier non vede altra soluzione per il governo che “dare le dimissioni e andare a votare in primavera”. In caso contrario, Berlusconi lascia intendere che il governo “sarebbe travolto da un movimento popolare irresistibile. Sono convinto che la fiducia non passerà , ma se il governo dovesse sopravvivere con degli escamotage credo che l’Italia intera si riverserebbe a Roma”. Il richiamo alla piazza però non piace affatto a Casini che subito in modo ironico gli consiglia di “starsene fermo in salotto ad aspettare che l’Unione imploda da se stessa”. Per poi andare a un governo di responsabilità nazionale: “L’unica cosa che serve oggi all’Italia”.
Dalla piazza al Colle, il passo è breve. E il pressing sostenuto. A farlo sono lo stesso Berlusconi insieme a Gianfranco Fini. Tema: i senatori a vita, ancora una volta determinanti per salvare il governo. “Napolitano è stato chiarissimo: in altre occasioni ha detto che per la fiducia lui considera necessario il voto politico con l’esclusione dei senatori a vita”, chiarisce Berlusconi. Come già aveva fatto Gianfranco Fini: “Vi pare che Napolitano possa dimenticare ciò che ha detto solo nel febbraio scorso, che possa aver cambiato idea rispetto a quando sostenne che i voti dei senatori a vita non sono computabili in una maggioranza politica?”, si chiedeva retoricamente il leader di An a Montecitorio.
E così, se solo qualche settimana fa la Cdl per Berlusconi era “un ectoplasma”, oggi tutti si acconciano a restare uniti. Anche se il timore che Prodi possa restare a galla ancora una volta è forte. Non a caso, anche il leghista Roberto Calderoli si augura che “tutti i segretari dell’opposizione vigilino attentamente sui loro senatori, perché il governo è clinicamente morto, ma siamo tutti allertati rispetto a possibili generosi donatori di organi. E chi vuol essere futuro leader della maggioranza deve saper dimostrare di essere oggi leader dell’opposizione e saperla compattare per tornare al voto”.
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di Mario Sechi
“L’unità della coalizione è un valore che va costruito con pazienza e profondità , coinvolgendo tutti coloro, e sono la maggioranza, che hanno valori e programmi alternativi al fallimento delle sinistre. Noi siamo pronti a fare la nostra parte”.
Con questa frase si chiude la bozza di un documento politico che Alleanza nazionale sta mettendo a punto in vista della conferenza programmatica fissata dall’8 al 10 febbraio a Milano. Una mano tesa agli ex alleati della Casa delle libertà e in particolare a Silvio Berlusconi che studia il varo del Partito del Popolo della libertà mentre contemporaneamente Gianfranco Fini lancerà l’Alleanza per l’Italia “che agisce nell’immediato ma guarda al futuro”. E proprio con gli occhi puntati ai prossimi appuntamenti istituzionali (e alle sorti del centrodestra) in via della Scrofa si lavora al programma di un partito non nuovo ma rinnovato. Perché se la coabitazione dentro la Casa delle libertà ora sembra impossibile, è chiaro che un condominio bisognerà metterlo su e allora tanto vale cominciare a (ri)progettarlo. Cinque tavoli sono apparecchiati da settimane per consegnare entro il 19-20 gennaio il documento definitivo che sarà prima discusso in venti conferenze regionali e poi presentato in grande stile a Milano. Panorama è in grado di anticipare i punti principali della nuova piattaforma politica di An, capitoli di un programma al quale stanno lavorando Maurizio Gasparri (Sicurezza), Ignazio La Russa (Riforme), Altero Matteoli (Ambiente), Gianni Alemanno (Economia e lavoro), Andrea Ronchi (Identità italiana e cultura) che saranno presto integrati da altri contributi. A Gianfranco Fini toccherà fare sintesi e dare uno scenario e un’agenda di questo passaggio da Alleanza nazionale all’Alleanza per l’Italia “che parte dai valori della destra politica”.
La bozza del documento in possesso di Panorama riprende alcune tesi politiche del “sarkozismo”, tanto da aprirsi con un forte richiamo al “radicamento identitario, il primo passo della costruzione del partito degli Italiani” e alla critica a tratti quasi “tremontiana” del sistema economico mondiale quando parla di “globalizzazione non governata, senza una cultura dell’interesse nazionale” arrivando a mettere sul banco degli imputati “nazioni che posseggono grandi risorse finanziarie grazie all’esplosione incontrollata dei prezzi energetici (…) che fanno shopping di aziende e industrie, anche in Italia. Questo pone un problema di difesa degli interessi strategici economici nazionali”.
Critica alla globalizzazione e politiche protezionistiche in economia, identità e “riaffermazione del modello italiano”. C’è chi dirà che si tratta di un passo indietro rispetto alla visione laica e moderna del partito modellato da Fini. Forse non è così, ma certo un “ritorno” ai temi più in linea con il motto Dio, patria, famiglia è evidente e avrà un peso decisivo nelle prossime scelte di An in Parlamento. Si può leggere una dura critica ai disegni di legge in discussione al Senato sull’accanimento terapeutico che in realtà nascondono “l’introduzione dell’eutanasia, mascherandola sotto il nome di testamento biologico”. Un attacco a testa bassa ai Dico, definiti una “cambiale ideologica”, una “famiglia fai da te”, e infine la denuncia del “pedaggio ideologico” sulle norme antiomofobia. Se queste sono le premesse, la conclusione è che il partito di Fini lancerà una campagna “in difesa del diritto alla vita e della persona”. Questa linea segnerà un riavvicinamento se non di Fini quantomeno del partito alle posizioni del Vaticano sui temi etici. Sul piano fiscale la proposta di introduzione del quoziente familiare avrà un alleato certo nell’Udc di Pier Ferdinando Casini. An infatti pensa a un sistema di deduzioni per il minimo vitale (con la possibile creazione di un paniere di beni) e al Basic Incom per le deduzioni dei familiari a carico. Niente flat tax, sì alla riduzione delle tasse verso i redditi medio-bassi e le famiglie.
Sul caro vita l’Alleanza per l’Italia a Milano scoprirà le sue carte. A leggere la bozza in corso d’opera, sono proposte molto più vicine a quelle di un partito di sinistra che di centrodestra, ma è interessante anche qui vedere come riemerge il fil rouge della critica al capitalismo. E allora ecco spuntare soluzioni che faranno strabuzzare gli occhi ai liberisti: microcredito, mutuo sociale, attacco “ai grandi cartelli monopolistici rappresentati dalle banche”, dalle assicurazioni, dalla grande distribuzione organizzata, dai petrolieri e dalle telecomunicazioni”. Toccato il tema dei mutui – e processata la Banca centrale europea sulla quale bisogna “intervenire per abbassare il tasso di sconto e ridurre il costo del denaro per le famiglie e le imprese” – è naturale arrivare al mattone e… toh, rispunta la vena “socialista” perché “è necessario non solo finanziare l’edilizia economico-popolare, ma lanciare una vera politica di housing sociale che metta a disposizione case con affitti controllati per il ceto medio”.
Proposte in certi punti “eretiche” per un partito moderato, ma interessanti per cogliere i prossimi passaggi del partito di Fini. È un programma che muove la facile accusa di populismo, ma con il governo Prodi in sella è logico che l’opposizione – e soprattutto un partito più che mai in cerca d’autore come An – punti sulle debolezze dell’esecutivo per cercare di rilanciarsi dopo la “rivoluzione del predellino” di Silvio Berlusconi.
In questa strategia di attenzione ai temi caldi, rientrano la sicurezza e l’immigrazione perché “diventare italiani è possibile, ma bisogna accettarne regole e doveri” e l’inasprimento della legge Bossi-Fini è una necessità , così come l’esame di italiano e il giuramento sulla Costituzione in stile Casa Bianca. La ricetta di An qui è nota, anche se la linea law and order in realtà ne esce ancora più netta e in una versione “movimentista”, anche per parare i colpi della Destra di Storace: si pensa infatti a un referendum per la modifica della legislazione premiale, in particolare della legge Gozzini, si propone l’instaurazione nelle aree metropolitane delle corti di giustizia permanenti (modello americano, attive 24 ore su 24) per giudicare i reati processabili per via direttissima, si studiano pene alternative per i reati minori perché “la tolleranza zero comincia da qui” e, dulcis in fundo, si chiederanno, anche attraverso una petizione popolare, più risorse per le forze dell’ordine.
Mentre An lima il programma da presentare a Milano, il dibattito sulla legge elettorale entra nella sua fase più incandescente e il partito di Fini chiede sistemi di democrazia diretta, premierato, semipresidenzialismo alla francese o il presidenzialismo all’americana. Tre carte e un soldo: ma su quale tavolo giocare? Quello dell’Assemblea costituente, per ora chimerico. A Milano ci sarà molto da discutere e da ascoltare cosa diranno gli ospiti (ancora non c’è una lista) su questo mix di rinascita italiana, identità , legge e ordine, Dio, patria e famiglia, destra sociale che si ridesta per passare da An all’Api, dall’Alleanza nazionale all’Alleanza per l’Italia. Oppure è Rifondazione nazionale?

La Finanziaria passa a Palazzo Madama con 161 voti contro 157. Ma il duello a distanza tra il Professore ed il Cavaliere, tra punzecchiature e sciabolate, sembra non riprendere mai fiato.
Il via libera parlamentare alla manovra dà la carica al presidente del Consiglio che ha come primo pensiero, appena incrocia i giornalisti, quello di chiedere al suo eterno rivale di riconoscere pubblicamente di ”avere sbagliato” profetizzando una ‘’spallata” che alla prova dei fatti non c’è stata. Anzi, il voto a Palazzo Madama consegna ”intatta” la maggioranza, rivendica il presidente del Consiglio, come il giorno dopo le elezioni.
Ma l’ex premier proprio non ci sta e replica immediatamente: ”L’attesa e prevista implosione del centrosinistra si è verificata. Le dichiarazioni del presidente Dini e del senatore Willer Bordon hanno sancito la fine di questa maggioranza e di questo governo”. E non va dimenticato il terzo “malpancista”: Franco Turigliatto di Sinistra Critica, che a caldo e in perfetto politichese, butta lì: “In questa maggioranza manca un’opposizione di sinistra”.
Sia come sia, quasi in un virtuale ping pong, Prodi reagisce in tempo reale non solo garantendo che i frutti del buon governo arriveranno presto ma anche avvertendo che i ”conti si fanno a fine legislatura”.
Berlusconi ribatte confermando la ”chiamata alle armi” di tutti i cittadini per esprimere, con una forma, la sfiducia e la loro ”indignazione” verso l’esecutivo. E il Professore chiude questo gioco a distanza nella notte invitando la destra a ”fare un esame di coscienza, a fare i conti con una strategia sbagliata, tutta puntata sulla spallata, su conti sbagliati e senza dare risposte sui contenuti”.
Ma che la partita, non solo tra i due sia ancora aperta, si è visto stamattina.
”Ieri l’implosione c’è stata perché due formazioni politiche hanno annunciato di non fare più parte della maggioranza”, ricomincia Silvio Berlusconi in diretta telefonica alla trasmissione Panorama del giorno su Canale 5, ribadendo alle domande di Maurizio Belpietro che ”la caduta di questo governo è assolutamente solo rinviata”. Secondo il Cavaliere, infatti, ”la prossima volta che un provvedimento passerà al Senato non ci sarà una maggioranza che lo voti e il presidente del Consiglio dovrà dare le dimissioni”.
Berlusconi si fa trovare agguerrito anche nei confronti dei suoi alleati. Alla lettera di Fini oggi pubblicata dal Corriere della sera il Cavaliere ha risposto che “un governo istituzionale sarebbe soltanto un espediente per rinviare il giudizio degli elettori’”. Di più: ”Direi che nel centrodestra non deve cambiare niente: l’unità della coalizione è necessaria e credo che tutte le forze del centrodestra siano impegnate in questo. Se ci sono delle nuove idee che finora sono mancate io sono pronto a prenderle in considerazione: mi sono impegnato a cercare di fare implodere questa maggioranza e credo di esserci riuscito, e finora l’unico che si è mobilitato per dare voce alla volontà degli italiani sono proprio io”.
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Tirato per la giacca da destra e da sinistra, è delicata la posizione del ministro dell’Interno Giuliano Amato, in tema di sicurezza.
Se, da una parte, l’opposizione chiede infatti una restrizione delle maglie per gli ingressi dalla Romania e interventi seri sul fronte dell’espulsione dei soggetti indesiderati; dall’altro Rifondazione Comunista minaccia di far mancare il proprio sostegno qualora il decreto non venga ammorbidito non inserendo, ad esempio, la mancanza di un reddito tra le motivazioni idonee a determinare gli allontanamenti forzati.
E allora, incassando anche l’assist del premier romeno Calin Popescu Tariceanu (che, pochi minuti prima di imbarcarsi sull’aereo Bucarest-Roma per un incontro con Romano Prodi, ha annunciato: “È un momento difficile, dobbiamo comunicare”), il titolare del Viminale ha messo le mani avanti, per tentare di far passare “dal centro” un decreto che non piace né alla destra né alla sinistra. Le “espulsioni di massa” sono “inconcepibili”, ha fatto sapere il ministro.
Mani avanti e passo indietro, appunto. Giusto in tempo per riallacciare il dialogo con Rifondazione e con Paolo Ferrero, ministro rosso della Solidarietà Sociale. Tanto è vero che alcuni degli emendamenti del Prc al “pacchetto sicurezza” al vaglio della Camera verranno accolti. Primo fra tutti quello sul passaggio delle pratiche di espulsione “al giudice monocratico”.
Sull’onda dell’emozione dopo i fatti di Tor di Quinto, erano arrivati dal governo gli annunci su un giro di vite per la sicurezza e un decreto per rispedire in patria i romeni pericolosi. Amato nelle ultime ore ha invece disegnato una linea meno intransigente: “Ci sono proposte che non ho nessuna difficoltà ad accettare”, ha spiegato riferendosi ai colloqui avuti con gli esponenti di Rifondazione. Per esempio, ha proseguito Amato, “condivido che la convalida delle espulsioni per motivi di pubblica sicurezza, come richiede Prc, passi dal giudice di pace al giudice ordinario del tribunale monocratico”.
Tenta insomma un compromesso il ministro: una via di mezzo, a metà tra “le politiche della destra a cui non ci si può arrendere” e una rigorosa politica della sicurezza, la nuova parola d’ordine dei sindaci di sinistra, che da quest’estate sta scatenando la diffidenza della sinistra radicale.

In questa gravosa ricerca di un equilibro centrista, Amato tuttavia non raccoglie l’appoggio di Pier Ferdinando Casini, che giudica il decreto troppo sbilanciato a sinistra: il pacchetto rischia di non essere votabile perché si sta già confezionando secondo le richieste della Sinistra radicale”, ha detto il leader dell’Udc a Radio anch’io. Mentre lo stesso Walter Veltroni (che in molti, malignamente, ritengono il padre del dl), accetta le proposte di modifica presentate da Rifondazione: “Sono legittime, andranno valutate, l’importante è che non cambi lo spirito del provvedimento”.
A mettere però sull’avviso che, in realtà , nemmeno a decreto approvato cambierà qualcosa in termini di lotta all’immigrazione violenta, ci sono le previsioni economiche delle operazioni: ogni trasferta per riaccompagnare a Bucarest i romeni espulsi è un costo che grava sulle forze dell’ordine. Ma Amato ha chiarito: “La copertura c’è. Abbiamo mantenuto nei capitoli del ministero dell’Interno le stesse risorse per gestire le espulsioni che avevamo prima”.
“Prima”: cioè quando la sicurezza non era ancora percepita come un’emergenza da parte dei cittadini e il ministro stesso, ed era il maggio scorso, davanti alla Commissione affari costituzionali era costretto ad ammettere: “Il Viminale è pieno di debiti“.
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Allarme sicurezza in Italia. Secondo voi, qual è la causa principale?
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In questi giorni, per non dire in queste ore, il Cavaliere si gioca tutto: le proprie residue chances di ritorno al governo ma anche il potere personale e la leadership nel centrodestra. Se la maggioranza tiene sulla Finanziaria, come ha fatto in queste battute iniziali, e se la Cdl, compresi gli alleati in passato riottosi come Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini, fa il proprio dovere di opposizione presentandosi a ranghi compatti, per Silvio Berlusconi la faccenda si fa dura. Vorrà infatti dire che a sbagliare i calcoli, le previsioni e soprattutto gli annunci è stato lui. Aveva parlato, sia pure ufficiosamente, di una campagna acquisti dalle file dell’Unione: dieci-quindici senatori avrebbero abbandonato Romano Prodi in dissenso con la sua linea massimalista. Ma finora non ci sono state defezioni. Lo stesso Lamberto Dini, il più irrequieto di tutti, sembra intento a negoziare con i capi della maggioranza più che a trasmigrare nell’opposizione.
Non solo: Berlusconi si era detto sicuro che una volta caduto il governo, nei primi dieci giorni di novembre, ci sarebbe stata una grande manifestazione di piazza per chiedere a gran voce le elezioni nel 2008, superando le resistenze del Quirinale. Di questa manifestazione non si sa più nulla. Certo, siamo ancora ai preliminari. Normalmente i governi non cadono sulle pregiudiziali di costituzionalità e urgenza, quelle votate ieri, ma su imboscate su singoli emendamenti. E tuttavia così come impressiona la compattezza dell’opposizione (156 senatori sempre presenti), colpisce anche quella della maggioranza: 158, cui si aggiungono alcuni senatori a vita. E anche lo shopping berlusconiano sembra essersi capovolto: è Prodi in persona a convocare i senatori più inquieti e convincerli con promesse più o meno discutibili (le facilitazioni fiscali per la provincia di Bolzano, i mancati tagli alle comunità montane a livello del mare, e così via): ma la sopravvivenza di un governo vale questo e altro.

Se Prodi girerà la boa della Finanziaria si avranno due effetti. Il suo governo non cesserà di essere debole, appeso sempre ad un paio di voti e con i contrasti tra Pd, prodiani e sinistra massimalista. Ma anche Berlusconi ne uscirà seriamente ammaccato come leader della Cdl. Aveva imposto agli agli alleati una strategia d’urto, promettendo il ritorno alla guida del Paese “entro pochi mesi”. Casini, Fini e la Lega lo hanno seguito disciplinatamente, facendo dunque il loro dovere. Se il blitz fallisce, la colpa sarà del generale, non dei colonnelli o della truppa. A quel punto nel centrodestra scatterà inevitabile una sorta di “liberi tutti”.
Le elezioni potrebbero spostarsi nel 2009 o anche più avanti. Fini e Casini sono pronti a farsi avanti per sfidare Walter Veltroni: il loro presenzialismo sul problema della sicurezza e sul degrado di Roma ne è un assaggio. La Lega recupererà come al solito la propria autonomia. È probabile che non ci saranno passaggi dall’altra parte, però non sarà più Berlusconi a comandare le operazioni. Il Cavaliere continuerà a contare, ma dovrà lasciare spazio ai suoi alleati. Insomma, una resa dei conti, però nel campo inatteso. Il risultato finale sarà che in un colpo solo sia il capo del governo sia il capo dell’opposizione perderanno gran parte della loro leadership. Sempre, beninteso, che la Finanziaria passi: per saperlo basterà attendere una settimana o poco più.
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Il centrodestra non appoggerà il pacchetto sicurezza del governo: “Non ci sono le condizioni per il nostro sì al decreto” ha dichiarato Gianfranco Fini, parlando a nome degli altri leader moderati, al termine del vertice della Cdl. Vertice che, per inciso, ha segnato il ritorno (tra gli applausi) di Pier Ferdinando Casini. Formalmente la Cdl spiega il suo no con il mancato accoglimento di alcuni emendamenti al testo governativo. Tra questi, l’espulsione immediata dei condannati e l’aumento dei fondi per le forze dell’ordine, che la Finanziaria eleva di appena 100 milioni di euro, 80 dei quali già impegnati per l’ordinaria amministrazione.
In realtà il mancato appoggio del centrodestra è soprattutto politico. L’opposizione non vuole fornire alcuna sponda al governo, nella speranza che la maggioranza perda qualche pezzo a sinistra. Da giorni infatti serpeggia malumore in Rifondazione (qui il .pdf dell’intervista a Fausto Bertinotti), tra i neocomunisti ma anche tra i prodiani. Polemiche puntate soprattutto contro il Pd e Walter Veltroni.
Il sindaco di Roma, in difficoltà per i ripetuti episodi di violenza e degrado nella capitale, è considerato il vero artefice del piano di pronto intervento chiesto e ottenuto al governo Prodi. Oggi Veltroni ha indirettamente confermato questa lettura consigliando di andarsi a vedere la classifica della criminalità e dell’aumento dei reati pubblicato dal Sole 24 Ore. Roma è la quinta provincia per borseggi e scippi; 33ma per furti in abitazione; 30ma per omicidi e settima per rapine. Ma la classifica è aggiornata al 31 dicembre 2006 e, ha ammesso Veltroni, “tutto è cambiato da gennaio di quest’anno”.
Dall’inizio 2007 la Romania è entrata nell’Unione europea, consentendo la libera circolazione dei cittadini: in questo modo, però, Veltroni continua a puntare l’indice contro i romeni, alimentando di fatto una polemica con il governo di Bucarest che palazzo Chigi e la Farnesina volevano chiudere al più presto. E attirandosi nuovamente l’ira dell’estrema sinistra. A quanto pare il leader del Pd vuol giocare sul serio la sua battaglia per costruire un partito “a vocazione maggioritaria”, senza i ricatti della sinistra massimalista. E ritiene che la sicurezza sia un argomento ideale anche per l’opinione pubblica. La Cdl non lo segue su questa strada, ovviamente rilanciando e chiedendo norme ancora più dure.
È una partita che si gioca mentre è in corso l’altra sulla Finanziaria. E se in questo secondo match il governo per ora sembra tenere, le misure per l’ordine pubblico costituiscono un nuovo rischio. Palazzo Chigi non può forzare la mano più di tanto: ieri l’improvvisa sterzata rigorista dell’Italia è finita sulle prime pagine di molti giornali stranieri, che non l’hanno certo commentata positivamente. Anziché alimentare l’intolleranza o strepitare a vuoto, è la tesi comune, l’Italia dovrebbe adottare leggi e misure certe.
Come si vede, la sicurezza c’entra relativamente: la faccenda si è fatta tutta politica.
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