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Immigrazione, la Cei si spacca in più correnti

Il cardnale Angelo Bagnasco

L’immigrazione divide i vescovi italiani. Nel corso della recente assemblea della Cei, svoltasi in Vaticano a porte chiuse, è stata battaglia all’ultimo voto per l’elezione del presidente della Commissione episcopale per le migrazioni.
Due i presuli in lizza, secondo quanto appreso da Panorama: Ambrogio Spreafico, vescovo di Frosinone, già rettore della Pontificia università urbaniana, vicino alla Comunità di Sant’Egidio, decisamente favorevole a una politica di accoglienza verso gli immigrati; e Bruno Schettino, arcivescovo di Capua, meno noto ma vigorosamente sostenuto dai vescovi meridionali, particolarmente preoccupati da ordine pubblico e tutela della legalità.
Dopo una prima votazione favorevole a Spreafico, al ballottaggio ha avuto la meglio Schettino, mettendo in luce le diverse sensibilità dell’episcopato in tema di immigrazione. Vivace anche il dibattito seguito alla relazione del presidente, Angelo Bagnasco. Diversi presuli sono intervenuti a proposito di respingimenti di clandestini e politiche migratorie. Il vescovo di San Marino, Luigi Negri, vicino a Comunione e liberazione, ha chiesto con forza di tener conto delle ragioni della legalità.
A difesa di un’intelligente apertura verso l’immigrazione si è espresso invece il vescovo di Terni, Vincenzo Paglia, fondatore della Comunità di Sant’Egidio.
Un fatto è certo, a due anni dalla fine dell’era Ruini, anche nella Cei si affacciano le “correnti”.

La Cei: “Più attenzione ai precari, ammortizzatori sociali modesti”

Il Card. Angelo Bagnasco
Dopo il Papa, il capo dei vescovi. Le gerarchie ecclesiastiche suonano un solo spartito sui temi dell’immigrazione e della crisi economica. In linea con la dottrina sociale della Chiesa. L’assemblea generale della Cei, conferenza episcopale italiana, si è aperto con un lungo intervento del presidente il cardinale Angelo Bagnasco. (A questo link disponibile il testo integrale) Lungo e deciso nel mostrare lo scetticismo della Chiesa sulle soluzioni adottate sinora dalla politica nei confronti dei lavoratori e degli immigrati. La crisi, innanzitutto, “dalla quale non siamo affatto usciti” osserva l’arcivescovo di Genova, “sta producendo i suoi effetti sugli strati più deboli della popolazione”. Per questo è giusto “ricordare che i lavoratori non sono una futile zavorra”: il loro ”patrimonio di conoscenze e esperienze” sarà la ”base da cui ripartire”, una volta superata la crisi. E per superarla, serve un ”fisco più equo” e attenzione alla ”fascia dei precari”, che nell’ultimo decennio ha ”fornito un apporto decisivo alla riduzione della disoccupazione” e per i quali ”gli ammortizzatori previsti sono davvero modesti”. Per Bagnasco, in linea con quanto detto ieri dal Pontefice, “è inconcepibile una visione del lavoro solo mercantile, quasi fosse una qualunque merce di scambio sottoposta alla legge della domanda e dell’offerta”. Poi il capo dei vescovi riprende l’attacco al governo sul ddl sicurezza e sull’approccio all’immigrazione. “Apprezziamo le correzioni” dice, “al provvedimento, ma non ha superato tutti i punti di ambiguità”.
Le critiche di Bagnasco vanno soprattutto ai respingimenti degli irregolari in mare, definti pratica controversa che ha provocato uno “sconcerto unanime” tra le comunità ecclesiastiche: ”il valore incomprimibile di ogni vita umana e la sua dignità, i suoi diritti inalienabili” vanno riconosciuti sopra tutto. “A chi povero o perseguitato si presenta sulle nostre coste è questo il diritto da riconoscere”; ci sono poi, ma in seconda battuta, gli altri valori, e Bagnasco li elenca: “legalità, affrancamento dai trafficanti, salvaguardia del diritto di asilo, sicurezza dei cittadini, libertà di vivere dignitosamente nel proprio paese ma anche” sottolinea, “libertà di emigrare”. Al presidente della Cei e indirettamente al ministro Sacconi che ieri ha chiesto una moratoria dei licenziamenti risponde Emma Marcegaglia: ”Noi stiamo facendo tutto il possibile: i dati dimostrano che gli imprenditori italiani stanno facendo più degli altri colleghi europei”. Così interviene il presidente di Confindustria a margine dell’inaugurazione della mostra ‘Steel Life” a Milano, interviene a proposito dell’appello lanciato dal cardinale. ”Stiamo facendo la nostra parte - ha proseguito Marcegaglia - faremo il possibile, servono gli ammortizzatori sociali e la cassa integrazione in deroga: su questo fronte - ha concluso - siamo impegnati”.
Ma nella lunga prolusione il presidente della Cei non ha affrontato solo temi sociali: anche educazione e bioetica sono finite sotto la lente del successore di Ruini.  ”Il mondo adulto non può gridare allo scandalo” sostiene, “esibire sorpresa di fronte alle trasgressioni più atroci che vedono protagonisti giovani e giovanissimi, e subito dopo spegnere i riflettori senza nulla correggere dei modelli che presenta ed impone ogni giorno”. ”Molti ritengono praticamente impossibile l’opera dell’educazione, vi rinunciano in partenza”, rimarca Bagnasco, che invita genitori ed insegnanti a non cedere a un ”atteggiamento di resa”, a non rinunciare in partenza al compito educativo, anche se a ”molti adulti oggi sembra un risultato già soddisfacente riuscire a trasmettere appena le regole del galateo, come a scuola le nozioni principali delle singole materie” ma “educazione non è solo istruzione”. Non è mancato il riferimento alla Bioetica, nella prolusione del porporato: “La chiesa” sostiene, ”non può tacere il rischio strisciante di eugenetica che potrebbe insinuarsi nel nostro costume a causa di interpretazioni della legge 40/2004, che forzosamente vengono avanzate sul piano della prassi come su quello giurisprudenziale”. Mentre sul tema dell’alimentazione forzata, “Non c’è contraddizione tra mettersi il grembiule per servire le situazioni più esposte alla povertà” dice il Cardinale, “e rivolgere ai Responsabili della democrazia un rispettoso invito affinché in materia di fine vita non si autorizzi la privazione dell’acqua e del nutrimento vitale a chi è in stato vegetativo. una questione di coerenza”.

Migranti, triplice affondo dei cattolici: “Respinti su strade di fame e morte”

immigrati sbarcati

Famiglia Cristiana, la Cei, l’Arcivescovo di Milano. Insieme, a più voci, per un unico bersaglio: la politica del governo per il contrasto all’immigrazione clandestina.
Parte la Cei. E va all’attacco contro la decisione delle “nostre autorità di riportare sulle sponde africane coloro che cercavano di raggiungere il nostro Paese”, perché corrisponde a farli tornare indietro “su strade di fame e di morte che già conoscevano: non tutti erano bisognosi di asilo, non tutti santi, ma poveri lo sono di certo”. Così scrive il bollettino del Sir, l’agenzia stampa dei vescovi, monsignor Arrigo Miglio, vescovo di Ivrea e presidente della Commissione Cei per i problemi sociali e il lavoro, presidente del Comitato scientifico delle Settimane Sociali e vescovo di Ivrea. Monsignor Miglio, a pochi giorni dall’inizio dell’assemblea generale dei vescovi italiani, restituisce un quadro complessivo della posizione della Chiesa sul dibattito relativo all’immigrazione in corso nel nostro Paese.
Il vescovo disegna un parallelo fra gli episodi di questi giorni e quanto avvenuto nei rapporti con i flussi migratori dall’Albania negli anni ‘90. Gli albanesi di allora erano “naufraghi sepolti in mare”, scrive il vescovo, così come “naufraghi del mare e della vita” sono “questi ultimi, con i loro stracci e i loro occhi che ci interrogano sulla nostra crisi e specialmente sulle nostre pubblicità tese a farci consumare di più e di tutto. Sono stati riportati d’autorità su strade di fame e di morte che già conoscevano: non tutti erano bisognosi di asilo, non tutti santi, ma poveri lo sono di certo e in questa occasione sono divenuti assai simili a Cristo, scaricato da Pilato a Erode e viceversa; i due in quel giorno divennero amici, dopo essere stati nemici. A questa cronaca triste e umiliante si sono aggiunte le proposte - poi declassate a battute - di un inedito apartheid da sperimentare a Milano”.

Milano, quindi. Da dove arrivano, inderettamente, altre critiche. Sono quelle del
cardinale Dionigi Tettamanzi, arcivescovo della città
. Che, intervistato da Fabio Fazio per lo speciale di Che tempo che fa, in onda questa sera su Rai Tre, invita la politica - di fronte al fenomeno dell’immigrazione - a non limitarsi a gestire solo la fase di emergenza, cedendo alla paura, ma a pensare ad una soluzione progettuale di un fenomeno di così grande portata. “La politica deve partire da progetti grandiosi, e soltanto in questo quadro è possibile allora attivare le diverse forze sociali, culturali istituzionali, di volontariato, religiose”. “Milioni di Italiani hanno lasciato il loro Paese per trovare un ambiente di vita, di lavoro e di realizzazione della propria dignità” ricorda il porporato “In questo senso dobbiamo saper onorare la memoria del passato, non per essere nostalgici, ma per essere più coraggiosi nell’affrontare il futuro che ci vedrà molto più impegnati in un confronto inter-etnico, inter-culturale e inter-religioso”. L’emergenza si accompagna alla paura, ha detto ancora il cardinale. “E la paura non è la consigliera più saggia per affrontare il problema nella sua ampiezza e nella sua profondità”.

Batte il chiodo della paura, anche il nuovo (ennesimo) attacco al governo di Famiglia Cristiana. Il settimanale dei Paolini prende di mira la politica del Pdl in materia di immigrazione, traendo spunto dalle recenti polemiche sugli sbarchi dei clandestini e sui “respingimenti”. “Per un pugno di voti in più, il migrante è un nemico”: è il titolo scelto dal settimanale cattolico che, sulle sue pagine, punta il dito contro le decisioni di Palazzo Chigi e Viminale. “Lo stigma del reato di clandestinità - si legge in un editoriale pubblicato sul numero di questa settimana del settimanale - crea le condizioni perché i migranti vengano messi fuori dal consorzio umano. Si continua ad attizzare il fuoco della paura, tutto per una manciata di voti in più. Abbiamo trasformato il migrante in diverso, in nemico. La deriva xenofoba che sta prendendo piede in Italia dovrebbe preoccupare tutti, i cattolici in particolare”.
Ma ce n’è anche per le parrocchie: “L’indifferenza e il gelo della chiusura soffiano anche nelle parrocchie. Possibile che i cattolici facciano prevalere la paura e un ‘pacchetto propagandà sui principi evangelici?”. “Con il voto di fiducia sul pacchetto sicurezza” prosegue l’editoriale “il Parlamento è stato espropriato della libertà di coscienza su un tema molto delicato che riguarda la vita di uomini, donne e bambini”. “Il disegno di legge sulla sicurezza approvato dalla Camera con il voto di fiducia (evidentemente nella maggioranza c’è qualche ‘mal di pancia’), si intreccia con i respingimenti dei clandestini verso la Libia, ignorando i più elementari diritti d’asilo di chi fugge da guerra, tortura e, spesso, da una condanna a morte. Che ne sarà di questa gente una volta fatta sbarcare sul suolo libico” si domanda il settimanale dei Paolini “in un Paese che non riconosce le convenzioni internazionali sui rifugiati?”. “Perchè l’Italia, da sempre considerata la culla del diritto e della civiltà giuridica, Paese di profonde radici cristiane” prosegue il settimanale diretto da don Antonio Sciortino “antepone qualsiasi esigenza di sicurezza (vera o fittizia) ai diritti inalienabili dell’uomo? Sarebbe stata molto più efficace una seria politica di programmazione dei flussi e di sanatorie per regolarizzare quegli stranieri già inseriti nella società, come le badanti, che svolgono un ruolo prezioso e, molto spesso, insostituibile”.

LEGGI ANCHE: Lo SPECIALE sull’immigrazione

Sicurezza e immigrati: dal premier stop alla politica delle porte spalancate

Il governo alla Camera

Approvato il ddl sicurezza dalla Camera (ora andrà al Senato) il premier, Silvio Berlusconi, esce dall’Aula e conversa con i giornalisti in Transatlantico dicendosi “soddisfatto per l’approvazione di una legge lungamente approfondita e assolutamente necessaria perché dobbiamo affrontare questo fenomeno dell’immigrazione con tutto il buon senso necessario per non lasciare la situazione che si era instaurata con i governi della sinistra”. Una sinistra che per il Cavaliere incentivava “l’immigrazione clandestina con le frontiere spalancate”. E allora ecco spiegata la fiducia sul ddl sicurezza che “è un segnale, un deterrente, per non trasformare l’Italia nell’approdo di molte persone che sarebbero venute in Italia e in Europa senza avere le necessarie possibilità di accoglienza”.
Poi risponde anche al capo dello Stato, Giorgio Napolitano, che aveva parlato in mattinata di rischi di xeonofobia dicendosi “da sempre contro la xenofobia. Da parte nostra - ha aggiunto Berlusconi – c’è sempre stato un atteggiamento di netto contrasto nei confronti di ogni espressione di xenofobia”. Ma Berlusconi smentisce anche di aver ricevuto critiche dalla Cei: “Non sono a conoscenza di queste critiche”, anzi dice di parlare spesso con i vertici della Conferenza Episcopale e ho sempre trovato un’accoglienza positiva da parte loro”.
E allora l’Italia avanti con la linea dei respingimenti: “Lo fanno anche gli altri paesi. I respingimenti” ha detto il Cavaliere “sono nell’ambito delle direttive europee, sono necessari per quella deterrenza senza la quale non si riesce a superare l’empasse che era stata costituita precedentemente dalla sinistra”. E quindi, come annunciato ieri dal ministro dell’Interno, Roberto Maroni, la linea italiana sarà quella di far sì che i richiedenti asilo facciano richiesta in Libia e non una volta approdati sulle nostre coste. Tanto più, sottolinea il presidente del Consiglio, “che la Libia ha avuto la presidenza del Consiglio dei diritti umani dell’Onu. In Libia c’è l’Onu, quindi non vedo perché non si possano identificare i migranti nel Paese africano”.
Berlusconi poi, rispondendo indirettamente al segretario Pd, Dario Franceschini, che in Aula aveva accusato il governo di ‘inseguire i sondaggi’, ha rivelato che gli italiani sono con lui: “Il 76% degli italiani è d’accordo con l’azione del governo sull’immigrazione”. E per questo ribadisce di avere una concezione dell’immigrazione radicalmente diversa dalla sinistra: “Loro vogliono le porte spalancate all’immigrazione clandestina. Noi socchiuse solo per fare entrare chi vuole venire in Italia trovando la possibilità di un lavoro e
integrandosi nei nostri costumi, nelle nostre leggi e tradizioni”.
Prima di lasciare la Camera il Cavaliere trova il tempo per rispondere alle indiscrezioni di stampa (soprattutto inglese) che vogliono Carlo Ancelotti prossimo mister del Chelsea: “Della questione non me ne sono mai interessato”. Quindi ha smentito di aver mai detto che fosse colpa dell’allenatore rossonero se il Milan quest’anno ha perso lo scudetto: “Mi si attribuiscono dichiarazioni rese a destra e a sinistra ed io cado dalle nuvole”.

Maroni: Respinti altri immigrati. La Cei: l’Italia è già multietnica

Rifugiati in Italia

“Pochi minuti fa abbiamo riportato a Tripoli altri 240 clandestini trovati in mare”. Lo ha annunciato oggi il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, al suo arrivo a gli Stati Generali del Nord a Vicenza. Il responsabile del Viminale ha assicurato che “la linea della fermezza, in materia di immigrazione, continuerà finché gli sbarchi non cesseranno. Accanto a questo continuerà anche l’accoglienza per chi arriva e riesce ad entrare con la verifica se ci sono o meno i requisiti per l’ottenimento dello status di rifugiato. Ma la linea è quella dei respingimenti. Chi non entra nelle acque territoriali italiane sarà rispedito da dove è venuto”, ribadisce con forza Maroni, “così come prevedono le normative internazionali che noi applichiamo rigorosamente. Negli ultimi cinque giorni sono stati respinti oltre 500 clandestini”.

Il tema dei rimpatri tiene banco nel dibattito politico. La Lega ha apprezzato le recenti parole del premier, Silvio Berlusconi (”siamo contrari all’idea di un’Italia multietnica”). “Gli daremo la tessera della Lega perché si è ‘pontidizzato’”, afferma il ministro Roberto Calderoli. “La nostra linea fa proseliti” aggiunge il segretario federale della Lega Nord, Umberto Bossi.

Pieno appoggio alle affermazioni del premier anche dal ministro della Difesa, Ignazio La Russa: “Sostenere che la società italiana debba essere assolutamente convinta che occorra mantenere la propria identità, tradizioni, cultura, non significa che non possono diventare italiani persone di qualunque religione, razza e provenienza, ma significa che non bisogna disperdere la nostra storia che ci vede unici nel mondo”.

Non mancano però le critiche alla linea dura di Maroni e alle frasi di Berlusconi sull’immigrazione. “Strumentalizzare questo tema a fini di campagna elettorale”, attacca Dario Franceschini, “è orrendo e disgustoso. Per coprire le sue imbarazzanti vicende personali e per non parlare della distanza siderale tra le cose promesse in Abruzzo e quello che c’è nel decreto”, afferma il segretario del Partito democratico, “si inventano una cosa simbolica sull’immigrazione. Trovo orrendo che si usino i drammi delle persone per cavalcare un argomento popolare”. Per Antonio Di Pietro, leader dell’Italia dei Valori, “di questo passo in Italia non faremo entrare neanche Obama… Berlusconi”, aggiunge l’ex pm, “non sa neanche che vuol dire la parola multietnica. Poi chi cerca una sola razza sappiamo bene cosa fa…”. Secondo Pier Ferdinando Casini, leader dell’Udc, “chi guida il Paese non deve fare demagogia o compiacere la Lega”, piuttosto “deve risolvere i problemi. Dire no ad una società multietnica significa chiudere le nostre fabbriche, non avere collaborazione per i nostri anziani e delineare una società che non esiste”.

Critiche anche da Laura Boldrini, portavoce dell’Unhcr, l’Agenzia Onu per i rifugiati in alcune dichiarazioni rilasciate a Repubblica. “Respingere in Libia gli immigrati entra in rotta di collisione col diritto di asilo, così come è regolato da leggi nazionali, europee e internazionali. Esiste infatti il principio del non respingimento nel caso di gente bisognosa di protezione. La Libia”, prosegue la Boldrini, “non ha firmato la convenzione di Ginevra sui diritti di rifugiati, non ha un sistema di asilo in linea con gli standard previsti e non possiamo entrare in tutti i centri di detenzione. Non siamo in grado di garantire la loro effettiva protezione se vengono rispediti in Libia, dove stiamo lavorando per avere un riconoscimento formale della nostra presenza potendo così entrare nei centri. Visto che sono stati mandati in un paese che non ha firmato la convenzione di Ginevra, per l’Unhcr sarebbe importante che l’Italia ottenga dalla Libia le rassicurazioni che le persone bisognose di protezione non verranno rimandate nei paesi di origine da cui sono fuggite a causa di persecuzione. In passato”, conclude la portavoce dell’Unhcr, “purtroppo ci sono state situazioni di questo genere e di alcuni non si è mai più saputo nulla”.

Anche la Chiesa interviene sull’argomento. L’Italia multietnica e multiculturale è “un valore” ed esiste già “di fatto”. Lo ha detto all’agenzia Ansa il segretario generale della Cei, monsignor Mariano Crociata, osservando che “il problema è invece il modo in cui le culture e le presenze si rapportano” perché “non si cresce insieme in una accozzaglia disordinata e sregolata”. Una presa di posizione che arriva all’indomani delle dichiarazioni di Silvio Berlusconi, che si era detto contrario all’idea di un’Italia multietnica.

La Cei interviene anche sull’ipotesi di riservare carrozze della metro solo ai milanesi. È “una provocazione assurda, una cosa fuori di testa” afferma monsignor Domenico Sigalini, segretario della Commissione episcopale per le migrazioni. “Credo e spero”, spiega, “che quella della Lega sia soltanto una provocazione anche perché io ho visto vari Paesi in cui c’erano queste distinzioni e ne ero stato molto impressionato. Sono stato in Cina”, racconta il vescovo, “dove addirittura ci sono treni diversi con carrozze per turisti e carrozze per la povera gente”, discriminazioni assurde - osserva il presule - nei confronti degli strati più deboli delle società. “È una roba assurda”, conclude il segretario della commissione Cei per l’immigrazione, “ma credo che sia fuori da ogni considerazione di tipo antropologico”.

Il VIDEO servizio:

La Chiesa a più voci contro il rimpatrio dei migranti: “Lesi i diritti umani”

migranti

Per il ministro dell’Interno Maroni è stata “una giornata storica”, quella di giovedì 7 maggio, in cui 227 migranti, stipati su tre diverse imbarcazioni, sono stati prima soccorsi da tre motovedette della Guardia Costiera italiana e poi riaccompagnati al porto di Tripoli.
Non l’hanno pensata così l’Onu, le opposizioni di sinistra, i vescovi e la Santa Sede.
Quest’ultima, tramite Monsignor Agostino Marchetto, segretario del Pontificio Consiglio per i migranti, ha detto che il rimpatrio dei clandestini in Libia ha violato le norme internazionali sui diritti dei rifugiati.
E non è la prima volta che il Vaticano prende di mira le proposte del responsabile del Viminale. Nel giugno del 2008 sempre Marchetto bocciò la decisione del governo italiano di istituire il reato di immigrazione clandestina. Anche se, il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, si era affrettato a dichiarato che il presule non parla a nome della Santa Sede.
Stavolta, mentre un altro barcone con 77 migranti, che era in difficoltà al largo delle coste libiche, è stato riportato nel porto di Tripoli (dopo essere stata rimorchiata da un mezzo in servizio presso una piattaforma dell’Eni), Marchetto ha criticato anche alcune note del pacchetto sicurezza come la denuncia degli irregolari da parte dei medici destinata a creare difficoltà all’integrazione.
“La normativa internazionale, alla quale si è appellata anche l’Onu” ha ricordato monsignor Agostino Marchetto “prevede che i possibili richiedenti asilo non siano respinti, e che, fino a che non ci sia modo di accertarlo, tutti i migranti siano considerati rifugiati presunti”.
“Capisco che gli attuali flussi misti complicano le cose anche per i governi” ha aggiunto il presule, “ma c’è bisogno comunque di rendere operative le norme concordate e riaffermate più volte nelle sedi internazionali”. Monsignor Marchetto ha poi ribadito la sua convinzione, già espressa più volte, ma non sottoscritta dalle massime autorità ecclesiastiche, che la legislazione italiana in materia migratoria sia macchiata da un “peccato originale” rappresentato dalla volontà di “criminalizzare gli emigranti irregolari”, una realtà di fronte alla quale “i cittadini sono posti e devono giudicare”.
Negare di fatto ai clandestini il diritto alle cure e all’educazione per i figli, pena la denuncia, ha osservato Marchetto, rappresenta: “una evidente violazione dei diritti fondamentali della persona”. “Ciascuno si assumerà le proprie responsabilità. Per quanto mi riguarda” ha concluso “cerco solo di rappresentare la dottrina sociale della chiesa che, nel valutare la soluzione ad un problema impone di verificare non solo se è efficace, ma se è giusta”.
Ma critiche all’azione italiana sono giunte anche dall quotidiano Osservatore Romano che venerdì ha scritto: “Diverse organizzazioni umanitarie hanno espresso critiche nei confronti di questa operazione. Preoccupa il fatto” scrive il giornale vaticano “che fra i migranti possa esserci chi è nelle condizioni di poter chiedere asilo politico. E si ricorda anzitutto la priorità del dovere di soccorso nei confronti di chi si trova in gravi condizioni di bisogno. I migranti” prosegue il quotidiano d’Oltretevere “devono poi essere ricoverati presso strutture che possano fornire adeguate garanzie di assistenza e di rispetto dei diritti umani”.
A esprimere la propria preoccupazione c’è anche la Cei. A farsi portavoce dei vescovi è padre Gianromano Gnesotto, direttore dell’ufficio per la pastorale degli immigrati esteri in Italia e dei profughi. “Se questo presunto reato di clandestinità non viene in qualche modo modificato “afferma alla radio Vaticana” subiremo delle conseguenze notevoli non soltanto per quanto riguarda gli immigrati, ma anche per quanto riguarda i diritti fondamentali quali quelli della salute o dell’istruzione. Indubbiamente, nel dibattito politico” prosegue Gnesotto “sembra che questo sia un punto che alcune forze politiche tengono fermo”.

Lario-Berlusconi, i vescovi all’attacco del premier: “Più sobrietà”

Silvio Berlusconi e la moglie Veronica Lario

Amareggiato ed indignato per l’annuncio di sua moglie di voler divorziare, Silvio Berlusconi deve fare i conti con i risvolti politici della vicenda con Veronica.
Già lunedì, il leader del Pd Dario Franceschini affondava il suo commento: “Berlusconi la smetta subito di dire questa cosa patetica che ci sarebbe stato un complotto e chi lo ha sobillato e preparato sarebbe la sinistra. Noi ci siamo comportati da persone serie. Lui eviti di dire cose patetiche solo per coprire il merito e depistare l’attenzione degli italiani”. “Qui di patetico c’è solo Franceschini, perché pensa che gli italiani credono alle chiacchiere dei giornali e non a ciò che di concreto fanno Berlusconi ed il governo”, controreplica il portavoce del premier Paolo Bonaiuti.
Passano 24 ore ma il caso non si sgonfia. E non tanto per la “battuta” di Tom Hanks all’Auditorium di Roma per l’anteprima mondiale di Angeli e demoni “Vedo dei posti liberi lì in sala. Mister e Mrs. Berlusconi si dovevano sedere là. Che facciamo li aspettiamo per cominciare la proiezione?”. Frase accolta da una grande risata e un applauso del pubblico.
Ma tra moglie e marito ci mette (anzi, punta) il dito anche la Cei. Con un duro attacco al premier dalle colonne della prima pagina del quotidiano dei vescovi italiani, Avvenire: “Sappiamo che un uomo di governo va giudicato per ciò che realizza, per i suoi programmi e la qualità delle leggi che contribuisce a creare. Ma la stoffa umana di un leader, il suo stile e i valori di cui riempie concretamente la sua vita non sono indifferenti. Non possono esserlo. Per questo noi continuiamo a coltivare la richiesta di un presidente che con sobrietà sappia essere specchio, il meno deforme, all’anima del Paese”.
Scrive così il quotidiano dei vescovi, esplicitando una certa preoccupazione perché “la politica e lo spettacolo, in un abbraccio mortifero, hanno dato nell’occasione il peggio di sé”. Premettendo che “a nessuno è lecito usare i disastri altrui come arma politica e a nessuno dovrebbe essere concesso di sguazzare là dove sono in gioco i sentimenti delle persone e la vita di una famiglia”, l’Avvenire puntualizza che “ciò che farebbe ridere in una puntata del Bagaglino non può non preoccupare i cittadini che di tanto ciarpame alla fin fine farebbero volentieri a meno”.

Nell’editoriale il quotidiano non risparmia nemmeno la first lady per essersi rivolta prima “alla maggiore agenzia giornalistica per commentare le discutibilissime scelte del marito-premier” e poi a due tra i più grandi giornali italiani “per metterlo idealmente alla porta”. Ma le critiche più sferzanti sono per il premier, “Il presidente esuberante, con un debole dichiarato per la gioventù delle attrici in fiore” che “pur avendo scelto la guasconeria come arte del consenso ora scopre di colpo il basso profilo e la privacy”.
E ancora: “Non ci è piaciuto quel clima da scambio di ‘favorini’ veri, falsi o presunti tra amici e amiche. E ci ha inquietato lo spargersi, tra alzatine di spalle e sorrisetti irridenti o ammiccanti, di un’altra manciata di sospetti sulle gesta del presidente del Consiglio. Il sospetto per chi gestisce la cosa pubblica può essere persino peggiore della verità più scomoda. E comunque prima o poi, arriva il momento del conto”.

Guarda la GALLERY: Berlusconi alla festa di Noemi

Il VIDEO servizio:

Dai vescovi, 30 milioni per i più poveri e una risposta a Fini

Crescenzio Sepe mentre serve ai tavoli

Un fondo di garanzia da circa 30 milioni di euro in grado di generare prestiti bancari agevolati per 300 milioni da destinare alle famiglie in difficoltà a causa della crisi è stato istituito dalla Conferenza episcopale italiana grazie ad un accordo con l’Abi, l’associazione bancaria italiana. Potranno farne richiesta di accesso le famiglie regolari con tre figli o malati a carico che abbiano perso ogni fonte di reddito.
Ecco la risposta della Chiesa cattolica italiana illustrata questa mattina a Roma, presso la sala stampa di Radio vaticana, dal segretario generale della Conferenza episcopale, monsignor Mariano Crociata, il quale ne ha anche approfondito il significato “di comunione e solidarietà” della Chiesa, consapevole “della gravità e dell’ampiezza della crisi finanziaria ed economica in atto”.
Dando corpo ad una iniziativa annunciata fin dal consiglio permanente dello scorso gennaio, ha spiegato Crociata, la Cei ha raggiunto un accordo con l’Associazione bancaria italiana, la quale si è fatta carico di fare da interfaccia con i singoli istituti di credito garantendo un effetto di “decuplicazione” delle erogazioni rispetto all’ammontare del fondo di garanzia messo a disposizione dai vescovi. Il fondo sarà finanziato con una colletta nazionale che si terrà in tutte le chiese italiane domenica 31 maggio, solennità di Pentecoste, ma vi si potrà contribuire anche per altre vie, per esempio attraverso conti correnti bancari da istituire ad hoc, in modo da favorire “azioni di solidarietà dentro e fuori dalla comunità ecclesiale”. La Cei conta di raggiungere così l’obiettivo di 30 milioni di euro, che si tradurrebbe in prestiti alle famiglie più bisognose per un totale di 300 milioni di euro. Potranno accedervi, attraverso i centri Caritas delle parrocchie, le famiglie regolari, anche straniere e non cattoliche, purchè con almeno tre figli o malati a carico e che abbiano perso il lavoro ed ogni fonte di reddito.
“Non è un’elemosina ai poveri” ha tenuto a sottolineare il segretario della Cei “ma un intervento nel rispetto della dignità delle persone che potranno restituire quanto percepito, a tassi contingentati da definire e nei tempi loro possibili, quanto ricevuto”. Se ciò non fosse possibile, interverrà il fondo di garanzia che, in caso di mancato utilizzo, sarà invece distribuito tra le diocesi per aiuti diretti. L’iniziativa - è stato anche chiarito - si affianca a quelle già avviate in molte diocesi italiane (a cominciare da quella di Milano dello scorso dicembre), i cui benefici non saranno cumulabili a quella nazionale, ed è tesa, fra l’altro, a sottolineare l’immagine “di una Chiesa unita impegnata nell’annuncio del Vangelo anche attraverso una costante attenzione alle necessità concrete di chi ha bisogno”.
Presentando il fondo di garanzia, monsignor Crociata è tornato anche sul bio-testamento e sui dubbi espressi dal presidente della Camera Gianfranco Fini al Congresso del Pdl. “Ognuno ha sufficiente capacità di fare sue valutazioni. Lo Stato etico mi sembrerebbe altra cosa e la Chiesa non ha mai avuto simpatia per questo tipo di situazione, che esiste dove ci sono delle costrizioni. Non mi sembra questo il caso”. Sul biotestamento, quindi: “I vescovi rispettano l’autonomia del Parlamento e non intendono ingerire nall’elaborazione e nei tempi della legge sul fine vita”.
Un accenno poi della Conferenza episcopale italiana al nodo immigrazione. I vescovi italiani infatti hanno fatto sapere di seguire “con grande pena” le notizie sugli ultimi naufragi di clandestini e hanno ribadito che “chi arriva sul territorio nazionale va accolto e accompagnato”, trattato come una persona.

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