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Paragoni atomici: francesi miracolati dal nucleare

A Flamanville, cittadina nel nord della Francia, l’Edf con l'Enel sta costruendo un nuovo impianto nucleare

A Flamanville, cittadina nel nord della Francia, l’Edf con l’Enel sta costruendo un nuovo impianto nucleare

“Il fatto di avere un’attività industriale importante, e duratura, qui ha messo in moto molte altre iniziative”. Parola di Patrick Fauchon, 56 anni, da 26 sindaco del comune di Flamanville, cittadina della Bassa Normandia, nel nord della Francia: qui l’Edf, insieme all’italiana Enel, sta costruendo un nuovo impianto nucleare, il terzo nello stesso sito sul mare e il primo di terza generazione avanzata, la tecnologia Epr (European pressurized water reactor) che in futuro l’Enel vorrebbe utilizzare anche in Italia. Continua

Torna il nucleare in Italia. Che smantella le vecchie centrali

Un impianto nucleare a Middletown, in Pennsylvania

Con 154 voti a favore, un solo contrario e un astenuto, il Senato ha dato il definitivo via libera al “Ddl Sviluppo”: l’Italia dopo 22 anni torna nel nucleare. Questa la novità più rilevante di una legge che ha impiegato quasi dieci mesi per completare il suo percorso, ha passato quattro “letture” parlamentari, ha attraversato 60 sedute in commissione e altrettante in aula tra Camera e Senato, ha affrontato l’esame di oltre 2.800 emendamenti.

Entro sei mesi sarà decisa la normativa per la localizzazione delle nuove centrali nucleari e per i sistemi di deposito e stoccaggio dei rifiuti radioattivi: a gestire il ritorno dell’atomo sarà l’Agenzia per la sicurezza nucleare (Asn). Solo allora si potrà cominciare a piazzare le bandierine dei possibili siti sulla carta geografica. Sarà una fase di intenso mercanteggiamento con le autorità e le comunità locali, ma i margini di manovra sono ristretti anche dalla particolare conformazione geologica e costiera italiana. Si può partire dalla mappa dei possibili siti che il Cnen (poi diventato Enea) disegnò negli anni ‘70. Anche se, annuncia il ministro dello Sviluppo Claudio Scajola: “Una commissione di dieci autorevoli esperti è al lavoro da dieci mesi e sta producendo buoni risultati. Ho ricevuto numerose richieste di amministrazioni locali che hanno dato disponibilità all’insediamento di centrali nucleari”.

Sui nomi vige il segreto assoluto. A parte le candidature abbozzate ma poi nei fatti ritirate, come quella del Governatore della Sicilia, Raffaele Lombardo. Se ne può parlare, aveva poi precisato Lombardo, ma solo a determinate condizioni: solo se i siciliani saranno d’accordo, esprimendo la loro opinione “con un referendum”, se la costruzione “conviene dal punto di vista costi-benefici” e se si tratterà di “una centrale assolutamente sicura”.
Nel maggio scorso, si faceva anche riferimento alla Sardegna, dalle parti di S. Margherita di Pula a sud. Alla Puglia, sulla costa di Ostuni. Lungo il Po, dal vercellese fino al mantovano, dove già esistevano le centrali di Trino e di Caorso.

L’obiettivo del governo è di arrivare a coprire il 25 per cento del fabbisogno nazionale, allentando la fame di petrolio della penisola: l’Italia è il settimo importatore al mondo di petrolio (qui i dati in pdf).
Secondo il memorandum d’intesa tra Enel e la francese Edf, la prima centrale nucleare nazionale diventerà operativa per il 2030: è prevista, inoltre, la costruzione di altri tre impianti. Per quella data si stima che la spesa nel mondo per i reattori arriverà a mille miliardi di dollari: un affare d’oro, quello della corsa verso il nucleare civile.

Gli impianti italiani saranno sviluppati da una società d’oltralpe, Areva (controllata indirettamente dall’Eliseo al 90 per cento): saranno centrali Epr (European pressurized reactor) in grado di garantire 1600 Megawatt. Si tratta della terza generazione di impianti nucleari: rispetto alle precedenti, è differente il sistema di raffreddamento e garantisce standard di sicurezza più elevati. Areva costruirà undici dei 41 impianti in cantiere nell’Unione europea, dove il 27 per cento dell’energia arriva dall’atomo (qui i dati): il primo progetto di Epr in fase di realizzazione, l’impianto finlandese di Olkiluoto, sarà consegnato con un ritardo di tre anni e spese lievitate del 25 per cento.
Ma la corsa verso l’atomo è ripresa, soprattutto nei paesi in via di sviluppo: secondo la Wna, sono 180 i reattori che potrebbero essere conclusi nei prossimi otto anni (qui la mappa in pdf). E sono stati avanzati progetti per altri 282.

L’Italia, intanto, chiude il vecchio capitolo del nucleare. E inizia lo smantellamento delle quattro centrali chiuse dopo il referendum del 1987 (qui i dati). La prima sarà Trino, in provincia di Vercelli, dove sono stoccate 14 tonnellate di materiale radioattivo. Il via libero definitivo arriverà entro sei mesi e la procedura sarà conclusa nel 2013. Ma la comunità locale è attenta: di recente i volontari dell’associazione ambientalista Greenpeace hanno manifestato. E il presidente della Regione Piemonte, Mercedes Bresso, ha dichiarato che non ospiterà nuovi impianti. Sono altri tre i reattori che attendono lo smantellamento, costruiti tra gli anni Sessanta e Settanta: Latina, Garigliano (Caserta) e Caorso (Piacenza).

Il dossier scorie radioattive, invece, è ancora aperto. Il generale Carlo Jean, in un’audizione del 2003 in Parlamento, aveva dichiarato che erano 58mila i metri cubi di sostanze radioattive presenti in Italia, custodite anche in impianti per il trattamento del combustibile e in centri per la ricerca scientifica (per esempio, Saluggia, Rotondella-Trisaia, Bosco Marengo, Roma-Casaccia: qui il report di Legambiente). E ogni anno se ne aggiungono 500 tonnellate provenienti dalle strutture sanitarie.

Negli ultimi anni parte del materiale ha preso la rotta dell’estero, affidato a società specializzate nel trattamento: la Energy Solutions, per esempio, ha richiesto una licenza per importare dall’Italia ventimila tonnellate di “materiale potenzialmente contaminato”.
Ma il governatore dello Utah (lo Stato che doverebbe ospitare le scorie trattate) si è opposto.
Negli allegati alla domanda presentata alle autorità federali, vengono indicati come luogo di provenienza otto siti italiani: Trino, Caorso, Garigliano, Latina, Saluggia, Bosco Marengo, Casaccia e Trisaia.


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Nucleare: il 54% degli italiani è favorevole

“Se si partisse domani con la realizzazione di nuove centrali nucleari, 26 milioni e mezzo di italiani darebbero il via libera”. È quanto emerge da un sondaggio Confesercenti - Swg sul gradimento degli italiani per un ritorno al nucleare. Se il 54% degli italiani è favorevole, il 36% si dichiara in disaccordo. Quanto all’ipotesi di costruire nuove centrali, ma all’estero (in paesi limitrofi) la stragrande maggioranza – l’82% - la boccia, mentre solo l’11% si dice d’accordo. Più complicata invece si rivela la coabitazione con una centrale nucleare. In questo caso la distanza di sicurezza fra la propria abitazione e una centrale è risultata in media di 250 chilometri. Anche se il 39% delle persone accetterebbe la presenza di un impianto atomico a brevi distanze: da un minimo di un chilometro (solo il 2%) fino ad un massimo di cento chilometri. Quasi un quarto degli italiani, poi, continua a non fidarsi e vorrebbe la nuova centrale abbondantemente lontana dalla sua zona, ovvero distante più di 500 chilometri.

Le preoccupazioni. Le maggiori paure per i rischi di una centrale nucleare non sono più legate agli incidenti, causa principale per il 58%: un 41% evidenzia timori dovuti alle scorie radioattive. Solo una persona su tre si preoccupa dei possibili costi elevati, ed un 9% segnala il rischio che le nuove centrali nucleari diventino un possibile bersaglio di attacchi terroristici. “Gli italiani sono sempre più sensibili verso un più maturo ambientalismo in materia di energia” dicono da Confesercenti “il caro-petrolio, le tensioni internazionali, ma anche le bollette più pesanti stanno provocando un’evoluzione evidente nella cultura e nei comportamenti pratici”. Ecco allora che l’81% degli intervistati dichiara “di avere adottato sistemi o abitudini a favore del risparmio energetico”. Si spiega così il boom delle nuove lampadine a basso consumo (il 96% dice di averle nelle propria abitazione), di spie luminose (l’82% le spegne), del termostato (l’89% lo regola). Una persona su quattro, poi, ha già adottato un sistema di isolamento termico: sono solo il 37%.

Energie rinnovabili poco diffuse. Secondo il sondaggio l’Italia è ancora indietro nell’uso delle fonti alternative, dai pannelli solari o fotovoltaici alle caldaie a biomasse, ai bio-caminetti. Tanto è vero che il 73% confessa candidamente di non aver adottato niente di tutto questo. Ma se la domanda sull’adozione di sistemi di produzione di energia alternativa si sposta verso il futuro la reazione degli intervistati cambia: il 56% pensa che un domani il proprio condominio potrebbe adottarne qualcuno, mentre il 37% resta assai più scettico”. Secondo la Confesercenti, va pertanto sfruttata “la chiara propensione degli italiani al risparmio energetico. In questo caso l’obiettivo deve essere investire e favorire questa tendenza con incentivi mirati, perché dare spazio alle fonti alternative vuole dire costruire il futuro”.

Civitavecchia al voto: il carbone, il porto e il fantasma dell’opera

Veduta aerea di Civitavecchia
Più di 50mila cittadini, 23 formazioni in lizza alle amministrative del 27 e 28 maggio, sei candidati sindaci. E almeno tre nodi su cui si sta giocando la campagna elettorale a Civitavecchia (Roma): la centrale Enel a carbone, l’ampliamento del porto e uno spettacolo fantasma col teatro gremito e il palco vuoto. Dedicato a Massimo D’Antona.
Qui si vota per tornare alla “normalità”: da quattro mesi a governare Palazzo del Pincio c’è infatti il Commissario Prefettizio Maria Giovanna Iurato, nominato a seguito delle dimissioni in massa di sedici consiglieri comunali. A Civitavecchia si litiga da ben più di un anno per il progetto bipartisan (voluto dall’allora ministro per l’Ambiente Altero Matteoli è sostenuto anche da Piero Fassino, da Romano Prodi e da Enrico Letta) di riconversione a carbone dell’impianto Enel di Torre Valdaliga nord, i cui vecchi impianti incombono sulla città. Proprio la battaglia coke-sì/coke-no (a cui proprio oggi, 2 maggio 2007, una sentenza della Corte Costituzionale dovrebbe aver messo fine, rendendo di fatto operativa la centrale) è stata al centro della scorsa campagna elettorale. Nel 2006 si andò al voto (anche allora era il 28 maggio) e la composizione delle liste e dei candidati sindaci fu un tripudio di “carbonari”. Il centrosinistra concorse diviso: alla fine vinse Gino Saladini (un medico legale voluto da Pietro Tidei, l’uomo forte e deputato Ds della zona), grazie all’apporto di Ds, Margherita, Sdi, Verdi e IdV, che riempì la sua coalizione di transfughi del centrodestra: tutti favorevoli alla riconversione. Dall’altra parte corse, invano, l’altra sinistra: Rifondazione comunista, alcuni rappresentanti della cosiddetta area Mussi (che a Civitavecchia esistevano già prima della spaccatura all’ultimo congresso ds di Firenze), i comunisti italiani e, ovviamente i no-coke. La giunta Saladini, nata debole e zoppa, durò solo sette mesi e crollò sotto il peso, appunto, di King Coke. Che, molto probabilmente, soprattutto dopo la sentenza della Consulta, sarà, insieme a quella dell’ampliamento del porto della cittadina, terreno di scontro anche per i sei candidati sindaci alle elezioni del 2007: Claudio Dell’Anno, favorevole alla centrale a carbone, per Progetto Impresa; Sandro De Paolis, già assessore margheritino, con Insieme per il Partito Democratico; il dott. Paolo Giardi per Civitavecchia c’è; Gabriele Pedrini per il Movimento sociale Fiamma Tricolore; Gianni Moscherini per il Patto per la Città e Nicola Porro per l’Unione. Stando ai sondaggi e al numero di parititi che li sostengono, sono questi ultimi due i candidati che si giocheranno la poltrona di sindaco, fra qualche settimana. A sostenere Moscherini, è un “listone” variegato e trasversale che dalla CdL (Forza Italia, An, Udc, Dc per le Autonomie) arriva a toccare anche partiti del centrosinistra, come l’Italia dei Valori, i Riformisti (cioè alcuni fuoriusciti dei Ds) e Udeur e coinvolge molti porfessionisti civitavecchiesi: dall’ex presidente delle camere penali Pietro Messina, al primario di cardiologia del locale ospedale Marco Di Gennaro, dal commercialista Luigi Castaldi all’avvocato Roberta Sacco. Le otto liste che sostengono invece il favorito Nicola Porro sono quelle “classiche” del centrosinistra: Rifondazione, Pdci, Ds, Sdi, Margherita, Verdi, più due composizioni civiche: Ambiente Lavoro e Lista Porro.
La centrale Enel di Civitavecchia
A movimentare il già surriscaldato ambiente, da due giorni è scoppiato il caso dello spettacolo fantasma. Una pièce teatrale dal titolo Ogni giorno, ogni momento, in ricordo del giuslavorista Massimo D’Antona (ucciso dalle Br il 20 maggio 1999), che avrebbe dovuto andare in scena lunedì 30 maggio, al teatro Traiano della cittadina laziale e che invece, nonostante le poltrone fossero quasi piene, all’ultimo è stato anullato. A mettere in piedi il monologo (già in scena al Teatro del Battito di Milano) sono l’attrice Giulia Bacchetta (nelle vesti della moglie del prof D’Antona, Olga, ora senatrice diessina e firmataria della mozione Mussi, a Firenze) e il regista Marco Filatori, su un testo tratto dal libro Così raro così perduto, scritto da Olga D’Antona con Sergio Zavoli. A portare lo spettacolo a Civitavecchia, è stato l’attore e regista Pino Quartullo (già direttore artistico del Traiano dal 2001 al 2005) che lo ha proposto al candidato sindaco Gianni Moscherini: un modo, dice Quartullo da Milano (dov’è impegnato al teatro Manzoni in Quella del piano di sopra, con la regia di Gigi Proietti) “per festeggiare il Primo Maggio in maniera utile ed intelligente: ricordare e tenere vivo un sogno per i lavoratori”. La stessa senatrice D’Antona, afferma Quartullo, “appena saputa la notizia, si è dimostrata felice dell’evento”.
Ma non è mancato il classico coupe de théatre: secondo l’attore alcuni notabili diessini “hanno cominciato a tempestare di telefonate la senatrice mussiana D’Antona per dirle che doveva dissociarsi dallo spettacolo, per motivi elettorali (anche perché non risulta che al teatro milanese lo spettacolo sia stato ritirato)”. La pressione sulla senatrice è stata tale che l’onorevole D’Antona ha infine rilasciato, proprio lunedì 30, giorno della prima al Traiano, questa dichiarazione: “Non intendo partecipare a nessun tipo di eventi che si prestino a sfruttare a fini elettorali la figura di mio marito. Tanto più quando queste iniziative sono funzionali a forze politiche avversarie dei Ds e del centro sinistra”. Messa così in mezzo, la compagnia teatrale ha ritenuto opportuno non andare in scena, senza peraltro avvisare gli organizzatori, ai quali, unitamente al pubblico, non è rimasto altro da fare che prendere atto della diserzione. Una scelta condivisa anche da Quartullo, perché, dice “è senza senso fare un omaggio a chi non lo gradisce”.
Ma la polemica politica, inevitabile, non è tardata ad esplodere: “È la solita sinistra” dice Gino Vinaccia, capolista Udc, “che ritiene che il 25 aprile non sia la festa di tutta la nazione così come il 1 maggio non sia la festa di tutti i lavoratori. Questa sinistra che predica la tolleranza ma che semina odio e contrapposizione non serve al Paese, ed io credo che la sinistra nostrana così gretta integralista e settaria non serva alla città”. Immediata, non si è fatta attendere la replica di Nicola Porro che ha denunciato come “l’uso elettorale del lavoro teatrale su D’Antona è stato talmente smaccato, impudente e strumentale che qualsiasi coscienza democratica avrebbe reagito come hanno reagito gli attori rifiutandosi di prestarsi ad un’operazione di pessimo gusto e politicamente scorretta”.
Una storia triste e, dice Quartullo: “Sia perché la coalizione di Gianni Moscherini contempla moltissimi elementi del centro sinistra, sia perché ritengo che la lotta al terrorismo e alle Brigate Rosse non appartenga in esclusiva a nessuna parte politica: non abbiamo dato una grande prova di democraticità”.

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